I miei 24 lettori sanno che io ho pensato, e scritto, a più riprese, che Osama 
bin laden era ("probabilmente") già morto da tempo...
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Ora che è "riapparso", quegli stessi lettori si chiederanno se sono disposto a 
correggermi. Il fatto è che io non penso ci sia molto da correggere. 

Nei tre anni abbondanti in cui Osama bin Laden è sparito dalla scena (meglio 
sarebbe dire che la sua immagine è sparita dalla scena, sebbene quella che è 
stata data per la sua voce e finte immagini, o immagini vere risalenti ai mesi 
e anni precedenti, abbiano popolato i mass media mondiali) ho cercato di 
ragionare. E poiché non appariva più, ho pensato, logicamente, che sarebbe 
stato molto utile tenerlo in vita, artificialmente, affinchè fosse possibile 
attribuire e lui tutto ciò che sarebbe accaduto dopo. Ciò che "doveva" accadere 
dopo. 

Ho dunque ragionato per induzione, come chiunque può fare non disponendo di 
fonti d'informazione dirette ed essendo costretto a analizzare, setacciare, 
sottoporre a verifica logica, ciò che passa il convento. 

Il "convento" è - nei casi di terrorismo di Stato, o comunque in episodi di 
grande rilievo internazionale - sempre popolato di personaggi di alta qualità 
intellettuale e politica. I messaggi che essi forniscono non sono mai banali. 
Contengono sempre un significato, spesso anche più di uno. E, quando questi 
messaggi appaiono strani o addirittura contradditori, allora occorre 
analizzarli con cura ancora maggiore, perché quasi sempre quelle contraddizioni 
sono volute, sono i rebus delle moderne Sfingi, quelli dove la verità (o quella 
che il "convento" vuole che sia la verità) è nascosta. 

Sfortunatamente per chi vuole capire (ma non per il "convento", che fa conto 
proprio su questo) i messaggi ci arrivano "mediati", cioè attraverso i media, i 
quali sono popolati da "esperti" (tra cui brilla per sagacia uno come Magdi 
Allam) la cui unica "expertise" consiste nel prendere per oro colato, incluse 
le contraddizioni, tutto ciò che il "convento" distribuisce. 

Segue a pagina 23  
Segue dalla prima pagina
E nel vivacizzarlo ("sexe-up", come ora si dice, dopo Tony Blair) con serie di 
considerazioni una più stupida dell'altra. Il che rende ancora più difficile 
l'analisi del messaggio nella sua versione primordiale, quella del "convento". 

Ecco dunque la prima considerazione. La "resurrezione" di Osama, alla vigilia 
delle elezioni americane, è riuscita a certificare l'incertificabile. E cioè a 
rendere verosimili le "uscite" precedenti. Nessuna delle quali - è bene 
sottolinearlo - è stata dimostrata come vera. Quasi tutti i giornali e le tv 
del mondo, in pratica, hanno riesumato dai loro database l'elenco delle 
apparizioni, quelle successive all'inverno del 2001-2002, "dimenticandosi" che 
nessuna, proprio nessuna, né i messaggi verbali, né la passeggiata televisiva 
con Al Zawahiri (unica immagine, risalente con ogni probabilità al periodo in 
cui era ancora in corso la guerra in Afghanistan), era stata accertata come 
vera. Nessuna conteneva, tra l'altro, inequivocabili prove "temporali" del 
momento in cui era stata realizzata. E già questo era elemento sufficiente a 
renderle singolarmente e collettivamente dubbio. 

Ora noi dobbiamo porci nuovamente - prima di proseguire - una serie di 
interrogativi. Innanzitutto: Osama vi pare un imbecille? A me non pare. Dunque 
non vi solleva qualche dubbio il fatto che non si preoccupi mai - dico mai - di 
far sapere quando esterna? Non dico a noi occidentali, di cui potrebbe non 
preoccuparsi affatto, sebbene io ne dubiti, perché altrimenti non avrebbe molto 
senso il messaggio stesso. Dico ai suoi seguaci, che ricaverebbero conforto e 
incitamento sapendolo vivo e vegeto. 

Tra l'altro dire il quando (non pretendo il dove, ovviamente) non metterebbe 
comunque a repentaglio la sua sicurezza. Dunque la domanda: possibile che Osama 
e i suoi non siano giunti nemmeno là dove erano arrivate le nostre al confronto 
modeste Brugate Rosse? Cioè a farsi fotografare con un giornale quotidiano in 
vista? 

Lo so, direte, un personaggio così ieratico come potrebbe abbassarsi a queste 
miserie, appunto quotidiane? E direste male perché, invece, per altri aspetti 
eccolo che si abbassa. Eccome! 

Per esempio fornendo particolari secondari, inessanziali, distribuiti come il 
prezzemolo, all'interno di discorsi francamente molto sconclusionati. Per uno 
che parla una volta ogni due anni, ci s'immagina che scelga le parole con cura, 
gli argomenti essenziali. Invece in uno striminzito discorso di 18 minuti 
"Osama" trova il tempo di raccontarci che lui e Mohammed Atta hanno preparato 
insieme il piano dell'11 settembre. Sembra fatto apposta per accreditare la 
tesi ufficiale del governo americano. Ma qui sorge un altro interrogativo. Ci 
piacerebbe sapere come mai questo redivivo non ci ha detto di quale dei due 
Mohammed Atta sta parlando. Perché ce n'erano due, di Atta, prima dell'11 
settembre: uno stava in Germania, e l'altro negli Stati Uniti. Il primo se ne 
stava nascosto, mentre il secondo, contemporaneamente, faceva di tutto invece 
per farsi notare dall'Fbi, che infatti lo notò e non lo arrestò, sebbene 
andasse in giro cercando di comprare aerei da turismo che avrebbero !
potuto spargere veleni sulle città americane e molte altre amenità del genere 
(vedi il libro "Mistero Americano" di Marina Montesano). 

Poiché tutto questo è stato acclarato (ma non lo sa nessuno), ci sarebbe da 
supporre che dei piani di Osama e di quell'Atta che stava in Europa, c'era 
qualcuno che già sapeva tutto. 

Ma possibile che nessuno lo abbia detto al redivivo? E perché inserire quel 
particolare in un discorso così importante e tempestivo? Come quell'altro 
particolare del tutto inutile, in apparenza, che lascia scoperto un altro 
interrogativo dell'indagine: avevano deciso, Osama e Atta, che tutto dovesse 
avvenire in dieci minuti. Precisione al millimetro. Solo che uno dei due 
Mohammed Atta, invece di prendere l'aereo a Boston, si mosse da un aeroporto 
secondario e arrivò a Boston appena in tempo per prendere la coincidenza. Non 
vi sembra una straordinaria leggerezza per uno che sapeva che altri tre aerei 
stavano prendendo parte all'operazione del secolo? Se fosse arrivato in ritardo 
le due torri si sarebbero ridotte a una sola e metà dell'effetto sarebbe 
svanita. 

E poi, altro particolare strano, perché mettere in quei 18 minuti il ricordo 
personale delle torri di Beirut, che avrebbero ispirato a Osama l'attentato 
dell'11? Ma quali torri? A Beirut non c'erano torri e gli alti palazzi non 
furono comunque buttati giù dagli israeliani. E poi come è possibile che Osama 
pensasse, già nel 1982, a vendicare le torri di Beirut, quando se ne stava 
felicemente con gli americani a combattere in Afghanistan contro i sovietici, 
che erano appena arrivati? A quanto risulta la posizione di Osama e di molti 
altri mujaheddin cambiò radicalmente, verso gli Stati Uniti, solo nel 1989, 
quando - con il ritiro sovietico - l'atteggiamento (finanziamenti e armi) degli 
Stati Uniti verso i mujhaeddin islamici si mutò in freddezza e questi ultimi si 
accorsero di essere stati utilizzati, prima di essere abbandonati. 

Più lo si legge, più il testo del redivivo Osama appare sibillino e anche un 
po' ridicolo. 

Come quando dice agli americani che la loro sicurezza non dipende "né da Bush, 
né da Kerry, e nemmeno da Al Qaeda". Notare la finezza con cui, in questo caso, 
si "data" l'apparizione (ma che Kerry fosse l'avversario di Bush lo sapevamo 
fin da aprile), e si certifica l'esistenza di Al Qaeda. In ogni caso la frase è 
senza significato. Da chi dipende la sicurezza degli americani? Cosa dovrebbero 
fare per essere sicuri? Osama non glielo dice. Allora perché si veste con la 
tunica bianca e oro per lanciare messaggi? 

E cosa significa quella patetica frase sui poveri americani delle torri, 
"lasciati soli" da quel crudele di George Bush, che preferisce starsene a 
raccontare di caprette ai bambini delle elementari, mentre loro muoiono? 
Abbastanza originale che l'assassino non trovi di meglio da dire in quei 18 
minuti. A meno che non ci voglia far sapere che anche lui ha visto "Farenheit 
9/11", di quel disfattista antiamericano di Michael Moore. Così tutta la 
reazione americana potrà sfogare su di lui tutto l'odio che nutre contro i 
liberal. 

Dunque il senso dell'apparizione ha avuto un solo scopo: accrescere il terrore 
degli americani. Gli osservatori occidentali fanno finta di non capire e si 
scervellano sul dilemma: l'apparizione serviva di più a Bush, oppure a Kerry? 
In realtà è del tutto evidente (come i sondaggi hanno subito indicato) che è 
servita a Bush, che sul terrore ha costruito la sua campagna elettorale. 

Certo è stato sostenuto che Osama, quello vero, se fosse vivo, sarebbe stato 
più interessato ad avere di fronte un presidente cretino e aggressivo, che 
continuerà la guerra e aumenterà il fondamentalismo antiamericano. Ma forse che 
John Kerry se fosse stato eletto avrebbe smesso di fare la guerra? Per Osama i 
due possibili presidenti sono del tutto equivalenti. Dunque perché sprecarsi 
alla vigilia del voto? Evidentemente per favorirne uno. 

Dunque grazie, Osama redivivo, sei riapparso al momento giusto, così com'eri 
apparso per la prima volta, l'11 settembre 2001, per dare avvio alla guerra 
infinita del presidente che ora vorresti fosse rieletto. 

Un testo sibillino per tutti, salvo che per Magdi Allam che, dopo la 
decifrazione, si dice che sia stato costretto a un viaggio in Svizzera, nella 
clinica di Berlusconi, per farsi piallare le rughe sulla fronte, dovute al 
troppo intenso pensare. 

Ecco. Queste sono alcune delle riflessioni che mi portano a questa, ulteriore e 
provvisoria conclusione. Suggerisco, a chi ancora non avesse avuto l'occasione, 
di guardarsi i clip cinematografici di Pangallo. Un genio italiano che ci 
insegna cosa si può fare con il cinema e un buon montaggio. Si può far dire e 
fare quello che si vuole perfino a Hitler e a Napoleone Bonaparte, figuriamoci 
a un personaggio così attuale come Osama! Se non trovate Pangallo tornate a 
rivedere, con calma, "Sesso e Potere", oppure "I tre giorni del condor". 
Capirete che si può costruire una guerra finta, tutta in uno studio televisivo. 
Poi abbiamo visto la stessa guerra, vera, in Kosovo. Una barba finta non è 
difficile trovarla anche a Cinecittà. 

Infine: vivo, morto? Non so. Sicuramente manipolato, falso. Utile. E poi, se 
fosse vero, perché manipolarlo? 

Giulietto Chiesa 

{Fonte: Liberazione, 4 novembre 2004}

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