Si è marciato, cantato, fatta pubblicità in mondovisione contro il G8 di
Gleneagles e a favore dei poveri della terra, con un dispiegamento di mezzi
mediatici senza precedenti nella storia, e i risultati sono sotto gli occhi
di tutti. Domanda: perché? Risposta: perché l'intero impianto ideologico
della protesta che Bob Geldof e soci hanno invocato è, al meglio,
mistificatorio. Tuttavia è necessario, prima di giungere al succo della
questione, soffermarsi su alcuni dati. Che qualcosa non stesse girando per
il verso giusto in questo Live8 era già apparso evidente all'entrata sul
palcoscenico londinese di William Gates III, più comunemente conosciuto come
Bill.
Gates, controlla da solo una ricchezza superiore a quella prodotta
singolarmente da centoventinove nazioni del nostro pianeta. Questo significa
che centoventinove Paesi hanno oggi un Prodotto Interno Lordo inferiore al
valore della Microsoft, che è di 46,5 miliardi di dollari, secondo le ultime
stime. Dando una ulteriore occhiata ai dati mondiali del PIL, e rimanendo
con alcune delle star del grande evento di beneficenza, salta agli occhi che
Bono e gli U2 sono più ricchi del Burundi (778 milioni di dollari per gli
irlandesi contro i 657 del PIL dello Stato africano), Elton John della
Guinea Bissau (327 milioni di dollari contro 280), e Paul McCartney della
Sierra Leone (1.416 contro 1.075). Ma questi personaggi li abbiamo tutti
visti, quel sabato durante il più grande concerto della storia, impegnati a
gridare 'basta' alla povertà nel mondo.

Qualcosa, di nuovo, stride. Mi si permetta ancora un'ultima iniezione di
fatti, e stiamo su Bono e sulla sua band, gli U2: idolo rock, ma sempre più
attivamente impegnato per la giustizia globale, sembra avere la capacità di
sdoppiarsi nella maniera più sorprendente, vestendo, a seconda dei casi, i
panni del paladino dei poveri della terra o quelli di 'falco' della finanza
internazionale, senza peraltro vederne l'evidente contraddizione. Mentre
Bono, e i suoi colleghi the Edge, Adam Clayton e Larry Mullen riempiono i
teleschermi con appelli accorati alla compassione e alla sobrietà nel nome
di una minor sperequazione della ricchezza, basta scorrere le pagine del
Sunday Business Post, uno dei più autorevoli quotidiani finanziari
irlandesi, o la Business Section del londinese The Independent, per
ritrovarli intensamente coinvolti nel meno nobile gioco del grande capitale,
con " un impero multimiliardario che va dall'edilizia all'abbigliamento,
dall'high-tech ai media."  Bono in particolare viene definito "il più forte
investitore della band" e un "Venture capitalist" che controlla almeno 19
aziende, e che come socio nel gruppo Eleveation Partners è coinvolto in una
guerra commerciale a suon di miliardi per l'acquisizione della Eidos,
produttrice britannica del computer game Lara Croft. Guerriero e pure
vincitore, come nel caso della sua partecipazione a un altro gruppo,
l'americana Burst.com, che di recente si è intascata 45 milioni di dollari a
spese del suo compagno di palcoscenico Bill Gates.

E su Gates due parole ancora. Anche lui, che pur si impegna assieme alla
moglie Melinda nella lodevole omonima fondazione a favore dei sofferenti del
pianeta, sembra non scorgere alcuna incompatibilità fra quell'impegno e il
lavoro accanito che la sua Microsoft porta avanti nella difesa dei diritti
di proprietà intellettuale proprio a scapito dei Paesi più impoveriti, dove
una esenzione dal rispetto di tali diritti significherebbe l'accesso
all'istruzione e al lavoro per milioni di giovani altrimenti esclusi, come
nei recenti casi delle Filippine o del Perù, i cui governi sono stati
'convinti' a legiferare contro l'interesse stesso dei propri studenti
bloccando la produzione di software clonati a costo ridotto (peraltro
specificamente prevista dalla clausola del Compulsory Licencing
dell'Organizzazione Mondiale del Commercio). E va qui ricordato che la
mancanza di istruzione e di formazione di grado superiore è la principale
causa di sottosviluppo in tutti i Paesi del Terzo Mondo. Ma non solo.
Microsoft è membro preminente dell'International Chamber of Commerce, che è
oggi la più potente lobby industriale del mondo, tenace sostenitrice proprio
di quelle regole del commercio di cui Bob Geldof e soci chiedono a gran voce
l'abolizione in quanto direttamente responsabili dell'impoverimento e della
morte per fame di milioni di esseri umani.

Difficilmente in tempi recenti ci si è imbattuti in un caso cui meglio si
adattano le parole di Cristo "Nessuno può servire a due padroni" (Mt. 6,24).
Costoro ci stanno (consapevolmente?) ingannando, perché vorrebbero incrinare
quei meccanismi generatori di ineguaglianze planetarie che proprio loro
oliano ogni giorno con grande avidità. Questo è grave, ma vi è qualcosa di
immensamente più grave, ed è che milioni di giovani, e di attivisti come
noi, ci sono di nuovo cascati.

Proprio noi, tutti noi che inorridiamo di fronte alle tragedie del mondo e
che affolliamo i concerti per l'Africa e le marce per la pace o che abbiamo
inveito contro il G8, ci siamo fatti di nuovo convicere da queste Star
ipocrite che basti girdare tutti insieme contro i potenti della terra ed
essi cambieranno il mondo. Qui sta il punto dolente, quello su cui
riflettere con urgenza.

Noi che puntiamo il dito contro otto uomini potenti, come se fossero i
detentori della magica ricetta per un mondo più equo, dovremmo sapere che
essi non lo sono. Chi ha in mano la chiave di svolta siamo noi, e cioè gli
ottocento milioni di cittadini ricchi del pianeta il cui tenore e stile di
vita pretende l'ottanta per cento delle risorse esistenti, ed è nella
direzione di questi milioni di individui che l'immensa energia coalizzatasi
attorno al Live8 doveva e dovrà agire, se veramente si vuole un mondo
migliore. I Bush, Blair, Putin, Chirac, Berlusconi etc., sono certamente
responsabili di scelte inique, ma che in misura non trascurabile gli sono
imposte dal fatto che dovranno continuare a garantire a noi, a tutti noi, il
consumo del 45% di tutta la carne e pesce del globo, del 58% dell'energia
disponibile, del 74% delle risorse telefoniche, dell'84% di tutta la carta,
dell'87% dei mezzi di trasporto e dell'86% dei beni di consumo in generale.
In un mondo che sta esaurendo le risorse il loro compito è duro, perché noi
queste cose le diamo per scontate ogni giorno.
E' vuota retorica e stridente ipocrisia voler vedere quegli otto capi di
governo che si sono riuniti a Gleneagles come altrettanti odiosi ostacoli
lungo la strada per un mondo senza fame né guerre né sfruttamenti. L'unico
vero ostacolo è la nostra maggiore o minore disponibilità, come cittadini di
un mondo arroccato nel privilegio, a pagare i prezzi che la giustizia
globale ci chiederà: in termini di occupazione da perdere o da riconvertire,
se vogliamo permettere ai 'loro' mercati di sbarcare qui da noi; in termini
di abitudini alimentari da cambiare, se invece di nutrire la nostre vacche
vogliamo nutrire i 'loro' bambini; in termini di rinunce al consumo, se le
risorse non vanno più sottratte al Sud a prezzi irrisori; e in termini di
minor uso di energia, se vogliamo veramente fermare le guerre per il
petrolio o smettere di surriscaldare il pianeta.

Siamo disposti a pagare questi prezzi? Sarebbe auspicabile, ma rimane da
vedere quali sono e quanti sono. Ciascuno di noi sarà chiamato a un
sacrificio, dal magnate all'operaio, perché questo nostro mondo di privilegi
rappresenta, serve e garantisce tutti noi, anche se in diversa misura, è
ovvio. Ma il fatto di ottenere minor beneficio da esso (il caso
dell'operaio) non è sinonimo di minor responsabilità, perché è fin risibile
sostenere che una macchina così colossale si regga sulle esigenze di un
nugolo minoritario di grandi ingordi; al contrario, essa si alimenta
primariamente dei bisogni di milioni di piccoli ingordi, che assommati ne
costituiscono l'impatto devastante; esattamente come nelle guerre, dove un
singolo soldato non devasta come un bombardiere, ma un milione di soldati
sono l'asse portante dell'impatto distruttivo.

In futuro, manifestazioni planetarie come il Live8 potranno forse ancora
estorcere a otto uomini potenti qualche altra magra concessione a favore
degli ultimi della terra, e salvare così qualche vita umana, anche molte se
si vuole, ma sempre troppo poche rispetto al bisogno reale. Non ci
inganniamo: l'atto risolutore e definitivo spetta a tutti noi, e siamo cento
milioni di volte otto.                                                   

Paolo Barnard
Rai Educational
 

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