Imprenditori in fuga, cosche più potenti di Cosa nostra.
Minacce a aziende e amministratori, in un anno 300 denunce
Calabria, allarme 'ndrangheta il fatturato dei clan supera il Pil

 
REGGIO CALABRIA - Scappano, si arrendono dopo la terza o la quarta bomba e non 
tornano più. Prima mandano i figli lontano e poi portano via anche i soldi. Non 
ce la fanno a sopravvivere lì, vinti dalle fiamme che bruciano le loro aziende, 
atterriti. Se ne vanno in massa gli imprenditori, abbandonano per sempre quella 
Calabria che la 'ndrangheta vorrebbe solo per sé, tutta sua. E già se la 
potrebbe comprare. Ha un fatturato che viene stimato intorno ai 35mila milioni 
di euro, più del Pil della regione, quanto uno dei primi dieci o venti gruppi 
industriali europei. 

E' la grande fuga da Pizzo, dalla piana di Gioia Tauro, da Reggio, i confini 
dell'ultima frontiera meridionale. Investono fuori, acquistano appartamenti a 
Roma o a Milano, ricominciano una nuova attività in Veneto o in Abruzzo. Ma 
laggiù non vogliono più metterci piede, non vogliono più ricevere buste anonime 
con una pallottola dentro, non vogliono più pagare e pagare e ancora pagare 
quelli che immancabilmente si presentano a riscuotere o a minacciare. L'hanno 
ripetuto almeno 323 volte nell'ultimo anno, "atti intimidatori" nelle 
statistiche di polizia, fucilate di avvertimento contro sindaci, teste di 
capretto mozzate, auto che saltano in aria in pieno giorno. 

Nella morsa è finito anche il nuovo governatore della Calabria Agazio Loiero, 
l'ex ministro. Giunta di centrosinistra, presidente con venti punti di distacco 
sull'altro candidato, Loiero appena insediato ha licenziato 70 dirigenti 
regionali nominati dal precedente governo di centrodestra e piazzati in 
extremis nei punti chiave della spesa pubblica. Una burocrazia inamovibile per 
le leggi non scritte della Calabria. Un azzardo ricambiato con tre proiettili e 
un messaggio su una sua bella foto: "Condannato a morte". 

La mafia delle 'ndrine è sovrana in quelle province che scendono verso la 
Sicilia, distanti, come staccate dal resto d'Italia, dominate da tanti califfi 
che considerano quei territori proprietà loro, come fossero i dittatori di 
piccoli "Stati canaglia" che dichiarano guerra o pace a seconda delle 
convenienze affaristiche. 

E' ricca, sempre più ricca la 'ndrangheta. E sempre più internazionale. 
Movimenta tonnellate di coca in tutto il mondo, corrompe la politica e 
l'amministrazione, negli ultimi anni ha soppiantato Cosa Nostra diventando la 
mafia più potente. "E' la 'ndrangheta che ha salvato il sistema criminale 
italiano dopo le stragi siciliane del 1992", spiega Alberto Cisterna, 
magistrato della Procura nazionale. Si è rafforzata nel silenzio, nelle 
complicità vicine e lontane, ha stretto patti con i cartelli colombiani, si è 
insinuata nelle logge massoniche e nel sistema economico come neanche i 
siciliani erano riusciti a fare. Ha comprato acciaierie nell'ex Germania 
dell'Est, alberghi a San Pietroburgo, interi quartieri in Francia, in Belgio, 
in Australia. E' un impasto di primitivo e di iper tecnologico che tiene in 
ostaggio la Calabria. Prima o poi presenterà il suo conto anche all'Italia. 

E' un viaggio nel passato e nel futuro quello che ci ha portato nella regione 
più ignota e ignorata del nostro paese, 800 chilometri di costa e una Calabria 
che sembra sul mare solo per caso, popolo di montagna polverizzato in più di 
400 comuni di cui la metà hanno meno di 2mila abitanti. "Non esiste la Calabria 
ma le Calabrie, la Calabria è un'invenzione istituzionale", racconta Tonino 
Perna, un reggino che insegna Sociologia economica all'Università di Messina. 
Tante Calabrie. E ognuna con la sua giurisdizione, "locali" li chiamano nella 
terminologia di mafia. Ma in fondo a questo mondo c'è qualcosa di più della 
realtà che svelano le solite mappe criminali, i Piromalli, i Molè, i 
Mazzaferro, i De Stefano, 75 consorterie principali, 7 o forse anche 9 mila 
affiliati. C'è qualcosa di indicibile nella Calabria di oggi. 

E' sempre più feroce il rapporto con il territorio, la devastazione dei 
litorali, l'idea che tutto si può ancora fare. Come abbattere quei magnifici 
ulivi centenari tra Rosarno e Palmi e far diventare la campagna tutta una 
piantagione di kiwi. 

"Il mio primo obiettivo è cambiare l'immagine che si ha della Calabria", 
promette il governatore Loiero. E' cominciato da Catanzaro, la cupa capitale 
della regione, questa esplorazione nei "territori occupati". Il governatore sa 
perché gli hanno mandato le pallottole. Vuole andare avanti: "Con un'altra 
legge trasferirò tutti i poteri ai Comuni, alle Province, alle comunità 
montane, dobbiamo togliere alle consorterie i riferimenti eterni". E' la sua 
sfida. Una grande rivoluzione nell'amministrazione che non piacerà alla 
'ndrangheta. E soprattutto a quella burocrazia infetta che è cinghia di 
trasmissione con gli affari più loschi, colletti bianchi sporchi, il cancro del 
cancro calabrese. 

Dopo Catanzaro siamo scesi a Pizzo e a Vibo, lì vicino - a Maierato - c'è lo 
stabilimento per la lavorazione del tonno di Filippo Callipo, il presidente 
dell'Assindustria regionale, l'imprenditore che ha chiesto aiuto a Ciampi per 
fronteggiare le scorribande dei boss. Descrive l'inferno: "Siamo al primo posto 
in Italia per l'emigrazione delle aziende. Ho paura ma per ora non mi piego, 
prima o poi però mi stancherò anch'io. Mi accusano di sputtanare la Calabria 
con i miei allarmismi ma qui il degrado è estremo, siamo stretti tra i mafiosi 
e l'illegalità diffusa nelle pubbliche amministrazioni". 

A Filippo Callipo hanno lanciato un avvertimento a pallettoni, l'imprenditore 
Vincenzo Restuccia di attentati ne ha subiti 17 in poco più di un anno. Le 
forze di polizia schierano in Calabria tanti dei loro uomini migliori. Ma la 
Calabria non è mai stato solo un "problema di polizia". C'è una larga fascia di 
popolazione che è "malata di 'ndrangheta", che esibisce spudoratamente la sua 
mafiosità. 

L'antropologo Luigi Lombardi Satriani nella sua antica casa di San Costantino 
di Briatico parla di "una visione ideologico-sanitaria da superare" per 
combattere lo strapotere criminale. Dice: "La 'ndrangheta non è un tumore da 
estirpare da un organismo sano, non si può eliminare con un bisturi. E' nel 
tessuto economico, così invischiata che non si può non entrarne in contatto". 

Ecco la piana, Gioia Tauro, Rosarno, Taurianova. 
Sulle piazze di queste paesi sfreccia una quantità di auto di lusso, Mercedes 
cabrio, gipponi, Porsche. Alla guida ci sono ragazzotti. Una recente ricerca 
condotta in 254 province d'Europa indica questi luoghi come quelli con il più 
alto tasso di disoccupazione giovanile, oltre il 35 per cento. A pochi 
chilometri si svela il mistero di tanta ricchezza: il porto di Gioia Tauro. Da 
lontano le gru sembrano pezzi del meccano sospesi per aria, servono a tirare su 
quei 3 milioni e 200 mila container scaricati ogni anno da 3mila navi. Arriva 
dal mare anche la coca. Tanta. Nel 2004 ne hanno sequestrata in un solo colpo 
una tonnellata. Ma ogni mese ne trovano 50 chili su un camion, 70 chili in un 
casolare, 90 chili in un deposito. 

La coca ha cambiato tutto in Calabria. Anche i pastori della Locride, quelli 
che tra San Luca e Platì e Africo fino al 1991 avevano messo a segno 147 
rapimenti. Non sequestrano più. Troppo rischioso e poco redditizio. Oggi a 
Platì c'è apparentemente una 'ndrangheta da operetta. Con una "metropolitana" 
paesana, i cunicoli scavati per sfuggire alle retate. E con l'appoggio 
incondizionato alla comunità mafiosa, le delibere della vecchia giunta comunale 
"per la valorizzazione dell'area latitanti" accanto alla fiumara. Pure i 
pastori adesso trafficano in coca. La 'ndrangheta più potente però è altrove. 
E' mischiata, infiltrata, nascosta. 

Anche a Reggio, casba stretta fra l'Aspromonte e lo Stretto, mescolanza che non 
è Sicilia e non è Calabria. "E' un laboratorio di malaffare", avverte il 
sostituto procuratore Franco Mollace. Aggiunge: "E di speranze, anche". Il 
nuovo lungomare è bello, d'inverno ha di fronte l'Etna imbiancato, c'è sempre 
un vento che trasporta i profumi tra le due sponde. 

A volte anche l'inferno sembra paradiso. 

{Fonte: Repubblica.it - Autore ATTILIO BOLZONI}

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