Napoli/Rione Sanità, 1 settembre 2005

Carissimi e carissime,

Jambo!

Grazie per lo splendido lavoro che state facendo nelle oltre 500 botteghe del 
commercio equo e solidale (CES) sparse in Italia.
Girando per questo paese, ho trovate botteghe dove lavorano persone splendide e 
che sono veri luoghi di condivisione, di informazione, di resistenza. Grazie 
per l’ospitalità e il calore umano che vi ho trovato. Ho visto il CES nascere 
quando ero a Nigrizia ed espandersi quando ero a Korogocho. Poi l’ho conosciuto 
più dal di dentro quando a Korogocho iniziò la cooperativa Bega Kwa Bega che 
ebbe il suo sbocco nel commercio equo e solidale.
Per me il CES è un grande dono, una perla preziosa per resistere al sistema. 
Sappiamo bene poi che questo sistema economico-finanziario neo-liberista è 
talmente scaltro che può trasformare anche questa “perla” in un suo fiore 
all’occhiello. Corriamo il pericolo di buttare le perle ai porci. Per cui è 
giusto chiederci dopo 20 anni di CES a che punto siamo.
Permettetemi come compagno di viaggio di esporvi alcuni aspetti che mi lasciano 
perplesso.

1. La grande distribuzione è in rapida crescita
Sembra che la metà del fatturato alimentare del CES si venda sulla grande 
distribuzione. Mi sembra che nei punti vendita dei supermercati non c’è uno 
sforzo serio di informazione e coscientizzazione. Questo mi sembra tradisca lo 
scopo stesso del CES che è nato non per mandare qualche soldo in più al sud del 
mondo, ma per far capire ai consumatori del nord che c’è qualcosa di 
radicalmente sbagliato nella filiera commerciale. Scopo del CES infatti è 
cambiare le regole del gioco perché c’è qualcosa di radicalmente ingiusto nel 
sistema economico internazionale. È vero che i contadini impoveriti del sud ci 
chiedono di vendere sempre più i loro prodotti, ma non è così che risolveremo i 
loro problemi. Se ci dimentichiamo che il CES è uno strumento politico per 
coscientizzare i consumatori del nord a cambiare le regole del commercio 
internazionale, non otterremo nulla. Avremo fatto solo carità.
Avevo ritirato il mio nome da Transfair proprio perché, a mio avviso, non 
faceva uno sforzo sufficiente per informare coloro che comperavano quei 
prodotti. Ed in questo avevo allora l’appoggio del CES. Ora è lo stesso CES che 
rischia di trovarsi nella stessa situazione.

2. Lo sforzo politico è in calo
Mentre il CES a livello economico prospera, non altrettanto si può dire del suo 
impegno politico. Trovo spesso nel CES una mancanza di sensibilità politica che 
mi sconcerta! È incredibile per me vedere che spesso su importanti questioni 
politiche (non parlo di partiti!), il CES non c’è. Questa mancanza della 
dimensione politica può portare a conseguenze per me assurde. So di certo che 
la Max Havelaar (il corrispettivo del CES in Svizzera) vende alla McDonald’s di 
quel paese, quaranta tonnellate di caffè all’anno!!! E questo nel quasi totale 
silenzio delle botteghe svizzere che trovano difficile protestare. 
Ma allora a cosa serve il CES? A vender di più per aiutare i poveri?

3. Uno stimolo a consumare di più?
Se l’enfasi del CES va al primato del commercio, al vendere di più, è chiaro 
che l’invito ad uno stile di vita più sobrio, a consumare di meno, andrà 
decrescendo. Eppure è il cuore del CES che dovrebbe invitare tutti a consumare 
di meno, ad avere uno stile di vita più semplice. Un esempio di questa tendenza 
è l’apertura di tante botteghe durante le “domeniche d’oro” (precedenti la 
festa di Natale, la festa per eccellenza del consumismo mondiale). È ovvio che 
in quelle domeniche si vende di più. Ma è giusto? Non rischiamo di entrare nel 
grande giro del consumare, consumare, consumare … 
Le botteghe dovrebbero essere dei luoghi dove la gente impara ad essere più 
sobria, più essenziale.

4. Punto d’incontro, di relazioni?
Ogni bottega del mondo dovrebbe essere il luogo dove si sperimentano relazioni 
umane, fraternità, serenità, gioia di vivere. È un aspetto fondamentale questo 
per ogni bottega in una società come la nostra dove viene imposta una 
massificante cultura, materialista e consumista, che ci riduce tutti a atomi, a 
tubi digerenti dove non esistono più autentiche relazioni umane. Ecco perché è 
così importante la bottega (con il rifiuto del supermercato!), dove si 
sperimenta la gioia dello stare insieme, della celebrazione, dell’incontro 
anche interculturale e interreligioso. L’anima di ogni bottega dovrebbe essere 
una piccola comunità che ama ritrovarsi, far festa, danzare la vita. Ogni 
comunità dovrebbe essere una comunità alternativa alla cultura dominante.

5. E il volontariato?
E’ sotto gli occhi di tutti la tendenza ad assumere impiegati in bottega a 
scapito del volontariato. È chiaro che una volta che il volume commerciale di 
una bottega cresce, si dovrà assumere personale per far fronte al lavoro. Per 
questo l’assunzione di personale dovrebbe essere temuta entro precisi limiti. 
Guai a noi se perdiamo la dimensione del volontariato in bottega. Il rischio è 
che alla fine ci guadagneremo sempre noi del nord a scapito dei poveri ai quali 
daremo le briciole. Ho potuto toccare questo con mano con la cooperativa Bega 
Kwa Bega di Korogocho.

6. L’Africa fanalino di coda
L’Africa sembra, purtroppo, essere all’ultimo posto nel CES. E’ una 
constatazione questa che mi ferisce proprio perché l’Africa è il continente 
oggi più disastrato. Ma perché il CES sta investendo così poco in questo 
continente crocifisso? Perché così pochi prodotti africani nelle nostre 
botteghe? Lo so, per esperienza, che è più difficile lavorare con gli africani. 
Ma oggi è proprio l’ora dell’Africa! Quand’è che il CES deciderà di investire 
di più in Africa?

7. E il lavoro in rete?
Girando per l’Italia, ho trovato botteghe della stessa città che non si 
parlano, che non collaborano e che non lavorano in rete! Ma che razza di 
commercio equo e solidale è mai questo? Come fanno botteghe della stessa città 
a guardarsi in cagnesco, rifiutandosi per di più di partecipare alla rete 
cittadina? Il CES è o non è uno strumento politico di resistenza al sistema? E 
non dovrebbero le botteghe di una stessa città essere le promotrici di reti 
locali che raccolgono tutte le realtà di resistenza al sistema?

8. Comunità locali autosufficienti
Il CES non è fine a se stesso, ma deve aiutare tutte le forze critiche presenti 
sul territorio per far nascere quelle esperienze locali alternative che 
permettano poi l’emergere di soluzioni economiche di più vasto raggio. 
“L’elemento chiave di questa prospettiva - afferma il teologo tedesco U. 
Duchrow nel suo libro Alternative al capitalismo globale – è di rendere le 
comunità locali il più possibile autosufficienti e proteggerle dagli effetti 
dannosi del mercato mondiale”.
Oggi non è più sufficiente fare resistenza, ma sarà sempre più compito del CES 
creare spazi economici locali autosufficienti. E’ fondamentale – afferma sempre 
Duchrow - “la creazione di spazi economici locali con mercati locali che siano 
orientati al bisogno, sostenibili dal versante ecologico e promuovano il 
lavoro”. Il noto teologo tedesco Duchrow conclude: “Per questa evoluzione è 
molto importante il decentramento dell’approvvigionamento energetico con 
energie rinnovabili (sole, vento, acqua, …) e lo sviluppo dell’agricoltura 
biologica preferibilmente nella forma della cooperativa dal produttore al 
consumatore.

Scrivo questa lettera dal Quartiere Sanità dove vivo, uno dei quartieri a 
rischio di questa grande città di Napoli, il più grande complesso urbano 
d’Italia e vero cuore del Sud. Vorrei proprio ricordare anche alle botteghe del 
Nord di non dimenticarsi del commercio equo e solidale del Sud . Le botteghe si 
sono infatti propagate molto al Nord e al Centro, ma poco al Sud. E questo per 
tante ragioni. Penso che sarebbe un bel gesto se le botteghe del Nord dessero 
una mano alle botteghe del Sud per poter decollare. E’ così brutto veder che 
c’è un Nord e un Sud anche nel CES!
Questa lettera che vi proviene dal cuore del Sud vuole essere un grido di 
allarme, ma anche un inno di grazie per lo splendido lavoro che il CES ha fatto 
in questi 20 anni. Tutta l’Europa guarda con meraviglia alla nostra maniera di 
fare commercio equo e solidale. Non sciupiamo questa perla preziosa che ci è 
stata affidata, ma rendiamola sempre più strumento efficace di resistenza. 
Buon lavoro. 
Sijambo

Alex 

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