Un fantasma si aggira per la globalizzazione: lo sciopero. Gli ideologi
liberisti evidentemente ancora una volta si sono sbagliati quando hanno
pronosticato, assieme alla fine della storia, quella del conflitto di classe.
Scioperi e conflitto sociale ci sono ancora e fanno paura. La fanno così tanto
che in tutto il mondo padroni e governanti, che sempre più spesso coincidono,
si impegnano per renderli impossibili. Da ultimo lo sta facendo il governo
australiano, che per il momento batte tutti. Il governo conservatore di quel
paese infatti in una volta sola vuole realizzare la piena libertà di
licenziamento, la fine dei contratti collettivi, il divieto degli scioperi. I
sogni di Berlusconi, della signora Tatcher, e di tutte le destre in una volta
sola. Il tutto naturalmente condito di affermazioni sulla competitività, sul
libero mercato, sulla flessibilità. Il moderno fascismo liberista non usa il
manganello, ma gli indici di borsa. Lo fa però allo stesso modo con la st!
essa violenza contro i lavoratori.
Quello dell'Australia è oggi un caso estremo, radicalizzato, ma si inserisce su
un'onda lunga che colpisce ovunque il mondo del lavoro. L'attacco al diritto di
sciopero, in particolare, è tornato di gran moda. C'è da riflettere su questo.
In fondo le lotte non sono così diffuse e generalizzate da spiegare
provvedimenti così drastici. Eppure ovunque si dice basta con gli scioperi. Lo
fa anche la Confindustria italiana che nel suo ultimo documento propone
sfacciati "patti costituzionali", che hanno al centro la limitazione del
diritto di sciopero. Poco tempo fa in Svizzera un accordo per i ferrovieri ha
sancito la rinuncia allo sciopero da parte dei sindacati per tutta la durata
del contratto. Subito in Italia la grande stampa ha esaltato la modernità
dell'intesa, rivendicandone l'applicazione qui da noi. Negli anni Ottanta la
signora Tatcher ha reso illegale in Gran Bretagna lo sciopero di solidarietà e
il governo Blair si è ben guardato da mettere in discussione ques!
ta norma. In Germania, dove pure il sindacato ha ancora un ruolo importante, lo
sciopero nazionale è vietato dalla legge e i padroni usano oggi questa
limitazione per non applicare più i contratti nazionali. Insomma o con il
bastone delle leggi autoritarie, o con la carota degli accordi di
concertazione, ovunque i padroni vogliono impedire gli scioperi. Perché proprio
ora che le imprese non sono mai state così forti rispetto ai lavoratori?
Evidentemente perché non si sentono così sicure. Non lo sono per quello che
vogliono fare e per quello che temono che succeda a causa di quello che fanno.
Se ci si concentra tanto contro il diritto di sciopero, cioè contro lo
strumento con cui i lavoratori reagiscono a soprusi e ingiustizie, è perché si
pensa di doverne fare un bel po'. I padroni, da quegli autentici marxisti che
sono sempre stati, hanno una chiara visione di cosa la competizione sfrenata
nel mercato globale provochi sulle condizioni di lavoro. E sanno che con que!
sto libero mercato i lavoratori sono sempre meno liberi e hanno sempre
la richiesta degli industriali di colpire gli scioperi è il segno di cosa
abbiano davvero in mente costoro.
Ma c'è una seconda ragione e riguarda il ruolo stesso del lavoratore nella
moderna organizzazione produttiva. Contrariamente a quanto si vuole far credere
mai come oggi la prestazione del lavoratore è strategica per le imprese. Il
mercato sempre più veloce, la competizione sempre più spinta richiedono aziende
sempre pronte a far fronte all'imprevisto. Come lo fanno, con l'intelligenza e
la flessibilità dei lavoratori. Mai come oggi le imprese hanno bisogno dei
lavoratori, ma mai come oggi pretendono di avere questa responsabilità, questa
efficienza, questa qualità del lavoro, gratuitamente. I lavoratori stanno
accumulando un enorme potere contrattuale, ma le imprese vogliono pagarli
sempre di meno. E allora quando non bastano le leggi sulla flessibilità, quando
il rifiuto della contrattazione, le delocalizzazioni e i licenziamenti non sono
sufficienti, si passa al più antico degli strumenti: la repressione delle
lotte. I padroni e i loro governi sono consapevoli che!
se non reprimono i lavoratori, questi prima o poi riusciranno ad ottenere ciò
che spetta loro con tanti saluti ai vari programmi speculativi, agli
investimenti finanziari, alle ricchezze sfrontate. Dopo la guerra preventiva di
Bush i padroni mettono in campo la repressione di classe preventiva. Ci si
prepara oggi a colpire i conflitti sociali che inevitabilmente si diffonderanno
man mano che la globalizzazione estende le ingiustizie, ma anche la rabbia e la
voglia di lottare contro di esse.
Le scelte del governo australiano sono dunque la punta dell'iceberg di un
attacco vasto e diffuso al conflitto sociale. Solo un'altra politica economica
e sociale, solo il rifiuto del modello di sviluppo fondato sulla competitività
estrema, può garantirci dalle tentazioni autoritarie. Che come sempre, partono
dallo sciopero e poi arrivano a mettere in discussione tutta la democrazia.
{Autore: Giorgio Cremaschi - Segreteria nazionale FIOM-CGIL}