"MADRE PACE"
Madre coraggio 2005
di Dario Fo

MONOLOGO SCRITTO PER FRANCA RAME SU CINDY SHEEHAN, MADRE DEL SOLDATO CASEY,
MORTO IN IRAQ.

Parte prima

Una frase che mi sono sentita risuonare più volte nel cervello aveva la voce
di mio figlio: "Mi voglio iscrivere all'università - diceva - l'unica
opportunità che ho è quella di arruolarmi nell'esercito degli Stati Uniti.
Sarà l'esercito a pagarmi le tasse per frequentare i corsi, non ho altra
soluzione."
Un mese dopo la sua partenza per la zona d'operazione è arrivato un
accredito da parte dell'Esercito a nome di Casey Sheehan: erano i denari per
pagare la prima rata d'anticipo all'iscrizione. Tre giorni appresso un'altra
lettera: "Oggi 4 aprile 2004 suo figlio Casey è stato ucciso durante una
sommossa in Iraq".
L'accredito non serve più.
Era come se tutto fosse volato via, la casa, la sua stanza, i suoi abiti
civili, i suoi giochi, la bicicletta. Tutto morto.
I suoi amici arrivavano balbettando a chiedere notizie e biascicare
cordoglio, la sua ragazza non riusciva a singhiozzare, era bianca come uno
straccio. L'ho schiaffeggiata ma non è riuscita a piangere.
Su un giornale locale ho trovato un articolo che elencava i caduti della
regione. Ho rintracciato qualche famiglia. Ho parlato con le altre madri.
Due di loro continuavano a ripetere la stessa mia domanda: "Perché l'hanno
mandato lassù,
mio figlio? Perché è morto in un Paese che io fino l'altro ieri non sapevo
nemmeno esistesse?"
Il 4 agosto sono partita da casa, portando con me tutto il necessario per
dormire all'addiaccio, come andassi ad un campeggio. Due giorni dopo ero nel
Texas, scendevo da un pullman vicino
all'ingresso del ranch di George W. Bush, Presidente degli Stati Uniti. 
Ho aperto la sedia da giardino che avevo portato da casa e mi ci sono
seduta, esattamente di fronte alle due grosse corna sorrette da altrettante
travi di legno massiccio, che delimitavano l'entrata alla tenuta. 
Sopraggiunse di lì a poco una macchina degna davvero di un Presidente, si
fermò davanti a me e l'autista chiese se avessi bisogno di qualcosa.
"Vorrei parlare con il signor Presidente, sono la madre del soldato Casey
caduto in Iraq." 
L'autista non rispose nulla, schiacciò l'acceleratore e se ne andò. 
Mi spostai un attimo per evitare la sbroffata di polvere che mi stava
arrivando addosso. 
Estrassi un album dalla sacca, mi risedetti al mio posto e cominciai a
scrivere.
Più tardi il sole al tramonto proiettava due enormi corna d'ombra. Arrivò un
poliziotto in moto, feci cenno di fermarsi, si arrestò proprio tra le due
corna: "Agente, le dispiace consegnare questa lettera al Presidente?"
"Vedrò se mi riesce! - disse il poliziotto - Ma lei Signora pensa di
rimanere qui per molto tempo?". 
"No! Solo fino a quando riceverò risposta. Non è proibito vero?"
"No, non credo. Fin quando rimane fuori dal ranch nessuno la dovrebbe
importunare, è territorio pubblico. Arrivederci e buona fortuna." 
Solita sgommata e via.
Mi sistemai per la notte. Piantai i paletti per la tenda e la issai. 
Vennero due altri poliziotti in macchina con tanto di lampeggiante. Mi
chiesero i documenti: "Cosa fa qui signora?".
"Aspetto dal Presidente una risposta alla lettera che gli ho fatto avere." 
"Non sarebbe più comoda se l'attendesse a casa sua? Ci avrà messo
l'indirizzo, no?"
"No. Dietro la busta ho scritto solo: sto qui fuori sotto l'arcone
d'ingresso. Attendo risposta."
Viene buio. Fra le due corna del portale si accende un gran faro che
proietta fasci di luce gialla tutt'intorno. Per proteggere gli occhi dalla
luce che filtrava attraverso la tenda
mi sono avvolta una sciarpa intorno al capo.
Il mattino sono stata svegliata da un canto di bambini, ho liberato gli
occhi dalla sciarpa e ho fatto capolino fuori dalla tenda. 
Stava transitando uno stuolo di scout, maschi e femmine. Andavano dal
Presidente. Un giornalista, che li seguiva, si fermò a chiedere con molto
garbo che facessi lì. Gli raccontai della lettera. 
"Scusi se sono sincero" - commentò - ma penso che questa sua provocazione
non avrà molto successo." 
"Non è una provocazione. George Bush è il nostro Presidente. E credo di
avere il diritto di porgli una domanda su mio figlio. E' lui che ha
dichiarato guerra all'Iraq e ha inviato mio figlio Casey laggiù a
combattere." 
Il giornalista mi guardò con un'espressione quasi commossa, e commentò: "Lei
mi ricorda un antico santone tibetano che diceva: 'Il candore unito alla
fede sposta le montagne. Ma spostare gli uomini prevenuti, anche di un solo
passo, è molto più difficile.'" 
Due ragazzine, che sopraggiungevano, lo afferrarono per la giacca per
tirarlo via di lì. Il giornalista raccolse un mazzolino di fiori caduti a
terra e me lo posò sulla coperta.
"Fra poco incontreremo il Presidente - disse - tenterò di accennargli del
suo caso", e mi lasciò per inseguire il gruppo dei boy-scout.
Nella giornata continuavano ad entrare ed uscire dal ranch macchine, moto e
gruppi di gente a piedi, quasi tutti visitatori, che raggiungevano gli
autobus fermi ad attenderli lungo la strada principale.
Pochi facevano attenzione a me. Quasi nessuno si fermava a pormi domande. 
Avevo estratto il computer portatile, me lo ero posto sulle ginocchia per
comunicare on-line a tutti i siti che conoscevo quello che stavo combinando.
Il mio appello stava rimbalzando in modo inimmaginabile, grazie ai blogger,
fino a raggiungere un'enorme quantità di siti.
Il giorno appresso ho ricevuto la visita di alcuni ragazzi che venivano da
Huston. Mi avevano portato anche da bere ed altre provviste. Mi fecero
leggere dei giornali che, seppure in tono sciatto e distratto, davano
notizie del mio sit-in. Stettero con me tutta la giornata. 
Non smettevo mai di inviare e-mail. Giorno dopo giorno, le visite
continuavano a crescere, arrivavano perfino delegazioni di cittadini che
venivano a darmi tutta la loro solidarietà. Molte
erano le donne, molte erano le madri di soldati al fronte, qualcuna come me
aveva perso il figlio.
Una donna emigrata dal Messico, ancora ragazzina, venne a sedere vicina a
me: "Anch'io sono una madre disperata come te. Mio figlio si è arruolato
nell'esercito americano ma non era cittadino degli Stati Uniti, era solo un
emigrato ispanico. Al momento dell'ingaggio gli è stato assicurato che se
avesse trascorso tutto il periodo dell'azione militare comportandosi
degnamente sarebbe stato riconosciuto cittadino degli Usa a tutti gli
effetti ma non ha potuto godere di questo privilegio: è stato ucciso in
combattimento. L'elicottero, sul quale era mitragliere, è stato abbattuto
dopo un solo mese di guerra, sopra Baghdad. Ma io sono stata fortunata... -
ha aggiunto con evidente ironia - In compenso, giacché il mio ragazzo con il
suo sacrificio, seppur da morto, ha acquisito il diritto di cittadinanza di
questo Paese, anche io come madre ho potuto godere della stessa opportunità.
Oggi sono riconosciuta cittadina americana e perfino gli altri  miei due
figli godono di tutti i diritti di chi nasce in questa terra da padre e
madre yankee. 
E' davvero una fortuna che l'abbiano ammazzato, questo mio primo figlio."
Trascorre una settimana. Anche giornali importanti, come il Washington Post
e il New York Times, si accorgono della mia presenza sotto le due enormi
corna dell'ingresso del ranch. Arrivano inviati per le interviste e quasi a
ruota anche troupe televisive come la CNN e la CBS. Mi sento molto
imbarazzata: "Bisogna che resti calma, staccata. Non devo farmi trascinare
nella logica del personaggio che mi vorrebbero far recitare: una specie di
Giovanna D'Arco incrociata con la madre di Batman".
Mi rendo conto che quando mi pongono domande ovvie e banali le mie risposte
appaiono vuote e artefatte.  Ma appena incappo in un giornalista preparato e
spiritoso, ecco che sorprendentemente anche le mie risposte suonano
intelligenti e addirittura originali.  
Ogni giorno escono servizi televisivi a valanghe. Mi hanno già trovato un
paio di nomi. C'è una specie di gara ad affibbiarmi nomi epici e d'effetto,
come "madre pace" (peace mome), madre coraggio, l'eroica donna della
California ecc. Il New York Times mi dedica una pagina intiera: "Cindy
Sheehan ha 48 anni, è californiana, bianca, cattolica e suo figlio Casey,
arruolatosi nell'esercito statunitense per pagarsi le tasse universitarie, è
morto in Iraq nell'aprile del 2004. La signora Sheehan insomma è una donna
comune e la sua storia, semplice quanto tragica, non è molto diversa da
quella di oltre 1.800 madri statunitensi che hanno perso i loro figli per
una 'nobile causa', come si ostina a dire il nostro Presidente. Eppure, da
quando il 6 agosto è arrivata a Crawford, in Texas, e si è piazzata davanti
al ranch dove Bush passa le sue vacanze estive, Cindy è diventata uno dei
personaggi più noti degli Stati Uniti. Quasi un terzo della popolazione
americana, un centinaio di milioni, la conosce e parla di lei.
Di certo la fama di cui improvvisamente gode questa donna dipende
dall'apparire sola e indifesa. Non alza la voce, non issa bandiere, è
sommessa e spaventata, intimidita essa per prima del clamore che va
suscitando". 
E' trascorso più di un mese. 
Gli amici che mi vengono a far visita crescono ogni giorno di numero.
Qualche gruppo ha deciso di stabilirsi presso il mio spazio che ormai si
chiama "terra di Casey". Due sostenitori pacifisti, che hanno voluto restare
anonimi, hanno acquistato a poche centinaia di metri dall'ingresso del ranch
una piccola abitazione che hanno battezzato "La casa della Pace". Ora abito
lì.
Dal Presidente non arriva ancora nessuna risposta. Perciò mi decido ad
inviargli un'altra lettera. Via e-mail mando lo scritto a tutti i siti con
cui sono in rapporto, con la preghiera di divulgarlo il più possibile. Ecco
la lettera: 
Caro Presidente Bush, 
ho atteso cinque settimane una Sua risposta. Forse i miei primi messaggi
sono andati perduti nel bailamme di corrispondenza da cui si ritroverà
sicuramente ogni giorno sommerso. Perciò mi decido ad inviarLe un'altra
missiva, che verrà riprodotta e distribuita via e-mail e inoltre pubblicata
dai quotidiani, cosicché stavolta, spero, non andrà perduta.
Scrivo a Lei perché mi aiuti a sciogliere un doloroso vuoto di conoscenza,
che mi assilla da quando ho ricevuto la terribile notizia che mio figlio è
stato ucciso in Iraq.
La domanda è semplice: "Perché? A che scopo Lei,  e con Lei la il segretario
di stato Condoleezza Rice, andate ripetendo, quasi ad ogni vostro
intervento, che i giovani americani che hanno perso la vita in questo
conflitto in Iraq si sono immolati per una 'nobile causa'? Spiegatemi cosa
significa 'nobile causa'? Dove sta la nobiltà di una simile morte?
Ci avete assicurato che questa guerra era un dovere sacrosanto per salvare
il mondo. Voi e i vostri collaboratori politici e militari vi siete detti
certi che l'Iraq possedesse armi di distruzione di massa. Esistono le prove
e avete dichiarato alla stampa e alla televisione di essere in possesso di
foto satellitari  e immagini scattate dagli aerei spia: fabbriche d'ordigni
fotografate a più riprese. 
Ci avete dato per certo che entro un anno Saddam Hussein avrebbe posseduto
bombe atomiche con le quali sarebbe stato in grado di colpire e distruggere
l'America e il mondo tutto.
Ma le Nazioni Unite avevano più di un dubbio sull'autenticità delle vostre
accuse, perciò hanno inviato propri osservatori che non hanno scoperto
nulla. 
Ma che risposta avete dato voi alla dichiarazione negativa dell'Onu? 
Ci avete assicurato che le Nazioni Unite non sarebbero riuscite a
rintracciare gli ordigni, per la semplice ragione che l'Intelligence di
Saddam avrebbe anzitempo sistemato le micidiali armi segrete in sotterranei
inaccessibili e ben nascosti. 
E di nuovo avete rilanciato: "Possediamo foto degli avvenuti trasbordi".
Ma quando, dopo aver scagliato l'attacco e aver sgominato la resistenza
nemica, siete giunti ad occupare tutto il territorio iracheno e finalmente
siete stati in grado di indagare in ogni direzione e luogo, non sono emerse
né armi di distruzione di massa né frammenti di esse. 
I nostri generali hanno dovuto ammettere che i terribili ordigni, che
avevano dato per certi, non erano mai esistiti.
E allora domando: "Come si può distruggere qualcosa che non è mai
esistito?". E ancora una volta ripeto: "Perché avete mandato mio figlio a
morire lassù?".
Dov'è la nobile causa per la quale mio figlio si sarebbe immolato e con lui
1.800 altri cittadini americani?
So dai giornali e dai servizi televisivi che la mia insistente presenza
davanti al suo ranch Le ha causato qualche fastidio. Un corrispondente
assicura che Lei, signor Presidente, e il Suo staff vi sareste mossi per
contrastare questa mia presenza e cancellare le mie "petulanti" domande. A
questo scopo avete cercato di procurarvi, fra le tanti madri alle quali è
stato ucciso un figlio in Iraq, qualcuna disposta a contrapporsi alla mia
protesta. 
Un quotidiano in particolare, forse maligno, ha scritto che l'operazione non
è stata semplice. Delle 1.800 madri interpellate, pare che nessuna fosse
disposta a darLe una mano. Poi finalmente se n'è trovata una che ha
dichiarato: "Sono orgogliosa di aver dato mio figlio alla patria."
Ho trovato quella frase molto infelice e poco credibile. Ma si sa, io mi
trovo a essere prevenuta... 
Quella voce spunta stridente e falsa dentro una guerra illegittima, illegale
e basata su un mucchio di bugie su cui non si respira l'aria della verità ma
solo il fumo dei pozzi di petrolio che si incendiano sullo sfondo. Io
sospetto sempre di più che quell'immagine ci proietti la vera ragione di
questa guerra: quel petrolio è nostro, fin dal giorno in cui abbiamo deciso
di prendercelo. 


Oggi abbiamo deciso di smontare le nostre tende davanti al ranch del
Presidente. Bush non è più qui. Si è trasferito alla Casa Bianca. Ma noi non
possiamo lasciarlo solo... A nostra volta l'abbiamo raggiunto a Washington.
Non è una grande manifestazione, non superiamo i mille partecipanti. I
poliziotti che presidiano la zona sono molto più numerosi di noi. 
Arriviamo davanti al palazzo del Presidente. 
Ci fermiamo e diamo inizio a un sit-in ed ecco che le guardie, come da
copione, ci caricano.
Mi sento letteralmente sollevata da quattro braccia. Scattano centinaia di
flash. 
Una voce mi avverte che sono in arresto. Lo stesso avviso viene ripetuto ad
un altro centinaio di manifestanti. Ci spingono dentro ai pullman, già
pronti dietro l'angolo e ci trasportano alla centrale.   
Il giorno stesso ci rilasciano, dopo averci avvertiti che saremo processati
entro un paio di mesi. 
Scatta una tempesta di e-mail che raccontano e commentano l'avvenimento.
Moltissimi chiedono che venga organizzata una manifestazione più importante,
magari a New York. 
Quasi immediatamente viene messa in campo da associazioni filo-governative
una contromanifestazione nella quale, sempre a Washington, sfilano i reduci
del Vietnam. Naturalmente nessun arresto...
Durante queste settimane ho scoperto che le mie conoscenze riguardo i fatti
della nostra vita di americani, la storia, la politica, la verità, sono a
livello zero. In poche parole ho scoperto di essere una ignorante. 
Mi sono sempre dichiarata progressista e democratica. Ma oggi so che per
essere dei democratici, esserlo in pratica, bisogna avere gli strumenti
culturali necessari. La democrazia è un meccanismo molto complesso.
Ho letto e commentato un numero enorme di articoli e dichiarazioni, uscite
sui quotidiani e in internet. 
Mi sembrava d'essere tornata a scuola. Con noi c'erano alcuni professori,
autori di inchieste e saggi sulla guerra, l'economia, il cinema,
l'informazione. Ci hanno tenuto vere e proprie lezioni e organizzato
dibattiti che mi hanno sbattuto all'aria luoghi comuni e preconcetti. Idee
basate sul sentito dire, vuote come bolle di sapone. 
Ho sempre creduto che la decisione di scatenare una guerra in Iraq fosse
nata dopo lo shock per i massacri dell'11 settembre e la minaccia incombente
di nuovi attentati terroristici. E invece scopro, grazie a questi dibattiti,
che già nel settembre del 2000 i neoconservatori in un loro programma, "The
Project for a New American Century's Rebuilding America's Defense",
proclamavano che gli Usa dovevano assolutamente esercitare il proprio ruolo
di unica superpotenza mondiale, assicurandosi l'accesso alle cospicue
riserve petrolifere del Medio Oriente."
Nello stesso periodo esce un articolo su un noto quotidiano economico che
analizza la situazione del mercato del carburante. 
"Ribadiamo - scrive l'autore del servizio - che tre quarti del petrolio
estratti nel pianeta provengono dai territori governati dagli sceicchi che
di fatto ne controllano prezzo e distribuzione. Quindi basterebbe un
repentino capovolgimento di programma economico e politico da parte dei vari
sceicchi associati per determinare all'America una situazione di crisi
spaventosa e inimmaginabile, giacché le nostre riserve sono al minimo e la
produzione del nostro continente notevolmente insufficiente per soddisfare i
nostri primari bisogni. Ecco la ragione che ci impone di procurarci nuovi
giacimenti estranei all'Opec, come appunto quelli ricchissimi dell'Iraq." 
Sono venuta a sapere con grande commozione che in tutta l'America si sono
tenute veglie di protesta contro la guerra e solidarietà con la nostra
azione. Un numero incredibile di gruppi, più di 1.600 hanno organizzato
proteste cantando per ore, facendosi luce con le fiaccole. Canti folk,
improvvisati e perfino religiosi.
A proposito di religione... Ho notato che durante e a chiusura dei suoi
discorsi Bush è solito introdurre espressioni tratte dal Vangelo e dalla
Bibbia. Dal che si deduce che il nostro Presidente è cattolico, o perlomeno
cristiano... Anch'io sono cattolica e cristiana. Ma non mi riconosco nel
tono e nella scelta di quelle espressioni. Bush divide le comunità degli
uomini in popoli canaglie e popoli giusti. È ovvio che noi siamo i giusti e
le canaglie quelli che noi ci apprestiamo ad attaccare. 
Ho sfogliato il Vangelo e non ho trovato nulla che assomigliasse a questa
sentenza. Anzi, Cristo ci impone di amare i nostri nemici e non fa
distinzione né di razza né di credo. Ancora, non ha mai parlato di guerre
giuste e sante, anzi ha sempre ribadito che ogni guerra è criminale e
ingiusta. 
Inoltre Bush ha dichiarato a più riprese che spesso gli capita di parlare
con Dio. Assicura che è lui, l'eterno in persona, che lo chiama e imposta il
dialogo. Gli chiede: che cosa pensi di fare? Lo provoca. Gli pone quesiti.
Gli dà ordini. Per questo Bush si permette di garantire di continuo, alla
maniera di Goffredo di Buglione e Pietro l'Eremita, "Dio lo vuole". È un dio
spietato e                  sanguinario quello che dialoga con il nostro
Presidente. È un dio degli eserciti e della vendetta. Non ha niente a che
vedere con il padre pietoso, tenero come una madre, che le Sacre Scritture
ci hanno insegnato a conoscere... 
Di certo in cielo c'è stato un golpe. 
Il vecchio fabbricatore del creato e della vita è stato cacciato e
seppellito nel fondo degli abissi come Cronos da Zeus, e Cristo l'hanno di
nuovo inchiodato alla croce, perché non faccia danni con la sua mania del
perdono e dell'amore. 
Molti commentatori di giornali d'ogni livello vanno chiedendosi come può
essere accaduto un fatto del genere: una semplice, insignificante donna
senza particolare fascino o carisma che riesce a radunare intorno a sé un
movimento così grande e soprattutto attivo, una partecipazione che non
tradisce alcun segno di stanchezza o esaurimento. 
A questo proposito mi ha colpito la risposta di un poeta del Nevada, di
origine mohicana, Buskaar, che mi ha dedicato una ballata, davvero insolita.
Il titolo è "Ascoltate le pietre tornicanti".
Le pietre tornicanti si trovano nel deserto del Nevada e ai confini delle
grandi praterie. Sono pietre sferiche, al cui interno c'è un vuoto abitato
da una più piccola pietra, anch'essa sferica, che funge da volano. Quando il
vento investe la pietra tornicante, essa comincia a roteare, facilmente
sollecitata dalla sfera interna che, avendo gioco, ruota più veloce e ne
aumenta l'abbrivio.    
Se vi capita di scuotere all'altezza dell'orecchio una di queste pietre, ne
sentirete uscire uno strano suono che assomiglia a uno sproloquio senza
senso. Per questo, tali pietre vengono anche chiamate sassi parlanti o che
cantano.
"La storia di Cindy - dice il poeta mohicano - ricorda una favola indiana
che racconta della pietra che canta, spinta dal vento e costretta a rotolare
nella prateria. Il suo passaggio muove e trascina con sé altre piccole
pietre che come lei vanno rotolando e si sfregano l'un l'altra, causando
piccole scintille che vanno aumentando fino ad incendiare tutta la prateria.

Infatti nessuno avrebbe dato un soldo di credito a quella piccola donna
seduta davanti all'ingresso della tenuta del Presidente. Nessuno immaginava
che Cindy fosse una pietra parlante e che al suo richiamo giungessero tante
persone commosse, anzi mosse, da quella sua semplice domanda: 'Perché mio
figlio è morto?' - E il poeta conclude: - Forse non ci abbiamo fatto caso.
Quella frase disperata, detta con parole così semplici, è la stessa che la
madre di Cristo ha pronunciato sotto la croce: 'Perché ti uccidono, figlio
mio?'".

Da agosto a oggi sono trascorsi quasi quattro mesi. Abbiamo manifestato in
parecchie occasioni e più di un commentatore, a proposito del silenzio che
Bush ha scelto nei miei riguardi, ha cercato di spiegare perché il
Presidente insista nell'ignorarmi.  Uno di loro dice che quella mia semplice
domanda sulla guerra ha causato nel Presidente un forte deragliamento nei
programmi. Qualcuno mi accolla perfino la responsabilità dell'imprevedibile
crollo della sua popolarità negli ultimi mesi. Non sarebbe meglio per il
Presidente uscire da quel dannoso e imbarazzato mutismo? 
Il famoso regista Micheal Moore ha risposto a questa domanda dichiarando:
"Bush non può rispondere. Ha costruito un castello di bugie incatenate una
all'altra come una cattedrale. Se ne toglie una a caso, tutto gli crolla
addosso. Anche se è vero che cadrebbero solo pietre di carta, il vuoto che
si scoprirebbe dietro quel crollo sarebbe disastroso".
Uno che parla con Dio, non si accetta di vederlo rimanere senza una
cattedrale, seppur fasulla, inesistente.
Vorrei dire da buona cristiana, che non provo sentimento di odio nei Suoi
riguardi, Presidente... solo un certo disprezzo. Vorrei limitarmi a questo,
ma non ci riesco. 
Quando in televisione La vedo scendere dall'elicottero atteso dai Suoi
ministri e generali, tenendo fra le braccia un piccolo cane, ben pettinato,
tutto fru fru come una bestiola di peluche, non riesco ad esclamare "Oh, che
carino! Che persona gentile e sensibile questo nostro capo!". 
No, non credo assolutamente che Lei ami gli animali, scommetto che sono
stati i Suoi consiglieri a convincerLa a recitare questa sceneggiata,
Presidente. 
Le hanno detto: "Negli Stati Uniti ci sono numerosissimi cittadini con
diritto al voto che vanno pazzi per i cani... I loro bambini poi li adorano!
Una recente inchiesta ha stabilito che almeno cinquanta milioni di americani
posseggono un cagnolino o un grande cane. Perciò, si prenda in braccio un
barboncino peloso, se lo coccoli, se lo sbaciucchi, e avrà il voto certo di
quei cinquanta milioni di amanti degli animali." 
Mi piacerebbe spiarLa, Signor Presidente, dentro la Sua stanza ovale, appena
si trova solo con quella bestiola, tutta mossette e saltelli che vuol
giocare e morde i Suoi pantaloni... Lei le ammolla un calcetto... il
cagnolino insiste e Lei le sferra una gran pedata. La proietta verso la
porta proprio nel momento in cui sta entrando Condoleezza Rice, che odia i
cani e manda un grido di disgusto. Sono certa: Lei, come la Rice, non ama né
gli animali né gli esseri umani. 
L'ho osservata in una diretta televisiva mentre stava accovacciato fra i
bambini di una scuola e cercava di essere affabile, paterno. Ma non ci
riusciva, appariva terribilmente goffo e insopportabile. No, Lei non odia i
bambini, ma fa peggio: li ignora. Quelli uccisi a migliaia in Iraq e in
Afghanistan nei bombardamenti non esistono, sono solo vittime collaterali...
Stanno nella norma. Omicidi previsti, inevitabili... Raggiunto quale numero
cominceranno a crearLe un leggero senso di colpa?
"Perdona, perdona!" - mi ripeto tutte le volte in cui la rabbia e il dolore
mi si mischiano in petto, diventando insopportabili. No, non ce la faccio. 
E' la Sua arroganza, Signor Presidente, sporcata dal fastidio che Le vado
procurando, ad impedirmelo... perché Lei, oltretutto, non ha cancellato solo
l'esistenza di mio figlio, ma con lui ha distrutto anche quello che io
aspettavo trepidante... un suo figlio. Sì, fra un anno Casey e la sua
ragazza si sarebbero sposati. Poi, sono certa, sarebbe nato un bambino. 
L'ho sognato e continuo a sognarlo. E piango quando mi risveglio.
Lei, con la Sua guerra, mi ha ucciso anche i sogni!
Sia maledetto!

Ho incisa nel cervello la trionfale immagine di Lei, Signor Presidente,
infilato nella tuta da pilota da guerra che scende dal jet rombante da
caccia, atterrato su una portaerei degli Usa nel Golfo Persico. 
Una folla di marinai e truppe da combattimento Le sta intorno, solleva le
braccia scandendo urrà. 
"Missione compiuta!", annuncia a gran voce, sorgendo dalla carlinga con il
capo coperto dal casco da pilota.
Mi ha subito fatto venire in mente una vecchia illustrazione su un libro di
storia, che tenevo nel mio zainetto da bambina con l'immagine del trionfo di
Alessandro il Grande vittorioso sull'esercito persiano. 
Ero commossa: è splendido onorare un simile condottiero... 
Poi però vengo a scoprire che Lei, Signor Presidente, durante la campagna
del Vietnam non s'è mai trovato in un combattimento, anzi si era bellamente
imboscato in ufficio, al sicuro, negli Stati Uniti.
Ora indossa la pelle del leone e ci viene a raccontare una favola eroica.
Non era proprio il caso che Lei mettesse in piedi una sceneggiata del
genere. 
Ma quello di non trovarsi mai sul set della scena giusta è ormai una Sua
costante... 
Poco fa sulle nostre coste è esploso il tornado Katrina che ha travolto New
Orleans e tutta la Louisiana. Si conosceva già in anticipo il disastro che
avrebbe prodotto: quell'uragano avrebbe travolto la zona più povera
dell'America, la più indifesa, completamente priva di organizzazione. 
Sì! Dovere di un Presidente, così propenso all'azione fulminea e
partecipata, era quello di trovarsi nel cuore dell'uragano, o perlomeno
negli immediati dintorni. E invece Lei, Signor Presidente, non c'era,
neanche nella zona cosiddetta tiepida. Lei trascorreva il week-end nel Suo
ranch, al riparo da colpi d'aria. 
S'è deciso al fine a far visita al luogo del disastro, ma più tardi, quando
ormai tutti, o quasi, i superstiti erano stati evacuati. La palude aveva
ingoiato ogni cosa e Lei viaggiava su un possente mezzo anfibio da sbarco
della marina. 
Sempre nel punto sbagliato nel momento sbagliato. In quest'occasione pare
indossasse una tuta mimetica... giusta precauzione per non essere
riconosciuto dai pochi superstiti arrampicati sui tetti...
In una vecchia farsa satirica sulla guerra di secessione mi ricordo di una
scena in cui, il glorioso governatore di un distretto del nord incitava, i
giovani della sua contea ad arruolarsi nell'esercito federale. Parlava di
dovere, di difesa dei diritti civili, della libertà per gli schiavi. Poi al
momento dell'attacco risultava introvabile. 
Sembrava la Sua caricatura, Signor Presidente... 
Ma devo ammettere che Lei nel Suo governo si trova in buona compagnia... La
predisposizione del Suo staff e dei Suoi senatori all'imboscamento è
ampiamente documentata, per loro e per i loro familiari: dei 535 membri del
Congresso, proprio quelli che hanno esaltato il dovere dell'entrata in
conflitto dell'esercito americano, uno solo può vantare un proprio figlio
nella zona dello scontro!
È proprio il caso di dire "Arruoliamoci e partite!"...

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