CACAO ELEFANTE
Il quotidiano delle buone notizie comiche
a cura di Simone Canova, Jacopo Fo, Gabriella Canova, Maria Cristina Dalbosco

L'essenziale delle notizie e' sempre vero
 
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Edizione del sabato

Fotografie dal Burkina Faso
di Simone Canova

Il ritorno

Il biglietto aereo mi permetteva di viaggiare con bagagli fino a un peso massimo di 46 kg.  Al check-in dell’aeroporto di Ouagadougou la bilancia elettronica segnava 35 kg. La mia “sacca delle benedizioni” era piena.
Mi chiamo “gnapechesera’”, colui che diventa capo quando il capo non c’e’, e sono di ritorno dal Burkina Faso, il piu’ povero paese delle meraviglie del mondo.
Addirittura la marijuana locale e’ povera di principio attivo, la pasta e’ cosi’ povera di grano che il tempo consigliato di cottura e’ di soli 3 minuti.
Sento una gran fame ma ho poca voglia di mangiare.
La volta scorsa che sono stato in Burkina Faso non avevo solo salutato i ragazzi del Centro Ghélawé, avevo rivolto i miei saluti a una famiglia. Questa volta ero partito con il solo scopo di farli mangiare: il progetto, la missione, e’ far fare pasti completi ogni giorno a bambini, donne, vecchi, uomini e ragazzi del villaggio di Loto, a Diebougou.
La mia strana fame senza voglia di mangiare mi suggerisce che stiamo facendo tanto, ma la battaglia e’ persa anche stavolta.
Il riso non e’ mai stato abbastanza, la salsa di pomodoro riusciva solo a macchiare gli spaghetti. I polli non bastavano mai e non sono mai sufficientemente grassi per dare soddisfazione.
La carne e’ saporita grazie al ruspantismo, ma e’ un sol boccone!
E neanche la cena nel miglior ristorante di Diebougou, la citta’ piu’ vicina al villaggio, e’ sufficiente. C’e’ sempre qualcuno della tua famiglia che non sta mangiando.
Se inviti tutti e in una mattina prepari il riso che noi mangiamo in una intera vita, con motociclette che vanno avanti e indietro portando sacchi e sacchi di pomodori e verdure, verranno in mille e non bastera’ mai.
Ho chiesto ai miei fratelli (i ragazzi che lavorano al Centro Ghélawé) di essere sinceri e di dirci chiaramente cosa non andava. Con tutto il rispetto che la cultura africana impone nei confronti dello straniero, mi e’ stato detto che avevano fame.
Paradossalmente non basta neanche mangiare a sufficienza. Prima di iniziare a lavorare per il Centro, Issa si nutriva prevalentemente, che nei paesi poveri significa esclusivamente, di latte. Ora, che mangia un po’ di riso, soffre di dolori al ventre, come li chiamano loro.
Per la prima volta ho visto Issa soffrire i crampi, mi piace credere che da quel giorno sia iniziato il mio strano mal di pancia.
Voila’ il Burkina Faso. Disgraziati, nel dialetto locale non esiste la parola poverta’, con una gran fame e troppa ignoranza.
Ma tanta ignoranza, a un livello che per la mia mente occidentale e’ incomprensibile.
Abbiamo dato loro i semi, un pozzo con l’acqua, un pezzo di terra, un’associazione con tutti i documenti in regola (loro adorano far parte delle associazioni!), eppure non hanno piantato.
In questi 3 anni ci siamo fatti conoscere ormai in tutto il villaggio, sento parlare di gelosie nei confronti di chi collabora con noi, perche’ nessuno e’ venuto a coltivare questa terra???
Non capisco, come si riesce ad essere cosi’ stupidi?!?
Abbiamo fatto anche il corso di formazione, due mesi di agronomia, con quattro dei ragazzi… in Burkina Faso non si parla d’altro che di Formazione, c’e’ scritto ovunque, ci sono centinaia di associazioni che ufficialmente fanno Formazione.
Hanno il forno, hanno la legna, possono avere i soldi per farina e lievito, hanno fatto la Formazione, perche’ non fanno il pane???
Potrebbero chiedere i soldi per comprare polli da riproduzione e polli da uova, e farsi una cazzo di omelette tutte le mattine. Invece no, costruiscono una scatoletta in terra e allevano per mesi quattro galline, un gallo e 10,12, 14 pulcini.
L’Associazione potrebbe pagare l’alimentazione per gli animali ma siccome questa cosa “non e’ nella loro cultura” non lo fanno.
Gli animali razzolano nel nulla e si alimentano di nulla!
Dare quattro arachidi ai polli? Si sono messi a ridere!
Io, gnapechesera’, non credevo si potesse arrivare tanto in basso. Analfabetismo, mancanza di sistemi di comunicazione, mancanza di cultura, mancanza di radio e giornali addormentano, hanno addormentato, istupidito le loro menti, io non riesco crederci e forse solo Dio sa quanto questo mi rende triste!
La loro creativita’ e’ spenta. Parliamo di futuro, loro pensano se ci sara’ riso o polenta di miglio a cena.
A cosa serve sognare? Muoiono persone ogni giorno, bambini di 8 anni morsi da serpenti, ragazze che muoiono di lunga malattia a 20 anni: quale futuro?
Per questo ho chiesto ad anziani, visitatori, medici tradizionali, capi villaggio e capi della terra di lasciarmi una benedizione, una preghiera da portare a casa nella mia sacca.

Un bagliore di luce

Ci sono voluti due giorni per vedere un bagliore di luce negli occhi dei ragazzi che lavorano con noi al Centro Ghélawé.
Pia, compagna di vita e di viaggio, sapeva fare il pane e la pizza, dovevamo fare subito pane e pizze e ridare vita al Centro di Formazione.
Il primo lievito sperimentato era morto, il secondo era di una marca troppo scadente e il pane non veniva. Dopo 24 ore di vani tentativi, io ero caldo (e nervoso) almeno quanto il forno.
Fu li’ che Mamma Africa venne in soccorso dei suoi figli. Arriva Nefakum, vecchio muratore del villaggio, gran commediante, e dice: “Mio figlio fa il pane, potrebbe venire lui”.
E’ stata l’idea giusta. La voce che al Centro Ghélawé stavamo facendo il pane circolava ancora prima che arrivasse il fornaio, con le sue lamiere in ferro per fare le baguettes all’interno delle onduline, e con il suo lievito.
Il forno caldo fece poi il resto, un pane perfetto. E un corso di formazione, tenuto da un nero, a cui hanno partecipato bianchi e neri.
Dalla mattina dopo al Centro Ghélawé e’ vietato comprare il pane, ma non mancano mai farina e lievito per farlo in casa.
La prima delle benedizioni che tiro fuori dalla mia sacca e’ il sorriso di Aua (Eva) mentre teneva in mano suo figlio e la prima baguette da lei impastata e cotta.
“Barca!” (leggi barca’) mi ha detto, che in djoula non vuol dire solo grazie, e’ un grazie con benedizione.

Aua e’ tornata al Centro tutti i giorni per tutto il mese, l’ultimo giorno si e’ addirittura portata la sua legna, per contribuire alla preparazione del pane e all’ultimo corso di formazione con altre sette donne, la maggior parte appartenenti al suo grupement (le donne si riuniscono in piccoli circoli per darsi una mano).
Non c’era mai stato cosi’ tanto pane al Centro Ghélawé ed e’ stata una gioia, la prima benedizione.
Alla fine, era ormai sera, Aua si e’ divisa il pane con le altre. Dopo aver distribuito tutte le baguette fino ad esaurimento, ogni donna, senza dire una parola, ne ha rimessa una sul piatto centrale.
Aua le ha spezzate a meta’ e distribuite ai bambini. Il Centro ha offerto la marmellata di papaia.

(CONTINUA)

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