IL VENTO GIALLO
Dello scrittore israeliano David Grossman, che, dopo l'inizio
dell'intifada palestinese, trascorre alcuni mesi nei campi profughi della
Cisgiordania e da' voce al drammatico confronto tra i palestinesi e gli
occupanti della loro terra.
La Lavanderia delle Parole
Uno Stato che si trova in una situazione imbarazzante si
reinventa un nuovo vocabolario. Israele non e' il primo Stato che fa cio'.
Pian piano si va sviluppando qui una nuova variet� - un nuovo "clone", si
direbbe in linguaggio scientifico - di parole impegnate, traditrici, parole
che hanno perduto il loro significato originale, parole che non descrivono
la realt�, ma cercano di nasconderla. Per me, la precisione linguistica e'
(soprattutto in situazioni come quella in cui ci troviamo oggi) simile ad
un'azione di sminamento; le parole devono essere come bandierine poste su
ogni mina localizzata: non devono neutralizzare gli esplosivi, ma dare atto
della loro presenza in un certo posto, dichiarandoli col loro vero ed esatto
nome. Le parole ingannevoli sono sabbia che nasconde le mine. Sono sabbia
che ci e' buttata negli occhi.
Gia' molto e' stato scritto sul linguaggio col quale si scrivono I
rapporti su cio' che avviene nei territori occupati (Amos Eylon chiama
questo fenomeno "lavanderia delle parole", il cui compito e' "sbiancare" le
brutture); su quel linguaggio che e' destinato a neutralizzare lo spiacevole
contenuto di certe espressioni. Citero' qui alcune di queste espressioni
"passate per la lavanderia".
Prima di tutto, naturalmente, non sta bene dire "territori conquistati" o
"occupati". Ci sono molte alternative, e la piu' diffusa e', come risaputo,
l'abbreviazione "I Territori". Il ministro degli esteri Shimon Peres ha
cominciato ultimamente a chiamarli "the Territories", forse perche' chi
vuole sfuggire ad un'inchiesta pone la propria testimonianza su un piano
piu' lontano - e questa parola, detta in lingua straniera, suona
all'apparenza piu' "pulita". La maggioranza degli Israeliani dice "I
Territori", come se si trattasse di una questione geografica astratta; forse
e' un'esteriorizzazione del molto diffuso sentimento che quei territori ci
appartengano, pero', forse, col tempo sara' chiarito che non ci appartengono
affatto; che sono stati annessi con qualche de- (non proprio de-iure, non
del tutto de-facto); che noi siamo responsabili di quello che succede cola',
ma d'altra parte non e' affar nostro.
Sono gia' anni che non si parla piu' di "annessione di Gerusalemme est", ma
di "unificazione della citta'". L'ondata di nuovi insediamenti ebraici nei
territori arabi viene chiamata "condensamento". Non c'e' un' espressione di
opinione araba, ma solo "sovversione". Non ci sono intellettuali arabi, ma
solo "uomini colti". Non esistono agricoltori arabi, ma solo "contadini".
Non c'e' una psicologia araba, ma solo una "mentalita'". Nelle citta' della
West Bank non ci sono vie, ma solo "vicoli". Non esistono lavoratori arabi,
ma solo "operai". Le forze dell'esercito israeliano non disperdono
manifestanti, ma "li mettono in fuga", e poi quelli non sono mai
"manifestanti", ma "folla turbolenta", "massa incitata", e non ci sono mai
"dimostrazioni", bensi' solo "sommosse", "disordini"; e
nelle universita' arabe ci sono "intralci" (cosa? Non ci sono abbastanza
quaderni e gessetti?).
La disinfezione raggiunge cinici record nei rapporti su azioni
violente con conseguenze mortali. Il portavoce dell'Esercito ha una sua
speciale formula che usa per I comunicati su questi casi. Ogni comunicato
comincia pressappoco cosi': "Soldati israeliani di pattuglia, fatti
stamattina oggetto di un attacco presso il campo profughi di Balata, hanno
gridato avvertimenti e poi hanno sparato in aria" (e, udendo questo tono
apologetico, gia' indoviniamo che e' successo qualcosa di molto brutto).
Quando ci sono vittime non si dice mai che lo Zahal, l'Esercito israeliano,
ha ucciso civili arabi: no, I civili "sono stati colpiti", "sono stati
uccisi" (dunque, non solo il patriottismo, ma anche la coniugazione al
passivo dei verbi e' "l'ultimo rifugio del mascalzone"). A volte, lo stile e
' quasi pastorale: ".nell'incidente, in cui due arabi hanno trovato la
morte.". Stupefacente, davvero: due tipetti sono andati a passeggiare, una
sera, e cos'hanno trovato? La morte!
La trovata piu' riuscita e' stata poi quella del reporter della radio
dell'Esercito (Galle' Zahal - Le Onde dello Zahal) di stanza nei "Territori"
che, qualche mese fa, chiuse il suo rapporto con le seguenti parole: ".I due
sono rimasti colpiti secondo le norme".
La colonia di Ofra, in Cisgiordania
"Cosa? Vai a Ofra? Guardati da quelli la'", questa e' stata la
reazione di diverse persone a cui ho detto dove avevo intenzione di andare;
e alcuni hanno aggiunto: "Sono dei pazzi. Sono fanatici. Sono ciechi".
(.) E dissi: "Il movimento clandestino di terrorismo ebraico", e
mi risposero: " Si, si, il movimento clandestino, da ogni parte ci buttate
in faccia il movimento clandestino". E, quasi d'un sol fiato mi imputarono
di ipocrisia, perche' abitavo nel quartiere di Talpiot che una volta era un
paese arabo, e su questo non protestavo, ma non era anche questo un delitto
contro la giustizia assoluta?
Risposi che chi cerca la giustizia assoluta rifugge anche lui da
decisioni e da azioni, e che io non cerco una giustizia assoluta, ne' una
resa dei conti storica, ma una possibilita' di vita, cerco una vita
possibile anche se solo imperfetta e appena appena sopportabile, facendo
agli altri il meno male possibile. "E Talpiot?", insistettero, "E il tuo
quartiere di Talpiot?". Risposi che non posso essere responsabile di cose
fatte prima che io nascessi e che, proprio perche' vediamo oggi le
conseguenze di altre guerre, dobbiamo stare bene attenti a non commettere
altri errori. (.) (Gli abitanti dell' insediamento) Accusano le sinistre
politiche di peccare di spirito "ghettaiolo", diasporico, ma loro stessi non
sono dei veri "indigeni" di questa terra. I loro insediamenti sono costruiti
con un'architettura estranea al panorama e all'ambiente, altosonante e
altezzosa. Non conoscono affatto la lingua e la mentalita' e I costumi dei
loro vicini. Perfino l'ebraico che molti di loro parlano e' rozzo e
superficiale e stereotipato. Nelle loro case quasi non ci sono libri - all'
infuori dei libri di religione - e il loro coinvolgimento nella vita
culturale e' piuttosto basso. Attorno alle loro villette ho visto giardini
trascurati e miseri. Perfino il loro humor e' simile a quello degli ebrei
dei ghetti. "Tutto il mondo e' contro di noi" e' il messaggio che
trasmettono continuamente. Si sono creati da se', senza via di scampo, la
loro prigione, la loro Sparta spirituale sui crinali dei monti, e di la'
scrutano, pronti a scattare, quelli che la pensano diversamente da loro. Ma
chi sono questi uomini, mi chiedo, che mantengono in vita, come in una bolla
d'aria, una quasi utopistica societa' di valori sulla cima di una montagna
di ottusita' e di torti e di ignoranza dei diritti del prossimo? La Bibbia e
' il loro Manuale di Strategia , e loro ne eseguono gli ordini. (.) I
ragazzi del Gush Emunim recepiscono dalla bocca dei loro genitori messaggi
bivalenti, polivalenti, e il risultato ultimo delle loro acrobazie
dialettiche e' uno solo: nessuno si pente, nessuno prova rimorso. "Si, siamo
contro il fatto dell'uccisione degli studenti nell'Universita' araba", mi
dicono il marito e la moglie Granit, "ma qui nessuno ha rimorso dell'
attentato ai sindaci arabi".
Mi e' molto difficile inquadrare la gente simpatica che ho incontrato
a Ofra nell'atmosfera allucinata delle folle che cantano in coro versetti
quali: "Non importa che cosa meditiate contro di noi, tanto lo sventeremo!",
pero' sono proprio la stessa gente. Mi e' difficile capire come una donna
quale Avital, che mi ha parlato, commossa, di quanto devono certo soffrire
gli arabi a cui abbiamo imposto la cittadinanza israeliana, non provi pero'
sentimenti simili per gli arabi di 'Ayn Yabrud li' vicino, per cui lei e la
sua casa e le case dei suoi amici costituiscono una spina nel fianco. Mi e'
difficile accettare le dichiarazioni sul fatto che "da noi non lavorano
arabi", e poi, quando io chiedo chi ha costruito le case di Ofra, un uomo
saggio e sensibile mi risponde: "Be',non lo so. di notte sono venuti gli
gnomi e hanno costruito le case".
La Montagna che se n'e' andata
Ho goduto del valido aiuto di Nissim Krispil, e tengo a ringraziarlo.
Krispil, che in passato ha lavorato per conto della Societa' per la
Protezione della Natura, compie lunghi viaggi nella West Bank; col suo modo
di fare diretto ed espansivo riesce a stringere presto legami con tutti.
Krispil cammina per le strade di citta' e villaggi e campi profughi, parla
arabo come un indigeno, ed e' esperto in tutte le finezze delle tradizioni.
I palestinesi li chiama "I padroni di casa" e dice che gli rammentano in
tutto e per tutto I nostri antichi antenati. Gira disarmato anche nei
villaggi piu' ostili. A sentir lui, non hanno mai cercato di fargli del
male. "Vederci armati e' una cosa che mette in collera I palestinesi e li
mortifica", sostiene. "La conquista", dice Krispil, "ha influenzato anche il
folklore piu' tradizionale: per esempio, ci sono dei posti che hanno
cambiato nome. Il monte Ghilo' si chiamava una volta 'Ras Beit Jalla', e
oggi si chiama 'Jebel Ma Rakh', e cioe' 'La Montagna che se n'e' andata'. E
ci sono molti altri posti che sono diventati in bocca agli arabi 'andati'".
Cosa sognano i bambini
Il dottor Yoram Bilu, professore di psicologia all'Universita'
Ebraica di Gerusalemme, ha analizzato I sogni di bambini tra gli undici e I
tredici anni viventi in varie parti di Israele e della West Bank. Una parte
della ricerca ha riguardato I bambini del campo profughi di Kalandiya e del
blocco di insediamenti ebraici attorno a Kfar Ezion. Il 17% dei sogni dei
bambini ebrei sono occupati da incontri con arabi. Tra gli arabi, invece, un
30% dei bambini di Kalandiya ha sognato almeno una volta un incontro con
ebrei. Il significato di tutto cio' e', secondo Bilu, che I bambini di
Kalandiya "hanno la mente ossessivamente occupata dal conflitto esistente"
. Dai loro sogni emerge una realta' dura e minacciosa, riflesso di un mondo
fragile e del tutto indifeso. La "trama" caratteristica di un sogno di
questo tipo si svolge entro I confini del campo: I limiti del sogno sono
molto permeabili, niente gli conferisce difesa e sicurezza, gente estranea
invade la casa e tormenta il bambino. Spesso lo torturano a morte. I suoi
genitori non sono capaci di difenderlo.(.)
Il senso di colpevolezza appare solo nei sogni di bambini ebrei. Cosi'
, per esempio,nel sogno di un bambino dodicenne di Kiriat Arba': ".all'
improvviso qualcuno mi afferra, e vedo che questo succede a casa mia, ma I
miei se n'erano andati, e bambini arabi vanno su e giu' nelle nostre
stanze.e io non mi meraviglio affatto che sia cosi', che quegli arabi
abitino ora in casa mia. Lo accetto come se cosi' dovesse essere."
Khadigia
Bevo il te' con tre donne, a Dheisha. Khadigia ha settantacinque
anni e il suo senno e' limpido e il suo corpo fine e sano. "Allah yahlikh"
le dico, che Iddio ti conceda lunga vita, e lei sorride a se stessa, un
sorrisetto fine di gengive vuote, e dice: "Perche' dovrebbe farlo?" Da
quarant'anni abita qui, in una casa standard da profughi, con il marchio
dell'UNRWA ancora impresso sulle pareti.
"E se ti offrissero oggi un decimo di ettaro di buona terra in
un posto bello e arieggiato e soleggiato?". "Certo, certo", sorride lei
"certo, ma solo sulla mia terra. Laggiu'". Beviamo il te' in silenzio. Sul
muro, due chiodi. Servono da attaccapanni. Chiunque abbia servito come
soldato nei Territori sa come sono questi interni, di notte. Chiunque abbia
partecipato a perquisizioni, all'imposizione del coprifuoco, all'arresto
notturno di qualche individuo sospetto, ricorda il violento irrompere in
queste stanze in cui dormono diverse persone strette l'una all'altra, quasi
pronte ad ogni istante ad alzarsi dal giaciglio e ad andare dove sara' loro
detto di andare, svegliandosi terrorizzate, sbattendo le palpebre di contro
al fascio di luce di un fanale, e I bambini strillano, a volte una coppia
propriomentre sta facendo l'amore e soldati accerchiano la casa, e alcuni di
loro - con gli scarponi infangati - calpestano le coperte calde di sonno.
La vecchia segue il mio sguardo che vaga sui nudi muri di cemento e
all'improvviso si accende: "Ti sembriamo dei miserabili, eh? E invece siamo
civili!". Sua sorella fa con la testa grandi cenni, che si, che si, e il suo
mento affilato le perfora il petto: "Si, si. Civili!". Le due vecchie
tacciono, affannate. La giovane cerca di cambiar discorso. Forse sua suocera
vuole raccontare a questo israeliano qui qualcosa, per esempio, sulla sua
infanzia ad 'Ayn 'Azrab? No. Forse vuol ricordare I giorni in cui lavorava
la sua terra? No e poi no. Sale sulle ferite. Forse, yah mama, hai voglia di
cantarci le canzoni che allora cantavano da voi I fellahin, I vignaioli, I
pastori? No. La vecchia non fa che tentennare la testa un po' calva, pero'
ecco che la sua gamba sinistra comincia a danzare un ritmo lontano, e il suo
corpo si muove piano: "Civilta', cultura! Voi non sapete nulla della nostra
civilta', della nostra cultura! Non le potete capire!". D'un tratto si
svuota del tutto della rabbia: la sua faccia prende di nuovo l'espressione
vinta, onnisapiente, dell'antica missiva scritta sulle facce dei vecchi: "Il
mondo e' duro a viverci, tanto duro.". Tentenna la testa con un dolore
amaro, gli occhi le si otturano in fronte alla stanzetta angusta e buia:
"Non puoi capire. Non puoi capire nulla, tu. Forse sara' meglio che tu vada
a chiedere a tua nonna, che te lo dica".
Wadhah
La donna che e' appena venuta - si chiama Wadhah Isma'il - sta
per qualche tempo a sentire I discorsi degli altri. Poi comincia a parlare.
Con tono tranquillo, senza apparente rancore, racconta: "Dopo che ci
cacciarono dal paese, tornavamo ancora a lavorare le nostre terre. L'
Esercito israeliano chiudeva un occhio per non vedere. I soldati facevano
esercitazioni su in montagna, e noi lavoravamo giu' a valle. Tutti I giorni
venivamo a dorso d'asino, da Hebron. Un giorno sono venuta qui con mio
padre. Ero una ragazzina, allora. Abbiamo lavorato per qualche ora, poi ci
siamo preparati per ritornare a casa. Tutt'ad un tratto I soldati israeliani
ci hanno circondato e sono stata separata da mio padre. Ho visto che gli
bendavano gli occhi con uno straccio e lo spingevano tra I cespugli.
Ricordo che mio padre riusci' a voltarsi verso di me e a chiamarmi con
una voce velata, per via della benda che aveva sulla faccia. Subito dopo ho
sentito degli spari. Molti spari. Ho cominciato a piangere. I soldati che
erano rimasti con me hanno chiesto: "Cos'e' quell'uomo per te? Un tuo
parente?". Ho risposto: "E' mio padre". Loro hanno detto: "Va' giu' nel
frutteto e vedrai che e' li' che raccoglie insalata e melanzane". Mentre mi
allontanavo ho guardato indietro di sfuggita e ho visto che un soldato mi
puntava il fucile contro. Ebbi paura e mi chinai. La pallottola mi colpi' al
collo, lo passo' da parte a parte." Io non so cosa dirle, e la donna
interpreta il mio silenzio come una dimostrazione di incredulita'. "Guarda",
mi dice, e con le dita indurite dal lavoro scioglie il fazzoletto che porta
in testa e vedo una brutta cicatrice sulla nuca e un'altra sul davanti.
Wadhah se ne stette distesa tra I cespugli, fingendosi morta. I soldati si
allontanarono e lei si alzo', si fascio' le ferite col fazzoletto, poi trovo
' suo padre che giaceva con le mani legate dietro la schiena e una grossa
pietra sul collo, e trenta pallottole in corpo.
E allora io penso quanto poco dobbiamo credere a quelli che dalla
mattina alla sera si dichiarano pietosi e clementi. E penso che ci hanno
sempre inculcato il concetto del nostro essere incapaci di crudelta' e di
odiare I nemici. Siamo cosi' bravi e buoni, cosi' puliti.Pero', ogni giorno
spunta una nuova brutta storia, si scopre qualcosa di poco pulito che ha
fatto la gente pietosa e misericordiosa come noi, gente che non sa odiare.
Tahar
Sedevamo, bevendo il caffe', nel suo grande salotto adorno di pitture
dal gusto delicato.
"Se noi (israeliani) resteremo qui?(nei Territori Occupati)", gli
chiedo
"Anche se resterete qui, sara' la vostra fine. Noi vi sgretoleremo dal
di dentro. Siete piccini e pretendete di essere un grande impero. Piu'
crescerete e piu' vi avvicinerete alla vostra fine. Come un palloncino di
quelli con cui giocano I bambini, che piu' lo gonfiano e piu' e' vicino a
scoppiare. E noi intanto ci rafforziamo. Oggi ci sono tra noi molte famiglie
che possono mandare un ragazzo all'universita' a studiare letteratura e
storia, come ho fatto io, e prima chi avrebbe mai mandato un ragazzo in eta'
di lavorare a studiare poesia?"
"E se arriveremo ad un accordo, se usciremo di qui e voi avrete il
vostro governo? Come ti figuri un futuro Stato Palestinese?"
Tahar sorride tranquillo: "Ne' tu ne' io faremo a tempo a vederlo,
questo Stato Palestinese. E' un sogno, un'utopia: se I giordani non ci hanno
permesso di crearci un nostro governo, chi ce lo permettera', Shamir?
Sharon? E nemmeno Peres. E' inutile sprecare energia sognando. La vita e'
gia' abbastanza dura, qui, per noi, sempre con la paura che da un momento
all'altro ci cacciate dalla nostra terra. E questa e' l'unica differenza che
passa tra I vostri partiti, buoni o cattivi: quando si cacceranno I
palestinesi, subito o tra un po'? No, no, dobbiamo solo pensare a cose
reali, non a sogni". (.)
E voi dovete imparare a non romperci troppo.be', hai capito. Per
esempio, perche' I vostri soldati devono fermarmi cinque volte se vado a
comprarmi un sacco di farina nella strada principale di Hebron? Perche'
devono umiliarmi a una barriera davanti agli occhi dei miei bambini, che
devono vedere come I soldati ridono del babbo e lo fanno scendere per forza
dall'automobile? E' vero: siete obbligarvi a comportarvi da conquistatori,
perche' cosi' e' scritto nella storia. E allora va bene, dico io,
comportatevi da conquistatori, ma fatelo con un po' di gentilezza. Fateci
pressione, ma con garbo. Perche' a volte voi premete cosi' forte che noi
possiamo vedere bene quanta paura avete."
"Paura, noi? Spiegati!".
"Sappi che la vostra situazione non e' cosi' buona. Quando ritorno
dall'aver fatto visita a mio fratello ad Amman, e viene un soldato e mi dice
di spogliarmi e mi scruta dentro le mutande, io lo guardo negli occhi e
penso: yah Rab, Dio mio. Guarda quanto tutto il governo e tutto l'esercito
di Israele ha paura di te, Tahar. E allora penso che siete come un potente
re che se ne sta nel suo palazzo e si fa circondare da un mucchio di
guardie, e non dorme la notte perche' sa che ad ogni momento qualcuno puo'
andare a portargli via la corona. Voi stessi sentite dentro di essere fuori
posto. Volete essere dei grandi conquistatori come furono una volta I
Musulmani di Maometto, come I turchi, come Napoleone, e d'altra parte volete
essere democratici come gli inglesi e gli americani; e qualunque cosa
facciate, risulta sbagliata. Quando sto con un ebreo, sento come se tutt'e
due fossimo in prigione sotto il dominio israeliano".
Mentre Tahar parla, io penso che ancora oggi, dopo tanti anni e dopo
tutti I discorsi dei professori di arabo e di arabismo, e dopo gli scritti
di tutti I consulenti per le questioni arabe e di tutti gli esperti di
"mentalita' araba" - ancora oggi non sappiamo trattare loro con
ragionevolezza. E mi sembra che loro recepiscano, invece, noi, e molto
meglio. Forse perche' essi si trovano - nel modello metaforico dell'
occupazione - a un livello da cui possono guardarci dal di sotto, e cosi'
vedono come siamo per davvero, dietro la maschera della durezza. Vedono
tutta la nostra rigidezza, la nostra ottusita', la nostra brutalita'. Certo,
non e' un punto di vista del tutto perfetto, quello da cui ci guardano, ma
forse di la' possono vedere cose che noi ancora non possiamo indovinare.
Il censore
In una conversazione casuale con due intellettuali arabi - il poeta e
critico teatrale e letterario Mohammed Batrawi e lo scrittore Ali
el-Khalili - mi hanno parlato tutti e due della censura politica che
controlla la loro opera artistica.
Dice Batrawi: "Ogni parola che dico deve passare attraverso la
censura. Guai se scrivo "Jafa" e non "Yaffo" all'ebraica, o "Askalan" invece
di "Ashkelon". Invece di "Palestina" devo scrivere "il mio paese". A volte
scrivo una semplice poesia d'amore, e il dotto e illustre censore israeliano
e' convinto che sia un canto nazionalista palestinese. Percio' mi sforzo
sempre di scrivere nel modo piu' chiaro possibile affinche' non tagliuzzino
via versi e strofe con le forbici della censura. E' chiaro che la cosa
influisce sul livello artistico dello scritto. Devi sapere che nella West
Bank e' proibita la diffusione di piu' di duemila libri - per esempio I
poemi di arabi israeliani come Samih el-Kasem e Tewfiq Zayed".
E dice el-Khalili: "Se non vuoi che il tuo libro sia confiscato subito
appena apparso, devi assolutamente inviarlo al censore. E' una cosa che a me
sembra orribile, perche' un artista ha
bisogno di completa liberta'. Oggi, dopo vent'anni di lotte e di
proibizione della diffusione delle mie opere, scopro con mia grande sorpresa
che ho sviluppato dentro di me un piccolo censore israeliano che mi
controlla. D'un tratto mi si e' fatto chiaro che da un certo punto di vista
non sono piu' un uomo libero. Non credo che il censore ami il suo lavoro.
Dentro di se' certo si sente come un carnefice che tiene in mano la mannaia.
Le parole, si sa, sono esseri viventi, sono umane, e il suo compito e'
ghigliottinarle."
Sparare all'elefante
Ripenso ad un racconto di George Orwell, "Sparare all'elefante": un
ufficiale inglese, di servizio in Birmania, viene chiamato dalla folla
locale perche' uccida un gigantesco elefante imbizzarrito. Quando l'
ufficiale si avvicina - spinto dall'aspettativa della folla - all'elefante,
comprende per la prima volta di non essere indipendente: di non essere
libero, come era stato fino ad allora sicuro di essere, di decidere lui
stesso quale sarebbe stata la sorte dell'elefante.
"In quel momento", dice l'ufficiale coloniale del racconto di Orwell
"seppi che quando l'uomo bianco diventa un tiranno, e' la propria liberta'
che egli distrugge. Diviene come un manichino da vetrina vuoto di tutto,
perche' una delle condizioni che sono vitali alla continuazione del suo
dominio e' che egli possa impressionare gli 'indigeni'. e allora egli
s'impone una maschera, e la sua faccia diviene adatta a portare quella
maschera. Un sahib deve comportarsi da sahib. Il suo atteggiamento deve
essere energico. Deve sapere bene quello che ha intenzione di fare, deve
sapere che fara' queste e quelle certe cose. Andarmene cosi' verso l'
elefante, col fucile in mano e con duemila persone dietro di me, per poi
tornarmene indietro a lenti passi, senza aver fatto nulla - no, questo
sarebbe stato impossibile. La folla avrebbe riso di me, mentre tutta la vita
di un sahib in Oriente non e' che una lunga lotta contro il pericolo di
essere ridicolo".
L'uomo e' come una spiga
Nel campo profughi di Dehisha dodicimila essere umani vivono in un
sovraffollamento che quasi non ha il suo pari al mondo, e le case vi si
ammucchiano l'una sull'altra, e la casa di ogni famiglia si lascia spuntare
attorno brutte escrescenze di cemento armato. Presso ogni casa c'e' un
cortile. E I cortili sono piccoli, recintati di lamiera e molto puliti. In
ogni cortile c'e' una grande giara coperta da un telo e piena d'acqua di
sorgente. Ma ogni abitante di questo posto si fara' un dovere di dirti
subito che l'acqua della sorgente del suo paese natio era piu' buona. "Da
noi, a 'Ayn 'Ezrab, c'era un'acqua cosi' pura e sana che uno, gia'
agonizzante, ci si immerse dentro, ne bevve - e guari' subito", dice una
vecchia. Scopro - con un certo imbarazzo, devo confessarlo - che questa
donna mi ricorda mia nonna e le storie che mi raccontava sulla Polonia da
cui era stata sradicata. Le storie sul ruscello. Sulla frutta di laggiu'. Il
tempo ha inciso sulla faccia delle due donne la stessa missiva, fatta tutta
di saggezza e di ironia e di diffidenza verso tutti.
"Laggiu' avevamo un campo ed una vigna, ed ora, ora guarda che
giardino fiorito abbiamo qui". "Abbiamo fatto un giardino nelle latte". E mi
mostra lattine vuote di cetrioli sottaceto da cui vengono su piantine di
geranio stranamente rigogliose, quasi traessero la loro vitalita' da una
fonte di fecondita' lontana e primordiale. Una strana vita, sdoppiata e
dimezzata: tutti loro si trovano qui, ma sono anche laggiu', in quella che
oggi e' Israele. Ho chiesto ad un bambino di cinque anni: "Di dove sei?" e
mi ha risposto subito: "Di Jaffa". "Hai mai visto Jaffa?". "Io no, ma mio
nonno l'ha vista". Il padre del bambino, a quanto pare, e' nato gia' qui,
nel campo, ma il nonno era di Jaffa. "Ed e' bella, Jaffa?" "Si, ci sono
agrumeti e vigne ed il mare".
Piu' in basso, sul sentiero, incontro una ragazza seduta sul recinto
di cemento. "Di dove sei?" "Di Lod". Ha sedici anni. Sorridendo, mi decanta
la bellezza di Lod. Le sue case grandi come palazzi. "E in ogni stanza c'e'
un tappeto dipinto. E la terra li' e' splendida, e il cielo e' sempre
azzurro". "Ci sei andata a Lod?" "No, e per cosa, poi?" "Non sei curiosa di
vederla cosi' com'e' oggi?" "No, solo quando ci ritorneremo".
Cosi' mi hanno risposto anche gli altri. I palestinesi impiegano cosi'
un'antica tattica: si estraniano dal corso della storia. Si tappano gli
occhi per non vedere la dura realta', e chiudendo con forza le palpebre si
inventano la loro Terra Promessa. Intanto - sogno e inerzia.
"L'arma piu' potente che I palestinesi dei Territori occupati
hanno contro di noi", disse una volta un uomo molto saggio "e' il fatto che
loro non cambiano e non cambieranno". E davvero, quando uno cammina per le
strade di Dehisha sente come se questa cosa fosse stata qui interiorizzata
istintivamente, come se si fosse infiltrata nel midollo delle ossa della
gente di qui e si fosse fatta energia, una sfida: noi non muteremo. Non
cercheremo di migliorare le nostre condizioni di vita. Resteremo di fronte a
voi come una maledizione fusa nel cemento. Diventeremo un simbolo.
D'un tratto la vecchia rammenta: "Laggiu', al paese, cuocevamo
il pane nel taboun, nel forno di terra battuta, mischiata con paglia, messo
su nel cortile di casa. Qui no. Qui non abbiamo un gregge, non c'e' strame
secco con cui accendere il fuoco". Tace e si richiude in se' stessa, e le
dita brune e rugose fanno senza accorgersene movimenti come per impastare il
pane. Tutto si svolge non qui. Non ora. In un altro posto, in un glorioso
passato o in un sospirato futuro. E tutti, qui, si sono fatti sosia di
coloro che erano un tempo, si sono fatti loro pallidi riflessi; si sono
fatti custodi di un solo ed unico pegno reale: la capacita' di aspettare.
Quando un uomo e' esule dalla sua terra, comincia a pensare a
quella sua terra in forma di concetti simbolici, proprio come fanno quelli
che ricorrono alla pornografia. Rajiah Shehada, che e' uno scrittore e di
professione fa l'avvocato, confessa che lui stesso era stato, in giovinezza,
un pornografo dei panorami. Dei panorami di Jaffa e della pianura costiera,
di cui aveva sentito raccontare storie e leggende. Ancora oggi, quando
passeggia sulle colline presso Ramallah, gli capita di dimenticare per un
attimo se' stesso, e in quel momento puo' godere il contatto con la terra ed
il profumo del timo, puo' guardare un olivo - e allora si rende conto che
sta guardando un olivo, ed ecco che quell'olivo cambia d'aspetto e diventa
un simbolo. Il simbolo della lotta, il simbolo della perdita, "e, in quel
momento, l'olivo mi e' rapito", dice Shehada, "e al suo posto c'e' un vuoto
in cui confluiscono dolore e ira".
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