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GRANELLO DI SABBIA (n°143)
Bollettino elettronico settimanale di ATTAC
Martedì 20 dicembre 2005
______________________________

Vi preghiamo di diffondere il Granello nella maniera più ampia
possibile.
Numero di abbonati attuali: 7 067
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Indice degli argomenti

1) A Hong Kong abbiamo perso, è necessario un serio esame di coscienza
di Vittorio Agnoletto (europarlamentare della Sinistra unitaria europea)
Hong Kong, 18 dicembre 2005. Ha vinto l'egoismo del nord del mondo, delle
multinazionali statunitensi ed europee. Ma soprattutto abbiamo perso noi.

2) Il vertice dell'OMC ad Hong Kong
di Albert Richez, membro del Consiglio scientifico di Attac Francia.
Per comprendere l'importanza di questo vertice, analizziamo qui la storia e
la situazione attuale dell'OMC sotto tre aspetti: i principi direttivi della
politica dell'OMC, i settori principali nei quali quest'istituzione vuole
"avanzare", la posta in gioco della prossima conferenza interministeriale.

3) L'ultima vergogna della Wto
di Andrea Baranes
Anche l'ultima riunione ristretta, convocata per cercare di superare in
extremis le profonde divergenze tra i paesi membri della Wto, si è conclusa
con un nulla di fatto. Le posizioni appaiono ancora molto lontane, in primo
luogo in materia di agricoltura

4) Pessima e confusa la situazione sul negoziato Nama
Lo stato dei negoziati sull'accesso al mercato per i prodotti industriali è
"pessimo" e il quadro sta diventando sempre più confuso, secondo quanto
affermato dal presidente del comitato sul negoziato Nama, l'ambasciatore
islandese Stefan Johannesson.

5) Le nostre voci al vertice
Riportiamo l'appello per il lancio di un'iniziativa molto interessante da
parte del network internazionale "Our world is not for sale".


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1) A Hong Kong abbiamo perso, è necessario un serio esame di coscienza
__________________________________________________________

di Vittorio Agnoletto (europarlamentare della Sinistra unitaria europea)

Hong Kong, 18 dicembre 2005. Ha vinto l'egoismo del nord del mondo, delle
multinazionali statunitensi ed europee. Ma soprattutto abbiamo perso noi. I
sindacati che non sono riusciti a spiegare che le masse povere dei contadini
e dei lavoratori del sud del mondo non sono gli avversari degli agricoltori
e dei lavoratori europei; i nostri movimenti, poiché non abbiamo saputo
trasformare la forza accumulata nei Social Forum di Porto Alegre, di Mumbay,
di Firenze nella capacità di organizzare vertenze mondiali sui temi quali la
difesa dei beni comuni come l'acqua e la terra, l'accesso ai servizi
pubblici come diritti; hanno perso i partiti di sinistra che non hanno
saputo, ammesso che vi credano, spiegare ai propri elettori che il destino
del pianeta è uno solo e che se oggi è il sud del mondo a pagare il prezzo
più alto di questo modello di sviluppo, presto arriverà anche il nostro
turno.
Abbiamo sperato che il governo Lula in Brasile potesse essere una garanzia
per tutti i disperati della terra. Di fronte alle pressioni USA il Brasile
ha vacillato, il G20 (l'alleanza di alcuni PVS contro le politiche
liberiste) é rimasto poco più che un simulacro, e il Brasile apre alle
politiche liberiste lasciando al proprio destino i Paesi più poveri.
Si possono vincere tante elezioni in tanti Paesi ma é difficile che quelle
vittorie possano modificare realmente in profondità la vita della gente, con
e per la quale ci battiamo se veniamo sconfitti così duramente alla
conferenza del WTO.
Possiamo e dobbiamo continuare ad indicare con precisione i responsabili di
questo nuovo massacro sociale ma dobbiamo fare dentro di noi un profondo
esame di coscienza per quello che non siamo stati capaci di fare e di
spiegare.
Sarebbe già un passo avanti se questa consapevolezza fosse di casa nelle
stanze delle segreterie dei partiti di sinistra, in Europa e nel mondo.
Ma l'impressione é che nell'emisfero nord del Pianeta, soprattutto in
Europa, il liberismo abbia conquistato molto seguaci a sinistra, anche se
tanti non lo riconoscono ancora (ufficialmente).
Se la bozza di accordo presentata al vertice della WTO sarà approvata non é
retorica affermare che continueranno ad aumentare le distanze tra i più
ricchi e i più poveri e le condizioni di questi ultimi peggioreranno sempre
più.
Abbiamo perso quella che, in questi giorni, era diventata la principale
battaglia materiale e simbolica di tutti i PVS e dei movimenti di tutto il
mondo: il taglio in tempi brevissimi dei sussidi all'esportazione per i
prodotti agricoli e per il cotone.
Dietro questi freddi numeri ogni giorno si consuma una nuova pagina della
tragedia africana fatta di fame e povertà.
I PVS sono costretti ad aprire i loro mercati ai prodotti industriali del
nord, dovendo abbattere i loro dazi doganali: una competizione impari che
distruggerà ulteriormente quella poca industria fino ad ora sviluppatasi in
Africa e nelle regioni povere dell'Asia
Gli aiuti allo Sviluppo non sono confermati attraverso cifre precise e
nemmeno viene precisato se si tratta di aiuti veri o di prestiti: uno
specchietto per le allodole che si rivela in tutta la sua falsità.
Viene avviato il mercato dei servizi: educazione, servizi sociali e sanitari
saranno sempre meno diritti e sempre più merci disponibili per chi potrà
acquistarli. Anche l'acqua diventerà merce e nel prossimo futuro il suo
mercato farà concorrenza a quello del petrolio.


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2) Il vertice dell'OMC ad Hong Kong
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di Albert Richez, membro del Consiglio scientifico di Attac Francia.

L'OMC è l'istituzione internazionale che illustra al meglio il carattere
liberale delle attuali politiche commerciali. Un obiettivo prevale su tutti:
eliminare gli ostacoli al libero scambio, senza che nessun potere possa
opporsi. In questa logica il vertice di Hong Kong ha per oggetto di rendere
più efficaci le decisioni che saranno prese su quattro punti chiave in
materia di sviluppo, grazie a un coordinamento migliore delle politiche di
libero scambio.
Per comprendere l'importanza di questo vertice, analizziamo qui la storia e
la situazione attuale dell'OMC sotto tre aspetti: i principi direttivi della
politica dell'OMC, i settori principali nei quali quest'istituzione vuole
"avanzare", la posta in gioco della prossima conferenza interministeriale.

Principi direttivi
L'OMC è stata voluta dai paesi sviluppati e dalle società transnazionali di
questi paesi, principali interessate di tutti i negoziati
dell'Organizzazione. Essa sostituisce, dal 1° gennaio 1995, il GATT (General
Agreement on Tariffs and Trade), semplice accordo doganale che copriva
soltanto i prodotti industriali e non poteva arbitrare nessuna controversia.
Nell'aprile 1994 a Marrakech, i paesi ricchi trasformano il GATT in OMC
affinché la nuova istituzione possa trattare, oltre ai beni industriali, i
servizi, l'agricoltura e la proprietà intellettuale; ed instaurano l'Organo
di Conciliazione (ORD), tribunale dell'OMC, le cui decisioni autorizzano
l'applicazione di sanzioni d'ordine commerciale o finanziario. L'OMC apre le
sue porte nei vecchi locali della sede del GATT a Ginevra il 1° gennaio
1995. Oggi, circa 150 paesi sono membri dell'OMC, e ciò dà loro il "diritto
teorico" di partecipare ai negoziati ed alle decisioni secondo il principio
"un paese-una voce"; per molti paesi, tuttavia, la mancanza di mezzi per
garantire una permanenza politica e giuridica a Ginevra, impedisce la
necessaria continuità di presenza ai negoziati che si svolgono in modo
permanente. In effetti, a cosa serve l'OMC se non a soddisfare le esigenze
di espansione commerciale delle società transnazionali (il 2/3 del commercio
mondiale si svolge nell'ambito di una stessa transnazionale e tra
transnazionali)? Per raggiungere tale scopo, l'OMC si è dotata di principi e
norme conformi all'ideologia liberale. Per quanto riguarda i principi, il
mercato prevale su tutto; l'ambiente, la democrazia, le leggi sociali degli
stati ed anche la loro competenza nel legiferare rimangono tutte in secondo
piano rispetto all'obiettivo di un totale "lasciar fare - lasciar passare"
commerciale, cosa che permetterebbe alle transnazionali di ottenere maggiori
rendimenti con prodotti dal costo inferiore, grazie ai valori di
aggiustamento: salari bassi ed un ambiente completamente a disposizione dei
prelievi di materie prime necessarie alla produzione ed al mercato. i
servizi sarebbero forniti su base commerciale e tutto sarebbe brevettato,
compresa la vita!
 Per quanto riguarda la regolamentazione, applicata a tutti i livelli
decisionali, dal municipale al nazionale, tre norme inquadrano le pratiche
commerciali: innanzitutto "il principio della nazione più favorita" (oggi
rimessa in discussione dall'Unione europea, nel quadro dei negoziati del
AGCS, allo scopo di sbloccare i negoziati, settore per settore, per mezzo di
accordi multilaterali settoriali che coprono vaste zone economiche aperte,
ma esclusivamente alle esportazioni ed alle transnazionali dei paesi
provenienti da queste zone), secondo la quale il vantaggio accordato ad un
paese membro dell'OMC può essere richiesto di diritto da ogni altro paese
membro. La seconda norma riguarda "l'accesso al mercato": un'istanza
decisionale (Stato, Consiglio generale o regionale, Comune o collettività
territoriali, per esempio) non deve limitare né il numero dei fornitori né
l'importo degli investimenti o il volume delle transazioni. Infine, con "il
trattamento nazionale", gli stessi decisori si impegnano a trattare i
fornitori stranieri almeno come i fornitori nazionali.
Così, se si applicano queste tre norme al mercato dei servizi, si giunge
all'Accordo Generale sul Commercio dei Servizi (AGCS), il cui statuto figura
nell'allegato di quello dell'OMC. E, per i servizi pubblici, si arriva a
queste conseguenze: apertura del capitale al privato, messa in concorrenza
e, alla fine, privatizzazione. E' facile così l'influenza dell'OMC sulla
politica, che è asservita al libero scambio generalizzato!

Settori decisivi
Tre settori, strettamente legati a tutti i negoziati, appaiono decisivi per
permettere all'OMC di raggiungere a Hong Kong l'accordo globale sfuggitogli
nel 2003 a Cancun: l'agricoltura, l'accesso al mercato dei prodotti non
agricoli (abbreviato in NAMA) ed i servizi. Precisiamo che, secondo i
settori, gli stati hanno interessi divergenti e che diversi paesi hanno
costituito delle alleanze; così, per il solo settore agricolo, si contano 7
alleanze specifiche che associano, tra gli altri, o paesi ricchi esportatori
che aiutano i loro agricoltori con sovvenzioni o paesi poveri esportatori ma
che non possono introdursi sul mercato internazionale a causa dei loro costi
di produzione troppo elevati. E, nella contrattazione globale, è evidente
che una concessione in uno dei settori può facilitare la negoziazione in
altri.
Precisiamo dunque i punti sensibili delle trattative.
- Nel settore agricolo, il braccio di ferro è legato alle sovvenzioni agli
agricoltori ed alle barriere doganali che l'UE e gli USA non vogliono
ridurre. Queste danno loro un vantaggio decisivo sulle esportazioni e
limitano le loro importazioni, influendo molto negativamente sull'economia
di paesi agricoli con tecnologie meno avanzate e con costi di produzione
elevati e sui paesi a forte potenziale d'esportazione agricola ma senza
capacità di sovvenzionare.
- Il NAMA riguarda la riduzione delle tariffe doganali dei prodotti non
agricoli. A Cancun, la schiacciante maggioranza dei paesi del Sud aveva
rifiutato ogni discussione su quest'argomento; ma, nonostante
quest'opposizione massiccia, alcuni paesi, sviluppati o emergenti, hanno
continuato a negoziare a Ginevra e portano ora il dibattito su coefficienti
al ribasso di tariffe doganali variabili secondo la situazione di ciascun
paese. Ovviamente, i paesi in via di sviluppo che traggono benefici non
trascurabili da tariffe doganali elevate rimangono ostili a qualsiasi
evoluzione di questa clausola commerciale che tuttavia corrisponde ad uno
dei principi dell'OMC, "l'accesso al mercato".
- Infine, l'Accordo Generale sul Commercio dei Servizi (AGCS) ritorna in
forza sul tavolo dei negoziati di Hong Kong, con prospettive di più ampi
margini di trattativa. I paesi del Sud sono ora divisi tra stati che
continuano a rifiutare la liberalizzazione dei servizi ed altri che, come
l'India o le Filippine, non fanno più un'opposizione di principio ed
utilizzano a loro profitto il "Mode 4" di quest'accordo, che, in particolar
modo, rischia di internazionalizzare la clausola del "paese d'origine" della
direttiva Bolkestein; così viene facilitata "l'esportazione" dei loro
cittadini con "la rimozione di ostacoli alla concorrenza" sul mercato del
lavoro dei servizi! Ed è ovvio che gli USA e l'UE giocheranno con questa
divisione per raggiungere un accordo a Hong Kong! Allora perché, per
esempio, non favorire un "Mode 4" per ottenere più elasticità sui
coefficienti dei dazi doganali nel settore dei NAMA?
Quanto allo sviluppo, obiettivo dichiarato "della libera concorrenza", non
sarà mai trattato in modo specifico, poiché si presume che sia il risultato
della risoluzione positiva dell'insieme dei negoziati!

Posta in gioco
L'OMC non può permettersi un nuovo fallimento dopo quelli di Seattle nel
1999 e di Cancun nel 2003; e può contare su Pascal Lamy, nuovo Direttore
generale dell'OMC, che utilizzerà la sua esperienza e la sua forza di
negoziatore per raggiungere un accordo a Hong Kong. Lamy lo ha del resto
ricordato nel corso della riunione del Comitato dei Negoziati commerciali
(CNC) dell'OMC del 14 settembre, che presiedeva: occorre portare a totale il
contratto sottoscritto a Doha ed entro il termine previsto del 2006.
Creare divisioni e trovare argomentazioni costrittive fa parte degli
strumenti che Pascal Lamy sa utilizzare! Certamente, nonostante le enormi
pressioni esercitate dal Nord sul Sud nel corso delle molte riunioni
preparatorie al vertice di Hong Kong, la partita resta ancora aperta, ma la
posta in gioco, in termini di potere, è tale che un fallimento dell'OMC a
Hong Kong segnerebbe probabilmente il suo declino istituzionale. Allora, le
grandi trattative possono cominciare; così, il Brasile, che fa parte del
Gruppo dei 20 (G20) che aveva fortemente contribuito al fallimento di
Cancun, avrebbe già accettato di impegnarsi sulla AGCS se l'UE e gli USA
rispondessero alle richieste del G20 di eliminare le sovvenzioni agricole.
Ma su quale scadenza esatta UE ed USA si impegnano? Se, per esempio,
scaglionano la soppressione delle sovvenzioni agricole, questa misura
transitoria che non avrebbe alcun effetto immediato sull'economia dei paesi
del Sud, sarà sufficiente a ridurre la diffidenza, o l'ostilità, del Sud
riguardo al Nord?

Diffidenza ed ostilità che superano ampiamente le negoziazioni commerciali!
Poiché i paesi del Sud, che finora non sono stati affatto vincenti nel gioco
del libero scambio ma che non possono mettersi al di fuori del gioco degli
scambi commerciali dell'OMC se vogliono svilupparsi, sanno bene che la sfida
è più globale.
Hanno ben capito che oltre ai negoziati commerciali è della sovranità del
mondo che si tratta! Perché "aprire i loro mercati", vuol dire permettere a
coloro che hanno qualcosa da esportare di invaderli con i loro prodotti, a
scapito delle produzioni locali; essi sono la prova che, quotidianamente,
"coloro che hanno bisogno di più sono in realtà coloro che perdono di più"
(citazione di Carin Smaller, dell' "Institute for Agriculture and Trade
Policy"). Sanno anche che perderanno, dopo il controllo dei loro mercati, il
vantaggio politico dell'emancipazione derivata dalla decolonizzazione.
Perché "aumentare il libero scambio", è permettere alle transnazionali, che
controllano già economicamente e dunque politicamente i paesi del Nord, di
sviluppare sempre più la loro "forza d'urto" finanziaria su tutto il
pianeta. Così, grazie alle norme dell'OMC, che cercano di ridurre il potere
degli stati al solo controllo della propria sicurezza, daranno a queste
stesse multinazionali un potere sufficiente per eliminare la loro sovranità.

In conclusione, non è difficile percepire l'ampiezza della problematica che
si complicherà o si risolverà a Hong Kong.
Come cittadini informati, dobbiamo svelare la posta in gioco ed i rischi di
questo vertice decisivo nella partita di scacchi mondiale: no,
contrariamente al martellamento politico-mediatico al servizio delle
transnazionali, il libero scambio non è mai andato a vantaggio dell'insieme
dell'umanità ma di un cerchio ristretto di possidenti! La loro politica di
"prezzi bassi" e di distruzione degli ostacoli alla concorrenza mira ad
aumentare indefinitamente i loro rendimenti commerciali senza riguardi per
l'ambiente saccheggiato, per i salari e per un welfare sempre più ridotti.
Al gioco del libero scambio, ci sono dunque vincitori e perdenti: la rottura
sociale, lungi dall'attenuarsi, si accentua; la fattura ambientale si
appesantisce incommensurabilmente; quanto allo sviluppo, non è che una
chimera ed uno slogan menzognero, di cui abbiamo, ogni giorno, le smentite.

Il Mondo non è in vendita!
Allora, cittadine, cittadini, lasceremo morire il Mondo?

Traduzione Elena Francone


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3) L'ultima vergogna della Wto
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di Andrea Baranes

Anche l'ultima riunione ristretta, convocata per cercare di superare in
extremis le profonde divergenze tra i paesi membri della Wto, si è conclusa
con un nulla di fatto. Le posizioni appaiono ancora molto lontane, in primo
luogo in materia di agricoltura.
In questo negoziato l'Unione Europa è sotto accusa per le sue offerte,
giudicate insufficienti dal Brasile e da altri grandi paesi del Sud riuniti
nel G20, mentre nello stesso tempo, sul fronte interno, paesi come la
Francia accusano il Commissario Europeo Mandelson di avere già offerto
troppo.
Contemporaneamente la stessa Europa mantiene un atteggiamento estremamente
aggressivo nei negoziati NAMA e GATS, spingendo per una maggiore
liberalizzazione, rispettivamente delle tariffe sui prodotti industriali e
dei servizi.
Nuove modalità nel negoziato GATS
Nel GATS, in particolare, non è solo il contenuto delle richieste europee e
di alcuni altri paesi occidentali a preoccupare, ma in misura forse ancora
maggiore desta scalpore il metodo adottato per cercare di fare avanzare il
negoziato. Nei mesi scorsi l'UE ha proposto diversi documenti più o meno
ufficiali per superare la presunta immobilità e la scarsità di offerte di
liberalizzazione sui servizi della maggioranza degli altri paesi membri
della Wto, e dei paesi del Sud in particolare.
Secondo le ultime proposte, chiamate con il solito eufemismo "nuove modalità
negoziali", ogni paese membro sarebbe obbligato a fare un numero minimo di
offerte (aspetti quantitativi) e ad impegnarsi in ognuna per un livello
fissato di liberalizzazione (aspetti qualitativi). In pratica, contro la
tante volte sbandierata flessibilità dell'accordo GATS, ogni paese membro
della Wto sarebbe costretto ad aprire molti dei suoi servizi al libero
mercato, rinunciando a diverse tutele e leggi adottate nell'interesse dei
propri cittadini.
Gli interessi europei
Non a caso, nella sua proposta l'Unione europea insiste sulla necessità di
concentrarsi sulla modalità del GATS che riguarda la "presenza commerciale".
Questo aspetto del negoziato regola i diritti ed i doveri delle imprese che
vogliono investire in un altro paese membro della Wto, ossia gli
investimenti esteri nel settore dei servizi.
La posta in gioco è effettivamente enorme: oggi molti paesi del Sud
prevedono ad esempio che, in caso di investimenti esteri da parte di un
impresa, una parte dei profitti debba essere reinvestita nel paese stesso,
oppure che una certa parte della forza lavoro sia locale, oltre a tutta una
serie di normative redatte a tutela dello sviluppo e della sovranità locali.
La liberalizzazione degli investimenti permetterebbe di rimuovere questi
vincoli e garantirebbe alle multinazionali il diritto di agire in completa
autonomia.
Questo significa aumentare l'accesso ai mercati del Sud per i prodotti delle
imprese occidentali, ma soprattutto la possibilità per queste imprese di
delocalizzare la propria produzione, investendo liberamente nei paesi con le
minori tutele ambientali e sociali e senza vincoli di sorta, in modo da
ridurre i costi di produzione. Questo metodo ha già oggi innescato una corsa
verso la competitività a livello globale, che si traduce in una corsa verso
il fondo per quanto riguarda i diritti umani, sociali, dei lavoratori e la
tutela dell'ambiente.
Il nuovo metodo del consenso
Nei giorni scorsi la Sessione Speciale del Consiglio sul Commercio nei
Servizi della Wto, guidato dal messicano Fernando de Mateo, ha provato a
stendere una prima bozza di quello che dovrebbe essere il testo sull'accordo
GATS da presentare ad Hong Kong. Le proposte avanzate dall'UE e da pochi
altri paesi in merito alle "nuove modalità negoziali" erano presenti nella
prima bozza del testo, malgrado l'opposizione di molti paesi del Sud. Queste
proposte non figuravano nemmeno tra parentesi quadre, come vengono
solitamente presentate, in tutte le bozze della Wto, quelle parti di testo
ancora da discutere e sulle quali non c'è accordo.
Ricordiamo che nella Wto vige, in linea teorica, il metodo del consenso, in
base al quale una proposta non può essere approvata se non c'è il consenso
esplicito di tutti i paesi membri. Al contrario, le proposte avanzate da
alcuni paesi del Sud circa la possibilità di implementare misure di
salvaguardia su alcuni servizi essenziali per esentarli dalle ferree regole
del GATS (Emergency Safeguard Mechanism) figuravano ovviamente tra parentesi
quadre.
Di fronte alle proteste dei delegati del Sud, il Presidente Mateo ha
dichiarato che non avrebbe modificato le parti non in parentesi quadre, e
quindi definitive, a meno che non ci fosse il consenso di tutti i paesi
membri. Si tratta dell'ultima, incredibile trovata della Wto: il metodo del
consenso, che era sempre stato un vanto della presunta democrazia della Wto,
viene completamente ribaltato, nel senso che le proposte di pochi paesi
vengono considerate definitive a meno di un accordo di tutti i paesi membri
della Wto - inclusa la stessa Unione Europea che ha avanzato la proposta -
nel rimuoverle.
Viene da domandarsi in quale altro luogo, dai parlamenti alle riunioni di
condominio, può avvenire che una proposta di un singolo membro sia
considerata come approvata nel momento stesso in cui è avanzata, a meno che
non siano tutti d'accordo per bocciarla - a partire da chi ha avanzato la
proposta stessa!
Il tutto per tutto ad un mese da Hong Kong
In questa situazione, non stupisce che molti paesi del Sud siano sempre più
esasperati e critici sulla possibilità di ottenere un qualche accordo
favorevole ad Hong Kong. Il problema di fondo diventa ancora una volta
quello dei rapporti di forza tra i diversi paesi, con il rischio concreto
che i più deboli debbano nuovamente accettare degli accordi assolutamente
sbilanciati e sfavorevoli nella speranza di elemosinare qualche briciola.
Ad un mese dalla Conferenza Ministeriale, l'approccio ai negoziati sembra
ridursi a pochissimi temi che ruotano intorno all'idea di accesso al
mercato. La Wto sta mostrando in questi giorni quanto sia vuota la retorica
e la demagogia di un round negoziale chiamato quattro anni fa "Agenda per lo
Sviluppo".
I giganti occidentali e le nuove potenze del Sud si stanno giocando il tutto
per tutto nel tentativo di portare a casa qualcosa dall'incontro cinese. I
tempi stringono e le divergenze sono ancora molto ampie. Per questo anche le
briciole per i paesi più poveri rimangono fuori dai negoziati. Non si parla
praticamente più della possibilità di concedere un trattamento speciale e
differenziato ai paesi più poveri - richiesta che questi ultimi avanzano
inutilmente da dieci anni; non si parla più dell'emergenza cotone, che vede
milioni di piccoli contadini in Africa Occidentale strangolati dagli enormi
sussidi all'export degli Usa; non si è mai parlato della necessità di
bilanciare il ruolo e le competenze della Wto rispetto a quello delle
Agenzie specializzate dell'ONU che si occupano di ambiente, di diritti dei
lavoratori o di sviluppo.
L'obiettivo unico ad Hong Kong è quello di garantire un ulteriore accesso al
mercato in tutti i settori per le imprese multinazionali, e di fissare
definitivamente il predominio del libero commercio sui diritti dei popoli e
sull'ambiente.
Se questa è la direzione verso cui si stanno muovendo la Wto ed il commercio
internazionale, forse una crisi profonda che porti a ripensare l'intero
sistema sarebbe più che salutare. Ad Hong Kong è necessario invertire la
rotta. Per questo sono sempre di più le organizzazioni di tutto il mondo che
si sono date appuntamento in Cina a dicembre, riprendendo lo slogan che ha
caratterizzato l'ultima conferenza Ministeriale di Cancun nel settembre
2003: nessun accordo è meglio di un pessimo accordo.

Fonte: Tradewatch, 14 novembre 2005


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4) Pessima e confusa la situazione sul negoziato Nama
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Lo stato dei negoziati sull'accesso al mercato per i prodotti industriali è
"pessimo" e il quadro sta diventando sempre più confuso, secondo quanto
affermato dal presidente del comitato sul negoziato Nama, l'ambasciatore
islandese Stefan Johannesson. La dichiarazione è seguita al meeting
informale svoltosi l'8 novembre scorso, al quale sono seguiti alcuni
incontri bilaterali tra l'ambasciatore e i vari Stati Membri. Johanesson, in
base a quanto riportato da alcuni negoziatori presenti a Ginevra, ha
manifestato la sua impressione molto negativa sulla situazione complessiva
del negoziato Nama. "Non siamo in gran forma, e il quadro negoziale sta
diventando sempre più confuso", ha dichiarato il presidente islandese.
"Stiamo giungendo - ha proseguito - alla fine della partita, e ciò non è per
niente incoraggiante. Ho molti dubbi su quanto possa arrivare lontano il
negoziato a Ginevra. Infatti, credo ci sia un disperato bisogno di input
politici".
Con riferimento ad un possibile testo di accordo per Hong Kong, Johannesson
ha detto che non stenderà nessuna bozza fino a che non vi saranno delle
convergenze tra i vari paesi. Ha proseguito affermando che si tratta, in
questo caso, di un vero metodo dal basso verso l'alto. Gli Stati Membri
devono dare al presidente del comitato negoziale materiale sul quale
lavorare, cioè proposte su cui ci siano delle convergenze, "altrimenti il
negoziato è destinato a fallire".
In merito alle consultazioni condotte sul tema dei prodotti coinvolti nel
negoziato (alcuni, come il pesce e i suoi prodotti derivati, sono
classificati come beni agricoli), non vi è stato nessun progresso. Inoltre,
ha evidenziato il presidente islandese, i paesi membri vincolano
l'avanzamento del negoziato con i risultati prodotti sugli altri capitoli
negoziali come, ad esempio, l'agricoltura.
Un altro incontro informale del comitato sul Nama è programmato per venerdì
prossimo.
Durante il meeting dello scorso 8 novembre sono state avanzate due proposte
significative da parte dei paesi in via di sviluppo. La prima, sponsorizzata
da 11 paesi (Argentina, Venezuela, Brasile, Cina, Egitto, India, Indonesia,
Namibia, Pakistan, Filippine e Sud Africa) chiede la flessibilità per i
paesi in via di sviluppo (Pvs). Essi sottolineano come il paragrafo 8 sulle
flessibilità debba essere trattato in maniera autonoma e non utilizzato come
compromesso per altri aspetti del negoziato come, ad esempio, la formula per
la riduzione tariffaria. Inoltre, si riafferma il diritto a proporre
incrementi sui numeri percentuali posti tra parentesi, che sono stabiliti su
livelli troppo bassi.
La seconda proposta, avanzata da 22 paesi, che rappresentano le economie più
piccole e vulnerabili (quelle, cioè, con una quota delle esportazioni
mondiali al di sotto dello 0.1%), prevede l'esenzione di questi stati dalla
formula del taglio delle tariffe, ma accorda una riduzione delle loro
singole linee tariffarie del 10-15%. La proposta aggiunge inoltre che le
economie più piccole e vulnerabili "credono fermamente che solamente una
riduzione delle tariffe compatibile con la loro capacità di sostenere le
riforme commerciali rappresenti la modalità più efficace per assolvere al
mandato di Doha. In questo contesto, le piccole economie continueranno ad
avere accesso alle flessibilità così come previste nel paragrafo 8
dell'accordo del luglio 2004.".
Spiegando la ragione delle loro proposta, il documento sostiene che le
economie più piccole e vulnerabili rimangono pienamente impegnate
all'interno del processo di liberalizzazione, ma "il passo e il livello
della riduzione tariffaria deve loro garantire la capacità di conciliare
l'apertura con i loro bisogni e interessi specifici". "Le tariffe svolgono
funzioni molteplici nei paesi con economie deboli e vulnerabili, le più
importanti sono quelle di garantire la vitalità delle industrie nazionali,
incoraggiare lo sviluppo della capacità industriale in nuovi settori e
generare risorse fiscali per il governo. Inoltre, le piccole economie
rappresentano una quota insignificante , compreso le esportazioni dei
prodotti industriali, del commercio globale e riceverebbero quindi pochi
benefici dall'accordo Nama".
Un allegato ala proposta in questione contiene una tabella che mostra che la
quota mondiale delle esportazioni di merci detenuta dai questi paesi è
calata rispetto alla decade passata. "Effettivamente, la vulnerabilità delle
piccole economie è determinata dagli effetti aggregati di una combinazione
di varie caratteristiche e problemi, tra i quali, in aggiunta ad una
insignificante partecipazione al sistema multilaterale, ci sono una minima o
addirittura assente diversificazione delle esportazioni, una bassa
competitività, una dipendenza da pochi mercati, l'apertura economica e gli
alti costi di aggiustamento"."Date l'importanza delle tariffe come strumento
politico e l'assenza della capacità di ripresa che prevale nelle loro
economie, questi paesi credono che una semplice formula svizzera, come
attualmente si sta discutendo nel gruppo negoziale, determinerebbe un
irragionevole fardello per i paesi in via di sviluppo nella loro situazione
attuale. Perciò, un'alternativa all'approccio sulla riduzione delle tariffe,
così come il ricorso ad una adeguata flessibilità, sono entrambe inadeguate
per assicurare un risultato nel Nama compatibile con gli obiettivi di
sviluppo delle piccole economie"."Le flessibilità contenute nel paragrafo 8
sono di portata molto limitata per le piccole economie, poiché la maggior
parte di queste hanno già limitato al 100%, o vicino al 100%, le loro linee
tariffarie. Inoltre, le soglie e le condizionalità contenute all'interno del
paragrafo limitano ulteriormente la sua utilità".
Il documento si conclude affermando che i paesi membri dovrebbero
riconoscere l'impegno delle piccole economie per vincolare le loro linee
tariffarie e per questo non dovrebbero essere penalizzate attraverso
modalità incapaci di soddisfare i loro bisogni specifici.

Fonte: THird World Network, 16 novembre 2005


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5) Le nostre voci al vertice
__________________________________________________________

Dal 13 al 18 di Dicembre 2005 la sesta conferenza ministeriale del WTO avrà
luogo a Hong Kong. Con il progredire dei negoziati, in particolare nelle
aree dell'agricoltura (AoA), dei servizi e del NAMA, siamo spaventati dal
consolidamento di un'ingiusta economia mondiale. La disuguaglianza tra
ricchi e poveri continua ad aumentare all'interno, come tra i paesi.
Protesteremo in tutto il mondo contro l'ingiustizia. Sia nei paesi del Sud
del mondo, dove gli effetti degli accordi hanno le ricadute più dirette, sia
nei paesi industrializzati, in cui aumentano la povertà, la privazione dei
diritti e lo sviluppo disuguale, anche se la maggior parte dei profitti
circola in questi luoghi.
Con la campagna "Le Nostre Voci a Hong Kong" vogliamo rendere chiaro che
queste proteste fanno parte di una lotta sociale. Indipendentemente da dove
veniamo o da cosa facciamo: non vogliamo più accettare un ordine economico
globale ingiusto. La Wto sanziona lo sfruttamento delle persone e della
natura, per assicurare i profitti delle imprese transnazionali e delle
elite.
Lottiamo per un'economia mondiale basata sulla solidarietà tra esseri umani
e sulla vita in armonia con l'ambiente.
Insieme vogliamo dimostrare che rifiutiamo i negoziati del WTO e le
strategie brutali con cui i governi spingono questi verso gli interessi
delle imprese multinazionali. Hong Kong è lontana - troppo lontana per
protestare qui sulle strade. Ma non siamo meno determinati a far sentire le
nostre voci a Hong Kong.
Nessun accordo nella Wto- fermare la Ministeriale di Hong Kong!
Questo è il motivo per cui, con l'avvicinarsi della Conferenza Ministeriale,
stiamo raccogliendo foto e dichiarazioni da parte di quelle e persone che
sostengono la protesta contro la Wto. Queste foto, in numero crescente,
creeranno un quadro emergente della protesta: Un mondo contro la Wto e la
richiesta: "Fermate la Wto/Omc!" (in Inglese, Francese e Cinese!). Questo
mosaico di foto renderà la nostra protesta visibile a Hong Kong sotto forma
di un largo banner.
Vogliamo collegare questa campagna a tutto il mondo e raccogliere
dichiarazioni da tutti i posti di protesta. Per questo chiediamo agli
attivisti, ai gruppi e alle organizzazioni di tutto il mondo di supportare
questa idea e spedire le loro foto al sito della campagna. Proponiamo che il
banner possa essere portato sulle strade di Hong Kong dai membri del OWINFS.
Se volessi prendere parte a questa campagna, basta spedire un'e-mail
all'indirizzo [EMAIL PROTECTED] o chiamarci al numero +49 (0)30 28094207).
Maggiori informazioni e supporto tecnico su come mandare le foto possono
essere trovate all'indirizzo www.stop-wto.org .
Fermamo l'agenda per le multinazionali a Hong Kong.

Fonte: OWINFS: Our World Is Not For Sale,14 novembre 2005
www.tradewatch.org


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