come molte e
molti di voi saprete il film Paradise Now del regista palestinese Hani Abu
Assad è candidato agli Oscar (Vedi recensione del film sotto).
Purtroppo in
questi giorni, diversi gruppi di pressione anti-palestinesi, stanno chiedendo
sia di far ritirare il film dalla candidatura agli Oscar, sia di
eliminare, se la prima richiesta non fosse possibile, la referenza relativa
allo stato di provenienza, ovvero Palestina. Sta quindi circolando una petizione,
che vi invito a firmare per sostenere la candidatura del film e il nome
Palestina, per quanto riguarda la referenza
paese.
Pare che
oltre 28.000 firme siano state già raccolte per sostenere
invece il ritiro della candidatura e l'eliminazione del riferimento del paese
di origine.
Di seguito
troverete i link per firmare la petizione a sostegno del film e l'articolo in
inglese relativo alla notizia. Vi unisco, qui sotto, inoltre la recensione che
avevo scritto sul film, appena era uscito.
Un
abbraccio,
Luisa
Morgantini
PARADISE
NOW
di Luisa
Morgantini
Paradise Now è un vero
film, intenso, pieno di comprensione e
compassione, non giudica anche se la sua scelta è chiara, non
dà soluzioni, esprime contraddizioni, dice della profondità dei
personaggi ma paga lo scotto della (forse) necessità di
colloqui a volte didascalici.
E' la storia di due giovani amici d'infanzia palestinesi,
nati in un campo profughi di Nablus, nel nord della Palestina, nei
territori occupati nel 1967 dall'esercito israeliano, che vengono scelti per
compiere un attentato suicida in Israele.
Il
regista Hani Abu Assad, palestinese, vive ad Amsterdamm , ha girato il
film a Nablus e a Nazareth città abitata da palestinesi in
Israele, con estreme difficoltà : a Nablus, là i soldati gli erano
sempre addosso. In una sua intervista ci dice: "il mio non è un
film politico, io faccio cinema e racconto delle storie, in questo caso quella
di due giovani che decidono di sacrificare le loro vite per la causa
palestinese. Anche la mia presenza agli Oscar è un modo per rappresentare
la causa, perché la Palestina resta una causa visto che non è ancora una
nazione riconosciuta a livello internazionale".
Per
me, che frequento regolarmente, a partire dal 1986, la Palestina e
Israele è stata una emozione continua. Dall'inizio alla
fine, dalla vista del check point di Huwara, situato poco prima
dell'entrata nella città di Nablus e del campo profughi di Balata,
fino alla vista della città di Tel Aviv, con i suoi
grattacieli e le donne in bikini sul lungomare, così in contrasto con le
immagini di Nablus, dove le strade della città vecchia sono strette e si
intrecciano con i cortili e le case di pietra mentre le strade
principali pullulano di automobili e di persone che cercano di raggiunge i
banchetti pieni di frutta e verdura e si cammina tra le case bombardate e
la vecchia prigione di Nablus, completamente distrutta nelle prime incursioni
israeliane, dopo l'inizio della seconda Intifada.
Al
check point di Huwara sono stata ferma ore ed ore per tentare di entrare
a Nablus ed ho visto le scene più terribili, decine e decine di giovani spinti
brutalmente dai soldati, picchiati e lasciati per ore sotto il sole ad
aspettare che i soldati effettuassero il controllo delle loro carte di
identità o il permesso per entrare o lasciare Nablus, vecchi
e ammalati costretti a passare a piedi ed a volte ricacciati indietro
malgrado i certificati medici e gli evidenti segni di infermità .
Questo non si vede nel film, ma lo spettatore forse lo può immaginare.
Non c'è violenza fisica in questo film, non si vedono i corpi dei feriti o dei
morti, l'occupazione è negli sguardi, nelle vite, nella quotidianità ,
nei colpi di mortaio vicino ai check point e nelle persone che si chinano
e camminano su sentieri accidentati perché la strada principale,
un'altra, è chiusa dai massi di cemento e dai soldati.
Nel
film, il check point, quello vero, è prima visto da lontano e poi
artificiosamente ricreato nella scena successiva per far passare la
protagonista del film, Suha, figlia di un eroe della resistenza
palestinese assassinato dal Mossad. Suha ha vissuto in Francia e poi in
Marocco, la sua pronuncia araba non ha l'accento palestinese, come molte/i
palestinesi della diaspora, che hanno potuto tornare nei territori occupati
dopo l'accordo di Oslo. Suha viene a riprendere la sua vecchia auto
nell'officina meccanica dove due giovani, Said e Khaled, lavorano. Tra
Suha e Said c'è coinvolgimento, lo si vede dai gesti e dalle loro
conversazioni impacciate. Il padrone Abu Salim stima Said ma detesta Khaled e
lo licenzia dopo che il giovane - irritato da un cliente che voleva a
tutti i costi parlare con il padrone insistendo che il parabrezza dell'auto
pendeva a sinistra - con una spranga rompe il parabrezza. I due ragazzi
passano il resto della giornata su uno dei lati delle montagne che
circondano Nablus, che si stende sotto di loro con i palazzi costruiti senza
piano regolatore, a fumare Narghila ed a bere un thè ormai freddo
portato da un ragazzino con il quale Khaled fa un gioco di sguardi esilaranti.
Parlano, Khaled pensa di trovare un nuovo lavoro, fa battute sulla
simpatia di Suha per Said, hanno silenzi, ascoltano musica e poi tornano
verso le loro case, ed è là che trovano i due dirigenti, si suppone
di Hamas, che gli dicono che la loro richiesta è esaudita,
è arrivato il momento del loro grande gesto: compiere un attentato
suicida in Israele. Vedendoli non si sarebbe detto che fossero dei fanatici
del Corano, il loro fare riferimento continuamente a Dio, "se Dio lo vuole",
"grazie a Dio", "che Dio ti benedica" sembrano in tutto il film più degli
intercalari che una fede vera e propria. Eppure sono disposti a compiere
questo gesto crudele verso sé stessi e verso gli altri, per il "volere
di Dio", ma le loro motivazioni sono la rabbia, l'umiliazione, il sentirsi
vivere, anzi morire, in una prigione sotto un occupazione militare che dura da
più di 38 anni. E' l'umiliazione che ha subito il padre di Khaled
rimasto zoppo da una gamba dopo che i soldati israeliani gli avevano chiesto
quale preferiva che gli rompessero, quella destra o quella sinistra, e il
padre aveva risposto la sinistra, mentre il figlio dice che
all'umiliazione avrebbe preferito perderle tutte e due. E' anche l'umiliazione
di Said il cui padre è stato ucciso nella prima Intifadah, quando
lui aveva dieci anni, perché era un collaborazionista e questo gli viene
ricordato ogni giorno dai vicini, dalle persone che sanno e tutti sanno. Suha
non lo sa invece, lei che è figlia di un eroe e alla quale vengono per
questo perdonate o concesse cose che forse ad altri non sarebbe permesso.
Said e Khaled passano la loro ultima notte con la famiglia I due
dirigenti - quello che resta con Said, Jamal, è un professore
(confesso, l'ho odiato) - rimangono a dormire da loro, accolti con la
solita cortesia per gli ospiti, malgrado forse le famiglie intuissero
qualcosa, con il pretesto che le strade erano state chiuse dai
soldati israeliani. Said trova una scusa per il giorno dopo:
andrà a lavorare in Israele, la madre chiede come ha fatto ad
avere il permesso, lui dice che glielo ha fatto avere Jamal. E la madre
ringrazia. Cenano insieme, una cena povera, insalata di pomodori e cetrioli e
un piatto di full, fave bollite, il dirigente fa i complimenti alla madre,
donna di poche parole e piena di affetto per i figli, il piccolino è
intelligente e molto impertinente. Said sembra attraversato dai dubbi,
non riesce a dormire e alle quattro del mattino va a riportare la chiave della
macchina a Suha, cerca di metterla sotto la porta ma lei gli apre e
lo invita ad entrare. Suha chiede che cosa fa nel tempo libero, se legge, se
va al cinema. Ma il cinema a Nablus non c'è più , e l'unica volta che lui
ha visto un cinema, il "Rivoli" è stato quando si è unito agli altri per
protestare contro il divieto ai palestinesi di lavorare in Israele e lo hanno
incendiato. Ma perché incendiare il cinema, insiste
Suha, senza ricevere una risposta. Al mattino partono, la madre di
Khaled prepara i pani che riempie di hummos, cetrioli e pomodoro, in una
mette il formaggio salato e lo za'atar. Dettagli di una
quotidianità fatta di miseria e dignità , dettagli che hanno
storia, come quando si vedono due ragazzini che stanno per lanciare un
aquilone con i colori della bandiera palestinese. Quante volte nella prima
Intifada alle cinque di sera ho visto dal campo di Balata e da tutta Nablus
centinaia di aquiloni con i colori della bandiera palestinese che si
stagliavano nel cielo ed immediatamente i soldati correvano dai ragazzini che
li avevano lanciati per picchiarli, sparare, lanciare gas lacrimogeni,
disperderli o arrestarli.
Per
Khaled e Said inizia la cerimonia, vengono rasati e i capelli tagliati, si
vestono di un abito festivo, quello che si usa ai matrimoni, gli vengono messe
le cinture esplosive che non potranno essere tolte se non da chi le ha messe,
crudeltà nella crudeltà , viene il capo a salutarli. Devono
registrare il video della loro azione. Ma la telecamera non funziona, Khaled
deve ripetere il proclama e quando vede i due dirigenti mangiare la pita
preparata dalla madre si interrompe e si rivolge alla madre per dirle di
andare a comperare il filtro per l'acqua in un negozio dove costa meno.
Partono, devono attraversare la barriera dei reticolati, è tutto
organizzato, carte d'identità, un israeliano li accompagnerà a Tel Aviv,
è pagato, probabilmente non sa che vanno a fare i kamikaze, ma vive facendosi
pagare bene dai palestinesi che hanno bisogno di andare in Israele. Qualcosa
però va storto: sulla strada c'è una jeep di
soldati. Ritornano indietro ma Said si perde e gli altri temendo di
essere scoperti lasciano il rifugio e dubitano che Said li abbia traditi,
ma Khaled insiste, non è un traditore e lo va a cercare, lo stesso fa
Said che prima di tornare a Nablus, cerca di compiere la sua missione, c'è una
fermata di autobus, sono coloni, c'è anche una bambina, arriva
l'autobus, Said non sale, ritorna al rifugio e lo trova vuoto. Gira
impazzito, dalla madre di Khaled, da sua madre senza farsi vedere, va
all'officina e rivede Suha che ha sempre la macchina rotta, Said gliela
sistema ma mentre richiude il cofano il suo orologio rimane
schiacciato, lei insiste per andarlo ad aggiustare, vanno insieme anche a
ritirare una foto che Said si era fatto fare, sei troppo serio gli
dice Suha. Nella tv del negozio sta andando un video di un
attentatore suicida, lei chiede se sono in vendita, si anche quelle della
confessione dei collaborazionisti, che vanno molto. Lui la trascina via
e in auto le dice che suo padre era un collaborazionista ed
era stato ucciso. Si danno un lieve bacio e lui se ne va. Quando arriva a casa
Khaled la sta aspettando. E' vestito come Said. Lei gli
salta addosso perché, perché, non dovete farlo. Khaled pensa che Said
sia andato sulla tomba del padre, corrono a
cercarlo.
iI tragitto è uno dei momenti più intensi e drammatici,
Suha - e qui il regista prende posizione - cerca di convincerlo che
ci sono altre strade per combattere, che quella militare o degli attacchi
suicidi sono sbagliate, che danno strumento ad Israele per mantenere
l'occupazione militare, che non è morale. Khaled sostiene che loro
non hanno niente, che quello di usare il loro corpo è l'unico modo per
rispondere all'occupazione e all'oppressione. No. è solo vendetta dice Suha.
Said è disteso sulla tomba, tra i due sono botte, si ritrovano
al rifugio dai dirigenti. Jamal insiste con Khaled che deve
decidere da solo se vuole continuare l'azione, ma lui vuole prima parlare
con Said che viene interrogato dal capo per verificare se è idoneo
o no. Supera la prova, è determinato, racconta del padre, della sua vita nel
campo profughi, degli israeliani che usano la debolezza per
rendere alcuni palestinesi collaborazionisti, assolve il padre. Dice che
non ha trovato altra strada che quella di fare il "sacrificio" perché
sotto l'occupazione sono già morti. Ripartono, questa volta senza
intoppi, arrivano a Tel Aviv e mentre si incamminano Khaled si ferma, dice a
Said che non devono farlo, che ha parlato con Suha e lei ha ragione, si può
lottare in un altro modo. Richiama l'israeliano per farsi portare indietro.
Said conferma. Quando l'auto arriva, Said fa
entrare Khaled poi chiude la portiera e intima di partire, la macchina si
allontana. Khaled piange. Said è seduto su un autobus, ci sono
soldati ma anche civili, gli occhi di Said sono sempre fissi....
E
qui forse c'è una debolezza da parte del regista, gli attacchi in Israele sono
stati fatti anche in luoghi dove vi erano soli civili, la vendetta distrugge
tutti.
E'
un film non facile. Sarà contestato, certamente da parte degli
israeliani non pacifisti, alcune recensioni apparse in Francia parlano
di pura propaganda, ovviamente esprimendo un sacco di pregiudizi
oltre che menzogne, ma non saranno i soli, ci sarà il rifiuto anche da
parte di molti palestinesi. I due ragazzi non sono visti come eroi, la
loro azione il risultato di una condizione, che rende estreme le
risposte, sono visti nella loro umanità , con le loro sofferenze,
rabbie, desideri, non mostri. Questo rende il film grande. E ad una donna, a
Suha , è affidata la ricerca di un strada che non è quella
militare, a lei è affidata nel film l'umanità che trovo in
Palestina, è lei che riscatta il dolore delle madri e la resistenza dei
milioni di palestinesi che non si fanno distruggere dall'umiliazione, dalla
povertà , dall'occupazione ma continuano a vivere o a sopravvivere
con dignità e a sperare ancora che la Comunità Internazionale
faccia applicare il diritto, il diritto di avere uno Stato che coesista in
pace e sicurezza con lo Israele.
Un
film coraggioso, grazie Hani.
Luisa
Morgantini