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GRANELLO DI SABBIA (n°149)
Bollettino elettronico settimanale di ATTAC
Venerdì 24 marzo 2006
______________________________
Vi preghiamo di diffondere il Granello nella maniera più ampia possibile.
Numero di abbonati attuali: 7 506
____________________________________________________________
Indice degli argomenti
1) Forum Alternativo per la Difesa dell’Acqua
Dichiarazione congiunta dei movimenti in difesa dell'acqua
Dal 14 al 19 marzo, noi, esseri umani con una visione integrale della
vita, attivisti di movimenti sociali, ONG e reti che lottano in tutto il
mondo per la difesa dell'acqua, del territorio e dei beni comuni,
abbiamo condiviso idee, preoccupazioni, lotte e proposte. Allo stesso
tempo ci siamo resi conto di come le esperienze di lotta hanno cambiato
la realtà frenando il processo di privatizzazione dell'acqua.
2) Dichiarazione finale del forum italiano dei movimenti per l'acqua
SIAMO donne e uomini impegnati in comitati territoriali e in
associazioni che lottano contro la mercificazione e la privatizzazione
dell'acqua. Siamo impegnati in decine di vertenze nei territori per
affermare la necessità di un governo dell'acqua che sia pubblico,
sostenibile, partecipativo e legato al bacino idrografico; che ne
garantisca il pieno accesso universale e la conservazione in quanto bene
comune e diritto umano inalienabile.
3) La febbre del coltan
di Marina Rini
Il coltan è una specie di sabbia nera radioattiva e preziosissima. È il
nuovo business della Repubblica democratica del Congo. Senza, non
esisterebbero telefonini, aerei e PlayStation2
4) Morire ad alta velocità
di Marco Cedolin
Mentre i vertici della politica e della grande imprenditoria nostrana si
affannano nel perseguire il progetto TAV, gettando nel calderone
dell'alta velocità un fiume di denaro senza fine, la disastrosa
situazione delle ferrovie italiane ormai prossime al collasso continua
ad aggravarsi e ad esigere l'ennesimo tributo in termini di vite umane.
1) Forum Alternativo per la Difesa dell’Acqua
Dichiarazione congiunta dei movimenti in difesa dell'acqua
Dal 14 al 19 marzo, noi, esseri umani con una visione integrale della
vita, attivisti di movimenti sociali, ONG e reti che lottano in tutto il
mondo per la difesa dell'acqua, del territorio e dei beni comuni,
abbiamo condiviso idee, preoccupazioni, lotte e proposte. Allo stesso
tempo ci siamo resi conto di come le esperienze di lotta hanno cambiato
la realtà frenando il processo di privatizzazione dell'acqua. Non siamo
piu' in fase difensiva, ora siamo capaci di promuovere proposte concrete
che sono già in cammino in ogni parte del mondo.
A partire dallo spirito di Caracas, che ha riunito moltissime
organizzazioni del mondo intorno alla difesa dell'acqua, ora nella
nostra storia e nei nostri cuori portiamo le lotte de La Parota, La
Laguna, Xoxocotla, Acuitlapilco e di molti altri territori del Messico e
del pianeta. L'impegno e l'umanità di tutti coloro che hanno organizzato
questo Forum sono già un successo per la costruzione del nostro movimento.
Per tutto questo ed in continuità con i precedenti incontri tenutisi
durante i Forum Sociali Mondiali, noi movimenti che lottiamo per il
diritto all'acqua all'interno di una visione ecosistemica ed integrale e
contro la sua mercificazione in tutti i settori (domestico, agricolo ed
industriale) confluiamo in una piattaforma di azione comune, a partire
dai problemi di ogni singolo territorio ed in funzione di una strategia
globale.
CONSIDERANDO CHE
L'acqua, in tutte le sue forme, è un bene comune e l'accesso ad essa é
un diritto fondamentale ed inalienabile; l'acqua è patrimonio delle
comunità, dei popoli e dell'umanitá, elemento costitutivo della vita del
nostro pianeta. L'acqua non é merce, per questo ci opponiamo a tutte le
forme di privatizzazione, compresa le partnerships pubblico-privato, che
hanno dimostrato il loro totale fallimento in tutto il pianeta.
La gestione ed il controllo devono rimanere nell'ambito pubblico,
sociale, comunitario, partecipativo, con equitá e senza fine di lucro. É
obbligo di tutte le istituzioni pubbliche locali, nazionali ed
internazionali garantire queste condizioni, dalla pianificazione del
processo al controllo finale.
Bisogna garantire la solidarietà tra le generazioni presenti e future,
per questo respingiamo questo modello sviluppista, neoliberista e
consumista che promuove lo sfruttamento intensivo della Madre Natura.
Sono necessarie una gestione sostenibile degli ecosistemi e la
preservazione del ciclo dell'acqua mediante la pianificazione
territoriale e la conservazione degli ambienti naturali. I bacini idrici
sono unità di base integrali per la gestione pubblica, fattore di
identità ed unione comunitaria, luogo dove si realizza la partecipazione
cittadina e dei popoli. La difesa dell'acqua implica il recupero degli
ecosistemi, dalle fonti di captazione alla depurazione delle acque reflue.
Per tutte queste ragioni ribadiamo la nostra ferma opposizione a tutti i
"Global Water Forum" in quanto ambiti escludenti ed antidemocratici dove
agiscono le grandi imprese multinazionli, le istituzioni finanziarie
internazionali (Banca Mondiale, BID, BEI, etc.) e le grandi potenze
mondiali. Per questo non legittimiamo tali organismi che ignorano le
richieste e le esigenze reali dei popoli e che continuano a cercare
nuove forme di mercificazione dell'acqua, ignorando gli altissimi costi
umani, sociali ed ambientali di questo modello neoliberista.
CI APPELLIAMO
A tutte le organizzazioni, movimenti sociali, governi e parlamenti
affinchè includano questi principi all'interno dei contesti giuridici
locali, nazionali ed internazionali;
A tutte le cittadine e ai cittadini del pianeta affinchè si promuovano
azioni congiunte per unirci, organizzarci e concretizzare le nostre
proposte di cambiamento per un Movimento Mondiale dell'Acqua.
ESIGIAMO
L'espulsione dell'OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio), e di ogni
accordo internazionale di libero commercio e investimento, sia
bilaterali che multilaterali, dall'acqua;
L'abolizione del CIADI (Corte Internazionale per la risoluzione delle
controversie relative agli investimenti), alla luce dell'esperienza di
Cochabamba e di altri popoli che vogliono recuperare la sovranità sui
loro Beni Comuni e la loro gestione pubblica;
Recuperare e promuovere la gestione pubblica, sociale, comunitaria,
partecipativa e integrale dell'acqua;
Che ogni essere umano abbia accesso e diritto all'acqua, di buona
qualitá ed in quantitá sufficiente per l'igiene e l'alimentazione, e che
nei luoghi dove esiste il servizio idrico di acqua potabile si fornisca
gratuitamente una quantità minima, indipendentemente dalla condizione
culturale, religiosa, sociale, geografica, economica e di genere. Per
questo respingiamo qualsiasi tipo di doppio standard. Nessuna impresa,
governo o istituzione internazionale può interrompere per morosità il
servizio idrico per consumo domestico;
Le aziende e le industrie responsabili dell'inquinamento devono riparare
ai danni ambientali, economici ed umani che hanno causato.
RIFIUTIAMO
In quanto illegittime tutte le denunce per i mancati guadagni e le
richieste d'indennizzazione da parte di multinazionali e corporations;
Qualsiasi finanziamento delle Istituzioni Finaziarie Internazionali
(IFIS) subordinato alla liberalizzazione e alla privatizzazione dei
servizi idrici;
Tutte quelle legislazioni nazionali e regionali che aprono la porta al
processo di privatizzazione e mercificazione dell'acqua;
Il modello insostenibile e predatorio dell'acqua come il suo
imbottigliamento, la realizzazione di megaprogetti, dighe, costruzione
di porti o lo sfruttamento minerario
PROPONIAMO
Di promuovere l'organizzazione di reti tra enti di gestione pubblica e
di qualità dell'acqua, che funzionino su basi democratiche, attraverso
lo scambio di esperienze e condividendo conoscenze tecniche, formazione
e schemi e proposte di finanziamento, per il consolidamento di un
modello pubblico, sociale, comunitario e partecipativo;
Di promuove l'educazione e l'organizzazione comunitaria su uso e consumo
responsabile e sostenibile dell'acqua;
Diffondere le esperienze di costituzione di fondi di solidarietà per
finanziare modelli di gestione pubblica, partecipativa, comunitaria e
sociale dell'acqua;
La creazione di osservatori sia internazionali che regionali che siano
punto di incontro di organizzazioni sociali, movimenti e reti di
cooperazione internazionale per monitorare ed esercitare il controllo
sociale dell'attività delle multinazionali e delle IFIs che coinvolga
anche i parlamenti, i governi locali e le istituzioni democratiche;
Di rafforzare i tribunali internazionali esistenti e promuovere la loro
formazione nelle diverse regioni del mondo.
CI IMPEGNAMO
A sviluppare un piano di azione mondiale che continui questo processo di
costruzione di reti e di mobilitazioni intorno all'acqua;
A sostenere a partire dalle lotte locali una piattaforma a livello
mondiale che sulla base della solidarietà ci unisca e ci rafforzi;
A valorizzare i contributi che vengono dalle donne, dai giovani, dai
popoli originari, dagli indigeni e tutte le persone, inserendo la difesa
dei loro diritti nella costruzione di modelli che dimostrino che
un'altra gestione dell'acqua è possibile;
A continuare questo processo arricchendolo con tutti i contributi
possibili nei prossimi incontri che i nostri movimenti sosterranno nel
mondo, dall'incontro "Encuentro enlazando alternativas Uniòn Europea -
America Latina" in maggio a Vienna, la riunione della Comunità
Sudamericana delle Nazioni in Bolivia a settembre e la Assemblea dei
Cittadini per l'Acqua a dicembre.
In questo contesto il Movimento Mondiale dell'Acqua si impegna a
realizzare tre azioni congiunte:
- Un'attività globale, comune e simultanea tra settembre ed ottobre 2006
- Assumere come slogan comune in tutte le attività "il diritto all'acqua
è possibile: gestione pubblica e partecipativa
- Diffondere al ritorno nei nostri territori questa dichiarazione
attraverso conferenze stampa, come consegna del Movimento Mondiale
dell'Acqua
Città del Messico, 19 marzo 2006
2) Dichiarazione finale del forum italiano dei movimenti per l'acqua
SIAMO donne e uomini impegnati in comitati territoriali e in
associazioni che lottano contro la mercificazione e la privatizzazione
dell'acqua. Siamo impegnati in decine di vertenze nei territori per
affermare la necessità di un governo dell'acqua che sia pubblico,
sostenibile, partecipativo e legato al bacino idrografico; che ne
garantisca il pieno accesso universale e la conservazione in quanto bene
comune e diritto umano inalienabile.
CI RICONOSCIAMO nei valori, nelle proposte e nelle pratiche dei
movimenti contro la globalizzazione neoliberista e per altri mondi
possibili, che, attraverso i Forum mondiali e continentali e le
mobilitazioni sociali, contrastano la pervasività del mercato globale,
dei poteri finanziari, delle multinazionali e dei governi che le sostengono.
ASSUMIAMO la solidarietà fra generazioni presenti e future come
interesse generale primario; di conseguenza, rifiutiamo i modelli
consumisti e sviluppisti e ci impegnamo a promuovere gli usi produttivi
del bene acqua che siano socialmente sostenibili.
CI RICONOSCIAMO nel lavoro prodotto nei Forum di Bamako e di Caracas dai
movimenti sociali internazionali che si battono per l'acqua bene comune.
ASSUMIAMO gli obiettivi e le proposte della dichiarazione di Caracas.
CI SIAMO INCONTRATI in questo primo Forum Italiano dei Movimenti per
l'Acqua dopo un percorso partecipato, scandito da cinque incontri
nazionali e da decine di iniziative locali. In questi giorni, ci siamo
confrontati fra realtà ed esperienze diverse, abbiamo approfondito le
ragioni delle nostre lotte, abbiamo condiviso riflessioni e proposte,
iniziative e campagne. Vogliamo proseguire il nostro percorso, vogliamo
allargarlo a quanti non siamo ancora riusciti a coinvolgere. Vogliamo
orientarlo all'azione concreta.
CONSIDERIAMO centrali le vertenze territoriali, il radicamento locale
dei movimenti che lottano per l'acqua pubblica, comprese le battaglie
che si oppongono alla truffa delle acque minerali. Ci impegnamo a
valorizzare queste differenti esperienze, aumentando i contatti
reciproci, la socializzazione delle conoscenze e le capacità di
mobilitazione. Sosteniamo, come esempio di forte legame tra i movimenti
contadini e i movimenti sociali, la battaglia per la ripubblicizzazione
dell'acqua della Sila, in Calabria.
CI IMPEGNAMO a promuovere la costituzione di un Tavolo di Lavoro per
costruire un progetto di OSSERVATORIO NAZIONALE SULL'ACQUA, come
strumento delle lotte, delle mobilitazioni e delle proposte dei
movimenti per l'acqua.
VOGLIAMO far diventare l'acqua una vertenza nazionale, attraverso una
pluralità di iniziative e di campagne. Consideriamo prioritario
l'obiettivo di contrastare la scadenza legislativa del 31 dicembre 2006
(art. 113 D. Lgs. 267/00), che obbliga alla gara gli ATO che non hanno
ancora affidato la gestione del servizio idrico integrato. Chiediamo
l'abrogazione della Legge Obiettivo sulle grandi opere e della Legge
Delega Ambientale.
CONSIDERIAMO prioritaria la necessità di cambiare radicalmente la
vigente normativa sull'acqua. In tale direzione, vogliamo
collettivamente promuovere una LEGGE D'INDIRIZZO che riassuma l'intero
ciclo dell'acqua e lo collochi nell'orizzonte del governo pubblico e
partecipativo dell'acqua, indisponibile alle leggi del mercato.
Vogliamo che sia una LEGGE D'INIZIATIVA POPOLARE, come strumento di
partecipazione dei territori e di sensibilizzazione diffusa.
In questa direzione, ci impegnamo a
a) promuovere la costituzione di un Tavolo di Lavoro partecipato,
scientificamente competente ed aperto ad associazioni, comitati, forze
sindacali e politiche che condividono il nostro percorso, per produrre
entro luglio 2006 il testo della legge d'indirizzo per il governo
pubblico e partecipativo dell'acqua;
b) lanciare, a partire da settembre 2006, la campagna di raccolta
firme in tutto il Paese.
Ci siamo incontrati, riconosciuti e reciprocamente arricchiti.
Parteciperemo e porteremo il contributo di questa nostra esperienza ai
prossimi appuntamenti internazionali (controvertice di Città del Messico
marzo 2006; Fse di Atene maggio 2006; controvertice di Vienna maggio 2006).
Ora torniamo nei nostri territori con aumentata consapevolezza e
fiducia. Altri mondi sono possibili, un nuovo governo pubblico e
partecipativo dell'acqua è in cammino e si avvicina.
Roma, 10-12 marzo 2006
3) La febbre del coltan
di Marina Rini
KINSHASA. Martin Nkibatereza si alza, raccoglie la sua sabbia nera e la
mette in un sacchetto di plastica. Sono almeno due ore che scava e
spezza le rocce con il piccone sotto il sole cocente. Si asciuga il
sudore della fronte con uno straccio lercio e lurido e si ripara
all'ombra di un mango per consumare il suo pasto frugale: farina di
manioca stemperata nell'acqua. Ciononostante l'uomo è contento. Sa che
la sua fatica sarà ricompensata da un buon gruzzolo di dollari. Ha però
un po' di paura. La zona è piena di ribelli che ogni tanto, specie
quando sono ubriachi, attaccano sparando all'impazzata, senza un
obiettivo preciso. Così, per seminare terrore tra i civili. Tutt'intorno
ci sono uomini armati che guardano e controllano. L'area da proteggere è
strategicamente importante, qui dalle miniere a cielo aperto si estrae
il coltan, il minerale più ricercato del momento. Al calar del sole
centinaia di uomini come Martin escono dalle buche scavate nel terreno e
dalle lunghe trincee che tagliano le colline, trasportando con fatica i
loro sacchi di plastica. Siamo nella giungla tropicale della Repubblica
democratica del Congo, nella parte orientale del Paese, dove dall'agosto
1998 infuria la guerriglia. Da una parte ci sono i ribelli e i loro
alleati, soldati ugandesi e ruandesi che occupano il territorio
congolese, dall'altra le milizie hutu che sostengono il governo di
Kinshasa. In palio ci sono le immense ricchezze del sottosuolo: oro,
diamanti, rame e ora anche il coltan, un minerale raro che contiene
tantalio e niobio (che un tempo di chiamava colombite). Per sfruttare le
miniere ci si sono messi in tanti: sudafricani, americani inglesi e ora
anche i russi e i kazaki, che fanno la parte del leone.
FINO A QUALCHE TEMPO FA NESSUNO LO VOLEVA.
Due volte alla settimana un uomo chiamato Pierre arriva in miniera e
compra i sacchetti di sabbia nera a dieci dollari ciascuno. Nessuno di
quelli che lo scavano sa perché quell'uomo sia così interessato ad
acquistare fango. "Il coltan? Nessuno sa cosa cos'è", risponde Martin
asciugandosi il sudore, "è utile?". "Il coltan", spiega il vecchio
gestore delle miniere del Congo quando ancora si chiamava Zaire, "veniva
sfruttato anche prima della Seconda guerra mondiale, ma è diventato
strategico solo da qualche anno. Prima valeva pochissimo e nessuno
voleva estrarlo. Spaccare le pietre sotto il sole non è un lavoro
piacevole. Ora è richiestissimo dall'industria ultratecnologica e le
concessioni si sono moltiplicate". A cosa serve il coltan? A vederlo
così non somiglia a niente. Solo fango di sabbia nera con qualche debole
scintilla di luce, come se fosse quarzo. Se gli si avvicina una calamita
si attacca. In realtà il coltan è un minerale dall'importanza economica
e strategica immensa. In particolare, spiegano gli esperti, serve a
ottimizzare il consumo della corrente elettrica nei chip di nuovissima
generazione. Nei telefonini, per esempio, o nelle telecamere o nei
computer portatili dove il problema più difficile da risolvere è quello
della durata delle batterie. I condensatori al tantalio permettono un
risparmio energetico e quindi una maggiore versatilità dell'apparecchio.
Questa la spiegazione ufficiale. Ma parlando con i commercianti che
esportano il coltan viene fuori un'altra strana verità. Il coltan è
radioattivo e contiene anche un bel po' di uranio. Non è forse che
questo faccia gola più della tantalite? Il commerciante che regala una
bustina di polvere di coltan a Butembo, nella parte nordorientale del
Congo, quella per intendersi controllata dagli ugandesi, consiglia
vivamente: "Non la tenga in tasca, per carità! La radioattività potrebbe
danneggiare i suoi organi genitali". Oltre a essere l'ingrediente
fondamentale nella costruzione dei nostri telefoni cellulari, il coltan
è usato nell'industria aerospaziale per fabbricare i motori dei jet,
oltre agli air bag, ai visori notturni, alle fibre ottiche. L'anno
scorso quando in tutto il mondo occidentale la gente impazziva perché
nei negozi la PlayStation 2 era introvabile, si era diffusa la voce che
la vera ragione fosse la carenza sul mercato della sabbia nera che ogni
giorno Martin Nkibatereza e i suoi colleghi estraggono dalle miniere
nella foresta africana. Per alcuni mesi la guerra ha impedito il lavoro
nelle miniere e il coltan non ha potuto raggiungere le sedi della
sofisticata industria hi-tech. Il prezioso minerale è naturalmente anche
la causa della guerra che sta devastando il Paese. I proventi della
vendita del minerale servono infatti a pagare i soldati e ad acquistare
nuove armi.
MORTI DI FATICA PER SFAMARE L'ESERCITO.
Il Congo orientale è la più grossa riserva al mondo di coltan, e in meno
di due anni il valore del minerale è cresciuto a dismisura. Fino alla
settimana scorsa i ribelli che controllano l'area hanno rivendicato il
monopolio sulle esportazioni. "Siamo in guerra", argomenta Bizima
Karaha, uno dei leader dell'Rcd, "dobbiamo mantenere i soldati e tutta
la logistica a loro necessaria". "La realtà è che la popolazione lavora
fino allo sfinimento fisico nelle miniere unicamente per sfamare
l'esercito che ha trovato nel prezioso minerale un'inesauribile fonte di
arricchimento", risponde Erik Kennes un economista belga che sta
studiando le implicazioni economiche e politiche del "miracolo coltan".
Prima della guerra il Kivu, la regione orientale del Congo, era un'area
molto fertile e aveva la reputazione di essere il granaio del Paese.
Riforniva di carne e verdure Kinshasa, la capitale distante 1.600
chilometri. Con l'occupazione ribelle il canale commerciale è stato
definitivamente interrotto e la gente ha cominciato a chiudere tutte le
attività, comprese quelle agricole e pastorali. Da febbraio a dicembre
2000 interi villaggi - si calcola oltre 10 mila persone - sono stati
trasferiti nella zona dei giacimenti del coltan. L'organizzazione
svizzera World Conservation Union ha lanciato un grido di allarme
chiedendo alla comunità internazionale di boicottare il commercio del
minerale. Secondo gli ambientalisti elvetici le miniere a cielo aperto
congolesi stanno danneggiando l'ecosistema di due riserve naturali
considerate universalmente protette dalla convenzione dell'Unesco World
Heritage.
VITTIME TRA LE POPOLAZIONI INDIGENE.
Nei parchi nazionali di Kahuzi-Biega e Okapi si sono riversate migliaia
di persone che stanno alterando l'equilibrio ecologico della foresta
abbattendo alberi e uccidendo gli animali per nutrirsi. La febbre di
questo nuovo oro nero ha già provocato un numero alto e imprecisato di
vittime tra la popolazione indigena della tribù Mbuti, oltre
all'uccisione di numerosi elefanti e alcune specie di gorilla. Quando
alla Borsa di Londra il prezzo del minerale si è moltiplicato per dieci
raggiungendo un picco di 400 dollari al chilo, i guerriglieri del
ribelle Rassemblement Congolais pour la Democratie (Rcd), che governa la
parte del Congo occupato dalle truppe ruandesi, ha persino ordinato di
sospendere l'estrazione dell'oro per cercare il coltan. "Con la vendita
dei diamanti riusciamo più o meno a guadagnare 200 mila dollari al
mese", dichiara Adolphe Onusumba, presidente della fazione ribelle che
controlla anche la regione diamantifera di Kisangani, "con il coltan
arriviamo a guadagnare oltre un milione di dollari al mese". I soldi
servono a pagare la logistica militare, il carburante degli automezzi e
degli aerei, il cibo ai 40 mila soldati attestati su un fronte lungo
1.600 chilometri e, naturalmente, le armi. "In realtà solo una piccola
parte di sabbia nera ha un certo valore", afferma Bernard, uno dei 19
comptoir, cioè compratori al dettaglio del Kivu, subito dopo aver chiuso
il suo telefono portatile con cui stava parlando a un uomo d'affari
tedesco, "una volta acquistati, i sacchetti vanno analizzati e
ripuliti". Da qualche mese Bernard ha la tendenza a frenare gli
acquisti. È una resistenza passiva, spiega, mostrando le carte che
rivelano affari per poche migliaia di dollari. Il malcontento ha
investito tutti i compratori locali del minerale da quando l'Rcd,
fiutando il business, ha deciso di serrare le briglie e di imporre il
monopolio sulle vendite all'estero. I commercianti locali dichiaravano
di aver comprato 40 tonnellate al mese e su quelle pagavano le tasse
mentre i dirigenti ribelli addetti alle finanze sapevano che ne
rivendevano oltre 140 tonnellate in nero. Inoltre mentivano anche sul
prezzo: sulla carta dichiaravano otto dollari al chilo, in realtà ne
guadagnavano da 30 a 80, secondo la qualità. Dallo scorso novembre tutti
i comptoir si sono visti annullare le loro licenze commerciali e sono
stati obbligati a rivendere il coltan a una nuova società creata per
l'occasione, la Société minière des Grands Lacs (Somigl), di cui il
Rassemblement congolese detiene il 75 per cento del capitale. La Somigl
versa nelle casse del gruppo di occupazione ribelle dieci dollari per
ciascun chilo esportato. Nelle prime due settimane di attività la
società ha già esportato più di 30 tonnellate di coltan, per un ricavo
di 550 mila dollari, cifre da capogiro. La ragione ufficiale
dell'istituzione di un regime di monopolio è quella di "combattere le
frodi", controllando l'esportazione. Invece, secondo i comptoirs, i
ribelli ruandesi intendono solo riempire le loro casse di denaro.
NIENTE DI NUOVO IN CONGO.
Dall'inizio della guerra, nel 1998, tutti i belligeranti stranieri -
compresi Zimbabwe, Angola e Namibia, amici del governo di Kinshasa - si
sono buttati sulle enormi ricchezze del Congo. "È tornato il Congo di
Leopoldo II. Chiunque può venire e prendere la sua parte", ironizza un
prete cattolico di Goma. In effetti, prima dell'ordinanza sul monopolio
delle esportazioni, i soldi gestiti dai compratori locali circolavano
tra la popolazione. Oggi il milione di dollari mensile guadagnato
nell'esportazione del coltan rimane solo a disposizione dei leader
dell'Rcd. La rabbia dei commercianti è diventata ancora più forte quando
i leader dell'Rcd hanno affidato la gestione e la direzione della Somigl
a una donna ricca dal passato oscuro e la reputazione solforosa: Aziza
Gulamali Kulsum, una meticcia araba e burundese di etnia hutu.
Proprietaria di una fabbrica di sigarette a Bukavu, al confine con il
Ruanda, la donna dirige anche la propria attività di comptoir con una
catena di negozi che acquistano la preziosa sabbia nera direttamente dai
minatori. Per anni Aziza è stata la principale finanziatrice della
ribellione hutu in Burundi che dispone di basi segrete anche in Congo.
La donna ha costruito un impero fondato su un gigantesco contrabbando di
sigarette, oro, avorio, diamanti, armi, e ora anche di coltan. "Quando
il prezzo del coltan è salito alle stelle", racconta il presidente
dell'Rcd, "stavamo cercando una figura che potesse aiutarci a fare dei
soldi e gestire il monopolio per il commercio del minerale. Abbiamo
pensato subito a madame Gulamali perché conosce ogni canale legale e
illegale di questo Paese. E poi da quando collabora con noi ha smesso di
vendere le armi agli hutu". Dopo l'allontanamento della ribellione hutu
dal Congo orientale, grazie all'occupazione dell'esercito tutsi
ruandese, mascherato da ribellione interna, pare che la donna abbia
deciso di prendere le distanze dai suoi vecchi amici ed entrare in
affari con i nuovi leader venuti da Kigali.
CARNEFICI E VITTIME D'ACCORDO IN NOME DEL COLTAN.
Tuttavia i bene informati rivelano che la società di Aziza, la Shelimed,
compra la sabbia nera da chiunque, anche dalle miniere controllate dagli
attuali nemici dei suoi soci e dalle milizie hutu ruandesi che hanno
bisogno di denaro contante per comprare i kalashnikov. Gli autori e le
vittime del genocidio ruandese sembrano così aver inventato un modello
di esistenza basato sul commercio. La leggendaria madame si interessa
personalmente a tutto. È lei che controlla la merce e si assicura che la
sabbia nera sia imbarcata a bordo di aerei protetti dalle squadre
speciali dell'esercito ruandese, per essere esportato a Kigali. Nelle
zone controllate dagli ugandesi, invece, il monopolio non è mai
esistito. A Butembo, per esempio, operano sei grossi compratori
stranieri, ufficialmente in concorrenza tra loro. Lo strano, però è che
operano in sordina, discretamente. La visita in uno di questi uffici se
da un lato lascia insoddisfatti, dall'altra sorprende. Gli impiegati
stranieri, a parte un ugandese, sono tutti ex sovietici: russi o kazaki,
forse, i quali non vogliono rivelare la loro identità. "Meglio che non
le diciamo i nostri cognomi. Io sono Alexiei, lui è Misha. Niente di
più. Viviamo in Sudafrica da anni e ora siamo qui solo per seguire il
business del coltan". Ma chi lo compra? Solo alla fine di una
conversazione che dura più di un'oretta si riesce a strappare a denti
stretti: "Il Kazakistan". Informazioni riservate in possesso delle
Nazioni Unite rivelano che in Kazakistan è diretta la maggior parte del
coltan estratto da queste parti e che a organizzare il traffico sia
addirittura la figlia del presidente kazako, Nursultan Nazarbaev,
attraverso società di comodo e partner belgi. Particolare inquietante,
la figlia di Nazarbaev è sposata con Vassili Mette, direttore generale
della Ulba, la società kazaka che si occupa dell'estrazione e della
raffinazione dell'uranio e che possiede uno degli impianti più grandi
del mondo. Naturalmente non sarebbero estranei al traffico i familiari
dei presidente ugandese Yoweri Museveni, e in particolare il fratello
Salim Saleh, noto per avere lo zampino in qualunque affare poco pulito
che coinvolga il suo Paese.
UN'INCHIESTA DELL'ONU.
Il traffico illegale di materie prime del Congo è diventato talmente
drammatico che il Consiglio di sicurezza dell'Onu ha istituito una
commissione di inchiesta che sta attualmente indagando sullo
sfruttamento illegale delle risorse congolesi, tra cui il coltan, e del
collegamento con il conflitto in corso. Un primo rapporto degli esperti
delle Nazioni Unite è appena stato pubblicato rivelando che "le attività
commerciali dei Paesi stranieri "invitati" da Kinshasa e "non invitati"
presenti in Congo oltrepassano la qualifica di "sfruttamento illegale",
ma sono diventate un vero e proprio "saccheggio sistematico" delle
ricchezze del ricchissimo Paese. I destinatari finali sono, per ordine
di importanza, i seguenti Paesi: Stati Uniti, Germania, Belgio e
Kazakistan". Lo sfruttamento delle materie prime è una partita di poker
che si gioca fra più fazioni su un campo in rovina. Ma fino a quando? A
Bruxelles all'Istituto di studi internazionali sulla tantalite, frenano
gli entusiasmi sulla frenesia attuale che circonda il miracoloso
minerale. La crescita favolosa del prezzo del coltan nel 2000 è stata
eccezionale, ma la tendenza attuale è un po' al ribasso. L'Africa deve
fare i conti con la concorrenza dell'Australia e del Brasile, che stanno
scoprendo giacimenti di colombite-tantalite. Difficile dire se la febbre
del coltan rimarrà solo un miraggio. È certo però che la strana sabbia
nera è un anello indispensabile della catena lucrativa che è alla base
della cosiddetta new economy, e l'industria hi-tech continuerà a
finanziare la più grande e sanguinosa guerra africana. Per il momento,
senza sapere il perché, i contadini nella foresta congolese continuano a
riempire i loro sacchetti di sabbia.
da: http://www.mondodisotto.it/congo
4) Morire ad alta velocità
di Marco Cedolin
Mentre i vertici della politica e della grande imprenditoria nostrana si
affannano nel perseguire il progetto TAV, gettando nel calderone
dell'alta velocità un fiume di denaro senza fine, la disastrosa
situazione delle ferrovie italiane ormai prossime al collasso continua
ad aggravarsi e ad esigere l'ennesimo tributo in termini di vite umane.
Martedì 14 Marzo, intorno alle 21, nei pressi di Garbagnate milanese è
avvenuto l'ultimo incidente ferroviario, facente parte di una lunga
serie di tragedie che non possono attribuirsi alla fatalità, ma sono da
imputarsi alla presenza di due ferali elementi di rischio, quali
l'arretratezza dei sistemi di sicurezza ed il taglio indiscriminato del
personale ferroviario.
Giuseppe Girola, macchinista di 41 anni di Turate è morto e 15 persone
sono rimaste ferite durante lo spaventoso schianto frontale fra il
convoglio Malpensa Express ed il Milano - Saronno.
L'incidente non si è tramutato in una strage solo grazie all'esiguo
numero di passeggeri presenti sui due convogli (nel primo vagone del
Milano - Saronno era presente solo il povero Girola) e alla circostanza
fortuita che le carrozze deragliate non sono entrate in collisione con
le case che sorgono a poca distanza dalla ferrovia.
I pendolari lombardi ed i sindacati hanno messo in evidenza come il
convoglio locale avesse superato il mezzo secolo di età e fosse pertanto
privo dei moderni sistemi di sicurezza. Un treno sicuramente più adatto
all'esposizione in museo che non a correre pericolosamente sulle rotaie.
Sono state aperte tre inchieste, la prima da parte della Procura di
Milano, la seconda dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e
la terza interna alle Ferrovie Nord di Milano.
La linea non è stata operativa per tutta la giornata di mercoledì al
fine di consentire le operazioni di sgombero.
Il continuato taglio di personale messo in atto negli ultimi anni,
unitamente all'assoluta mancanza di mezzi e finanziamenti adeguati
nell'ambito del comparto ferroviario, stanno producendo una situazione
di estrema criticità.
I pendolari (che rappresentano la stragrande maggioranza degli utenti
delle ferrovie) stanno sperimentando ogni genere di disservizio, al
punto da rendere i loro spostamenti giornalieri simili ad una vera e
propria odissea. Ogni giorno vengono soppressi tra 200 e 300 treni,
poiché manca il personale che dovrebbe guidarli, oppure mancano
fisicamente le carrozze o le motrici.
Il materiale rotabile è vecchio ed in cattivo stato di conservazione e
mancano i finanziamenti per rinnovarlo. Mancano i sistemi di sicurezza
indispensabili per evitare tragedie come quelle di Garbagnate e la
maggior parte delle linee italiane (11.300 km su 16.000) sono prive del
Sistema Controllo Marcia Treno (SCMT) indispensabile per garantire la
sicurezza. Manca la manutenzione sui locomotori e sulle linee
ferroviarie e sembra mancare ogni volontà di porre rimedio ad una
situazione che va degenerando ogni giorno di più.
Mentre si progettano costosissimi tunnel di oltre 50 km. che dovrebbero
attraversare le Alpi, per trasportare merci e passeggeri di fantasia che
non trovano riscontro nella realtà, si dimentica che il primo dovere di
qualunque governo dovrebbe consistere nel fare funzionare in maniera
efficiente le linee ferroviarie esistenti, deputate a trasportare in
tutta sicurezza milioni di passeggeri reali che da anni chiedono solo un
poco di attenzione e rispetto.
Proprio in virtù di questa palese contraddizione, il Movimento No Tav
della Valle di Susa ha organizzato per la giornata di venerdì 24 marzo
l'iniziativa "AMICO TRENO" che mira a coinvolgere tutte le stazioni
italiane, rilanciando il treno della democrazia, attraverso una ferrovia
amica dell'uomo e dell'ambiente.
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