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GRANELLO DI SABBIA (n°149)
Bollettino elettronico settimanale di ATTAC
Venerdì 24 marzo 2006
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Vi preghiamo di diffondere il Granello nella maniera più ampia possibile.
Numero di abbonati attuali: 7 506
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Indice degli argomenti


1) Forum Alternativo per la Difesa dell’Acqua
Dichiarazione congiunta dei movimenti in difesa dell'acqua
Dal 14 al 19 marzo, noi, esseri umani con una visione integrale della vita, attivisti di movimenti sociali, ONG e reti che lottano in tutto il mondo per la difesa dell'acqua, del territorio e dei beni comuni, abbiamo condiviso idee, preoccupazioni, lotte e proposte. Allo stesso tempo ci siamo resi conto di come le esperienze di lotta hanno cambiato la realtà frenando il processo di privatizzazione dell'acqua.

2) Dichiarazione finale del forum italiano dei movimenti per l'acqua
SIAMO donne e uomini impegnati in comitati territoriali e in associazioni che lottano contro la mercificazione e la privatizzazione dell'acqua. Siamo impegnati in decine di vertenze nei territori per affermare la necessità di un governo dell'acqua che sia pubblico, sostenibile, partecipativo e legato al bacino idrografico; che ne garantisca il pieno accesso universale e la conservazione in quanto bene comune e diritto umano inalienabile.

3) La febbre del coltan
di Marina Rini
Il coltan è una specie di sabbia nera radioattiva e preziosissima. È il nuovo business della Repubblica democratica del Congo. Senza, non esisterebbero telefonini, aerei e PlayStation2

4) Morire ad alta velocità
di Marco Cedolin
Mentre i vertici della politica e della grande imprenditoria nostrana si affannano nel perseguire il progetto TAV, gettando nel calderone dell'alta velocità un fiume di denaro senza fine, la disastrosa situazione delle ferrovie italiane ormai prossime al collasso continua ad aggravarsi e ad esigere l'ennesimo tributo in termini di vite umane.



1) Forum Alternativo per la Difesa dell’Acqua
Dichiarazione congiunta dei movimenti in difesa dell'acqua

Dal 14 al 19 marzo, noi, esseri umani con una visione integrale della vita, attivisti di movimenti sociali, ONG e reti che lottano in tutto il mondo per la difesa dell'acqua, del territorio e dei beni comuni, abbiamo condiviso idee, preoccupazioni, lotte e proposte. Allo stesso tempo ci siamo resi conto di come le esperienze di lotta hanno cambiato la realtà frenando il processo di privatizzazione dell'acqua. Non siamo piu' in fase difensiva, ora siamo capaci di promuovere proposte concrete che sono già in cammino in ogni parte del mondo.

A partire dallo spirito di Caracas, che ha riunito moltissime organizzazioni del mondo intorno alla difesa dell'acqua, ora nella nostra storia e nei nostri cuori portiamo le lotte de La Parota, La Laguna, Xoxocotla, Acuitlapilco e di molti altri territori del Messico e del pianeta. L'impegno e l'umanità di tutti coloro che hanno organizzato questo Forum sono già un successo per la costruzione del nostro movimento.

Per tutto questo ed in continuità con i precedenti incontri tenutisi durante i Forum Sociali Mondiali, noi movimenti che lottiamo per il diritto all'acqua all'interno di una visione ecosistemica ed integrale e contro la sua mercificazione in tutti i settori (domestico, agricolo ed industriale) confluiamo in una piattaforma di azione comune, a partire dai problemi di ogni singolo territorio ed in funzione di una strategia globale.

CONSIDERANDO CHE

L'acqua, in tutte le sue forme, è un bene comune e l'accesso ad essa é un diritto fondamentale ed inalienabile; l'acqua è patrimonio delle comunità, dei popoli e dell'umanitá, elemento costitutivo della vita del nostro pianeta. L'acqua non é merce, per questo ci opponiamo a tutte le forme di privatizzazione, compresa le partnerships pubblico-privato, che hanno dimostrato il loro totale fallimento in tutto il pianeta.

La gestione ed il controllo devono rimanere nell'ambito pubblico, sociale, comunitario, partecipativo, con equitá e senza fine di lucro. É obbligo di tutte le istituzioni pubbliche locali, nazionali ed internazionali garantire queste condizioni, dalla pianificazione del processo al controllo finale.

Bisogna garantire la solidarietà tra le generazioni presenti e future, per questo respingiamo questo modello sviluppista, neoliberista e consumista che promuove lo sfruttamento intensivo della Madre Natura.

Sono necessarie una gestione sostenibile degli ecosistemi e la preservazione del ciclo dell'acqua mediante la pianificazione territoriale e la conservazione degli ambienti naturali. I bacini idrici sono unità di base integrali per la gestione pubblica, fattore di identità ed unione comunitaria, luogo dove si realizza la partecipazione cittadina e dei popoli. La difesa dell'acqua implica il recupero degli ecosistemi, dalle fonti di captazione alla depurazione delle acque reflue.

Per tutte queste ragioni ribadiamo la nostra ferma opposizione a tutti i "Global Water Forum" in quanto ambiti escludenti ed antidemocratici dove agiscono le grandi imprese multinazionli, le istituzioni finanziarie internazionali (Banca Mondiale, BID, BEI, etc.) e le grandi potenze mondiali. Per questo non legittimiamo tali organismi che ignorano le richieste e le esigenze reali dei popoli e che continuano a cercare nuove forme di mercificazione dell'acqua, ignorando gli altissimi costi umani, sociali ed ambientali di questo modello neoliberista.

CI APPELLIAMO

A tutte le organizzazioni, movimenti sociali, governi e parlamenti affinchè includano questi principi all'interno dei contesti giuridici locali, nazionali ed internazionali;

A tutte le cittadine e ai cittadini del pianeta affinchè si promuovano azioni congiunte per unirci, organizzarci e concretizzare le nostre proposte di cambiamento per un Movimento Mondiale dell'Acqua.

ESIGIAMO

L'espulsione dell'OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio), e di ogni accordo internazionale di libero commercio e investimento, sia bilaterali che multilaterali, dall'acqua;

L'abolizione del CIADI (Corte Internazionale per la risoluzione delle controversie relative agli investimenti), alla luce dell'esperienza di Cochabamba e di altri popoli che vogliono recuperare la sovranità sui loro Beni Comuni e la loro gestione pubblica;

Recuperare e promuovere la gestione pubblica, sociale, comunitaria, partecipativa e integrale dell'acqua;

Che ogni essere umano abbia accesso e diritto all'acqua, di buona qualitá ed in quantitá sufficiente per l'igiene e l'alimentazione, e che nei luoghi dove esiste il servizio idrico di acqua potabile si fornisca gratuitamente una quantità minima, indipendentemente dalla condizione culturale, religiosa, sociale, geografica, economica e di genere. Per questo respingiamo qualsiasi tipo di doppio standard. Nessuna impresa, governo o istituzione internazionale può interrompere per morosità il servizio idrico per consumo domestico;

Le aziende e le industrie responsabili dell'inquinamento devono riparare ai danni ambientali, economici ed umani che hanno causato.

RIFIUTIAMO

In quanto illegittime tutte le denunce per i mancati guadagni e le richieste d'indennizzazione da parte di multinazionali e corporations;

Qualsiasi finanziamento delle Istituzioni Finaziarie Internazionali (IFIS) subordinato alla liberalizzazione e alla privatizzazione dei servizi idrici;

Tutte quelle legislazioni nazionali e regionali che aprono la porta al processo di privatizzazione e mercificazione dell'acqua;

Il modello insostenibile e predatorio dell'acqua come il suo imbottigliamento, la realizzazione di megaprogetti, dighe, costruzione di porti o lo sfruttamento minerario


PROPONIAMO

Di promuovere l'organizzazione di reti tra enti di gestione pubblica e di qualità dell'acqua, che funzionino su basi democratiche, attraverso lo scambio di esperienze e condividendo conoscenze tecniche, formazione e schemi e proposte di finanziamento, per il consolidamento di un modello pubblico, sociale, comunitario e partecipativo;

Di promuove l'educazione e l'organizzazione comunitaria su uso e consumo responsabile e sostenibile dell'acqua;

Diffondere le esperienze di costituzione di fondi di solidarietà per finanziare modelli di gestione pubblica, partecipativa, comunitaria e sociale dell'acqua;

La creazione di osservatori sia internazionali che regionali che siano punto di incontro di organizzazioni sociali, movimenti e reti di cooperazione internazionale per monitorare ed esercitare il controllo sociale dell'attività delle multinazionali e delle IFIs che coinvolga anche i parlamenti, i governi locali e le istituzioni democratiche;

Di rafforzare i tribunali internazionali esistenti e promuovere la loro formazione nelle diverse regioni del mondo.


CI IMPEGNAMO

A sviluppare un piano di azione mondiale che continui questo processo di costruzione di reti e di mobilitazioni intorno all'acqua;

A sostenere a partire dalle lotte locali una piattaforma a livello mondiale che sulla base della solidarietà ci unisca e ci rafforzi;

A valorizzare i contributi che vengono dalle donne, dai giovani, dai popoli originari, dagli indigeni e tutte le persone, inserendo la difesa dei loro diritti nella costruzione di modelli che dimostrino che un'altra gestione dell'acqua è possibile;

A continuare questo processo arricchendolo con tutti i contributi possibili nei prossimi incontri che i nostri movimenti sosterranno nel mondo, dall'incontro "Encuentro enlazando alternativas Uniòn Europea - America Latina" in maggio a Vienna, la riunione della Comunità Sudamericana delle Nazioni in Bolivia a settembre e la Assemblea dei Cittadini per l'Acqua a dicembre.

In questo contesto il Movimento Mondiale dell'Acqua si impegna a realizzare tre azioni congiunte:

- Un'attività globale, comune e simultanea tra settembre ed ottobre 2006

- Assumere come slogan comune in tutte le attività "il diritto all'acqua è possibile: gestione pubblica e partecipativa

- Diffondere al ritorno nei nostri territori questa dichiarazione attraverso conferenze stampa, come consegna del Movimento Mondiale dell'Acqua

Città del Messico, 19 marzo 2006



2) Dichiarazione finale del forum italiano dei movimenti per l'acqua

SIAMO donne e uomini impegnati in comitati territoriali e in associazioni che lottano contro la mercificazione e la privatizzazione dell'acqua. Siamo impegnati in decine di vertenze nei territori per affermare la necessità di un governo dell'acqua che sia pubblico, sostenibile, partecipativo e legato al bacino idrografico; che ne garantisca il pieno accesso universale e la conservazione in quanto bene comune e diritto umano inalienabile.

CI RICONOSCIAMO nei valori, nelle proposte e nelle pratiche dei movimenti contro la globalizzazione neoliberista e per altri mondi possibili, che, attraverso i Forum mondiali e continentali e le mobilitazioni sociali, contrastano la pervasività del mercato globale, dei poteri finanziari, delle multinazionali e dei governi che le sostengono.

ASSUMIAMO la solidarietà fra generazioni presenti e future come interesse generale primario; di conseguenza, rifiutiamo i modelli consumisti e sviluppisti e ci impegnamo a promuovere gli usi produttivi del bene acqua che siano socialmente sostenibili.

CI RICONOSCIAMO nel lavoro prodotto nei Forum di Bamako e di Caracas dai movimenti sociali internazionali che si battono per l'acqua bene comune.

ASSUMIAMO gli obiettivi e le proposte della dichiarazione di Caracas.


CI SIAMO INCONTRATI in questo primo Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua dopo un percorso partecipato, scandito da cinque incontri nazionali e da decine di iniziative locali. In questi giorni, ci siamo confrontati fra realtà ed esperienze diverse, abbiamo approfondito le ragioni delle nostre lotte, abbiamo condiviso riflessioni e proposte, iniziative e campagne. Vogliamo proseguire il nostro percorso, vogliamo allargarlo a quanti non siamo ancora riusciti a coinvolgere. Vogliamo orientarlo all'azione concreta.


CONSIDERIAMO centrali le vertenze territoriali, il radicamento locale dei movimenti che lottano per l'acqua pubblica, comprese le battaglie che si oppongono alla truffa delle acque minerali. Ci impegnamo a valorizzare queste differenti esperienze, aumentando i contatti reciproci, la socializzazione delle conoscenze e le capacità di mobilitazione. Sosteniamo, come esempio di forte legame tra i movimenti contadini e i movimenti sociali, la battaglia per la ripubblicizzazione dell'acqua della Sila, in Calabria.

CI IMPEGNAMO a promuovere la costituzione di un Tavolo di Lavoro per costruire un progetto di OSSERVATORIO NAZIONALE SULL'ACQUA, come strumento delle lotte, delle mobilitazioni e delle proposte dei movimenti per l'acqua.

VOGLIAMO far diventare l'acqua una vertenza nazionale, attraverso una pluralità di iniziative e di campagne. Consideriamo prioritario l'obiettivo di contrastare la scadenza legislativa del 31 dicembre 2006 (art. 113 D. Lgs. 267/00), che obbliga alla gara gli ATO che non hanno ancora affidato la gestione del servizio idrico integrato. Chiediamo l'abrogazione della Legge Obiettivo sulle grandi opere e della Legge Delega Ambientale.

CONSIDERIAMO prioritaria la necessità di cambiare radicalmente la vigente normativa sull'acqua. In tale direzione, vogliamo collettivamente promuovere una LEGGE D'INDIRIZZO che riassuma l'intero ciclo dell'acqua e lo collochi nell'orizzonte del governo pubblico e partecipativo dell'acqua, indisponibile alle leggi del mercato.

Vogliamo che sia una LEGGE D'INIZIATIVA POPOLARE, come strumento di partecipazione dei territori e di sensibilizzazione diffusa.

In questa direzione, ci impegnamo a

a) promuovere la costituzione di un Tavolo di Lavoro partecipato, scientificamente competente ed aperto ad associazioni, comitati, forze sindacali e politiche che condividono il nostro percorso, per produrre entro luglio 2006 il testo della legge d'indirizzo per il governo pubblico e partecipativo dell'acqua;

b) lanciare, a partire da settembre 2006, la campagna di raccolta firme in tutto il Paese.


Ci siamo incontrati, riconosciuti e reciprocamente arricchiti. Parteciperemo e porteremo il contributo di questa nostra esperienza ai prossimi appuntamenti internazionali (controvertice di Città del Messico marzo 2006; Fse di Atene maggio 2006; controvertice di Vienna maggio 2006).

Ora torniamo nei nostri territori con aumentata consapevolezza e fiducia. Altri mondi sono possibili, un nuovo governo pubblico e partecipativo dell'acqua è in cammino e si avvicina.

Roma, 10-12 marzo 2006


3) La febbre del coltan
di Marina Rini

KINSHASA. Martin Nkibatereza si alza, raccoglie la sua sabbia nera e la mette in un sacchetto di plastica. Sono almeno due ore che scava e spezza le rocce con il piccone sotto il sole cocente. Si asciuga il sudore della fronte con uno straccio lercio e lurido e si ripara all'ombra di un mango per consumare il suo pasto frugale: farina di manioca stemperata nell'acqua. Ciononostante l'uomo è contento. Sa che la sua fatica sarà ricompensata da un buon gruzzolo di dollari. Ha però un po' di paura. La zona è piena di ribelli che ogni tanto, specie quando sono ubriachi, attaccano sparando all'impazzata, senza un obiettivo preciso. Così, per seminare terrore tra i civili. Tutt'intorno ci sono uomini armati che guardano e controllano. L'area da proteggere è strategicamente importante, qui dalle miniere a cielo aperto si estrae il coltan, il minerale più ricercato del momento. Al calar del sole centinaia di uomini come Martin escono dalle buche scavate nel terreno e dalle lunghe trincee che tagliano le colline, trasportando con fatica i loro sacchi di plastica. Siamo nella giungla tropicale della Repubblica democratica del Congo, nella parte orientale del Paese, dove dall'agosto 1998 infuria la guerriglia. Da una parte ci sono i ribelli e i loro alleati, soldati ugandesi e ruandesi che occupano il territorio congolese, dall'altra le milizie hutu che sostengono il governo di Kinshasa. In palio ci sono le immense ricchezze del sottosuolo: oro, diamanti, rame e ora anche il coltan, un minerale raro che contiene tantalio e niobio (che un tempo di chiamava colombite). Per sfruttare le miniere ci si sono messi in tanti: sudafricani, americani inglesi e ora anche i russi e i kazaki, che fanno la parte del leone.

FINO A QUALCHE TEMPO FA NESSUNO LO VOLEVA.
Due volte alla settimana un uomo chiamato Pierre arriva in miniera e compra i sacchetti di sabbia nera a dieci dollari ciascuno. Nessuno di quelli che lo scavano sa perché quell'uomo sia così interessato ad acquistare fango. "Il coltan? Nessuno sa cosa cos'è", risponde Martin asciugandosi il sudore, "è utile?". "Il coltan", spiega il vecchio gestore delle miniere del Congo quando ancora si chiamava Zaire, "veniva sfruttato anche prima della Seconda guerra mondiale, ma è diventato strategico solo da qualche anno. Prima valeva pochissimo e nessuno voleva estrarlo. Spaccare le pietre sotto il sole non è un lavoro piacevole. Ora è richiestissimo dall'industria ultratecnologica e le concessioni si sono moltiplicate". A cosa serve il coltan? A vederlo così non somiglia a niente. Solo fango di sabbia nera con qualche debole scintilla di luce, come se fosse quarzo. Se gli si avvicina una calamita si attacca. In realtà il coltan è un minerale dall'importanza economica e strategica immensa. In particolare, spiegano gli esperti, serve a ottimizzare il consumo della corrente elettrica nei chip di nuovissima generazione. Nei telefonini, per esempio, o nelle telecamere o nei computer portatili dove il problema più difficile da risolvere è quello della durata delle batterie. I condensatori al tantalio permettono un risparmio energetico e quindi una maggiore versatilità dell'apparecchio. Questa la spiegazione ufficiale. Ma parlando con i commercianti che esportano il coltan viene fuori un'altra strana verità. Il coltan è radioattivo e contiene anche un bel po' di uranio. Non è forse che questo faccia gola più della tantalite? Il commerciante che regala una bustina di polvere di coltan a Butembo, nella parte nordorientale del Congo, quella per intendersi controllata dagli ugandesi, consiglia vivamente: "Non la tenga in tasca, per carità! La radioattività potrebbe danneggiare i suoi organi genitali". Oltre a essere l'ingrediente fondamentale nella costruzione dei nostri telefoni cellulari, il coltan è usato nell'industria aerospaziale per fabbricare i motori dei jet, oltre agli air bag, ai visori notturni, alle fibre ottiche. L'anno scorso quando in tutto il mondo occidentale la gente impazziva perché nei negozi la PlayStation 2 era introvabile, si era diffusa la voce che la vera ragione fosse la carenza sul mercato della sabbia nera che ogni giorno Martin Nkibatereza e i suoi colleghi estraggono dalle miniere nella foresta africana. Per alcuni mesi la guerra ha impedito il lavoro nelle miniere e il coltan non ha potuto raggiungere le sedi della sofisticata industria hi-tech. Il prezioso minerale è naturalmente anche la causa della guerra che sta devastando il Paese. I proventi della vendita del minerale servono infatti a pagare i soldati e ad acquistare nuove armi.

MORTI DI FATICA PER SFAMARE L'ESERCITO.
Il Congo orientale è la più grossa riserva al mondo di coltan, e in meno di due anni il valore del minerale è cresciuto a dismisura. Fino alla settimana scorsa i ribelli che controllano l'area hanno rivendicato il monopolio sulle esportazioni. "Siamo in guerra", argomenta Bizima Karaha, uno dei leader dell'Rcd, "dobbiamo mantenere i soldati e tutta la logistica a loro necessaria". "La realtà è che la popolazione lavora fino allo sfinimento fisico nelle miniere unicamente per sfamare l'esercito che ha trovato nel prezioso minerale un'inesauribile fonte di arricchimento", risponde Erik Kennes un economista belga che sta studiando le implicazioni economiche e politiche del "miracolo coltan". Prima della guerra il Kivu, la regione orientale del Congo, era un'area molto fertile e aveva la reputazione di essere il granaio del Paese. Riforniva di carne e verdure Kinshasa, la capitale distante 1.600 chilometri. Con l'occupazione ribelle il canale commerciale è stato definitivamente interrotto e la gente ha cominciato a chiudere tutte le attività, comprese quelle agricole e pastorali. Da febbraio a dicembre 2000 interi villaggi - si calcola oltre 10 mila persone - sono stati trasferiti nella zona dei giacimenti del coltan. L'organizzazione svizzera World Conservation Union ha lanciato un grido di allarme chiedendo alla comunità internazionale di boicottare il commercio del minerale. Secondo gli ambientalisti elvetici le miniere a cielo aperto congolesi stanno danneggiando l'ecosistema di due riserve naturali considerate universalmente protette dalla convenzione dell'Unesco World Heritage.

VITTIME TRA LE POPOLAZIONI INDIGENE.
Nei parchi nazionali di Kahuzi-Biega e Okapi si sono riversate migliaia di persone che stanno alterando l'equilibrio ecologico della foresta abbattendo alberi e uccidendo gli animali per nutrirsi. La febbre di questo nuovo oro nero ha già provocato un numero alto e imprecisato di vittime tra la popolazione indigena della tribù Mbuti, oltre all'uccisione di numerosi elefanti e alcune specie di gorilla. Quando alla Borsa di Londra il prezzo del minerale si è moltiplicato per dieci raggiungendo un picco di 400 dollari al chilo, i guerriglieri del ribelle Rassemblement Congolais pour la Democratie (Rcd), che governa la parte del Congo occupato dalle truppe ruandesi, ha persino ordinato di sospendere l'estrazione dell'oro per cercare il coltan. "Con la vendita dei diamanti riusciamo più o meno a guadagnare 200 mila dollari al mese", dichiara Adolphe Onusumba, presidente della fazione ribelle che controlla anche la regione diamantifera di Kisangani, "con il coltan arriviamo a guadagnare oltre un milione di dollari al mese". I soldi servono a pagare la logistica militare, il carburante degli automezzi e degli aerei, il cibo ai 40 mila soldati attestati su un fronte lungo 1.600 chilometri e, naturalmente, le armi. "In realtà solo una piccola parte di sabbia nera ha un certo valore", afferma Bernard, uno dei 19 comptoir, cioè compratori al dettaglio del Kivu, subito dopo aver chiuso il suo telefono portatile con cui stava parlando a un uomo d'affari tedesco, "una volta acquistati, i sacchetti vanno analizzati e ripuliti". Da qualche mese Bernard ha la tendenza a frenare gli acquisti. È una resistenza passiva, spiega, mostrando le carte che rivelano affari per poche migliaia di dollari. Il malcontento ha investito tutti i compratori locali del minerale da quando l'Rcd, fiutando il business, ha deciso di serrare le briglie e di imporre il monopolio sulle vendite all'estero. I commercianti locali dichiaravano di aver comprato 40 tonnellate al mese e su quelle pagavano le tasse mentre i dirigenti ribelli addetti alle finanze sapevano che ne rivendevano oltre 140 tonnellate in nero. Inoltre mentivano anche sul prezzo: sulla carta dichiaravano otto dollari al chilo, in realtà ne guadagnavano da 30 a 80, secondo la qualità. Dallo scorso novembre tutti i comptoir si sono visti annullare le loro licenze commerciali e sono stati obbligati a rivendere il coltan a una nuova società creata per l'occasione, la Société minière des Grands Lacs (Somigl), di cui il Rassemblement congolese detiene il 75 per cento del capitale. La Somigl versa nelle casse del gruppo di occupazione ribelle dieci dollari per ciascun chilo esportato. Nelle prime due settimane di attività la società ha già esportato più di 30 tonnellate di coltan, per un ricavo di 550 mila dollari, cifre da capogiro. La ragione ufficiale dell'istituzione di un regime di monopolio è quella di "combattere le frodi", controllando l'esportazione. Invece, secondo i comptoirs, i ribelli ruandesi intendono solo riempire le loro casse di denaro.

NIENTE DI NUOVO IN CONGO.
Dall'inizio della guerra, nel 1998, tutti i belligeranti stranieri - compresi Zimbabwe, Angola e Namibia, amici del governo di Kinshasa - si sono buttati sulle enormi ricchezze del Congo. "È tornato il Congo di Leopoldo II. Chiunque può venire e prendere la sua parte", ironizza un prete cattolico di Goma. In effetti, prima dell'ordinanza sul monopolio delle esportazioni, i soldi gestiti dai compratori locali circolavano tra la popolazione. Oggi il milione di dollari mensile guadagnato nell'esportazione del coltan rimane solo a disposizione dei leader dell'Rcd. La rabbia dei commercianti è diventata ancora più forte quando i leader dell'Rcd hanno affidato la gestione e la direzione della Somigl a una donna ricca dal passato oscuro e la reputazione solforosa: Aziza Gulamali Kulsum, una meticcia araba e burundese di etnia hutu. Proprietaria di una fabbrica di sigarette a Bukavu, al confine con il Ruanda, la donna dirige anche la propria attività di comptoir con una catena di negozi che acquistano la preziosa sabbia nera direttamente dai minatori. Per anni Aziza è stata la principale finanziatrice della ribellione hutu in Burundi che dispone di basi segrete anche in Congo. La donna ha costruito un impero fondato su un gigantesco contrabbando di sigarette, oro, avorio, diamanti, armi, e ora anche di coltan. "Quando il prezzo del coltan è salito alle stelle", racconta il presidente dell'Rcd, "stavamo cercando una figura che potesse aiutarci a fare dei soldi e gestire il monopolio per il commercio del minerale. Abbiamo pensato subito a madame Gulamali perché conosce ogni canale legale e illegale di questo Paese. E poi da quando collabora con noi ha smesso di vendere le armi agli hutu". Dopo l'allontanamento della ribellione hutu dal Congo orientale, grazie all'occupazione dell'esercito tutsi ruandese, mascherato da ribellione interna, pare che la donna abbia deciso di prendere le distanze dai suoi vecchi amici ed entrare in affari con i nuovi leader venuti da Kigali.

CARNEFICI E VITTIME D'ACCORDO IN NOME DEL COLTAN.
Tuttavia i bene informati rivelano che la società di Aziza, la Shelimed, compra la sabbia nera da chiunque, anche dalle miniere controllate dagli attuali nemici dei suoi soci e dalle milizie hutu ruandesi che hanno bisogno di denaro contante per comprare i kalashnikov. Gli autori e le vittime del genocidio ruandese sembrano così aver inventato un modello di esistenza basato sul commercio. La leggendaria madame si interessa personalmente a tutto. È lei che controlla la merce e si assicura che la sabbia nera sia imbarcata a bordo di aerei protetti dalle squadre speciali dell'esercito ruandese, per essere esportato a Kigali. Nelle zone controllate dagli ugandesi, invece, il monopolio non è mai esistito. A Butembo, per esempio, operano sei grossi compratori stranieri, ufficialmente in concorrenza tra loro. Lo strano, però è che operano in sordina, discretamente. La visita in uno di questi uffici se da un lato lascia insoddisfatti, dall'altra sorprende. Gli impiegati stranieri, a parte un ugandese, sono tutti ex sovietici: russi o kazaki, forse, i quali non vogliono rivelare la loro identità. "Meglio che non le diciamo i nostri cognomi. Io sono Alexiei, lui è Misha. Niente di più. Viviamo in Sudafrica da anni e ora siamo qui solo per seguire il business del coltan". Ma chi lo compra? Solo alla fine di una conversazione che dura più di un'oretta si riesce a strappare a denti stretti: "Il Kazakistan". Informazioni riservate in possesso delle Nazioni Unite rivelano che in Kazakistan è diretta la maggior parte del coltan estratto da queste parti e che a organizzare il traffico sia addirittura la figlia del presidente kazako, Nursultan Nazarbaev, attraverso società di comodo e partner belgi. Particolare inquietante, la figlia di Nazarbaev è sposata con Vassili Mette, direttore generale della Ulba, la società kazaka che si occupa dell'estrazione e della raffinazione dell'uranio e che possiede uno degli impianti più grandi del mondo. Naturalmente non sarebbero estranei al traffico i familiari dei presidente ugandese Yoweri Museveni, e in particolare il fratello Salim Saleh, noto per avere lo zampino in qualunque affare poco pulito che coinvolga il suo Paese.

UN'INCHIESTA DELL'ONU.
Il traffico illegale di materie prime del Congo è diventato talmente drammatico che il Consiglio di sicurezza dell'Onu ha istituito una commissione di inchiesta che sta attualmente indagando sullo sfruttamento illegale delle risorse congolesi, tra cui il coltan, e del collegamento con il conflitto in corso. Un primo rapporto degli esperti delle Nazioni Unite è appena stato pubblicato rivelando che "le attività commerciali dei Paesi stranieri "invitati" da Kinshasa e "non invitati" presenti in Congo oltrepassano la qualifica di "sfruttamento illegale", ma sono diventate un vero e proprio "saccheggio sistematico" delle ricchezze del ricchissimo Paese. I destinatari finali sono, per ordine di importanza, i seguenti Paesi: Stati Uniti, Germania, Belgio e Kazakistan". Lo sfruttamento delle materie prime è una partita di poker che si gioca fra più fazioni su un campo in rovina. Ma fino a quando? A Bruxelles all'Istituto di studi internazionali sulla tantalite, frenano gli entusiasmi sulla frenesia attuale che circonda il miracoloso minerale. La crescita favolosa del prezzo del coltan nel 2000 è stata eccezionale, ma la tendenza attuale è un po' al ribasso. L'Africa deve fare i conti con la concorrenza dell'Australia e del Brasile, che stanno scoprendo giacimenti di colombite-tantalite. Difficile dire se la febbre del coltan rimarrà solo un miraggio. È certo però che la strana sabbia nera è un anello indispensabile della catena lucrativa che è alla base della cosiddetta new economy, e l'industria hi-tech continuerà a finanziare la più grande e sanguinosa guerra africana. Per il momento, senza sapere il perché, i contadini nella foresta congolese continuano a riempire i loro sacchetti di sabbia.

da: http://www.mondodisotto.it/congo


4) Morire ad alta velocità
di Marco Cedolin

Mentre i vertici della politica e della grande imprenditoria nostrana si affannano nel perseguire il progetto TAV, gettando nel calderone dell'alta velocità un fiume di denaro senza fine, la disastrosa situazione delle ferrovie italiane ormai prossime al collasso continua ad aggravarsi e ad esigere l'ennesimo tributo in termini di vite umane. Martedì 14 Marzo, intorno alle 21, nei pressi di Garbagnate milanese è avvenuto l'ultimo incidente ferroviario, facente parte di una lunga serie di tragedie che non possono attribuirsi alla fatalità, ma sono da imputarsi alla presenza di due ferali elementi di rischio, quali l'arretratezza dei sistemi di sicurezza ed il taglio indiscriminato del personale ferroviario. Giuseppe Girola, macchinista di 41 anni di Turate è morto e 15 persone sono rimaste ferite durante lo spaventoso schianto frontale fra il convoglio Malpensa Express ed il Milano - Saronno. L'incidente non si è tramutato in una strage solo grazie all'esiguo numero di passeggeri presenti sui due convogli (nel primo vagone del Milano - Saronno era presente solo il povero Girola) e alla circostanza fortuita che le carrozze deragliate non sono entrate in collisione con le case che sorgono a poca distanza dalla ferrovia. I pendolari lombardi ed i sindacati hanno messo in evidenza come il convoglio locale avesse superato il mezzo secolo di età e fosse pertanto privo dei moderni sistemi di sicurezza. Un treno sicuramente più adatto all'esposizione in museo che non a correre pericolosamente sulle rotaie. Sono state aperte tre inchieste, la prima da parte della Procura di Milano, la seconda dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e la terza interna alle Ferrovie Nord di Milano. La linea non è stata operativa per tutta la giornata di mercoledì al fine di consentire le operazioni di sgombero.

Il continuato taglio di personale messo in atto negli ultimi anni, unitamente all'assoluta mancanza di mezzi e finanziamenti adeguati nell'ambito del comparto ferroviario, stanno producendo una situazione di estrema criticità. I pendolari (che rappresentano la stragrande maggioranza degli utenti delle ferrovie) stanno sperimentando ogni genere di disservizio, al punto da rendere i loro spostamenti giornalieri simili ad una vera e propria odissea. Ogni giorno vengono soppressi tra 200 e 300 treni, poiché manca il personale che dovrebbe guidarli, oppure mancano fisicamente le carrozze o le motrici.

Il materiale rotabile è vecchio ed in cattivo stato di conservazione e mancano i finanziamenti per rinnovarlo. Mancano i sistemi di sicurezza indispensabili per evitare tragedie come quelle di Garbagnate e la maggior parte delle linee italiane (11.300 km su 16.000) sono prive del Sistema Controllo Marcia Treno (SCMT) indispensabile per garantire la sicurezza. Manca la manutenzione sui locomotori e sulle linee ferroviarie e sembra mancare ogni volontà di porre rimedio ad una situazione che va degenerando ogni giorno di più. Mentre si progettano costosissimi tunnel di oltre 50 km. che dovrebbero attraversare le Alpi, per trasportare merci e passeggeri di fantasia che non trovano riscontro nella realtà, si dimentica che il primo dovere di qualunque governo dovrebbe consistere nel fare funzionare in maniera efficiente le linee ferroviarie esistenti, deputate a trasportare in tutta sicurezza milioni di passeggeri reali che da anni chiedono solo un poco di attenzione e rispetto. Proprio in virtù di questa palese contraddizione, il Movimento No Tav della Valle di Susa ha organizzato per la giornata di venerdì 24 marzo l'iniziativa "AMICO TRENO" che mira a coinvolgere tutte le stazioni italiane, rilanciando il treno della democrazia, attraverso una ferrovia amica dell'uomo e dell'ambiente.




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