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GRANELLO DI SABBIA (n°151)
Bollettino elettronico quindicinale di ATTAC
Lunedì 1 maggio 2006
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Vi preghiamo di diffondere il Granello nella maniera più ampia possibile.
Numero di abbonati attuali: 7 563
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Indice degli argomenti  


Alternative in Movimento
Quinta Assemblea Nazionale di Attac Italia
Napoli, 20-21 Maggio 2006

1)Il passo indietro del governo sul CPE è una prima vittoria, ma il male non è sradicato!
Di Attac France
La mobilitazione intergenerazionale, della gioventù, degli studenti liceali e universitari, dei lavoratori, di larga parte delle organizzazioni sindacali e dei disoccupati ha vinto: ha fatto arretrare un governo arrogante, autoritario e repressivo. È stato costretto a sopprimere il CPE. Tuttavia l' arretramento del governo non deve essere l'albero che nasconde la foresta.

2) Requiem per il “Consenso di Washington”
Di Fidel Vascós Gonzáles
Il termine "Consenso di Washington" fu coniato nel 1989 da John Williamson, dell'Istituto di Economia Internazionale con sede nella stessa capitale. Il famoso ricercatore aveva partecipato nello stesso anno ad una riunione convocata dal suo Istituto. L'obiettivo era disegnare le riforme necessarie per far uscire l'America Latina dalla crisi del debito estero e recuperare la crescita che la regione non aveva avuto nella "decada perdida" (il decennio perso) degli anni '80. ErAno presenti rappresentanti di dieci paesi della regione. Con la finalità di diffondere le conclusioni raggiunte dalla riunione, Williamson scrisse un articolo esponendo ciò che, a suo giudizio, era un accordo di quasi tutti i partecipanti. Per questo lo chiamò “Consenso”.

3) La dissoluzione della Palestina. A cosa si oppone davvero Israele?
Di Jennifer Loewenstein
Per coloro che non se ne fossero accorti, Israele si oppone alla soluzione dei due stati. Si oppone anche a un unico stato, a uno stato binazionale, a uno stato secolare confederato e alle mille variazioni di uno stato ad interim su cui si è discusso per anni. Vi si oppone perché si oppone alla presenza di un altro popolo su una terra che ha reclamato come patrimonio esclusivo degli ebrei.

4)"E' in corso una pulizia etnica"
di Amira Howeidy
Al-Ahram Weekly ha incontrato il portavoce del Consiglio, Muthanna Harith al-Dhari, 37 anni, durante una [sua] visita al Cairo, dove stava dando gli ultimi tocchi al canale satellitare del Consiglio, Al-Rafidein, il cui lancio è prossimo, e che sarà basato al Cairo. Nel corso dell' intervista, al-Dhari ha evitato accuratamente di adottare quello che avrebbe potuto essere interpretato come un modo di esprimersi confessionale, ma ha sostenuto che in Iraq sono in corso forme di pulizia etnica.

5) Chi comanda nel mondo?
Basterebbe che venisse ritirato appena il 4% dalle 225 maggiori fortune del mondo per dare cibo, acqua, salute ed educazione a tutta l'umanità. Questi sono dati dell'ONU del 2004. Intanto 30 milioni di persone ancora muoiono di fame [Leonardo Boff, La Insigna].


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Alternative in Movimento - Quinta Assemblea Nazionale di Attac Italia
Napoli, 20-21 Maggio 2006
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Quest’anno l’assemblea nazionale di Attac sarà non soltanto un momento di confronto interno all’associazione, ma aperto a tutte le compagne e i compagni che hanno lottato insieme a noi nei movimenti antiliberisti di questo ultimo anno.

Proponiamo infatti di discutere delle prospettive delle nostre mobilitazioni comuni e anche in generale sul ruolo politico dei movimenti sociali nella prossima fase, dopo la sconfitta elettorale del governo Berlusconi. Per questo invitiamo a discutere con noi i sindacati, i collettivi studenteschi, i comitati contro le privatizzazioni, i comitati No TAV, le associazioni e le reti antiliberiste, le esperienze di altra economia, gli/le intellettuali vicini ai movimenti...

Questi i dibattiti previsti nei due giorni

Sabato 20 maggio (dalle ore 10,30)

Stop Bolkestein: no alla privatizzazione dei servizi pubblici europei

Salario e diritti: i movimenti contro la politica dei redditi

L’altra economia in movimento

Domenica 21 maggio (ore 9,00)

Assemblea finale: Dove vanno i movimenti?

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Sono previsti allogi in ostello, in albergo e presso militanti di Attac Napoli.

Nei prossimi giorni il programma sarà definito nel dettaglio, potrete trovare gli aggiornamenti, la logistica e i contributi alla discussione all'indirizzo
http://italia.attac.org/spip/rubrique.php3?id_rubrique=153

Il programma sarà disponibile all'indirizzo
http://italia.attac.org/spip/article.php3?id_article=1012

Per info e prenotazioni: [EMAIL PROTECTED]


Ci vediamo a Napoli!


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1) Il passo indietro del governo sul CPE è una prima vittoria, ma il male non è sradicato!
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Del Bureau di Attac France

La mobilitazione intergenerazionale, della gioventù, degli studenti liceali e universitari, dei lavoratori, di larga parte delle organizzazioni sindacali e dei disoccupati ha vinto: ha fatto arretrare un governo arrogante, autoritario e repressivo. È stato costretto a sopprimere il CPE (articolo 8 della Legge sulle "pari opportunità").

Possono rallegrarsi di questo risultato i tre milioni di persone che hanno manifestato, gli studenti che hanno condotto senza tregua iniziative in queste ultime settime, i militanti di Attac che hanno partecipato alle mobilitazioni.

Tuttavia l' arretramento del governo non deve essere l'albero che nasconde la foresta; il governo e il padronato non rinunciano per nulla al loro obiettivo di precarizzazione dell'impiego e di distruzione del Codice del lavoro. Anche se la vittoria popolare sul CPE e il rapporto di forze che l'ha imposta, gli rendono le cose più difficili.

D'altra parte, la legge sulle "pari opportunità" non è stata abrogata. Ed essa contiene norme pericolose: l'apprendistato a 14 anni, l'autorizzazione al lavoro notturno a 15 anni, il ricatto dell'abolizione degli assegni familiari ecc.

- Il CNE, a sua volta, è entrato in vigore nel 2005. E contiene anch'esso le stesse tare del CPE in quanto istituisce il lavoro dipendente precario, licenziabile, una manodopera poco cara e impiegabile a piacere. - La ristrutturazione delle ZEP (Zone di Istruzione Prioritaria). Presentata dal governo Chirac-De Villepin-Sarkozy come una risposta tesa al superamento delle disuguaglianze scolastiche, in realtà è il contrario. Infatti le Zep/EP3 dovranno ridurre i mezzi di cui dispongono per fornire delle ore d'insegnamento alle Zep/EP1 situate in quartieri ancor più problematici. Sotto l'apparenza della solidarietà, il governo vuole contrapporre i più emarginati agli emarginati, i più poveri ai poveri.

Non ci facciamo alcuna illusione. La politica governativa continuerà a cercare in tutti i modi di imporre la precarietà, lo smantellamento dei diritti del lavoro e delle conquiste sociali. Semplicemente perché va di pari passo con la stessa logica neoliberista messa in atto dall'Unione Europea, nel quadro della strategia di Lisbona.

Con le organizzazioni studentesche e i sindacati, Attac chiede la fine dei procedimenti giudiziari contro i manifestanti incarcerati e/o denunciati.

Abbiamo detto NO al TCE, NO alla Direttiva Bolkestein, NO al CPE.
Continueremo a dire NO alla precarietà, al neoliberismo.

Il movimento anti-CPE ha ricevuto il sostegno dei movimenti sociali e degli Attac d'Europa e questo ci incoraggia a proseguire nella resistenza e mobilitazione.

Per mantenere alta la pressione, Attac fa appello alla mobilitazione di tutte e tutti.

Bureau di Attac France - 11 aprile 2006


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2) Requiem per il “Consenso di Washington”
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Di Fidel Vascós Gonzáles

Il termine "Consenso di Washington" fu coniato nel 1989 da John Williamson, dell'Istituto di Economia Internazionale con sede nella stessa capitale. Il famoso ricercatore aveva partecipato nello stesso anno ad una riunione convocata dal suo Istituto. L'obiettivo era disegnare le riforme necessarie per far uscire l'America Latina dalla crisi del debito estero e recuperare la crescita che la regione non aveva avuto nella "decada perdida" (il decennio perso) degli anni '80. ErAno presenti rappresentanti di dieci paesi della regione. Con la finalità di diffondere le conclusioni raggiunte dalla riunione, Williamson scrisse un articolo esponendo ciò che, a suo giudizio, era un accordo di quasi tutti i partecipanti. Per questo lo chiamò “Consenso”.

Si trattava di dieci misure per riformare la politica economica che si stava applicando nella maggioranza dei paesi dell’America Latina. Le proposte facevano riferimento al mantenimento di una rigida disciplina fiscale che mantenesse controllato il deficit di bilancio, al riordino della spesa pubblica al fine di ridurla, ad un'ampia riforma tributaria, alla liberalizzazione del tasso d'interesse, ad un tipo di cambio intermedio tra un tipo fisso e uno in libera fluttuazione, alla liberalizzazione del commercio, alla liberalizzazione degli investimenti esteri diretti, alla privatizzazione dei beni pubblici, alla deregolamentazione dei flussi in entrata e in uscita di mezzi attraverso la frontiera di un paese, al garantire diritti di proprietà al settore informale dell'economia.

Bisogna tener conto delle circostanze nelle quali Williamson aveva scritto il suo famoso articolo. Quello era l'anno della caduta del muro di Berlino, dell'inizio della scomparsa del campo socialista europeo, che culminò alla fine del 1991 con la disintegrazione dell'Unione Sovietica. Questo fu il momento in cui Francis Fukuyama proclamò "la fine della storia": ciò equivaleva al trionfo definitivo del capitalismo come società ideale per gli esseri umani. Di fronte a ciò che si concepiva come la sconfitta del socialismo, il Consenso di Washington s'identificò con l'ideologia neoliberista. Venne promosso come l'unica politica economica che avrebbe condotto allo sviluppo delle nazioni e al benessere dei popoli.

A più di quindici anni da quel proclama, i risultati non sono stati quelli auspicati dai suoi ideatori. La maggior delusione è l'incremento nella diseguaglianza nei redditi e nell'aumento della povertà: i ricchi più ricchi e i poveri più poveri. E' evidente il deterioramento sociale che soffrono i popoli dove si sono applicate le ricette neoliberiste del Consenso, con aumento della disoccupazione. La liberalizzazione del capitale ha reso le economie sottosviluppate più vulnerabili perché, con la deregolamentazione dei flussi del capitale privato a breve, questi escono dal paese con la stessa velocità con cui erano entrati. Tutto ciò, unito all'aumento della corruzione e l'arricchimento illecito di coloro che detengono il potere economico e politico, ha portato in molti casi all'ingovernabilità delle società dove si sono applicate le riforme raccomandate dal Consenso.

E' tanto sconvolgente la realtà dei fatti che ora sono sorte nuove teorie per tentare di rettificare la situazione. Le stanno formulando gli stessi centri che avevano sostenuto il Consenso. La prima cosa è stata il tentativo di separare la supposta bontà del disegno teorico dalla sua erronea applicazione. Si puntualizza che l'equivoca implementazione delle riforme e la cattiva amministrazione dei responsabili sono le cause del fallimento sperimentato, e non già la concezione neoliberista che le alimenta. Si sono poi definite le misure del Consenso disegnato nel 1989 come una "riforma di prima generazione" e si proclama la necessità di continuare con una "riforma di seconda generazione". Con questa nuova evoluzione linguistica si raccomanda ora di puntare principalmente al rafforzamento delle istituzioni che sorvegliano l'applicazione del programma. Si prevede di vigilare per evitare risvolti negativi, come l'aumento della povertà e la maggiore disparità nei redditi della popolazione.

Proprio John Williamson, insieme ad altri collaboratori, ha elaborato un nuovo programma di misure per risolvere il guaio. Però, in una chiara allusione al fallimento del Consenso rispetto al nuovo programma che propone, ha detto senza ambiguità: "Speriamo che questo programma non sia intitolato "Consenso di Washington II". Non è opera di chi lavora a Washington. Non tenta di comunicare un consenso (neppure arriviamo a un consenso totale tra di noi). La frase ha acquistato un grado tale di ambiguità che nasconde la chiarezza del pensiero”.

Pubblicato in GRANMA nell'anno 42 No. 29 del 3 Febbraio 2006
Traduzione a cura di Ruggero Fornoni


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3) La dissoluzione della Palestina. A cosa si oppone davvero Israele?
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Di Jennifer Loewenstein

Per coloro che non se ne fossero accorti, Israele si oppone alla soluzione dei due stati. Ha fatto tutto quello che era in suo potere per impedire a uno stato Palestinese di sorgere e continuerà farlo finché potrà contare sulla complicità dei suoi potenti amici e sull'estesa indifferenza dell'opinione pubblica.

In tali circostanze spetta a noi chiederci perché ad Hamas sia stato ordinato da Israele e da quegli stessi potenti amici di accettare la "soluzione dei due stati", soprattutto tenendo conto del fatto che, diversamente da Israele, ha dichiarato chiaramente e ripetutamente che avrebbe accettato uno stato palestinese sui territori occupati da Israele nella guerra del 1967, la Cisgiordania, la Striscia di Gaza e Gerusalemme Est. E questo è stato ribadito esplicitamente da tutti i suoi principali rappresentanti: Zahar, Haniye, Meshal, e Yassin e Rantisi prima di essere assassinati.

La Giudea e la Samaria, che costituiscono (o costituivano) la Cisgiordania settentrionale e meridionale, sono state suddivise e spartite nei vari decenni tra centinaia di migliaia di coloni ebrei perché i insediassero le loro case, i loro frutteti e i loro giardini. Sono attraversate e circondate da strade riservate esclusivamente agli ebrei che collegano la terra, le case, i frutteti e i giardini a Israele. Vi sono stati schierati guardie, soldati, carri armati e bandiere israeliane che difendono e proteggono i coloni le loro case, i loro frutteti e i loro giardini dando loro la certezza di essere israeliani appartenenti ad un unico stato ebraico.

Le terre abitate dai coloni, con le loro famiglie, le case, i giardini, i negozi, le scuole, i circoli, i bar e le piscine, sono state registrate sulle mappe e assegnate, prese e messe al sicuro dagli arabi vestiti di stracci che vivono in villaggi fatiscenti al di fuori delle zone coloniali protette che sono stati costretti ad abbandonare. Le nuove frontiere e i futuri confini dipendono dalla scomparsa di questi arabi, che è ansiosamente anticipata e attivamente incoraggiata. La maggior parte del perimetro orientale dello stato attuale è un muro di cemento che cancella alla vista l'Altra Parte, innominabile tra persone educate. Il muro di perimetro orientale sarà presto il muro di perimetro occidentale perché il Primo Ministro israeliano ad interim, Ehud Olmert, ha appena annunciato che il resto della Cisgiordania non ancora incorporato sarà presto annesso a Israele: la Valle del Giordano, il confine della Cisgiordania con lo stato della Giordania, e che costituirà il confine orientale di Israele con lo stato della Giordania, sarà anch'essa resa sicura dal muro e inaccessibile ai "non-Israeliani", cioè ai palestinesi, i quali saranno completamente isolati nelle loro riserve e impossibilitati ad accedere al mondo esterno.

E mentre annuncia quest'ultima decisione unilaterale di confiscare altra terra per lo Stato ebraico, Olmert anticipa anche un regime di sanzioni contro i palestinesi dei territori occupati, colpevoli di rifiutarsi di credere che questa trasformazione in cui una società si rinforza e si espande mentre l'altra si dissolve in migliaia di frammenti sia la vera soluzione basata sui due stati.

Lo Stato di Israele si assegna l'uso prioritario delle risorse naturali, soprattutto l'acqua, del territorio di cui si è appropriato o che ha circondato. Un esercito di ladri e di saccheggiatori ha trasformato il resto le strade piene di buche, le piantagioni trascurate, le case, le scuole, le moschee, le chiese, gli ospedali, le università, i negozi e le altre istituzioni civili in una serie di labirinti impercorribili, una terra di nessuno legalizzata nella quale le restrizioni agli spostamenti, i permessi, le carte d'identità contrassegnate per colore, i lasciapassare, le perquisizioni casuali, le incursioni e le accuse arbitrarie riducono gli abitanti a esseri sospetti privi di nomi, di volti, di indirizzi e di diritti, a una canaglia collettiva da diseducare e da snazionalizzare e forse, un giorno, da deportare per il bene stesso dell'esistenza di Israele. Per gli stranieri visitare i territori occupati è diventato difficile come lo è per i loro legittimi abitanti spostarsi liberamente all'interno di essi. E’ dunque più difficoltoso per gli stranieri confermare che i pericoli contro i quali vengono messi in guardia derivano direttamente da Israele e non dalla povera popolazione assediata. La minaccia quotidiana che incombe sulla vita e sulla proprietà è in crescita, non in diminuzione.

Per coloro che non se ne fossero accorti, questo processo non accenna a concludersi. Al contrario, alla bizzarra richiesta ad Hamas di accettare la soluzione dei due stati categoricamente rifiutata da Israele che la rende ogni giorno sempre più impraticabile geograficamente, si sono aggiunte altre due condizioni: Hamas deve riconoscere Israele e rinunciare alla violenza. In altre parole, deve riconoscere uno stato i cui governanti e le cui scelte politiche hanno operato instancabilmente per negare, distruggere, impedire e rifiutare l'esistenza dei palestinesi e della Palestina non solo nel presente e nel futuro, ma anche cancellandone il passato. E intanto i nostri mezzi di informazione si sono assunti il compito di mostrare al mondo una realtà deformata, grottesca nelle sue distorsioni, in cui sembra che un governo democraticamente eletto ma privo di uno stato e il suo popolo calpestato e per lo più indigente tengano in ostaggio i banditi impegnati a massacrarli.

Mentre vengono calpestati, colpiti, percossi, distrutti, assassinati, minacciati, derubati, depredati, affamati, sradicati, espropriati, vessati, insultati, uccisi e tormentati con proiettili, missili, ruspe, carri armati, elicotteri, bombe a grappolo, freccette [ordigni contenenti fino a cento dardi di acciaio lunghi 5 centimetri, NdT], cacciabombardieri, mitra semiautomatici, boom sonici, gas lacrimogeno, recinti elettrificati, blocchi, recinzioni e muri, devono rinunciare alla violenza, così che ai banditi non venga fatto del male. Se si difendono, sono sconfitti. Se si lamentano, sono falsi. Se domandano qualcosa in cambio, sono inaffidabili. Se chiedono un confronto leale, hanno dei secondi fini. Se reagiscono a caso, sono uno strumento del terrore. E così quando le furie delle migliaia di morti, delle decine di migliaia di feriti e di prigionieri, e dei milioni di legati e imbavagliati si solleveranno insieme nella protesta, si dirà che sono la prova di quel male innato che va legittimamente contenuto, legittimamente occupato, con l'appoggio di una giustificata indignazione e di finanziamenti economici senza fine.

La ricompensa di Hamas per aver conquistato il potere giusto in tempo per porgere su un piatto d'argento a tutti gli aspiranti Sharon un buon pretesto per perseverare nella vecchia politica di vendetta è stata la decisione annunciata da Kadima il partito del futuro di mettere i palestinesi a una dieta da fame perché hanno osato esercitare i propri diritti.

La ricompensa di Hamas per aver verificato lo strepitoso successo di Israele nella distruzione di Fatah è stata l'insistenza israeliana affinché sottoscriva tutti gli accordi, i patti e i trattati che Fatah (essenzialmente l'Autorità Palestinese) aveva firmato ma che Israele aveva regolarmente stracciato. Con ogni nuovo mattone aggiunto agli insediamenti, con ogni pezzo di strada asfaltata che conduce ad Ariel, a Maale Adumim, a Illit, a Gush Etzion e oltre, con ogni rifiuto di un permesso di lavoro, d'istruzione, di cure mediche e di viaggio, con ogni camion fermato a Sufa e Karni lasciando marcire il suo carico, con ogni tassa e spesa doganale imposta a un popolo internato nella propria terra, Israele esibisce il proprio disprezzo per la dignità umana e si conquista gli applausi a scena aperta del Congresso statunitense, e non solo di esso.

Quando Osama Bin Laden giudica che sia legittimo uccidere gli americani perché come cittadini di un paese democratico sono responsabili del proprio governo, la società "civile" reagisce con un appropriato scoppio di indignazione. Quando Dov Weisglass e i suoi sadici e compiaciuti colleghi invocano tremende variazioni di castighi collettivi contro i palestinesi per aver osato rimpiazzare democraticamente Fatah con Hamas, la società "civile" annuisce in segno di ipocrita approvazione.

Per coloro che non se ne fossero accorti, Israele si oppone alla soluzione dei due stati. Si oppone anche a un unico stato, a uno stato binazionale, a uno stato secolare confederato e alle mille variazioni di uno stato ad interim su cui si è discusso per anni. Vi si oppone perché si oppone alla presenza di un altro popolo su una terra che ha reclamato come patrimonio esclusivo degli ebrei. Questo deve essere il punto di partenza per un attivismo efficace contro la visione razzista ed egemonica che Israele sta mettendo in atto e che gli Stati Uniti stanno garantendo: questo, e non discussioni astratte sulla soluzione ideale. Un'opposizione efficace non deve ritirarsi in un'indifferenza distratta e assopita che può essere letale.

Documento originale   Watching the Dissolution of Palestine
http://www.counterpunch.org/loewenstein02242006.html
Traduzione di mirumir http://www.tlaxcala.es
Riportato da Z-Net.it http://www.zmag.org/Italy/index.htm


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4)"E' in corso una pulizia etnica"
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di Amira Howeidy

Mentre l'Iraq si avvicina all'abisso di una guerra civile, un giro di vite contro il Consiglio degli Ulema due volte in questa settimana è passato quasi inosservato. Lunedì, forze Usa appoggiate da altri gruppi armati non identificati, hanno fatto irruzione nel quartier generale dell'associazione - influente e per lo più sunnita - e hanno arrestato due dei suoi maggiori leader. Al-Ahram Weekly ha incontrato il portavoce del Consiglio, Muthanna Harith al-Dhari, 37 anni, durante una [sua] visita al Cairo, dove stava dando gli ultimi tocchi al canale satellitare del Consiglio, Al-Rafidein, il cui lancio è prossimo, e che sarà basato al Cairo. Nel corso dell' intervista, al-Dhari ha evitato accuratamente di adottare quello che avrebbe potuto essere interpretato come un modo di esprimersi confessionale, ma ha sostenuto che in Iraq sono in corso forme di pulizia etnica. Alla domanda sul ruolo dell'Esercito del Mahdi di Muqtada al-Sadr nella violenza confessionale della settimana scorsa, al-Dhari non ha voluto fare commenti. Secondo fonti irachene informate che hanno parlato con il Weekly a condizione di rimanere anonime, l'Esercito del Mahdi è stato "infiltrato" dalla Badr Organisation, l'ala militare del Consiglio Supremo per la rivoluzione islamica in Iraq e da altre milizie che hanno l'appoggio dello stato. E di conseguenza, al-Sadr ha perso gradualmente il controllo diretto sulla sua milizia, che adesso viene accomunata alla violenza confessionale in Iraq. Il Consiglio degli Ulema considera al-Sadr, che è di origine araba, una figura nazionalista.

Estratti [dell'intervista]:


Il Washington Post ha scritto che 1300 iracheni, in massima parte sunniti, sono stati uccisi nella violenze scoppiate in seguito all'attacco della moschea al-Askariya di Samarra. In Iraq è iniziata la guerra civile?

No. Se Dio vuole, non inizierà. Ci sono tentativi di provocare una guerra civile.


Allora come descrive quello che sta succedendo in Iraq? Che cos'è una guerra civile se questa non lo è?

C'erano prospettive di guerra civile, ma sono state contenute. Ma il fuoco rimarrà sotto la cenere. Le forze che erano dietro alla recente crisi lavoreranno per riaccenderla. La guerra civile inizierà quando alcune forze avranno perso la loro consapevolezza; voglio dire, le forze che sono armate di pazienza e che sopportano la sofferenza, invece di cadere nella divisione fra le comunità [fitna]. Quando ciò accadrà, ci sarà la guerra civile. Ma grazie a Dio, esse hanno scelto l'interesse generale del popolo rispetto a quello personale. Quanto al numero degli iracheni uccisi la settimana scorsa, il Consiglio degli Ulema ha già annunciato che il bilancio delle vittime supera le 300. Questo è stato confermato oggi, quando il direttore generale dell'ospedale Al-Teb Adli e il suo obitorio hanno detto di avere 329 corpi. Poi naturalmente ci sono decine di corpi che sono stati sepolti dalle famiglie prima di arrivare all'obitorio. Quindi effettivamente stiamo parlando di circa 400. La cifra di 1300 è una esagerazione, un modo per gettare benzina sul fuoco. Un bilancio di 400 vittime non è tuttavia una cifra piccola.


Martedì sono arrivate informazioni dall'Iraq secondo le quali i sunniti da tutto il paese stanno inviando o preparandosi a inviare armi a Baghdad per proteggere i sunniti e le loro moschee. Può confermarcelo? I sunniti hanno bisogno di essere armati?

Questa necessità esiste ormai da molto tempo. Molto prima delle recenti violenze, l'attuale governo e l'apparato di sicurezza sfortunatamente hanno esercitato molte forme di terrorismo contro i cittadini ... Ci sono stati arresti e omicidi, di massa, di molti cittadini, in prevalenza sunniti, che sono stati prelevati dalle loro case di notte. Quindi il pericolo non è nuovo. Continua. La differenza questa volta è che in passato nessuno poteva difendersi, perché portare o possedere un'arma era un reato. Le forze di occupazione, assieme alle forze di sicurezza avrebbero compiuto i loro raid notturni e nessuno avrebbe potuto farci niente. Ma dopo l'attacco brutale da parte delle forze di sicurezza, di giorno, contro le moschee [sunnite], è dovere di tutti difendersi. Penso che i recenti eventi abbiano dimostrato al mondo intero che esiste una violenza di stato contro molti iracheni. Quindi adesso è giustificabile e totalmente ragionevole difendersi da soli, con tutti i mezzi necessari. L'Esercito del Mahdi di Muqtada al-Sadr, e l'ala armata dello SCIRI, la Badr organisation, gli squadroni della morte e le milizie sciite di questo tipo, sono stati smascherati recentemente per la loro violenza contro i sunniti. E persino durante il coprifuoco agli inizi di questa settimana, essi andavano in giro per le strade liberamente, terrorizzando la popolazione e commettendo altre violenze e omicidi uccisioni.


Come si pone nei confronti di questo il Consiglio degli Ulema?

Ci sono organizzazioni di sicurezza che sono affiliate all'attuale governo. Poi esistono milizie partigiane che sono collegate a queste organizzazioni e le hanno infiltrate per servire un ruolo politico. Sono state queste milizie e le forze di sicurezza che hanno preso di mira i civili durante la settimana scorsa.


Per favore, può fare dei nomi?

E' molto chiaro e non c'è bisogno di far nomi. Queste milizie hanno infiltrato i ministeri degli interni e della difesa.


Della Badr organisation?

Sì.


L'Iran costituisce una minaccia per la stabilità e l'unità dell'Iraq? Vede una mano iraniana nella recente violenza?

Ci sono molte parti regionali e internazionali che interferiscono negli affari iracheni. Ma è chiaro che l'Iran è in Iraq e gli Usa si stanno adoperando per contenerlo. L'occupazione ha creato un sacco di problemi, come le lotte collaterali che stanno avvenendo in Iraq ... L'Iraq è diventato il campo di battaglia per dei regolamenti di conti.


Quando l'abitazione del capo del Consiglio degli Ulema, lo sceicco Hareth al-Dhari, è stata attaccata questa settimana, lui ha accusato le forze di sicurezza. Perché il governo attaccherebbe una figura sunnita importante come lui?

Non è stato attaccato perché è una figura sunnita, ma perché è una figura nazionale. Questo attacco ha coinciso con un appello che lui aveva fatto il giorno precedente perché gli iracheni esercitassero l'autocontrollo e fossero pazienti. Aveva inoltre accusato le forze di sicurezza di avere orchestrato gli eventi violenti fra cui l'incendio delle moschee [sunnite]. Il giorno seguente la sua casa è stata attaccata. Di recente c'erano stati inoltre sforzi intensi da parte del Consiglio degli Ulema e della Khalisi University [l'Università "Imam Khalisi" di Baghdad, diretta dallo sceicco Jawad al Khalisi, influente leader religioso sciita e Segretario Generale dell'Iraqi National Foundation Congress NdT] per contenere la crisi. La maggior parte della gente non sa che il Consiglio degli Ulema viene definito dalle forze di sicurezza - nello specifico dai ministeri degli interni e della difesa - una organizzazione che sostiene il terrorismo.


La scelta del momento per l'attacco di Samarra ha fatto seguito alle rivelazioni di violenza confessionale appoggiate dallo stato e al fatto che gli americani sembravano essersi resi conto che il dare potere agli sciiti ha dato anche potere all'Iran in Iraq. Lei è d'accordo?

Violenza appoggiata dallo stato, prigioni governative, milizie governative stanno sfruttando la questione confessionale ... Il momento scelto per l'attacco ad Askariya era molto delicato. Esso è avvenuto mentre erano in corso negoziati per formare un governo [di unità] nazionale - che non avrebbe riflettuto necessariamente i risultati delle elezioni, e avrebbe comportato delle concessioni da parte dei vincitori. Questo era stato preceduto da dichiarazioni dell'ambasciatore Usa Zalmay Khalilzad a riguardo. Tutti questi messaggi erano stati ricevuti da alcune forze politiche che hanno vinto le elezioni come indicazioni del fatto che c'era un tentativo di sabotare il loro successo elettorale. La loro risposta è arrivata a Samarra.


Dopo Samarra e gli eventi che sono seguiti che hanno smascherato elementi sciiti fuorilegge all'interno del governo, il blocco sunnita, ora che ha deciso di riprendere le trattative per formare un governo di coalizione, sarà in una posizione migliore per negoziare un accordo equo?

Il Consiglio degli Ulema si presenta come una alternativa nazionale, non sunnita. Un processo politico che sta avvenendo sotto occupazione straniera non è una cosa che ci riguardi, e non riteniamo che sia un processo legittimo. Quanto al National Accord Front [il blocco sunnita che sta negoziando] questa è una loro decisione. Formare un "governo [di unità] nazionale" non realizzerà gli interessi del popolo iracheno. Tutti parlavano delle elezioni democratiche che avrebbero messo fine alla violenza in Iraq, seguite da elezioni che avrebbero formato un governo, dopo di questo del ritiro delle forze di occupazione, ecc. Questo era quello che veniva detto in giro. Le elezioni ci sono state e i negoziati per formare un governo sono nell'incertezza, e non si prevede la formazione di un governo a breve ... E sfortunatamente gli ultimi eventi, in cui c'è stato spargimento di sangue e sono state perse delle vite [umane] preziose, sono stati utilizzati per vantaggi politici a buon mercato.


Quindi lei sta dicendo che anche se il blocco sunnita otterrà il controllo dei ministeri chiave nel nuovo governo non cambierà molto.

No, non cambierà. Ci sono ministri sunniti nell'attuale governo, compreso il ministro della difesa. Che cosa hanno ottenuto? Niente, e non l'otterranno mai. Sono solo per facciata. Lo stesso varrà per il futuro governo ... Perché non abbiamo sentito la loro voce quando è scoppiata la violenza? Nella conferenza stampa che il ministro della difesa [sunnita] Sa'adun al-Dulaimi ha tenuto sabato, egli semplicemente non ha detto una parola di verità sul bilancio delle vittime o sul numero delle moschee attaccate.


Come hanno influito i recenti eventi sull'occupazione?

Essa ne ha tratto vantaggio. Le forze di occupazione non si sono mosse per fermare la violenza quando avrebbero potuto contenerla fin dall'inizio - cinque o sei carri armati avrebbero potuto farlo. Hanno l'obbligo in base al diritto internazionale di proteggere il paese che stanno occupando. Non lo hanno fatto e sono rimaste semplicemente a guardare.


Il ministero della difesa ha inviato unità corazzate e veicoli blindati per proteggere alcune zone di Baghdad, ma questo non ha effettivamente fugato le paure dei sunniti. Queste paure sono fondate?

Questi veicoli blindati sono così obsoleti da essere completamente inutili. Inoltre, essi sono là solo durante il giorno. Di notte, quando inizia il coprifuoco, gli squadroni della morte, o i corvi neri, come vengono chiamati in Iraq, iniziano a comparire dappertutto. Lunedì, il villaggio di Forsan, a Nahrwan, che si trova a sud-est di Baghdad, è stato completamente assediato dai corvi neri e dalle forze del ministero degli interni - nello specifico il battaglione al-Karar e un altro - e hanno dato fuoco a decine di case.


Chi sono esattamente i corvi neri?

Sono chiamati anche uomini in nero. Nessuno osa identificarli, anche se tutti sanno chi sono. Sono gruppi selezionati da alcuni partiti politici che hanno infiltrato il ministero degli interni e riferiscono direttamente a esso.


Che cosa vogliono? Far fuori gli accademici iracheni? Terrorizzare gli iracheni sunniti?

Questo è un problema nazionale. Ci sono tentativi di mettere a tacere tutte le voci nazionali in Iraq, a prescindere dalla loro appartenenza [confessionale]. Gli assassinii hanno preso di mira sia iracheni sunniti che sciiti.


Ma i sunniti sono state le vittime primarie.

Sì, certo. Ma qualsiasi voce che dica "No" viene uccisa. Essi vogliono fare piazza pulita per mettere in atto i loro piani di mantenere il dominio etnico e confessionale che vediamo oggi. E' questo il motivo per cui gli iracheni emigrano in numero enorme.


Quindi ciò che stiamo vedendo non è una guerra civile ma una pulizia etnica?

Sì. E' in corso una pulizia etnica, confessionale e politica, ed è attuata dalle forze di sicurezza [irachene].

Al Ahram Weekly, 2-8 marzo 2006
Traduzione di Ornella Sangiovanni
Riportato da Osservatorio Iraq a cura de “Un ponte per...”


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5) Chi comanda nel mondo?
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Basterebbe che venisse ritirato appena il 4% dalle 225 maggiori fortune del mondo per dare cibo, acqua, salute ed educazione a tutta l'umanità. Questi sono dati dell'ONU del 2004. Intanto 30 milioni di persone ancora muoiono di fame [Leonardo Boff, La Insigna].

Con l'autonomizzazione dell'economia e l'indebolimento degli stati-nazione è illusorio pensare che siano i presidenti eletti coloro che detengono il controllo del paese. Chi decide il reale destino del popolo non è il Presidente.

Il Presidente è ostaggio del Ministro del Tesoro e del Presidente della Banca Centrale, a loro volta ostaggi del sistema economico-finanziario mondiale alla cui logica si sottomettono.

Quando il Presidente Bush parla alla nazione sono certamente in molti ad ascoltarlo. Ma quando parla il Presidente del Federal Riserve (Fed) la nazione intera si ferma. Quello che dirà significa la vita o la morte di molti posti di lavoro e del destino delle imprese.

I padroni del mondo sono seduti dietro le scrivanie, sono loro che controllano i mercati finanziari, i tassi d'interesse, le infovie di comunicazione, le tecnologie biogenetiche e le industrie dell'informazione.

Immensi conglomerati privati agiscono a livello planetario. Senza chiedere niente a nessuno e senza nessun controllo dilapidano il patrimonio comune dell'umanità a proprio vantaggio. Nell'arco di pochi anni, hanno deforestato 800.000 ettari dalle isole del Borneo, Java, Sumatra e Sulawesi. Gli incendi hanno prodotto una fumata delle dimensioni di mezzo continente. Questi stessi gruppi, d'accordo con i nostri, operano ora nella foresta amazzonica. Le leggi di protezione ambientale sono inoperanti di fronte alla furiosa ricerca di dollari del paese attraverso l'esportazione nel tentativo di far fronte ai compromessi del debito interno ed estero.

Gli affari agricoli implicano la deforestazione, l'annientamento della biodiversità, l'omogeneizzazione della produzione in scala. Questa logica funziona nel sistema globalizzato mondiale creando disuguaglianze e devastazioni ecologiche laddove s'impianta. Nel 2010 si prevede che le foreste diminuiscano del 40%. Nel 2040 l'aumento di gas effetto serra potrebbe provocare un surriscaldamento da 1°c a 2°c innalzando il livello delle acque oceaniche da 0,1 a 1,5 metri e colpendo migliaia di città costiere. Sei milioni di ettari di terre fertili subiscono anno per anno gli effetti della desertificazione.

Malattie infettive di ogni tipo viaggiano alla velocità dei mercati. L'Aids è una pandemia in Africa. L'aspettativa di vita nell'Africa sub-sahariana è già diminuita di sette anni e in paesi come Uganda, Zimbabwe e Zambia è retrocessa di dieci anni. Nell'anno passato la produzione economica del Kenia, a causa dell'Aids, è scesa del 14,5%.

L'Africa è un paese abbandonato alla sua disgrazia, merita appena di essere sfruttato. Il Papa fa discorsi irresponsabili. Se ci fossero un po' di umanità e compassione tra gli esseri umani, basterebbe che venisse ritirato appena il 4% dalle 225 maggiori fortune del mondo per dare cibo, acqua, salute ed educazione a tutta l'umanità. Questi sono dati dell'ONU del 2004. Intanto 30 milioni di persone ancora muoiono di fame e 2 miliardi sono anemici. Avremo tempo a sufficienza affinché la disintegrazione si dimostri creativa?

Una lieve speranza si annuncia dalle varie parti del mondo: a Seattle, a Genova, a Porto Alegre, nei Forum Sociali Mondiali. Lì sorge un anti-potere che chiede una nuova giustizia planetaria, una tassazione significativa dei capitali speculativi, l'introduzione di una rendita di esistenza a tutti gli abitanti della terra non affinché sussistano ma perché, semplicemente, esistono. L'applicazione rigorosa dell'etica della precauzione e della cura nella questione ambientale. Speranze. Che hanno la forza del seme.

Tratto da http://italy.peacelink.org/latina/articles/art_14602.html
Traduzione dal portoghese di Fabiana D'Ascenzo per Peacelink


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