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GRANELLO DI SABBIA (n°151)
Bollettino elettronico quindicinale di ATTAC
Lunedì 1 maggio 2006
______________________________
Vi preghiamo di diffondere il Granello nella maniera più ampia possibile.
Numero di abbonati attuali: 7 563
____________________________________________________________
Indice degli argomenti
Alternative in Movimento
Quinta Assemblea Nazionale di Attac Italia
Napoli, 20-21 Maggio 2006
1)Il passo indietro del governo sul CPE è una prima vittoria, ma il male
non è sradicato!
Di Attac France
La mobilitazione intergenerazionale, della gioventù, degli studenti
liceali e universitari, dei lavoratori, di larga parte delle
organizzazioni sindacali e dei disoccupati ha vinto: ha fatto arretrare
un governo arrogante, autoritario e repressivo. È stato costretto a
sopprimere il CPE. Tuttavia l' arretramento del governo non deve essere
l'albero che nasconde la foresta.
2) Requiem per il “Consenso di Washington”
Di Fidel Vascós Gonzáles
Il termine "Consenso di Washington" fu coniato nel 1989 da John
Williamson, dell'Istituto di Economia Internazionale con sede nella
stessa capitale. Il famoso ricercatore aveva partecipato nello stesso
anno ad una riunione convocata dal suo Istituto. L'obiettivo era
disegnare le riforme necessarie per far uscire l'America Latina dalla
crisi del debito estero e recuperare la crescita che la regione non
aveva avuto nella "decada perdida" (il decennio perso) degli anni '80.
ErAno presenti rappresentanti di dieci paesi della regione. Con la
finalità di diffondere le conclusioni raggiunte dalla riunione,
Williamson scrisse un articolo esponendo ciò che, a suo giudizio, era un
accordo di quasi tutti i partecipanti. Per questo lo chiamò “Consenso”.
3) La dissoluzione della Palestina. A cosa si oppone davvero Israele?
Di Jennifer Loewenstein
Per coloro che non se ne fossero accorti, Israele si oppone alla
soluzione dei due stati. Si oppone anche a un unico stato, a uno stato
binazionale, a uno stato secolare confederato e alle mille variazioni di
uno stato ad interim su cui si è discusso per anni. Vi si oppone perché
si oppone alla presenza di un altro popolo su una terra che ha reclamato
come patrimonio esclusivo degli ebrei.
4)"E' in corso una pulizia etnica"
di Amira Howeidy
Al-Ahram Weekly ha incontrato il portavoce del Consiglio, Muthanna
Harith al-Dhari, 37 anni, durante una [sua] visita al Cairo, dove stava
dando gli ultimi tocchi al canale satellitare del Consiglio,
Al-Rafidein, il cui lancio è prossimo, e che sarà basato al Cairo. Nel
corso dell' intervista, al-Dhari ha evitato accuratamente di adottare
quello che avrebbe potuto essere interpretato come un modo di esprimersi
confessionale, ma ha sostenuto che in Iraq sono in corso forme di
pulizia etnica.
5) Chi comanda nel mondo?
Basterebbe che venisse ritirato appena il 4% dalle 225 maggiori fortune
del mondo per dare cibo, acqua, salute ed educazione a tutta l'umanità.
Questi sono dati dell'ONU del 2004. Intanto 30 milioni di persone ancora
muoiono di fame [Leonardo Boff, La Insigna].
_____________________________
Alternative in Movimento - Quinta Assemblea Nazionale di Attac Italia
Napoli, 20-21 Maggio 2006
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Quest’anno l’assemblea nazionale di Attac sarà non soltanto un momento
di confronto interno all’associazione, ma aperto a tutte le compagne e i
compagni che hanno lottato insieme a noi nei movimenti antiliberisti di
questo ultimo anno.
Proponiamo infatti di discutere delle prospettive delle nostre
mobilitazioni comuni e anche in generale sul ruolo politico dei
movimenti sociali nella prossima fase, dopo la sconfitta elettorale del
governo Berlusconi. Per questo invitiamo a discutere con noi i
sindacati, i collettivi studenteschi, i comitati contro le
privatizzazioni, i comitati No TAV, le associazioni e le reti
antiliberiste, le esperienze di altra economia, gli/le intellettuali
vicini ai movimenti...
Questi i dibattiti previsti nei due giorni
Sabato 20 maggio (dalle ore 10,30)
Stop Bolkestein: no alla privatizzazione dei servizi pubblici europei
Salario e diritti: i movimenti contro la politica dei redditi
L’altra economia in movimento
Domenica 21 maggio (ore 9,00)
Assemblea finale: Dove vanno i movimenti?
___
Sono previsti allogi in ostello, in albergo e presso militanti di Attac
Napoli.
Nei prossimi giorni il programma sarà definito nel dettaglio, potrete
trovare gli aggiornamenti, la logistica e i contributi alla discussione
all'indirizzo
http://italia.attac.org/spip/rubrique.php3?id_rubrique=153
Il programma sarà disponibile all'indirizzo
http://italia.attac.org/spip/article.php3?id_article=1012
Per info e prenotazioni: [EMAIL PROTECTED]
Ci vediamo a Napoli!
_____________________________
1) Il passo indietro del governo sul CPE è una prima vittoria, ma il
male non è sradicato!
__________________________________________________________
Del Bureau di Attac France
La mobilitazione intergenerazionale, della gioventù, degli studenti
liceali e universitari, dei lavoratori, di larga parte delle
organizzazioni sindacali e dei disoccupati ha vinto: ha fatto arretrare
un governo arrogante, autoritario e repressivo. È stato costretto a
sopprimere il CPE (articolo 8 della Legge sulle "pari opportunità").
Possono rallegrarsi di questo risultato i tre milioni di persone che
hanno manifestato, gli studenti che hanno condotto senza tregua
iniziative in queste ultime settime, i militanti di Attac che hanno
partecipato alle mobilitazioni.
Tuttavia l' arretramento del governo non deve essere l'albero che
nasconde la foresta; il governo e il padronato non rinunciano per nulla
al loro obiettivo di precarizzazione dell'impiego e di distruzione del
Codice del lavoro.
Anche se la vittoria popolare sul CPE e il rapporto di forze che l'ha
imposta, gli rendono le cose più difficili.
D'altra parte, la legge sulle "pari opportunità" non è stata abrogata.
Ed essa contiene norme pericolose: l'apprendistato a 14 anni,
l'autorizzazione al lavoro notturno a 15 anni, il ricatto
dell'abolizione degli assegni familiari ecc.
- Il CNE, a sua volta, è entrato in vigore nel 2005. E contiene
anch'esso le stesse tare del CPE in quanto istituisce il lavoro
dipendente precario, licenziabile, una manodopera poco cara e
impiegabile a piacere.
- La ristrutturazione delle ZEP (Zone di Istruzione Prioritaria).
Presentata dal governo Chirac-De Villepin-Sarkozy come una risposta tesa
al superamento delle disuguaglianze scolastiche, in realtà è il
contrario. Infatti le Zep/EP3 dovranno ridurre i mezzi di cui dispongono
per fornire delle ore d'insegnamento alle Zep/EP1 situate in quartieri
ancor più problematici. Sotto l'apparenza della solidarietà, il governo
vuole contrapporre i più emarginati agli emarginati, i più poveri ai poveri.
Non ci facciamo alcuna illusione. La politica governativa continuerà a
cercare in tutti i modi di imporre la precarietà, lo smantellamento dei
diritti del lavoro e delle conquiste sociali. Semplicemente perché va di
pari passo con la stessa logica neoliberista messa in atto dall'Unione
Europea, nel quadro della strategia di Lisbona.
Con le organizzazioni studentesche e i sindacati, Attac chiede la fine
dei procedimenti giudiziari contro i manifestanti incarcerati e/o
denunciati.
Abbiamo detto NO al TCE, NO alla Direttiva Bolkestein, NO al CPE.
Continueremo a dire NO alla precarietà, al neoliberismo.
Il movimento anti-CPE ha ricevuto il sostegno dei movimenti sociali e
degli Attac d'Europa e questo ci incoraggia a proseguire nella
resistenza e mobilitazione.
Per mantenere alta la pressione, Attac fa appello alla mobilitazione di
tutte e tutti.
Bureau di Attac France - 11 aprile 2006
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2) Requiem per il “Consenso di Washington”
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Di Fidel Vascós Gonzáles
Il termine "Consenso di Washington" fu coniato nel 1989 da John
Williamson, dell'Istituto di Economia Internazionale con sede nella
stessa capitale. Il famoso ricercatore aveva partecipato nello stesso
anno ad una riunione convocata dal suo Istituto. L'obiettivo era
disegnare le riforme necessarie per far uscire l'America Latina dalla
crisi del debito estero e recuperare la crescita che la regione non
aveva avuto nella "decada perdida" (il decennio perso) degli anni '80.
ErAno presenti rappresentanti di dieci paesi della regione. Con la
finalità di diffondere le conclusioni raggiunte dalla riunione,
Williamson scrisse un articolo esponendo ciò che, a suo giudizio, era un
accordo di quasi tutti i partecipanti. Per questo lo chiamò “Consenso”.
Si trattava di dieci misure per riformare la politica economica che si
stava applicando nella maggioranza dei paesi dell’America Latina. Le
proposte facevano riferimento al mantenimento di una rigida disciplina
fiscale che mantenesse controllato il deficit di bilancio, al riordino
della spesa pubblica al fine di ridurla, ad un'ampia riforma tributaria,
alla liberalizzazione del tasso d'interesse, ad un tipo di cambio
intermedio tra un tipo fisso e uno in libera fluttuazione, alla
liberalizzazione del commercio, alla liberalizzazione degli investimenti
esteri diretti, alla privatizzazione dei beni pubblici, alla
deregolamentazione dei flussi in entrata e in uscita di mezzi attraverso
la frontiera di un paese, al garantire diritti di proprietà al settore
informale dell'economia.
Bisogna tener conto delle circostanze nelle quali Williamson aveva
scritto il suo famoso articolo. Quello era l'anno della caduta del muro
di Berlino, dell'inizio della scomparsa del campo socialista europeo,
che culminò alla fine del 1991 con la disintegrazione dell'Unione
Sovietica. Questo fu il momento in cui Francis Fukuyama proclamò "la
fine della storia": ciò equivaleva al trionfo definitivo del capitalismo
come società ideale per gli esseri umani. Di fronte a ciò che si
concepiva come la sconfitta del socialismo, il Consenso di Washington
s'identificò con l'ideologia neoliberista. Venne promosso come l'unica
politica economica che avrebbe condotto allo sviluppo delle nazioni e al
benessere dei popoli.
A più di quindici anni da quel proclama, i risultati non sono stati
quelli auspicati dai suoi ideatori. La maggior delusione è l'incremento
nella diseguaglianza nei redditi e nell'aumento della povertà: i ricchi
più ricchi e i poveri più poveri. E' evidente il deterioramento sociale
che soffrono i popoli dove si sono applicate le ricette neoliberiste del
Consenso, con aumento della disoccupazione. La liberalizzazione del
capitale ha reso le economie sottosviluppate più vulnerabili perché, con
la deregolamentazione dei flussi del capitale privato a breve, questi
escono dal paese con la stessa velocità con cui erano entrati. Tutto
ciò, unito all'aumento della corruzione e l'arricchimento illecito di
coloro che detengono il potere economico e politico, ha portato in molti
casi all'ingovernabilità delle società dove si sono applicate le riforme
raccomandate dal Consenso.
E' tanto sconvolgente la realtà dei fatti che ora sono sorte nuove
teorie per tentare di rettificare la situazione. Le stanno formulando
gli stessi centri che avevano sostenuto il Consenso. La prima cosa è
stata il tentativo di separare la supposta bontà del disegno teorico
dalla sua erronea applicazione. Si puntualizza che l'equivoca
implementazione delle riforme e la cattiva amministrazione dei
responsabili sono le cause del fallimento sperimentato, e non già la
concezione neoliberista che le alimenta. Si sono poi definite le misure
del Consenso disegnato nel 1989 come una "riforma di prima generazione"
e si proclama la necessità di continuare con una "riforma di seconda
generazione". Con questa nuova evoluzione linguistica si raccomanda ora
di puntare principalmente al rafforzamento delle istituzioni che
sorvegliano l'applicazione del programma. Si prevede di vigilare per
evitare risvolti negativi, come l'aumento della povertà e la maggiore
disparità nei redditi della popolazione.
Proprio John Williamson, insieme ad altri collaboratori, ha elaborato un
nuovo programma di misure per risolvere il guaio. Però, in una chiara
allusione al fallimento del Consenso rispetto al nuovo programma che
propone, ha detto senza ambiguità: "Speriamo che questo programma non
sia intitolato "Consenso di Washington II". Non è opera di chi lavora a
Washington. Non tenta di comunicare un consenso (neppure arriviamo a un
consenso totale tra di noi). La frase ha acquistato un grado tale di
ambiguità che nasconde la chiarezza del pensiero”.
Pubblicato in GRANMA nell'anno 42 No. 29 del 3 Febbraio 2006
Traduzione a cura di Ruggero Fornoni
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3) La dissoluzione della Palestina. A cosa si oppone davvero Israele?
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Di Jennifer Loewenstein
Per coloro che non se ne fossero accorti, Israele si oppone alla
soluzione dei due stati. Ha fatto tutto quello che era in suo potere per
impedire a uno stato Palestinese di sorgere e continuerà farlo finché
potrà contare sulla complicità dei suoi potenti amici e sull'estesa
indifferenza dell'opinione pubblica.
In tali circostanze spetta a noi chiederci perché ad Hamas sia stato
ordinato da Israele e da quegli stessi potenti amici di accettare la
"soluzione dei due stati", soprattutto tenendo conto del fatto che,
diversamente da Israele, ha dichiarato chiaramente e ripetutamente che
avrebbe accettato uno stato palestinese sui territori occupati da
Israele nella guerra del 1967, la Cisgiordania, la Striscia di Gaza e
Gerusalemme Est. E questo è stato ribadito esplicitamente da tutti i
suoi principali rappresentanti: Zahar, Haniye, Meshal, e Yassin e
Rantisi prima di essere assassinati.
La Giudea e la Samaria, che costituiscono (o costituivano) la
Cisgiordania settentrionale e meridionale, sono state suddivise e
spartite nei vari decenni tra centinaia di migliaia di coloni ebrei
perché i insediassero le loro case, i loro frutteti e i loro giardini.
Sono attraversate e circondate da strade riservate esclusivamente agli
ebrei che collegano la terra, le case, i frutteti e i giardini a
Israele. Vi sono stati schierati guardie, soldati, carri armati e
bandiere israeliane che difendono e proteggono i coloni le loro case, i
loro frutteti e i loro giardini dando loro la certezza di essere
israeliani appartenenti ad un unico stato ebraico.
Le terre abitate dai coloni, con le loro famiglie, le case, i giardini,
i negozi, le scuole, i circoli, i bar e le piscine, sono state
registrate sulle mappe e assegnate, prese e messe al sicuro dagli arabi
vestiti di stracci che vivono in villaggi fatiscenti al di fuori delle
zone coloniali protette che sono stati costretti ad abbandonare. Le
nuove frontiere e i futuri confini dipendono dalla scomparsa di questi
arabi, che è ansiosamente anticipata e attivamente incoraggiata. La
maggior parte del perimetro orientale dello stato attuale è un muro di
cemento che cancella alla vista l'Altra Parte, innominabile tra persone
educate. Il muro di perimetro orientale sarà presto il muro di perimetro
occidentale perché il Primo Ministro israeliano ad interim, Ehud Olmert,
ha appena annunciato che il resto della Cisgiordania non ancora
incorporato sarà presto annesso a Israele: la Valle del Giordano, il
confine della Cisgiordania con lo stato della Giordania, e che
costituirà il confine orientale di Israele con lo stato della Giordania,
sarà anch'essa resa sicura dal muro e inaccessibile ai "non-Israeliani",
cioè ai palestinesi, i quali saranno completamente isolati nelle loro
riserve e impossibilitati ad accedere al mondo esterno.
E mentre annuncia quest'ultima decisione unilaterale di confiscare altra
terra per lo Stato ebraico, Olmert anticipa anche un regime di sanzioni
contro i palestinesi dei territori occupati, colpevoli di rifiutarsi di
credere che questa trasformazione in cui una società si rinforza e si
espande mentre l'altra si dissolve in migliaia di frammenti sia la vera
soluzione basata sui due stati.
Lo Stato di Israele si assegna l'uso prioritario delle risorse naturali,
soprattutto l'acqua, del territorio di cui si è appropriato o che ha
circondato. Un esercito di ladri e di saccheggiatori ha trasformato il
resto le strade piene di buche, le piantagioni trascurate, le case, le
scuole, le moschee, le chiese, gli ospedali, le università, i negozi e
le altre istituzioni civili in una serie di labirinti impercorribili,
una terra di nessuno legalizzata nella quale le restrizioni agli
spostamenti, i permessi, le carte d'identità contrassegnate per colore,
i lasciapassare, le perquisizioni casuali, le incursioni e le accuse
arbitrarie riducono gli abitanti a esseri sospetti privi di nomi, di
volti, di indirizzi e di diritti, a una canaglia collettiva da
diseducare e da snazionalizzare e forse, un giorno, da deportare per il
bene stesso dell'esistenza di Israele. Per gli stranieri visitare i
territori occupati è diventato difficile come lo è per i loro legittimi
abitanti spostarsi liberamente all'interno di essi. E’ dunque più
difficoltoso per gli stranieri confermare che i pericoli contro i quali
vengono messi in guardia derivano direttamente da Israele e non dalla
povera popolazione assediata. La minaccia quotidiana che incombe sulla
vita e sulla proprietà è in crescita, non in diminuzione.
Per coloro che non se ne fossero accorti, questo processo non accenna a
concludersi. Al contrario, alla bizzarra richiesta ad Hamas di accettare
la soluzione dei due stati categoricamente rifiutata da Israele che la
rende ogni giorno sempre più impraticabile geograficamente, si sono
aggiunte altre due condizioni: Hamas deve riconoscere Israele e
rinunciare alla violenza. In altre parole, deve riconoscere uno stato i
cui governanti e le cui scelte politiche hanno operato instancabilmente
per negare, distruggere, impedire e rifiutare l'esistenza dei
palestinesi e della Palestina non solo nel presente e nel futuro, ma
anche cancellandone il passato. E intanto i nostri mezzi di informazione
si sono assunti il compito di mostrare al mondo una realtà deformata,
grottesca nelle sue distorsioni, in cui sembra che un governo
democraticamente eletto ma privo di uno stato e il suo popolo calpestato
e per lo più indigente tengano in ostaggio i banditi impegnati a
massacrarli.
Mentre vengono calpestati, colpiti, percossi, distrutti, assassinati,
minacciati, derubati, depredati, affamati, sradicati, espropriati,
vessati, insultati, uccisi e tormentati con proiettili, missili, ruspe,
carri armati, elicotteri, bombe a grappolo, freccette [ordigni
contenenti fino a cento dardi di acciaio lunghi 5 centimetri, NdT],
cacciabombardieri, mitra semiautomatici, boom sonici, gas lacrimogeno,
recinti elettrificati, blocchi, recinzioni e muri, devono rinunciare
alla violenza, così che ai banditi non venga fatto del male. Se si
difendono, sono sconfitti. Se si lamentano, sono falsi. Se domandano
qualcosa in cambio, sono inaffidabili. Se chiedono un confronto leale,
hanno dei secondi fini. Se reagiscono a caso, sono uno strumento del
terrore. E così quando le furie delle migliaia di morti, delle decine di
migliaia di feriti e di prigionieri, e dei milioni di legati e
imbavagliati si solleveranno insieme nella protesta, si dirà che sono la
prova di quel male innato che va legittimamente contenuto,
legittimamente occupato, con l'appoggio di una giustificata indignazione
e di finanziamenti economici senza fine.
La ricompensa di Hamas per aver conquistato il potere giusto in tempo
per porgere su un piatto d'argento a tutti gli aspiranti Sharon un buon
pretesto per perseverare nella vecchia politica di vendetta è stata la
decisione annunciata da Kadima il partito del futuro di mettere i
palestinesi a una dieta da fame perché hanno osato esercitare i propri
diritti.
La ricompensa di Hamas per aver verificato lo strepitoso successo di
Israele nella distruzione di Fatah è stata l'insistenza israeliana
affinché sottoscriva tutti gli accordi, i patti e i trattati che Fatah
(essenzialmente l'Autorità Palestinese) aveva firmato ma che Israele
aveva regolarmente stracciato. Con ogni nuovo mattone aggiunto agli
insediamenti, con ogni pezzo di strada asfaltata che conduce ad Ariel, a
Maale Adumim, a Illit, a Gush Etzion e oltre, con ogni rifiuto di un
permesso di lavoro, d'istruzione, di cure mediche e di viaggio, con ogni
camion fermato a Sufa e Karni lasciando marcire il suo carico, con ogni
tassa e spesa doganale imposta a un popolo internato nella propria
terra, Israele esibisce il proprio disprezzo per la dignità umana e si
conquista gli applausi a scena aperta del Congresso statunitense, e non
solo di esso.
Quando Osama Bin Laden giudica che sia legittimo uccidere gli americani
perché come cittadini di un paese democratico sono responsabili del
proprio governo, la società "civile" reagisce con un appropriato scoppio
di indignazione. Quando Dov Weisglass e i suoi sadici e compiaciuti
colleghi invocano tremende variazioni di castighi collettivi contro i
palestinesi per aver osato rimpiazzare democraticamente Fatah con Hamas,
la società "civile" annuisce in segno di ipocrita approvazione.
Per coloro che non se ne fossero accorti, Israele si oppone alla
soluzione dei due stati. Si oppone anche a un unico stato, a uno stato
binazionale, a uno stato secolare confederato e alle mille variazioni di
uno stato ad interim su cui si è discusso per anni. Vi si oppone perché
si oppone alla presenza di un altro popolo su una terra che ha reclamato
come patrimonio esclusivo degli ebrei. Questo deve essere il punto di
partenza per un attivismo efficace contro la visione razzista ed
egemonica che Israele sta mettendo in atto e che gli Stati Uniti stanno
garantendo: questo, e non discussioni astratte sulla soluzione ideale.
Un'opposizione efficace non deve ritirarsi in un'indifferenza distratta
e assopita che può essere letale.
Documento originale Watching the Dissolution of Palestine
http://www.counterpunch.org/loewenstein02242006.html
Traduzione di mirumir http://www.tlaxcala.es
Riportato da Z-Net.it http://www.zmag.org/Italy/index.htm
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4)"E' in corso una pulizia etnica"
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di Amira Howeidy
Mentre l'Iraq si avvicina all'abisso di una guerra civile, un giro di
vite contro il Consiglio degli Ulema due volte in questa settimana è
passato quasi inosservato. Lunedì, forze Usa appoggiate da altri gruppi
armati non identificati, hanno fatto irruzione nel quartier generale
dell'associazione - influente e per lo più sunnita - e hanno arrestato
due dei suoi maggiori leader.
Al-Ahram Weekly ha incontrato il portavoce del Consiglio, Muthanna
Harith al-Dhari, 37 anni, durante una [sua] visita al Cairo, dove stava
dando gli ultimi tocchi al canale satellitare del Consiglio,
Al-Rafidein, il cui lancio è prossimo, e che sarà basato al Cairo.
Nel corso dell' intervista, al-Dhari ha evitato accuratamente di
adottare quello che avrebbe potuto essere interpretato come un modo di
esprimersi confessionale, ma ha sostenuto che in Iraq sono in corso
forme di pulizia etnica.
Alla domanda sul ruolo dell'Esercito del Mahdi di Muqtada al-Sadr nella
violenza confessionale della settimana scorsa, al-Dhari non ha voluto
fare commenti. Secondo fonti irachene informate che hanno parlato con il
Weekly a condizione di rimanere anonime, l'Esercito del Mahdi è stato
"infiltrato" dalla Badr Organisation, l'ala militare del Consiglio
Supremo per la rivoluzione islamica in Iraq e da altre milizie che hanno
l'appoggio dello stato. E di conseguenza, al-Sadr ha perso gradualmente
il controllo diretto sulla sua milizia, che adesso viene accomunata alla
violenza confessionale in Iraq. Il Consiglio degli Ulema considera
al-Sadr, che è di origine araba, una figura nazionalista.
Estratti [dell'intervista]:
Il Washington Post ha scritto che 1300 iracheni, in massima parte
sunniti, sono stati uccisi nella violenze scoppiate in seguito
all'attacco della moschea al-Askariya di Samarra. In Iraq è iniziata la
guerra civile?
No. Se Dio vuole, non inizierà. Ci sono tentativi di provocare una
guerra civile.
Allora come descrive quello che sta succedendo in Iraq? Che cos'è una
guerra civile se questa non lo è?
C'erano prospettive di guerra civile, ma sono state contenute. Ma il
fuoco rimarrà sotto la cenere. Le forze che erano dietro alla recente
crisi lavoreranno per riaccenderla. La guerra civile inizierà quando
alcune forze avranno perso la loro consapevolezza; voglio dire, le forze
che sono armate di pazienza e che sopportano la sofferenza, invece di
cadere nella divisione fra le comunità [fitna]. Quando ciò accadrà, ci
sarà la guerra civile. Ma grazie a Dio, esse hanno scelto l'interesse
generale del popolo rispetto a quello personale.
Quanto al numero degli iracheni uccisi la settimana scorsa, il Consiglio
degli Ulema ha già annunciato che il bilancio delle vittime supera le
300. Questo è stato confermato oggi, quando il direttore generale
dell'ospedale Al-Teb Adli e il suo obitorio hanno detto di avere 329
corpi. Poi naturalmente ci sono decine di corpi che sono stati sepolti
dalle famiglie prima di arrivare all'obitorio. Quindi effettivamente
stiamo parlando di circa 400. La cifra di 1300 è una esagerazione, un
modo per gettare benzina sul fuoco. Un bilancio di 400 vittime non è
tuttavia una cifra piccola.
Martedì sono arrivate informazioni dall'Iraq secondo le quali i sunniti
da tutto il paese stanno inviando o preparandosi a inviare armi a
Baghdad per proteggere i sunniti e le loro moschee. Può confermarcelo? I
sunniti hanno bisogno di essere armati?
Questa necessità esiste ormai da molto tempo. Molto prima delle recenti
violenze, l'attuale governo e l'apparato di sicurezza sfortunatamente
hanno esercitato molte forme di terrorismo contro i cittadini ... Ci
sono stati arresti e omicidi, di massa, di molti cittadini, in
prevalenza sunniti, che sono stati prelevati dalle loro case di notte.
Quindi il pericolo non è nuovo. Continua. La differenza questa volta è
che in passato nessuno poteva difendersi, perché portare o possedere
un'arma era un reato. Le forze di occupazione, assieme alle forze di
sicurezza avrebbero compiuto i loro raid notturni e nessuno avrebbe
potuto farci niente. Ma dopo l'attacco brutale da parte delle forze di
sicurezza, di giorno, contro le moschee [sunnite], è dovere di tutti
difendersi.
Penso che i recenti eventi abbiano dimostrato al mondo intero che esiste
una violenza di stato contro molti iracheni. Quindi adesso è
giustificabile e totalmente ragionevole difendersi da soli, con tutti i
mezzi necessari.
L'Esercito del Mahdi di Muqtada al-Sadr, e l'ala armata dello SCIRI, la
Badr organisation, gli squadroni della morte e le milizie sciite di
questo tipo, sono stati smascherati recentemente per la loro violenza
contro i sunniti. E persino durante il coprifuoco agli inizi di questa
settimana, essi andavano in giro per le strade liberamente,
terrorizzando la popolazione e commettendo altre violenze e omicidi
uccisioni.
Come si pone nei confronti di questo il Consiglio degli Ulema?
Ci sono organizzazioni di sicurezza che sono affiliate all'attuale
governo. Poi esistono milizie partigiane che sono collegate a queste
organizzazioni e le hanno infiltrate per servire un ruolo politico. Sono
state queste milizie e le forze di sicurezza che hanno preso di mira i
civili durante la settimana scorsa.
Per favore, può fare dei nomi?
E' molto chiaro e non c'è bisogno di far nomi. Queste milizie hanno
infiltrato i ministeri degli interni e della difesa.
Della Badr organisation?
Sì.
L'Iran costituisce una minaccia per la stabilità e l'unità dell'Iraq?
Vede una mano iraniana nella recente violenza?
Ci sono molte parti regionali e internazionali che interferiscono negli
affari iracheni.
Ma è chiaro che l'Iran è in Iraq e gli Usa si stanno adoperando per
contenerlo.
L'occupazione ha creato un sacco di problemi, come le lotte collaterali
che stanno avvenendo in Iraq ... L'Iraq è diventato il campo di
battaglia per dei regolamenti di conti.
Quando l'abitazione del capo del Consiglio degli Ulema, lo sceicco
Hareth al-Dhari, è stata attaccata questa settimana, lui ha accusato le
forze di sicurezza. Perché il governo attaccherebbe una figura sunnita
importante come lui?
Non è stato attaccato perché è una figura sunnita, ma perché è una
figura nazionale. Questo attacco ha coinciso con un appello che lui
aveva fatto il giorno precedente perché gli iracheni esercitassero
l'autocontrollo e fossero pazienti. Aveva inoltre accusato le forze di
sicurezza di avere orchestrato gli eventi violenti fra cui l'incendio
delle moschee [sunnite]. Il giorno seguente la sua casa è stata
attaccata. Di recente c'erano stati inoltre sforzi intensi da parte del
Consiglio degli Ulema e della Khalisi University [l'Università "Imam
Khalisi" di Baghdad, diretta dallo sceicco Jawad al Khalisi, influente
leader religioso sciita e Segretario Generale dell'Iraqi National
Foundation Congress NdT] per contenere la crisi. La maggior parte della
gente non sa che il Consiglio degli Ulema viene definito dalle forze di
sicurezza - nello specifico dai ministeri degli interni e della difesa -
una organizzazione che sostiene il terrorismo.
La scelta del momento per l'attacco di Samarra ha fatto seguito alle
rivelazioni di violenza confessionale appoggiate dallo stato e al fatto
che gli americani sembravano essersi resi conto che il dare potere agli
sciiti ha dato anche potere all'Iran in Iraq. Lei è d'accordo?
Violenza appoggiata dallo stato, prigioni governative, milizie
governative stanno sfruttando la questione confessionale ... Il momento
scelto per l'attacco ad Askariya era molto delicato. Esso è avvenuto
mentre erano in corso negoziati per formare un governo [di unità]
nazionale - che non avrebbe riflettuto necessariamente i risultati delle
elezioni, e avrebbe comportato delle concessioni da parte dei vincitori.
Questo era stato preceduto da dichiarazioni dell'ambasciatore Usa Zalmay
Khalilzad a riguardo. Tutti questi messaggi erano stati ricevuti da
alcune forze politiche che hanno vinto le elezioni come indicazioni del
fatto che c'era un tentativo di sabotare il loro successo elettorale. La
loro risposta è arrivata a Samarra.
Dopo Samarra e gli eventi che sono seguiti che hanno smascherato
elementi sciiti fuorilegge all'interno del governo, il blocco sunnita,
ora che ha deciso di riprendere le trattative per formare un governo di
coalizione, sarà in una posizione migliore per negoziare un accordo equo?
Il Consiglio degli Ulema si presenta come una alternativa nazionale, non
sunnita. Un processo politico che sta avvenendo sotto occupazione
straniera non è una cosa che ci riguardi, e non riteniamo che sia un
processo legittimo. Quanto al National Accord Front [il blocco sunnita
che sta negoziando] questa è una loro decisione. Formare un "governo [di
unità] nazionale" non realizzerà gli interessi del popolo iracheno.
Tutti parlavano delle elezioni democratiche che avrebbero messo fine
alla violenza in Iraq, seguite da elezioni che avrebbero formato un
governo, dopo di questo del ritiro delle forze di occupazione, ecc.
Questo era quello che veniva detto in giro. Le elezioni ci sono state e
i negoziati per formare un governo sono nell'incertezza, e non si
prevede la formazione di un governo a breve ... E sfortunatamente gli
ultimi eventi, in cui c'è stato spargimento di sangue e sono state perse
delle vite [umane] preziose, sono stati utilizzati per vantaggi politici
a buon mercato.
Quindi lei sta dicendo che anche se il blocco sunnita otterrà il
controllo dei ministeri chiave nel nuovo governo non cambierà molto.
No, non cambierà. Ci sono ministri sunniti nell'attuale governo,
compreso il ministro della difesa. Che cosa hanno ottenuto? Niente, e
non l'otterranno mai. Sono solo per facciata. Lo stesso varrà per il
futuro governo ... Perché non abbiamo sentito la loro voce quando è
scoppiata la violenza? Nella conferenza stampa che il ministro della
difesa [sunnita] Sa'adun al-Dulaimi ha tenuto sabato, egli semplicemente
non ha detto una parola di verità sul bilancio delle vittime o sul
numero delle moschee attaccate.
Come hanno influito i recenti eventi sull'occupazione?
Essa ne ha tratto vantaggio. Le forze di occupazione non si sono mosse
per fermare la violenza quando avrebbero potuto contenerla fin
dall'inizio - cinque o sei carri armati avrebbero potuto farlo. Hanno
l'obbligo in base al diritto internazionale di proteggere il paese che
stanno occupando. Non lo hanno fatto e sono rimaste semplicemente a
guardare.
Il ministero della difesa ha inviato unità corazzate e veicoli blindati
per proteggere alcune zone di Baghdad, ma questo non ha effettivamente
fugato le paure dei sunniti. Queste paure sono fondate?
Questi veicoli blindati sono così obsoleti da essere completamente
inutili. Inoltre, essi sono là solo durante il giorno. Di notte, quando
inizia il coprifuoco, gli squadroni della morte, o i corvi neri, come
vengono chiamati in Iraq, iniziano a comparire dappertutto. Lunedì, il
villaggio di Forsan, a Nahrwan, che si trova a sud-est di Baghdad, è
stato completamente assediato dai corvi neri e dalle forze del ministero
degli interni - nello specifico il battaglione al-Karar e un altro - e
hanno dato fuoco a decine di case.
Chi sono esattamente i corvi neri?
Sono chiamati anche uomini in nero. Nessuno osa identificarli, anche se
tutti sanno chi sono. Sono gruppi selezionati da alcuni partiti politici
che hanno infiltrato il ministero degli interni e riferiscono
direttamente a esso.
Che cosa vogliono? Far fuori gli accademici iracheni? Terrorizzare gli
iracheni sunniti?
Questo è un problema nazionale. Ci sono tentativi di mettere a tacere
tutte le voci nazionali in Iraq, a prescindere dalla loro appartenenza
[confessionale]. Gli assassinii hanno preso di mira sia iracheni sunniti
che sciiti.
Ma i sunniti sono state le vittime primarie.
Sì, certo. Ma qualsiasi voce che dica "No" viene uccisa. Essi vogliono
fare piazza pulita per mettere in atto i loro piani di mantenere il
dominio etnico e confessionale che vediamo oggi. E' questo il motivo per
cui gli iracheni emigrano in numero enorme.
Quindi ciò che stiamo vedendo non è una guerra civile ma una pulizia
etnica?
Sì. E' in corso una pulizia etnica, confessionale e politica, ed è
attuata dalle forze di sicurezza [irachene].
Al Ahram Weekly, 2-8 marzo 2006
Traduzione di Ornella Sangiovanni
Riportato da Osservatorio Iraq a cura de “Un ponte per...”
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5) Chi comanda nel mondo?
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Basterebbe che venisse ritirato appena il 4% dalle 225 maggiori fortune
del mondo per dare cibo, acqua, salute ed educazione a tutta l'umanità.
Questi sono dati dell'ONU del 2004. Intanto 30 milioni di persone ancora
muoiono di fame [Leonardo Boff, La Insigna].
Con l'autonomizzazione dell'economia e l'indebolimento degli
stati-nazione è illusorio pensare che siano i presidenti eletti coloro
che detengono il controllo del paese. Chi decide il reale destino del
popolo non è il Presidente.
Il Presidente è ostaggio del Ministro del Tesoro e del Presidente della
Banca Centrale, a loro volta ostaggi del sistema economico-finanziario
mondiale alla cui logica si sottomettono.
Quando il Presidente Bush parla alla nazione sono certamente in molti ad
ascoltarlo. Ma quando parla il Presidente del Federal Riserve (Fed) la
nazione intera si ferma. Quello che dirà significa la vita o la morte di
molti posti di lavoro e del destino delle imprese.
I padroni del mondo sono seduti dietro le scrivanie, sono loro che
controllano i mercati finanziari, i tassi d'interesse, le infovie di
comunicazione, le tecnologie biogenetiche e le industrie dell'informazione.
Immensi conglomerati privati agiscono a livello planetario. Senza
chiedere niente a nessuno e senza nessun controllo dilapidano il
patrimonio comune dell'umanità a proprio vantaggio. Nell'arco di pochi
anni, hanno deforestato 800.000 ettari dalle isole del Borneo, Java,
Sumatra e Sulawesi. Gli incendi hanno prodotto una fumata delle
dimensioni di mezzo continente. Questi stessi gruppi, d'accordo con i
nostri, operano ora nella foresta amazzonica. Le leggi di protezione
ambientale sono inoperanti di fronte alla furiosa ricerca di dollari del
paese attraverso l'esportazione nel tentativo di far fronte ai
compromessi del debito interno ed estero.
Gli affari agricoli implicano la deforestazione, l'annientamento della
biodiversità, l'omogeneizzazione della produzione in scala. Questa
logica funziona nel sistema globalizzato mondiale creando disuguaglianze
e devastazioni ecologiche laddove s'impianta. Nel 2010 si prevede che le
foreste diminuiscano del 40%. Nel 2040 l'aumento di gas effetto serra
potrebbe provocare un surriscaldamento da 1°c a 2°c innalzando il
livello delle acque oceaniche da 0,1 a 1,5 metri e colpendo migliaia di
città costiere. Sei milioni di ettari di terre fertili subiscono anno
per anno gli effetti della desertificazione.
Malattie infettive di ogni tipo viaggiano alla velocità dei mercati.
L'Aids è una pandemia in Africa. L'aspettativa di vita nell'Africa
sub-sahariana è già diminuita di sette anni e in paesi come Uganda,
Zimbabwe e Zambia è retrocessa di dieci anni. Nell'anno passato la
produzione economica del Kenia, a causa dell'Aids, è scesa del 14,5%.
L'Africa è un paese abbandonato alla sua disgrazia, merita appena di
essere sfruttato. Il Papa fa discorsi irresponsabili. Se ci fossero un
po' di umanità e compassione tra gli esseri umani, basterebbe che
venisse ritirato appena il 4% dalle 225 maggiori fortune del mondo per
dare cibo, acqua, salute ed educazione a tutta l'umanità. Questi sono
dati dell'ONU del 2004. Intanto 30 milioni di persone ancora muoiono di
fame e 2 miliardi sono anemici. Avremo tempo a sufficienza affinché la
disintegrazione si dimostri creativa?
Una lieve speranza si annuncia dalle varie parti del mondo: a Seattle, a
Genova, a Porto Alegre, nei Forum Sociali Mondiali. Lì sorge un
anti-potere che chiede una nuova giustizia planetaria, una tassazione
significativa dei capitali speculativi, l'introduzione di una rendita di
esistenza a tutti gli abitanti della terra non affinché sussistano ma
perché, semplicemente, esistono. L'applicazione rigorosa dell'etica
della precauzione e della cura nella questione ambientale. Speranze. Che
hanno la forza del seme.
Tratto da http://italy.peacelink.org/latina/articles/art_14602.html
Traduzione dal portoghese di Fabiana D'Ascenzo per Peacelink
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