Non più un uomo nè un euro per le missioni e le parate di guerra
Report della riunione nazionale del 20 maggio
La riunione nazionale di Roma del 20 maggio di associazioni, reti e
comitati provenienti da diverse città, ha discusso e valutato i
passaggi e le scadenze che attendono il movimento contro la guerra nel
mese di giugno. Due in particolare: la votazione sul decreto per il
rifinanziamento delle missioni militari italiane in Iraq e Afganistan e
la parata militarista del 2 giugno. La discussione ha inteso
sottolineare sia alcune valutazioni sia il contributo alla
mobilitazione su queste scadenze.
1) In primo luogo va riaffermata con forza l’autonomia del movimento
dalle scelte del governo, anche oggi che nella maggioranza di governo
ci sono forze politiche con cui in questi anni sono stati condivisi
percorsi della mobilitazione No War. Questo rimane un fattore di forza,
qualità e chiarezza indispensabile.
2) In secondo luogo va dichiarato chiaramente che le missioni militari
in Iraq e Afganistan sono state un fallimento costoso e sanguinoso sia
per il nostro paese che per le popolazioni dei paesi occupati
militarmente. Mascherare questo fallimento parlando di “exit strategy”
invece che di ritiro immediato, vorrebbe occultare un dato di fatto:
queste due guerre imposte dall’amministrazione Bush e condivise dai
suoi alleati, si sono rivelate una sconfitta determinata soprattutto
dalla resistenza e dalla ostilità delle popolazioni irachena e afgana,
e dalla delegittimazione della strategia di guerra operata in tutto il
mondo dall’azione dei movimenti. E’ nella cornice di un comune “diritto
di resistenza” globale, che avviene la sconfitta della guerra.
Il governo Prodi nega questo scenario e rimane prigioniero di una
logica che non contesta il “merito” delle spedizioni neocoloniali ma
solo il “metodo”, facendo balenare l’idea che una diversa politica
estera sarebbe in grado di gestire meglio gli stessi obiettivi in Iraq,
Afganistan, Medio Oriente o Africa attraverso il “peace keeping” come
opzione militare e la “governance” come opzione di depotenziamento
della resistenza globale. Non possiamo infatti nasconderci che nel
governo Prodi è predominante e decisionale un “nucleo duro” assai poco
dissimile, nella visione e nei progetti strategici, dalle alleanze
politico-militari e dagli interessi materiali che fino ad oggi hanno
voluto e gestito la guerra permanente. Le forze che hanno contribuito
attraverso l’Unione al nuovo governo, se non daranno segni concreti di
autonomia sulle scelte dirimenti, rischiano di fornire alibi e
copertura ai progetti di questo nucleo duro. Tutto ciò può solo
rinviare e riproporre a breve nuove tragedie e nuove lacerazioni.
3) La prima verifica che attende il movimento e il nuovo governo è a
fine giugno quando dovrà essere votato il rifinanziamento delle
missioni militari in Iraq e Afganistan. Intorno a questa scadenza
occorre annunciare sin da ora che il movimento No War non retrocederà
dagli obiettivi avanzati fino ad oggi: ritiro immediato delle truppe
dai teatri di guerra. In questo senso è condivisibile il recente
appello lanciato da autorevoli personalità del mondo pacifista (Strada,
Zanotelli, Dall’Olio, Ciotti) sottoscritto da centinaia di persone e
associazioni. Il giorno della votazione in parlamento, i palazzi dove
verrà discusso e deciso il rifinanziamento delle missioni militari
saranno circondati e assediati dal movimento No War proveniente da
tutta Italia che non accetterà niente di meno che una chiara revoca del
finanziamento alla guerra e il ritiro immediato delle truppe da Iraq e
Afganistan.
Questo è ciò che chiede chiaramente da anni la maggioranza della
società e che nessuna maggioranza parlamentare può permettersi di
negare. Il movimento No War interpreta ed esprime il sentimento diffuso
di questa maggioranza sociale, la politica non può non tenerne conto.
4) La giornata del 2 giugno, nata come celebrazione della sovranità
popolare che avevo reso possibile una Repubblica nata dalla Resistenza
e che ripudia la guerra, è stata ritrasformata volutamente dall’ex
presidente Ciampi, in una kermesse militarista e nazionalista che ha
stravolto il senso della festa e ne ha reso i contenuti inquietanti
(nella prima riedizione del 2000 furono fatti sfilare i reparti dei
paesi NATO che avevano bombardato la Jugoslavia, nelle ultime due
edizioni hanno sfilato i reparti impegnati nella guerra in Iraq e
Afganistan). La parata militarista del 2 giugno vorrebbe veicolare a
livello di massa la crescente militarizzazione della società, dell’
economia e della politica, dando splendore a forze armate ormai
professionali e pagate per fare la guerra. E’ una scenario che
rigettiamo totalmente.
Lo abbiamo annunciato nei giorni scorsi e intendiamo ribadirlo: o si
sospende la parata militarista del 2 giugno o questa verrà contestata a
Roma e in ogni altra città dove ci saranno manifestazioni analoghe.
Discuteremo e ci confronteremo con tutte le anime del movimento contro
la guerra per arrivare a scelte condivise e unitarie sulle
mobilitazioni di giugno difendendo al tempo stesso unità e reciproco
rispetto sulle scadenze e le modalità delle mobilitazioni stesse.
Roma 20 maggio
Comitato per il ritiro dei militari italiani
Area condivisa della disobbedienza sociale
Action
Centro Popolare Autogestito (Firenze)
Red Link
Circolo "Agorà" (Pisa)
Casa della Pace (Roma)
Radio Città Aperta (Roma)
Laboratorio di Resistenza alla guerra
Laboratorio Insurgencia (Napoli)
Federazione RdB
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