SULLA RSA DI VIA GLENO E SUGLI ANZIANI CRONICI NON-AUTOSUFFICIENTI

Il documento di CGIL-CISL-UIL di Bergamo del 16 marzo 2006 riguardo ai problemi degli anziani in generale e in particolare della RSA - Fondazione Gleno è un'opportunità per discutere e approfondire il problema; vogliamo pertanto dare, come associazione SENZA LIMITI (coordinamento delle associazioni per la riabilitazione e la cura degli anziani cronici non autosufficienti senza limiti di durata, - associazione ONLUS regionale lombarda, con sede in Milano in via dei Carracci, 2) un nostro contributo sul tema.

Anzitutto noi, conformemente al nostro statuto e ai nostri scopi, riteniamo che parlare di anziani sia estremamente generico. Infatti vi sono anziani, anche di età avanzata, che stanno benissimo, magari perché appartengono a un ceto sociale agiato che non richiede alcun intervento sociale ; altri sono poveri e, pur non essendo malati, sono a rischio di malattia; altri ancora, in una percentuale intorno al 5% (degli ultrasessantacinquenni) sono malati cronici gravi: costoro, al seguito di più di una patologia, sono diventati non autosufficienti. Essere non autosufficiente significa non essere in grado di compiere gli atti più elementari della vita quotidiana, quindi avere di bisogno di essere curato, assistito e aiutato.

Gli anziani poveri hanno bisogno di essere assistiti dal punto di vista economico e sociale per evitare sia l'emarginazione che il rischio di malattia. Ai Comuni spetta di intervenire in questo frangente. E' invece compito dell'organizzazione sanitaria pubblica intervenire a favore degli anziani cronici non autosufficienti. Occorre considerare che anche gli anziani malati cronici possono avere bisogno di interventi non-sanitari, legati ad esempio alla solitudine e alla povertà, che sono a carico del Comune.

Chiariamo anche che tutti i cittadini, indipendentemente dal reddito e dal territorio, hanno diritto alla salute, e dunque alla prevenzione. Dovrebbero essere promossi e inseriti nei piani sanitari interventi di prevenzione della non autosufficienza che partono da lontano (ad esempio dalla non-esposizione a sostanze tossiche e cancerogene) e proseguono con l'educazione a corretti stili di vita, quali una corretta alimentazione, la necessità di movimento e altro, non ultimo l'impegno intellettuale e culturale.

Condividiamo in pieno, come dice il documento di CGIL-CISL-UIL, che il dibattito sul Gleno diventa una grande occasione per discutere su tutta la materia e per dare al contempo indicazioni concrete per la soluzione del problema locale.

Non è compito della famiglia farsi carico di un paziente cronico non autosufficiente: nessuna legge lo prevede se non i documenti della Regione Lombardia che insistono sul principio di sussidiarietà orizzontale; questi testi esprimono una concezione della famiglia come erogatrice di servizi e le affidano, di conseguenza, compiti non suoi, in modo da stornare il denaro pubblico dai servizi socio-sanitari.

Inoltre, quando si pensa ad un grande istituto per cronici in cui sono rinchiuse centinaia di persone, non è possibile non considerare le analogie di questi istituti con i manicomi di deprecabile memoria. Il Forum per la Salute Mentale l'ha notato in diverse occasioni. Vi è un problema etico che riguarda la concentrazione di centinaia di persone accomunate dal fatto che una volta entrate in questi istituti non ne usciranno che da morti; i pazienti conducono una vita monotona, priva di scopi e di stimoli. Occorre discutere di questa questione prima di decidere se i posti letto di una grossa struttura come il Gleno debbano essere o meno mantenuti.

Non riteniamo che i servizi di cure domiciliari possano sostituire le strutture residenziali in modo totale, perché vi sono condizioni in cui le cure domiciliari non sono praticabili (ad esempio se la persona non autosufficiente è sola); nondimeno sappiamo da esperienze italiane e soprattutto estere che le cure domiciliari, soprattutto nella forma "ospedalizzazione a domicilio" possono ridurre in modo consistente il ricorso alla residenzialità. Per andare in questa direzione, come ha fatto la Danimarca, la Lombardia dovrebbe aumentare le cure domiciliari di 9 volte quelle attuali.

Le cure ospedaliere devono essere brevi, tuttavia ci deve essere una continuità assistenziale dopo la dimissione. Si deve sapere, prima che il paziente lasci l'ospedale, dove deve essere trasferito e a carico di chi. Si ricorda quanto prevede la legge, ovvero che la Regione deve programmare i posti letto negli ospedali per acuti, cronici, lungodegenti e convalescenti (art. 29 legge 132/68).

Sulle rette i sindacati confederali hanno una posizione di accettazione, che non tiene conto della diminuzione reddituale che si verifica quando in famiglia c'è un anziano cronico da mantenere o da sostenere. Ricordiamo quell'indagine, fatta dal passato governo di centro sinistra, che ha dimostrato che due milioni di famiglie sono andate sotto la soglia di povertà per quella ragione. Eppure vi sono leggi che, se applicate, ridurrebbero in modo consistente il peso del costo del ricovero in RSA. Il decreto legislativo 130/00 ha stabilito che si può chiedere la partecipazione alla spesa del ricovero esclusivamente al soggetto ricoverato (reddito personale ISEE) e non alla famiglia.

Oggi per fortuna l'opposizione in Regione Lombardia e tante altre associazioni e movimenti hanno promosso e stanno promuovendo interrogazioni regionali e una petizione che chiede di applicare il decreto legislativo 130/00 all'interno di un approccio simile a quello della Regione Piemonte. Si tratta di elevare la parte dei costi sanitari delle RSA spettante alla Regione e di creare un fondo che possa soccorrere i Comuni nel caso abbiano difficoltà a fare fronte alla quota loro spettante. Non è accettabile che la Giunta lombarda, tramite atti amministrativi, stabilisca limiti ai tempi di ricovero. Non si può, scientificamente e giuridicamente, sostenere che un malato mentale, superata la soglia dei 65 anni, divenga semplicemente un assistito, quindi privo del diritto alla residenzialità in comunità terapeutica o comunque in una residenza per malati psichiatrici.

La nostra posizione sulla RSA di via Gleno ripercorre le rilievi precedenti e cerca di essere coerente con il dettato legislativo. Se al Gleno vengono ricoverate persone malate gravi, significa che questa struttura deve essere parte del Servizio Sanitario Nazionale. Visto che il problema dei cronici non autosufficienti è attualmente il principale problema di sanità pubblica, si deve lavorare perché il Gleno venga clinicizzato, legato all'ospedale generale e non sia necessariamente un luogo di non ritorno per le persone in esso ricoverate. Ciò sarebbe possibile se, allo stesso tempo, si realizzasse un servizio di cure domiciliari, comprendente ospedalizzazione a domicilio e ADI erogata dall'ospedale e dal Gleno, garantendo la connessione con la A-USL e in particolare con i medici di medicina generale.

Purtroppo l'autonomia del Gleno, dopo la realizzazione della Fondazione, impedisce qualsiasi vera innovazione. Se non si sconfigge questa posizione saranno sempre gli utenti che dovranno pagare in termini di qualità dei servizi e di costi delle prestazioni.

Fulvio Aurora - Presidente dell'Associazione Senza Limiti
Maria Pia Trevisani Bruni - Vicepresidente dell'Associazione Senza Limiti
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