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GRANELLO DI SABBIA (n°156) Bollettino elettronico quindicinale di ATTAC Venerdì 7 luglio 2006 ______________________________ Vi preghiamo di diffondere il Granello nella maniera più ampia possibile. Numero di abbonati attuali: 7 596 ____________________________________________________________ Documentazione: sul rifinanziamento della Missione in Afghanistan La discussione e le votazioni sul rifinanziamento della missione italiana in Afghanistan stanno creando discussioni e spaccature anche all'interno del Movimento contro la guerra. Diverse le posizioni espresse da varie componenti e singoli cittadini. All'interno di queste dinamiche Attac Italia si è pronunciata, come sempre ha fatto, 'senza se e senza ma' contro ogni soluzione che parli il linguaggio della guerra globale e permanente. In ogni caso abbiamo predisposto una sezione del nostro sito destinata ad ospitare molte delle posizioni espresse all'interno del movimento e non sul rifinanziamento alla missione in Afghanistan. L'indirizzo è http://italia.attac.org/spip/rubrique.php3?id_rubrique=157 La lista di articoli presentati è, ovviamente, non esaustiva e limitata. Siete sollecitati a proporre contributi individuali e a segnalare articoli di interesse che non siano già stati inclusi nella nostra bibliografia scrivendo all'indirizzo [EMAIL PROTECTED] La Redazione ______________________ Indice degli argomenti 1) No al rifinanziamento della guerra in Afghanistan: è così difficile ? Di Marco Bersani - Attac Italia La missione in Afghanistan non fa parte del programma dellUnione. Vuol dire che su questo tema non cè accordo. Vuol dire che non cè alcun patto sottoscritto dalla sinistra radicale. Vuol dire che è un tema su cui si può aprire una battaglia politica. Senza timore di tradire alcunché. 2) Il lento crollo del dollaro Di Hedelberto López Blanch L'annuncio del governo dell'Iran relativo all'autorizzazione per l'apertura di un mercato del petrolio con operazioni in euro sarà un altro colpo per il dollaro statunitense, che da mesi è in bilico su una cima scabrosa dalla quale potrebbe cadere come moneta per le transazioni universali 3) Conclusioni del Tribunale sulle Multinazionali Il Tribunale Permanente dei Popoli sulle Multinazionali Europee, che si è tenuto dal 10 al 12 maggio a Vienna, Austria, ha concluso le sue deliberazioni, rilevando che le multinazionali europee attive in America Latina rappresentano delle minacce nei confronti dei servizi essenziali di base, del diritto alla terra, della sovranità e della sicurezza alimentare, dei diritti dei popoli indigeni, dei diritti ambientali e dei diritti politici e civili 4) Report dell'Assemblea Nazionale delle Reti Migranti e Antirazziste L'assemblea delle Reti dei Migranti ed Antirazziste, riunita a Roma domenica 18 Giugno, valuta negativamente i primi provvedimenti che il Governo Prodi sta prendendo sul tema dell'immigrazione 5) La guerra delle informazioni - Conquistare i cuori e le menti. In un documento recentemente reso pubblico e diffuso dal National Security Archive, il Pentagono presenta la propria strategia per controllare l'informazione. In esso Internet viene presentato come un nemico contro il quale il Dipartimento della Difesa degli USA deve combattere 6) Bilderberg, il conclave dei potenti Di Enrico Piovesana Lo scorso mese di giugno (8-11) l'élite economica e politica occidentale si è riunita a Ottawa. A porte chiuse. Per decenni ne è stata negata perfino l'esistenza, alimentando leggende e teorie cospirative. Oggi le riunioni annuali del Gruppo Bilderberg, fondato in Olanda nel 1952, non sono più un segreto, ma continuano a svolgersi a porte chiuse, senza telecamere né conferenze stampa 7) Bangladesh, gamberi da esportazione: ma a che prezzo? Il mensile dei Gesuiti "Popoli", sul suo numero di giugno-luglio, in un articolo di copertina a firma di Laura Santoro Ragaini, rivela aspetti quasi del tutto sconosciuti della coltura e del commercio internazionale di gamberi _____________________________ 1) No al rifinanziamento della guerra in Afghanistan: è così difficile ? __________________________________________________________ Di Marco Bersani - Attac Italia Gli elettori che alle ultime elezioni hanno scelto lUlivo erano motivati soprattutto dalla giusta esigenza di liberarsi di Berlusconi. Gli elettori che alle ultime elezioni hanno votato la sinistra radicale erano motivati anche da una speranza di fuoriuscita dalle politiche liberiste. E a questi elettori che la sinistra radicale deve innanzitutto fare riferimento. La missione in Afghanistan non fa parte del programma dellUnione. Vuol dire che su questo tema non cè accordo. Vuol dire che non cè alcun patto sottoscritto dalla sinistra radicale. Vuol dire che è un tema su cui si può aprire una battaglia politica. Senza timore di tradire alcunché. Per aprire una battaglia politica occorre innanzitutto rivendicare le proprie posizioni. Occorre dire a Prodi che in nessun caso la sinistra radicale voterà il rifinanziamento di una missione di guerra. Perché tale è la missione in Afghanistan. Come ha più volte spiegato Gino Strada. Come sa chiunque è sceso in piazza in questi cinque anni. Come sa ciascun eletto della sinistra radicale. Poi occorre che la sinistra radicale dica a Prodi che non voterà neppure la fiducia, se questa comporterà il rifinanziamento della missione di guerra. Anche per non sottostare al paradosso per cui si chiede la fiducia quando non ci si fida. A quel punto sarà Prodi a dover decidere se intende proseguire, mettendo a rischio la tenuta della sua coalizione. O prendere atto che cè un problema aperto e costruire luoghi in cui si possa aprire la discussione. E la discussione dovrà essere ampia. Non solo sullIraq. Non solo sullAfghanistan. Su tutta la politica estera. E sulle spese militari. Dove non si è sottoscritto accordo, è tutto terreno aperto alla battaglia politica. Certo, qualcuno degli eletti della sinistra radicale dirà che così si mette in difficoltà il governo e si rischia di far tornare Berlusconi. Ma il popolo italiano ha già attraversato il guado. Dapprima timidamente, col voto di aprile; poi un po più rinfrancato nelle giornate di maggio; infine finalmente sicuro, proprio ieri. Inequivocabile. Ciascun eletto della sinistra radicale può finalmente smettere di temere la propria ombra. Certo, qualcuno degli eletti della sinistra radicale dirà che il movimento è in difficoltà nel far sentire la propria voce. Niente di più vero. A volte il movimento è talmente preso dalla necessità di incidere sulla politica istituzionale da assumerne su di sé perfino i tatticismi. E un problema. Se perdura è un rischio mortale. Ma non può comunque essere un alibi. Perché magari le piazze non sono piene, ma le coscienze non hanno abdicato. E chi oggi pare smarrito, domani sarà di nuovo in prima fila. E riconoscerà chi possono essere i propri compagni di viaggio. Chi sta nel Parlamento, magari per la prima volta, tra i banchi della sinistra radicale, non dovrebbe mai dimenticarsi di aprire le finestre e guardare fuori. Può darsi non veda nessuno, ma sicuramente eviterà il rischio di farsi imprigionare da unillusione. Non sembra così difficile. Certo, occorrerebbe dapprima chiedere scusa a Lidia Menapace. Per non averla difesa. Per aver continuato a guardare il dito mentre lei tentava di indicare la luna. Ma a tutto cè rimedio. Perché un altro mondo è possibile. E inizia da ciò che ciascuno di noi fa. Qui ed ora. Marco Bersani (Attac Italia) _____________________________ 2) Il lento crollo del dollaro __________________________________________________________ Di Hedelberto López Blanch Il Ministero iraniano del Petrolio ha registrato una borsa del petrolio sull'isola di Kish, nel Golfo Persico, dove il greggio si venderà in euro. Il mercato sarà il quinto nel settore del petrolio, dopo quelli di New York, Londra, Singapore e Tokyo. Finora, le operazioni che si effettuano in questi centri sono in dollari. La decisione presa da Teheran si indirizza verso una riduzione dell'influenza degli Stati Uniti nell'economia della Repubblica Islamica. Il 23 aprile scorso, il ministro russo delle Finanze, Alexei Koudrine, ha inferto un' altra bella batosta alla banconota verde, quando in una riunione del Fondo Monetario Internazionale (FMI), tenutasi a Washington, ha affermato che il suo Paese non considerava il dollaro come moneta di riserva di fiducia, a causa della sua instabilità. I dati ufficiali indicano che la Russia può contare su una riserva di 212.000 milioni di dollari, il 70% dei quali è appunto in questa valuta, il 25% in euro e il resto in altre valute (libra, yen, yaun). L'insicurezza riguardo alla forza del dollaro ha fatto sì che i grandi produttori di petrolio della zona del Golfo abbiano iniziato a dirigere i loro investimenti verso l'Europa, cosa che li porterebbe a convertire la suddetta moneta in euro. Già la Siria, da due anni, ha mosso i primi passi verso la graduale conversione delle sue riserve in euro; il governatore della Banca Centrale degli Emirati Arabi Uniti, il Sultano Al Suweidi, ha annunciato che sta progettando di convertire in euro il 10% delle sue riserve di dollari; anche il Venezuela ha seguito il cammino alla ricerca di monete più sicure come l'euro e lo yuan cinese, come pure ha fatto la Corea del Nord. Un Paese come la Svezia ha già ridotto le sue riserve in dollari al 20% appena, e ha innalzato al 50% quelle accumulate in euro. Uno dei responsabili della Banca Centrale Cinese, Yu Yongding, ha commentato, lo scorso aprile, che le enormi riserve cinesi stavano correndo gravi rischi a causa della caduta della banconota verde. A sua volta, l'allarme fornito dalla Banca Asiatica per lo Sviluppo (ADB, dalle iniziali in inglese), un'istituzione finanziaria il 30% della quale, sintomaticamente, è dominato dal capitale nordamericano e da quello giapponese, ha causato grande incertezza. L'ADB, con partecipazione di capitali di 64 nazioni, ha consigliato ai suoi membri di prepararsi ad un possibile collasso del dollaro. L'impressione prodotta è allarmante. A partire dagli accordi di Bretton Wood, nel 1944, gli Stati Uniti hanno ottenuto che il dollaro si affermasse come moneta mondiale di riserva, e ne garantivano il valore con le loro grandi riserve auree. Durante gli anni Settanta, Washington ha raggiunto un accordo con l'OPEP, per mezzo del quale tutte le sue attività commerciali petrolifere si sarebbero effettuate esclusivamente con le banconote verdi, garantendo in cambio il riarmo militare dell'Arabia Saudita e la protezione delle monarchie del Golfo da possibili invasioni o minacce interne. Da allora, Washington ha separato il dollaro dalle sue riserve in oro e ha cominciato a stampare a destra e a sinistra la sua valuta, inondando il mondo di banconote, senza che queste abbiano, nelle ricchezze del Paese di emissione, il valore reale corrispondente. Tra i motivi che hanno portato il dollaro verso un pericoloso precipizio vi sono il deficit nella bilancia corrente, che nel 2005 ha toccato la somma di 805 000 milioni, e il debito pubblico, che si è attestato sui 424 000 milioni di dollari (senza contare le enormi spese per le guerre in Iraq e in Afghanistan). Gli Stati Uniti hanno potuto reggere questo grande squilibrio perché ricevono capitali provenienti da Paesi che mantengono le loro riserve in dollari. In cambio, il debito privato della popolazione arriva già al 90% del PIL, secondo la rivista The Economist, e questo consumo privato rappresenta il 70% della domanda totale dell'economia. Il consumismo negli Stati Uniti non ha stimolato la produzione e la produttività, ma al contrario ha incrementato le importazioni di merci dall'Asia, molto meno care rispetto a quelle confezionate nella nazione. Da parte loro, sia la Cina che il Giappone, per la maggioranza delle loro esportazioni non riscuotono denaro contante, ma lo lasciano in Nordamerica come prestito, investendone una parte significativa in buoni del Tesoro come riserve internazionali, cosa che contribuisce a sostenere la banconota verde. Per questa ragione, i governi asiatici e le monarchie del Golfo sono quelle che finanziano il consumo sempre maggiore della popolazione, nonché l'enorme deficit statunitense. L'analista di economia André Gunder Frank, in un articolo intitolato "Lo Zio Sam va in giro nudo", assicura che l'insieme del debito pubblico e privato accumulato dagli Stati Uniti si aggira sui 38 miliardi - quasi il PIL mondiale - e che gli Usa pagano 300.000 milioni di interessi annui. Il gigante del Nord ha bisogno di attirare ogni giorno 2.500 milioni di dollari per finanziare il suo deficit in generale, e come misura idonea ad attirare questo capitale, a partire dal giugno 2004 la Riserva Federale ha cominciato ad alzare gli interessi, fino a stabilizzarli sul 5.0% : con questa misura è riuscita a far sì che la sua moneta non si svalutasse in modo brusco. L'unica soluzione che la Casa Bianca ha per pagare i suoi fornitori è quella di stampare più dollari. Da quando il Paese ha cessato di garantire la convertibilità in oro, il valore del dollaro dipende dalla fiducia che gli viene concessa, poiché esso non è più sorretto dall'economia del Paese di emissione. Così è stato deciso che i banchieri possano verificare l'adeguamento tramite un indice annuale, denominato M-3, che stabilisca la quantità in circolazione di questa moneta. Calcolando anche i disastri militari ed economici che ha subito in Iraq, con enormi erogazioni finanziarie (il premio Nobel per l'Economia Joseph Stiglitz stima l'ammontare veritiero a 1-2 trilioni di dollari) la Riserva Federale, dalla fine di marzo 2006 ha sospeso la pubblicazione dell'indice M-3 e di tutti i sottoindici che permettevano di determinarlo. In tal modo, la quantità di dollari in circolazione è diventata un vero e proprio segreto ed è impossibile valutarne con precisione il valore. Questa e molte altre difficoltà sta affrontando il dollaro, che ha iniziato il suo declino agli albori del XXI secolo; perfino tre degli uomini più ricchi del mondo, i nordamericani Warren Buffet e Bill Gates e l'ungarostatunitense George Soros, hanno dichiarato di aver perso la fiducia nella banconota verde e stanno indirizzando le loro ricchezze all'acquisto di oro e argento. Minacciose nuvole nere avvolgono la banconota verde. www.rebelion.org Traduzione a cura di Cinzia Vidali _____________________________ 3) Conclusioni del Tribunale sulle Multinazionali __________________________________________________________ Il Tribunale Permanente dei Popoli sulle Multinazionali Europee, che si è tenuto dal 10 al 12 maggio a Vienna, Austria, ha concluso le sue deliberazioni, rilevando che le multinazionali europee attive in America Latina rappresentano delle minacce nei confronti dei servizi essenziali di base, del diritto alla terra, della sovranità e della sicurezza alimentare, dei diritti dei popoli indigeni, dei diritti ambientali e dei diritti politici e civili. Il Tribunale costituisce uno degli eventi paralleli che le reti e le organizzazioni sociali vanno realizzando rispetto al Vertice Presidenziale Europa-America Latina e ha svolto tre sessioni, nelle quali ha ricevuto documentazione, studi di casi particolari e denunce sull'impatto delle attività delle multinazionali europee in America Latina e nei Caraibi. Tra le imprese chiamate in causa vi sono la ditta francese Suez, per la privatizzazione dei servizi idrici in cinque Paesi, la società petrolifera spagnola Repsol, la ditta tedesca Bayer, per gli effetti dei prodotti chimici ad uso agricolo in Perù, sei ditte per la forestazione e la produzione di cellulosa in riferimento alle piantagioni in Uruguay e nel sud del Brasile, e la Società Telefonica spagnola, a proposito dei diritti dei lavoratori. Il Tribunale, dopo avere ricevuto le testimonianze di una trentina di persone provenienti da 11 Paesi dell'America Latina e dei Caraibi, ha identificato elementi e minacce comuni, provenienti dalle multinazionali europee, indicando i seguenti punti che è necessario approfondire: a. Minacce nei confronti del diritto di accesso ai servizi essenziali di base. L'acqua è stata trasformata in una merce, invece di considerarla come un diritto di base. Le politiche di commercializzazione e distribuzione messe in atto dalle imprese transnazionali, con l'appoggio delle istituzioni finanziarie internazionali, impediscono che vasti segmenti della popolazione (soprattutto i poveri) abbiano accesso ad uno dei diritti umani fondamentali. La privatizzazione e la liberalizzazione dell'elettricità hanno avuto risultati analoghi. b. Minacce nei confronti del diritto alla terra. L'espansione delle piantagioni a monocoltura per l'esportazione (principalmente soia e polpa di legno) sta distruggendo le forme di vita dei contadini e dei piccoli produttori rurali, impedendo loro un accesso giusto ed equo alla terra. c. Minaccia nei confronti del diritto alla sovranità e alla sicurezza alimentare. La produzione industriale di alimenti per l'esportazione, la privatizzazione della biodiversità e delle sementi, promosse da interessi corporativ,i e le iniquità del commercio internazionale stanno distruggendo la capacità dei Paesi latinoamericani di poter soddisfare tali diritti. d. Minacce nei confronti dei diritti dei lavoratori. La cosiddetta flessibilità, la ricerca di alti guadagni per gli investimenti privati, la necessità di produrre beni a buon prezzo per mercati globali, insieme alla repressione dei sindacati in America Latina, indeboliscono gli standard di base per la tutela del lavoro. E quel che è peggio, le multinazionali usano fornitori di forza lavoro a basso costo per mantenere basse le spese, espandendo un settore informale già molto ampio. e. Mjnacce nei confronti dei diritti dei popoli indigeni. Le multinazionali europee e i governi latinoamericani collaborano all'invasione e allo sfruttamento dei territori dei popoli indigeni, senza considerare il consenso o la partecipazione delle comunità interessate, violando di conseguenza i loro diritti fondamentali e la loro identità culturale. f. Minacce nei confronti dei diritti dell'ambiente. La negligenza e gli abusi delle società multinazionali europee su ecosistemi fragili in termini di biodiversità e di vita silvestre (hotspots-punti caldi), così come in regioni chiave per la stabilizzazione del clima, hanno incrementato la deforestazione per ragioni economiche, inquinato le acque e ampliato le infrastrutture, con il risultato di un sostanziale debito ecologico, che contraddice l'impegno pubblico dell'Unione Europea sullo sviluppo sostenibile. g. Minacce nei confronti dei diritti politici e civili. Le società multinazionali europee possono sviluppare indisturbate le proprie attività, grazie alla complicità dei governi locali e nazionali. Tutto questo può accadere malgrado il rifiuto popolare, dato che gli stessi governi non esitano a reprimere la dissidenza e la mobilitazione ambientale, sociale e sindacale. Il Tribunale era formato da Elmar Altvater (Presidente, Germania), Miren Etxezarreta (Spagna), Susan George (Francia), Lilian Manzella (Stati Uniti), Francesco Martone (Italia), Freda Meissner-Blau (Austria), Sandra Quintela (Brasile), Roberto Schiattarella (Italia), Gianni Tognoni (Segretario Generale, Italia). Testo completo delle conclusioni: http://movimientos.org/noalca/enlazando/show_text.php3?key=7162 Tribunale Permanente dei Popoli: http://movimientos.org/noalca/enlazando/show_text.php3?key=7168 (EN) Campana Continental contra ALCA / ASC - [EMAIL PROTECTED]> Telf: (55 11) 3272 9411 ext. 136 Rua Caetano Pinto, 575 CEP 03041-000, Sao Paulo, Brasil Traduzione a cura di Cinzia Vidali _____________________________ 4) Report dell'Assemblea Nazionale delle Reti Migranti e Antirazziste __________________________________________________________ Roma 18 Giugno 2006 L'assemblea delle Reti dei Migranti ed Antirazziste (hanno partecipato realtà provenienti da Roma, Napoli,Torino,Bologna,Vicenza,Verona, Brescia, Milano, Livorno, Palermo, Treviso,Trieste, Padova, Catania, Firenze, Modena, Caserta), riunita a Roma domenica 18 Giugno, valuta negativamente i primi provvedimenti che il Governo Prodi sta prendendo sul tema dell'immigrazione. Dalle dichiarazioni e dalle iniziative del Ministro Amato appare chiaramente la volontà di non mettere in discussione l'impianto di una legge razzista come la Bossi-Fini, nè tantomeno della Turco-Napolitano, che per prima istituì i Centri di Permanenza Temporanea. La strada che si sta imboccando è quella di "abbellire" in qualche modo le aberrazioni di una legislazione che ha fatto crescere in modo esponenziale il numero dei clandestini, assecondando in questo le esigenze di un mercato del lavoro che ha bisogno di lavoratori a costo sempre più basso: in questo senso la clandestinità è pienamente funzionale ad un sistema che vuole ridurre e in parte eliminare, in nome della competitività, qualsiasi forma di tutela sociale e sindacale, qualsiasi diritto civile e politico. La strada che si sta imboccando è quella di una "nuova" concertazione, estrapolando alcuni aspetti della legislazione sull'immigrazione, e istituendo commissioni, tavoli di confronto in cui coinvolgere enti ed associazioni, che spesso non hanno alcun rapporto con le realtà dei migranti e con le loro esigenze, desiderosi di "partecipare" per esserne legittimati e, perchè no?, trarne benefici. I CPT vanno chiusi tutti e subito, senza se e senza ma, non servono nuove commissioni ispettive. Le migrazioni da sempre, in tutto il mondo, sono avvenute nel segno dell'"irregolarità".L'unico modo per combatterla è garantire ai migranti quella libertà di circolazione che viene riconosciuta alle merci ed al denaro, ma non a esseri umani che valicano le mura di quella ipocrita fortezza che è l'Unione Europea. Infatti nel nuovo governo nessuno mette in discussione il Trattato di Schengen. Non basta l'ennesimo decreto che permetta la regolarizzazione delle oltre 300.00 domande rimaste fuori dall'ultimo decreto flussi. Ciò rappresenterebbe solo un minimo risarcimento che lascerebbe fuori le migliaia di migranti che non sono neppure nelle condizioni di presentare la domanda, a causa del legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro, per aver ricevuto denunce o sanzioni amministrative o per le mille altre vessazioni inflitte loro dalle leggi in vigore La regolarizzazione permanente generalizzata è l'unico strumento per eliminare veramente la clandestinità ed il commercio criminale di esseri umani. L' assemblea dei migranti e delle reti antirazziste ha ribadito: - la necessità di salvaguardare l'autonomia del movimento dei migranti ed antirazzista di fronte al nuovo quadro politico, senza sconti per nessuno, incalzando il Governo di centro sinistra attraverso un percorso di iniziative e mobilitazioni che riportino al centro dell'agenda politica il tema dell'immigrazione con l'abrogazione della Bossi-Fini e della Turco-Napolitano; - la validità della piattaforma alla base della grandi manifestazioni nazionali degli ultimi due anni , integrata da alcuni elementi rivendicativi quali l'abolizione della convenzione con le Poste e dei protocolli di intesa tra Governo, Patronati e Anci. La chiusura dei CPT è il banco di prova su cui misureremo la volontà di reale inversione di tendenza di questo Governo per eliminare mostruosi sistemi di privazione della libertà, che non servono ad impedire l'arrivo sulle coste italiane di uomini e donne disperati e che oltretutto costano alcune centinaia di milioni di euro che potrebbero ben altrimenti essere impiegate per strutture di vera accoglienza per migranti e rifugiati. L'assemblea delle Reti Migranti e Antirazziste auspicando che sulle iniziative assunte si realizzi la più larga unità di tutti quei segmenti del mondo del lavoro in lotta contro la precarietà, per il reddito, i diritti, indicano quali momenti di mobilitazione: - un presidio l' 8 luglio presso il Viminale, sede del Ministro dell'Interno, per chiedere l'abrogazione della convenzione con le Poste, dei Protocolli di intesa con Patronati e Anci, per abrogare i regolamenti attuativi della Bossi-Fini e per una regolarizzazione immediata dei richiedenti asilo respinti dalla Commissione centrale per il diritto di asilo - la partecipazione al campeggio di Gorizia, dal 19 al 23 Luglio, ed al campeggio di Lampedusa nel secondo fine settimana di settembre, quali momenti di iniziativa e riflessione collettiva per una più incisiva battaglia contro i CPT,e gli enti che li gestiscono, da mettere in campo per la fine di settembre; - queste iniziative si intendono collegate alla giornata europea di lotta e mobilitazione dei migranti indetta per il 7 ottobre dal Forum Sociale Europeo di Atene. Una giornata che vogliamo attraversare con molte mobilitazioni, compresa la partecipazione alla manifestazione europea a Bruxelles; - una Conferenza nazionale sul tema dei rifugiati e richiedenti asilo da realizzare entro settembre. Questo percorso troverà la propria sintesi in una mobilitazione nazionale dei migranti e delle Reti ed associazioni antirazziste da tenersi entro le prime due settimane di Novembre L'assemblea nazionale delle Reti Migranti e Antirazziste è convocata per una nuova riunione il 2 settembre a Roma Roma, 18 giugno 2006 _____________________________ 5) La guerra delle informazioni - Conquistare i cuori e le menti __________________________________________________________ In un documento recentemente reso pubblico e diffuso dal National Security Archive, il Pentagono presenta la propria strategia per controllare l'informazione. In esso Internet viene presentato come un nemico contro il quale il Dipartimento della Difesa degli USA deve combattere. Intitolato "Information Operations Roadmap" (Carta stradale delle operazioni informative"), il documento, firmato da Donald Rumsfeld in data 30 ottobre 2003, esamina le diverse attività dell'Esercito relative al controllo dell'informazione. L'insieme di queste attività va dalla guerra elettronica all'intossicazione massiccia dei media, passando attraverso la "guerra a Internet", senza contare le operazioni psicologiche (Psyops). Immediatamente dopo l'11 settembre, il Pentagono, nella massima segretezza, crea l'Office for the Strategic Influence (Ufficio per la sicurezza strategica, OSI), un'agenzia di propaganda incaricata di plasmare le opinioni pubbliche a livello planetario tramite una massiccia intossicazione dei mezzi di comunicazione al fine di sostenere la guerra contro il terrorismo. Successivamente, le rivelazioni della stampa sopra le attività dell'OSI e il loro impatto sulle informazioni diffuse dai media statunitensi hanno obbligato Rumsfeld ad annunciare la chiusura di questa nuova agenzia. In effetti, lo Smith-Mundt Act vieta la realizzazione di campagne di disinformazione che abbiano come obiettivo il pubblico statunitense. Tuttavia, il Pentagono non ha rinunciato ai suoi progetti e l'OSI è stato sostituito dal Northern Gulf Affairs Office. Creato nel settembre 2002 e supervisionato dal sottosegretario della Difesa William Luti, questo ufficio si è dato il compito di preparare il terreno per un intervento in Iraq, distillando informazioni sulle presunte armi di distruzione di massa in possesso dell'Iraq e sui legami di questo Paese con il terrorismo internazionale. Il documento, reso pubblico alla fine del gennaio 2006 dal National Security Archive, conferma che il Pentagono non ha abbandonato il terreno della guerra delle informazioni e della propaganda. Lo stesso documento indica che "dall'importanza del dominio sull'informazione in tutti i suoi aspetti consegue l'obiettivo di trasformare le Operazioni di Informazione per rendere le stesse, nella loro totalità, un'arma come lo sono le forze aeree, terrestri, navali e le forze speciali". In quest'ottica il Pentagono si addentra in un campo che in passato era di competenza del Dipartimento di Stato, e in special modo del sottosegretario di Stato per la Diplomazia pubblica e gli Affari pubblici, in realtà un ministero di propaganda la cui missione è quella di diffondere la dottrina statunitense, soprattutto attraverso mezzi che ricadano direttamente sotto il suo controllo. Il documento afferma pure che "le principali attività del Dipartimento della Difesa in materia d'informazione includono gli affari pubblici, l'appoggio militare alla diplomazia pubblica e le operazioni psicologiche". Il recente scandalo che ha coinvolto il Pentagono e uno dei gruppi da esso dipendenti, il Lyncoln Group, sul tema degli articoli giornalistici - redatti da militari statunitensi e poi diffusi dalla stampa irachena - che presentano l'occupazione dell'Iraq da un punto di vista favorevole, costituisce un esempio di tale strategia. D'altra parte, il Pentagono non ha trascurato di sviluppare i mezzi al servizio della propaganda. Si cita la volontà di "sviluppare un sito web globale al servizio degli obiettivi di comunicazione degli Stati Uniti". I contenuti dovrebbero provenire fondamentalmente da fonti terze, e pertanto sarebbero più credibili agli occhi del pubblico straniero che non se fossero prodotti da fonti ufficiali statunitensi. In realtà il Pentagono, attraverso l'US European Command, amministra direttamente due siti: il Southeast European Times sui Balcani e Magharebia sul Magreb, e mostra la volontà di "individuare e diffondere i punti di vista di terzi che appoggino le posizioni statunitensi. Queste fonti potrebbero non essere completamente in accordo con le posizioni nordamericane come vorrebbe il DSG, però potrebbero esercitare un'influenza positiva". In questo documento Internet appare come un nemico da combattere. E così, il Dipartimento lotterà contro Internet proprio come farebbe contro un sistema di armamenti. In effetti, il controllo delle diverse reti di comunicazione e informazione si è trasformato in un elemento strategico della massima importanza per assicurare la vittoria tanto sui campi di battaglia quanto nell'opinione pubblica. Tuttavia, il Pentagono riconosce che "l'informazione destinata a un pubblico straniero, comprese la diplomazia pubblica e le operazioni psicologiche, viene consumata sempre più da un pubblico domestico e viceversa", cosa che la pone nel terreno dell'illegalità. Per rimediare a questa situazione, il Dipartimento della Difesa propone una migliore coordinazione tra agenzie per garantire la coerenza globale delle azioni statunitensi di propaganda. Grano de Arena n. 347 - Lunedì 5 giugno 2006 Traduzione a cura di Cinzia Vidali _____________________________ 6) Bilderberg, il conclave dei potenti __________________________________________________________ Di Enrico Piovesana Lo scorso mese di giugno (8-11) l'élite economica e politica occidentale si è riunita a Ottawa. A porte chiuse. Per decenni ne è stata negata perfino l'esistenza, alimentando leggende e teorie cospirative. Oggi le riunioni annuali del Gruppo Bilderberg, fondato in Olanda nel 1952, non sono più un segreto, ma continuano a svolgersi a porte chiuse, senza telecamere né conferenze stampa Quest'anno, l'élite economica e politica occidentale si è data appuntamento per tre giorni, lo scorso fine settimana, in Canada, in un lussuoso albergo nella cittadina di Kanata, in Ontario, nei pressi di Ottawa. Dall'8 all'11 giugno, il Brookstreet Hotel era chiuso al pubblico, circondato da barriere di metallo e presidiato da polizia e guardie private impegnate a tenere lontani i giornalisti, i fotografi e quei pochi militanti no-global convinti che sia qui, e non ai G8, che vengono decisi i destini del mondo. Uno di loro, lo statunitense Alex Jones, impegnato a girare un documentario sul Gruppo Bilderberg, è stato arrestato dalla polizia appena sbarcato all'aeroporto di Ottawa e rilasciato solo dopo un lungo interrogatorio. I temi dell'incontro. Un comunicato stampa del gruppo ha spiegato che i temi dell'incontro erano "le relazioni euro-americane, l'energia, la Russia, l'Iran, il Medio Oriente, l'Asia, il terrorismo e l'immigrazione". Secondo le indiscrezioni, le discussioni di sono concentrate su due argomenti, entrambi legati al petrolio: l'Iran, i pro e contro di un attacco, le conseguenze economiche e gli effetti sulla stabilità regionale e globale; e America Latina, le contromisure da adottare per far fronte alle nazionalizzazioni del petrolio e alle politiche economiche anti-liberiste adottate dai nuovi governi di sinistra. Il comunicato stampa, che racconta in sintesi mezzo secolo di storia del Gruppo Bilderberg, afferma che la natura "privata" dei suoi incontri ha "il solo scopo di incoraggiare i partecipanti a una discussione franca e aperta". I partecipanti. Le foto scattate da reporter e paparazzi, ma sopratutto la lista completa dei partecipantiallegata al comunicato, rendono bene l'idea di cosa significi in concreto "èlite economica e politica". Ecco alcuni nomi: la regina Beatrice d'Olanda (presenza tradizionale per motivi storici), il "grande vecchio" della politica Usa, Henry Kissinger, l'ex consigliere di Bush per la Difesa, Richard Perle, il grande banchiere David Rockefeller, i dirigenti della Federal Reserve Bank, di Credit Suisse e della Rothschild Europe (il vicepresidente Franco Bernabè), delle compagnie petrolifere Shell, BP e Eni (Paolo Scaroni), della Coca Cola, della Philips, della Unilever, di Time Warner, di AoL, della Tyssen-Krupp, di Fiat (il vicepresidente John Elkann) i direttori e corrispondenti del Times di Londra, del Wall Street Journal, del Financial Times, dell'International Herald Tribune, di Le Figarò, del Globe and Mail, del Die Zeit, rappresentanti della Nato, dell'Onu, della Banca Mondiale e della Ue, economisti (tra cui risultano gli italiano Giulio Tremonti e Mario Monti) e molti ministri dei governi occidentali (per l'Italia era invitato il ministro del Tesoro, Tommaso Padoa-Schioppa). Dubbi. Data la segretezza della discussione, gli argomenti trattati e il calibro dei partecipanti, i dubbi e le domande sulla natura di questo tipo di incontri sono inevitabili. E forse meriterebbero chiarimenti e risposte chiare, dato che i temi in ballo non sono una faccenda privata, ma questioni di pubblico interesse che riguardano tutti noi. Tratto da www.peacereporter.net _____________________________ 7) Bangladesh, gamberi da esportazione: ma a che prezzo? __________________________________________________________ Il mensile dei Gesuiti "Popoli", sul suo numero di giugno-luglio, in un articolo di copertina a firma di Laura Santoro Ragaini, rivela aspetti quasi del tutto sconosciuti della coltura e del commercio internazionale di gamberi.Il problema ha origini lontane. Nessuno saprebbe dire quando i contadini dei distretti di Satkhira, Khulna, Bagerhat e Jessore - regioni sudoccidentali del Bangladesh - hanno cominciato ad arrotondare i loro miseri guadagni con la vendita di pesci, tra cui appunto i gamberi (bagda, quelli di acqua salata, golda, d'acqua dolce). Quel che è certo è che quell'area è conosciuta come "Shrimp region", regione dei gamberi. Si trattava però, in passato, di pratiche limitate a soddisfare la domanda dei consumatori locali e le richieste delle poche aziende di Khulna, che non sconvolgevano certo l'ambiente e l'economia della regione, anche se non si può negare che rappresentavano già una minaccia per il più esteso ecosistema di mangrovie esistente al mondo. Un tempo [...] esisteva una salutare alternanza di produzioni legate all'acqua dolce o salata e, cosa fondamentale, la pesca nelle aree allagate dalle maree era assolutamente libera e le coltivazioni realizzate tra le due stagioni monsoniche nei campi sottratti all'acqua erano accessibili a tutti. Così, anche chi non possedeva terra riusciva a sopravvivere. Ma da quando, a partire dal 1980, la domanda di gamberi d'acqua salata ha iniziato la sua inesorabile scalata in seguito alla richiesta internazionale, la situazione è cambiata: la produzione dei bagda è cresciuta a dismisura sino a dominare quasi interamente l'economia delle regioni del sud-ovest, e continua a incrementarsi. I grandi proprietari terrieri e le multinazionali straniere hanno trasformato con prepotenza ogni centimetro utilizzabile in luoghi di produzione di gamberi d'acqua salata, e non permettono più né la pesca libera né la coltivazione dei campi, costringendo i poveri a importare da altre regioni persino quel riso che un tempo cresceva in abbondanza. Senza dubbio l'esportazione di bagda è stata, ed è, una grande fonte di valuta estera per il Paese: l'ultimo dato disponibile parlava di un introito di 18 miliardi di taka (28,5 milioni di euro), terza fonte di reddito di valuta straniera dopo il business del commercio tessile e le rimesse degli emigranti bengalesi. L'enorme e sempre crescente produzione di gamberi condiziona e determina oggi la costruzione di strade, ponti, porti, laboratori e fabbriche; tutto un mondo, insomma, che gira e dipende da questo immenso affare che però, paradossalmente, sta impoverendo una nazione già poverissima. Se è vero che in Bangladesh il reddito pro-capite è aumentato va sempre ricordato che non è certo a beneficio degli strati più miseri della popolazione. E le conseguenze negative sono molte e visibili: un allevamento di quel tipo, che richiede pochissima manodopera e per di più specializzata (lasciando nelle mani dei locali solo compiti di bassa manovalanza), crea un numero sempre crescente di disoccupati, spesso costretti a emigrazioni forzate, perché non toglie lavoro solo ai contadini ma anche a barcaioli, pescatori, boscaioli. Ancora, la forte salinità del terreno impedisce la crescita di vegetali e, soprattutto, di riso, e di conseguenza riduce drasticamente la paglia di riso, principale alimento delle mandrie bovine; riducendosi il bestiame si riduce anche lo sterco, preziosissimo combustibile in queste zone, inducendo la popolazione più povera al taglio illegale di alberi nella foresta. Inoltre, la salinità rende critico il rifornimento di acqua potabile (a volte le donne devono percorrere anche 4-5 chilometri per trovare una fonte d'acqua decente), fa scomparire i pochi pesci d'acqua dolce rimasti, danneggia la biodiversità della regione, crea insanabili squilibri ecologici. La decimazione di granchi e lumache, considerati "spazzini delle acque", porta a un incremento dell'inquinamento idrico con conseguenze negative sul già precario equilibrio sanitario. Anche da un punto di vista sociale non mancano i danni: l'insediamento di personale straniero, senza mogli e senza legami locali, fa aumentare violenze e molestie nei confronti delle donne e della parte più debole della popolazione. Persino i bambini, usati per la pulizia delle vasche, mostrano i segni della crescente malnutrizione e della quotidiana, prolungata permanenza in acqua, oltre a un crescente disagio comportamentale dovuto allo stile di vita non adatto alla loro età. [...] Per quanto il Bangladesh si possa impegnare ad aumentare la produzione di gamberi, difficilmente riuscirà a competere sul mercato internazionale: per capirlo basta paragonare le sue 39.000 tonnellate di esportazioni contro gli oltre due milioni di tonnellate mondiali. Ma se anche la produzione di gamberi si rivelasse un bene per l'intero paese, le previsioni dicono che, al di là dei danni derivanti dall'aumento della salinità, l'uso massiccio di antibiotici, antiparassitari e concimi chimici necessari all'allevamento, farà sì che tra 15-20 anni il suolo non solo non sarà più in grado di produrre né riso né altro tipo di coltura, ma non permetterà neppure più la vita di quegli stessi gamberi oggi sotto accusa. 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