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GRANELLO DI SABBIA (n°156)
Bollettino elettronico quindicinale di ATTAC
Venerdì 7 luglio 2006
______________________________

Vi preghiamo di diffondere il Granello nella maniera più ampia possibile.
Numero di abbonati attuali: 7 596
____________________________________________________________


Documentazione: sul rifinanziamento della Missione in Afghanistan

La discussione e le votazioni sul rifinanziamento della missione
italiana in Afghanistan stanno creando discussioni e spaccature anche
all'interno del Movimento contro la guerra.

Diverse le posizioni espresse da varie componenti e singoli cittadini.
All'interno di queste dinamiche Attac Italia si è pronunciata, come
sempre ha fatto, 'senza se e senza ma' contro ogni soluzione che parli
il linguaggio della guerra globale e permanente.

In ogni caso abbiamo predisposto una sezione del nostro sito destinata
ad ospitare molte delle posizioni espresse all'interno del movimento e
non sul rifinanziamento alla missione in Afghanistan.

L'indirizzo è
http://italia.attac.org/spip/rubrique.php3?id_rubrique=157

La lista di articoli presentati è, ovviamente, non esaustiva e limitata.
Siete sollecitati a proporre contributi individuali e a segnalare
articoli di interesse che non siano già stati inclusi nella nostra
bibliografia scrivendo all'indirizzo [EMAIL PROTECTED]

La Redazione
______________________

Indice degli argomenti


1) No al rifinanziamento della guerra in Afghanistan: è così difficile ?
Di Marco Bersani - Attac Italia
La missione in Afghanistan non fa parte del programma dell’Unione. Vuol
dire che su questo tema non c’è accordo. Vuol dire che non c’è alcun
patto sottoscritto dalla sinistra radicale. Vuol dire che è un tema su
cui si può aprire una battaglia politica. Senza timore di tradire
alcunché.

2) Il lento crollo del dollaro
Di Hedelberto López Blanch
L'annuncio del governo dell'Iran relativo all'autorizzazione per
l'apertura di un mercato del petrolio con operazioni in euro sarà un
altro colpo per il dollaro statunitense, che da mesi è in bilico su una
cima scabrosa dalla quale potrebbe cadere come moneta per le transazioni
universali

3) Conclusioni del Tribunale sulle Multinazionali
Il Tribunale Permanente dei Popoli sulle Multinazionali Europee, che si è
tenuto dal 10 al 12 maggio a Vienna, Austria, ha concluso le sue
deliberazioni, rilevando che le multinazionali europee attive in America
Latina rappresentano delle minacce nei confronti dei servizi essenziali
di base, del diritto alla terra, della sovranità e della sicurezza
alimentare, dei diritti dei popoli indigeni, dei diritti ambientali e
dei diritti politici e civili

4) Report  dell'Assemblea Nazionale delle Reti Migranti e Antirazziste
L'assemblea delle Reti dei Migranti ed Antirazziste, riunita a Roma
domenica 18 Giugno, valuta negativamente i primi provvedimenti che il
Governo Prodi sta prendendo sul tema dell'immigrazione

5) La guerra delle informazioni - Conquistare i cuori e le menti.
In un documento recentemente reso pubblico e diffuso dal National
Security Archive, il Pentagono presenta la propria strategia per
controllare l'informazione. In esso Internet viene presentato come un
nemico contro il quale il Dipartimento della Difesa degli USA deve
combattere

6) Bilderberg, il conclave dei potenti
Di Enrico Piovesana
Lo scorso mese di giugno (8-11) l'élite economica e politica occidentale
si è riunita a Ottawa. A porte chiuse. Per decenni ne è stata negata
perfino l'esistenza, alimentando leggende e teorie cospirative. Oggi le
riunioni annuali del Gruppo Bilderberg, fondato in Olanda nel 1952, non
sono più un segreto, ma continuano a svolgersi a porte chiuse, senza
telecamere né conferenze stampa

7) Bangladesh, gamberi da esportazione: ma a che prezzo?
Il mensile dei Gesuiti "Popoli", sul suo numero di giugno-luglio, in un
articolo di copertina a firma di Laura Santoro Ragaini, rivela aspetti
quasi del tutto sconosciuti della coltura e del commercio internazionale
di gamberi

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1) No al rifinanziamento della guerra in Afghanistan: è così difficile ?
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Di Marco Bersani - Attac Italia


Gli elettori che alle ultime elezioni hanno scelto l’Ulivo erano motivati
soprattutto dalla giusta esigenza di liberarsi di Berlusconi. Gli
elettori che alle ultime elezioni hanno votato la sinistra radicale
erano motivati anche da una speranza di fuoriuscita dalle politiche
liberiste. E’ a questi elettori che la sinistra radicale deve
innanzitutto fare riferimento.
La missione in Afghanistan non fa parte del programma dell’Unione. Vuol
dire che su questo tema non c’è accordo. Vuol dire che non c’è alcun
patto sottoscritto dalla sinistra radicale. Vuol dire che è un tema su
cui si può aprire una battaglia politica. Senza timore di tradire
alcunché.
Per aprire una battaglia politica occorre innanzitutto rivendicare le
proprie posizioni. Occorre dire a Prodi che in nessun caso la sinistra
radicale voterà il rifinanziamento di una missione di guerra. Perché
tale è la missione in Afghanistan. Come ha più volte spiegato Gino
Strada. Come sa chiunque è sceso in piazza in questi cinque anni. Come
sa ciascun eletto della sinistra radicale.
Poi occorre che la sinistra radicale dica a Prodi che non voterà neppure
la fiducia, se questa comporterà il rifinanziamento della missione di
guerra. Anche per non sottostare al paradosso per cui si chiede la
fiducia quando non ci si fida.
A quel punto sarà Prodi a dover decidere se intende proseguire, mettendo
a rischio la tenuta della sua coalizione. O prendere atto che c’è un
problema aperto e costruire luoghi in cui si possa aprire la discussione.
E la discussione dovrà essere ampia. Non solo sull’Iraq. Non solo
sull’Afghanistan. Su tutta la politica estera. E sulle spese militari.
Dove non si è sottoscritto accordo, è tutto terreno aperto alla
battaglia politica.
Certo, qualcuno degli eletti della sinistra radicale dirà che così si
mette in difficoltà il governo e si rischia di far tornare Berlusconi.
Ma il popolo italiano ha già attraversato il guado. Dapprima
timidamente, col voto di aprile; poi un po’ più rinfrancato nelle
giornate di maggio; infine finalmente sicuro, proprio ieri.
Inequivocabile. Ciascun eletto della sinistra radicale può finalmente
smettere di temere la propria ombra.
Certo, qualcuno degli eletti della sinistra radicale dirà che il
movimento è in difficoltà nel far sentire la propria voce. Niente di più
vero. A volte il movimento è talmente preso dalla necessità di incidere
sulla politica istituzionale da assumerne su di sé perfino i tatticismi.
E’ un problema. Se perdura è un rischio mortale. Ma non può comunque
essere un alibi.
Perché magari le piazze non sono piene, ma le coscienze non hanno
abdicato. E chi oggi pare smarrito, domani sarà di nuovo in prima fila.
E riconoscerà chi possono essere i propri compagni di viaggio.
Chi sta nel Parlamento, magari per la prima volta, tra i banchi della
sinistra radicale, non dovrebbe mai dimenticarsi di aprire le finestre e
guardare fuori. Può darsi non veda nessuno, ma sicuramente eviterà il
rischio di farsi imprigionare da un’illusione.
Non sembra così difficile. Certo, occorrerebbe dapprima chiedere scusa a
Lidia Menapace. Per non averla difesa. Per aver continuato a guardare il
dito mentre lei tentava di indicare la luna. Ma a tutto c’è rimedio.
Perché un altro mondo è possibile. E inizia da ciò che ciascuno di noi
fa. Qui ed ora.
Marco Bersani (Attac Italia)


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2) Il lento crollo del dollaro
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Di Hedelberto López Blanch


Il Ministero iraniano del Petrolio ha registrato una borsa del petrolio
sull'isola di Kish, nel Golfo Persico, dove il greggio si venderà in
euro. Il mercato sarà il quinto nel settore del petrolio, dopo quelli di
New York, Londra, Singapore e Tokyo. Finora, le operazioni che si
effettuano in questi centri sono in dollari. La decisione presa da
Teheran si indirizza verso una riduzione dell'influenza degli Stati
Uniti nell'economia della Repubblica Islamica.
Il 23 aprile scorso, il ministro russo delle Finanze, Alexei Koudrine, ha
inferto un' altra bella batosta alla banconota verde, quando in una
riunione del Fondo Monetario Internazionale (FMI), tenutasi a
Washington, ha affermato che il suo Paese non considerava il dollaro
come moneta di riserva di fiducia, a causa della sua instabilità. I dati
ufficiali indicano che la Russia può contare su una riserva di 212.000
milioni di dollari, il 70% dei quali è appunto in questa valuta, il 25%
in euro e il resto in altre valute (libra, yen, yaun).

L'insicurezza riguardo alla forza del dollaro ha fatto sì che i grandi
produttori di petrolio della zona del Golfo abbiano iniziato a dirigere
i loro investimenti verso l'Europa, cosa che li porterebbe a convertire
la suddetta moneta in euro.
Già la Siria, da due anni, ha mosso i primi passi verso la graduale
conversione delle sue riserve in euro; il governatore della Banca
Centrale degli Emirati Arabi Uniti, il Sultano Al Suweidi, ha annunciato
che sta progettando di convertire in euro il 10% delle sue riserve di
dollari; anche il Venezuela ha seguito il cammino alla ricerca di monete
più sicure come l'euro e lo yuan cinese, come pure ha fatto la Corea
del Nord. Un Paese come la Svezia ha già ridotto le sue riserve in
dollari al 20% appena, e ha innalzato al 50% quelle accumulate in euro.
Uno dei responsabili della Banca Centrale Cinese, Yu Yongding, ha
commentato, lo scorso aprile, che le enormi riserve cinesi stavano
correndo gravi rischi a causa della caduta della banconota verde.

A sua volta, l'allarme fornito dalla Banca Asiatica per lo Sviluppo
(ADB, dalle iniziali in inglese), un'istituzione finanziaria il 30%
della quale, sintomaticamente, è dominato dal capitale nordamericano e
da quello giapponese, ha causato grande incertezza. L'ADB, con
partecipazione di capitali di 64 nazioni, ha consigliato ai suoi membri
di prepararsi ad un possibile collasso del dollaro. L'impressione
prodotta è allarmante.

A partire dagli accordi di Bretton Wood, nel 1944, gli Stati Uniti hanno
ottenuto che il dollaro si affermasse come moneta mondiale di riserva, e
ne garantivano il valore con le loro grandi riserve auree.
Durante gli anni Settanta, Washington ha raggiunto un accordo con
l'OPEP, per mezzo del quale tutte le sue attività commerciali
petrolifere si sarebbero effettuate esclusivamente con le banconote
verdi, garantendo in cambio il riarmo militare dell'Arabia Saudita e la
protezione delle monarchie del Golfo da possibili invasioni o minacce
interne.
Da allora, Washington ha separato il dollaro dalle sue riserve in oro e
ha cominciato a stampare a destra e a sinistra la sua valuta, inondando
il mondo di banconote, senza che queste abbiano, nelle ricchezze del
Paese di emissione, il valore reale corrispondente.

Tra i motivi che hanno portato il dollaro verso un pericoloso precipizio
vi sono il deficit nella bilancia corrente, che nel 2005 ha toccato la
somma di 805 000 milioni, e il debito pubblico, che si è attestato sui
424 000 milioni di dollari (senza contare le enormi spese per le guerre
in Iraq e in Afghanistan).

Gli Stati Uniti hanno potuto reggere questo grande squilibrio perché
ricevono capitali provenienti da Paesi che mantengono le loro riserve in
dollari. In cambio, il debito privato della popolazione arriva già al
90% del PIL, secondo la rivista The Economist, e questo consumo privato
rappresenta il 70% della domanda totale dell'economia.
Il consumismo negli Stati Uniti non ha stimolato la produzione e la
produttività, ma al contrario ha incrementato le importazioni di merci
dall'Asia, molto meno care rispetto a quelle confezionate nella
nazione. Da parte loro, sia la Cina che il Giappone, per la maggioranza
delle loro esportazioni non riscuotono denaro contante, ma lo lasciano
in Nordamerica come prestito, investendone una parte significativa in
buoni del Tesoro come riserve internazionali, cosa che contribuisce a
sostenere la banconota verde.
Per questa ragione, i governi asiatici e le monarchie del Golfo sono
quelle che finanziano il consumo sempre maggiore della popolazione,
nonché l'enorme deficit statunitense.

L'analista di economia André Gunder Frank, in un articolo intitolato
"Lo Zio Sam va in giro nudo", assicura che l'insieme del debito
pubblico e privato accumulato dagli Stati Uniti si aggira sui 38
miliardi - quasi il PIL mondiale - e che gli Usa pagano 300.000 milioni
di interessi annui.

Il gigante del Nord ha bisogno di attirare ogni giorno 2.500 milioni di
dollari per finanziare il suo deficit in generale, e come misura idonea
ad attirare questo capitale, a partire dal giugno 2004 la Riserva
Federale ha cominciato ad alzare gli interessi, fino a stabilizzarli sul
5.0% : con questa misura è riuscita a far sì che la sua moneta non si
svalutasse in modo brusco.

L'unica soluzione che la Casa Bianca ha per pagare i suoi fornitori è
quella di stampare più dollari. Da quando il Paese ha cessato di
garantire la convertibilità in oro, il valore del dollaro dipende dalla
fiducia che gli viene concessa, poiché esso non è più sorretto
dall'economia del Paese di emissione. Così è stato deciso che i
banchieri possano verificare l'adeguamento tramite un indice annuale,
denominato M-3, che stabilisca la quantità in circolazione di questa
moneta.
Calcolando anche i disastri militari ed economici che ha subito in Iraq,
con enormi erogazioni finanziarie (il premio Nobel per l'Economia
Joseph Stiglitz stima l'ammontare veritiero a 1-2 trilioni di dollari)
la Riserva Federale, dalla fine di marzo 2006 ha sospeso la
pubblicazione dell'indice M-3 e di tutti i sottoindici che permettevano
di determinarlo. In tal modo, la quantità di dollari in circolazione è
diventata un vero e proprio segreto ed è impossibile valutarne con
precisione il valore.

Questa e molte altre difficoltà sta affrontando il dollaro, che ha
iniziato il suo declino agli albori del XXI secolo; perfino tre degli
uomini più ricchi del mondo, i nordamericani Warren Buffet e Bill Gates
e l'ungarostatunitense George Soros, hanno dichiarato di aver perso la
fiducia nella banconota verde e stanno indirizzando le loro ricchezze
all'acquisto di oro e argento.

Minacciose nuvole nere avvolgono la banconota verde.

www.rebelion.org

Traduzione a cura di Cinzia Vidali


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3) Conclusioni del Tribunale sulle Multinazionali
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Il Tribunale Permanente dei Popoli sulle Multinazionali Europee, che si è
tenuto dal 10 al 12 maggio a Vienna, Austria, ha concluso le sue
deliberazioni, rilevando che le multinazionali europee attive in America
Latina rappresentano delle minacce nei confronti dei servizi essenziali
di base, del diritto alla terra, della sovranità e della sicurezza
alimentare, dei diritti dei popoli indigeni, dei diritti ambientali e
dei diritti politici e civili.

Il Tribunale costituisce uno degli eventi paralleli che le reti e le
organizzazioni sociali vanno realizzando rispetto al Vertice
Presidenziale Europa-America Latina e ha svolto tre sessioni, nelle
quali ha ricevuto documentazione, studi di casi particolari e denunce
sull'impatto delle attività delle multinazionali europee in America
Latina e nei Caraibi.

Tra le imprese chiamate in causa vi sono la ditta francese Suez, per la
privatizzazione dei servizi idrici in cinque Paesi, la società
petrolifera spagnola Repsol, la ditta tedesca Bayer, per gli effetti dei
prodotti chimici ad uso agricolo in Perù, sei ditte per la forestazione
e la produzione di cellulosa in riferimento alle piantagioni in Uruguay
e nel sud del Brasile, e la Società Telefonica spagnola, a proposito dei
diritti dei lavoratori.

Il Tribunale, dopo avere ricevuto le testimonianze di una trentina di
persone provenienti da 11 Paesi dell'America Latina e dei Caraibi, ha
identificato elementi e minacce comuni, provenienti dalle multinazionali
europee, indicando i seguenti punti che è necessario approfondire:

a. Minacce nei confronti del diritto di accesso ai servizi essenziali di
base. L'acqua è stata trasformata in una merce, invece di considerarla
come un diritto di base. Le politiche di commercializzazione e
distribuzione messe in atto dalle imprese transnazionali, con
l'appoggio delle istituzioni finanziarie internazionali, impediscono
che vasti segmenti della popolazione (soprattutto i poveri) abbiano
accesso ad uno dei diritti umani fondamentali. La privatizzazione e la
liberalizzazione dell'elettricità hanno avuto risultati analoghi.

b. Minacce nei confronti del diritto alla terra. L'espansione delle
piantagioni a monocoltura per l'esportazione (principalmente soia e
polpa di legno) sta distruggendo le forme di vita dei contadini e dei
piccoli produttori rurali, impedendo loro un accesso giusto ed equo alla
terra.

c. Minaccia nei confronti del diritto alla sovranità e alla sicurezza
alimentare. La produzione industriale di alimenti per l'esportazione,
la privatizzazione della biodiversità e delle sementi, promosse da
interessi corporativ,i e le iniquità del commercio internazionale stanno
distruggendo la capacità dei Paesi latinoamericani di poter soddisfare
tali diritti.

d. Minacce nei confronti dei diritti dei lavoratori. La cosiddetta
flessibilità, la ricerca di alti guadagni per gli investimenti privati,
la necessità di produrre beni a buon prezzo per mercati globali, insieme
alla repressione dei sindacati in America Latina, indeboliscono gli
standard di base per la tutela del lavoro. E quel che è peggio, le
multinazionali usano fornitori di forza lavoro a basso costo per
mantenere basse le spese, espandendo un settore informale già molto
ampio.

e. Mjnacce nei confronti dei diritti dei popoli indigeni. Le
multinazionali europee e i governi latinoamericani collaborano
all'invasione e allo sfruttamento dei territori dei popoli indigeni,
senza considerare il consenso o la partecipazione delle comunità
interessate, violando di conseguenza i loro diritti fondamentali e la
loro identità culturale.

f. Minacce nei confronti dei diritti dell'ambiente. La negligenza e gli
abusi delle società multinazionali europee su ecosistemi fragili in
termini di biodiversità e di vita silvestre (hotspots-punti caldi), così
come in regioni chiave per la stabilizzazione del clima, hanno
incrementato la deforestazione per ragioni economiche, inquinato le
acque e ampliato le infrastrutture, con il risultato di un sostanziale
debito ecologico, che contraddice l'impegno pubblico dell'Unione
Europea sullo sviluppo sostenibile.

g. Minacce nei confronti dei diritti politici e civili. Le società
multinazionali europee possono sviluppare indisturbate le proprie
attività, grazie alla complicità dei governi locali e nazionali. Tutto
questo può accadere malgrado il rifiuto popolare, dato che gli stessi
governi non esitano a reprimere la dissidenza e la mobilitazione
ambientale, sociale e sindacale.

Il Tribunale era formato da Elmar Altvater (Presidente, Germania), Miren
Etxezarreta (Spagna), Susan George (Francia), Lilian Manzella (Stati
Uniti), Francesco Martone (Italia), Freda Meissner-Blau (Austria),
Sandra Quintela (Brasile), Roberto Schiattarella (Italia), Gianni
Tognoni (Segretario Generale, Italia).

Testo completo delle conclusioni:
http://movimientos.org/noalca/enlazando/show_text.php3?key=7162
Tribunale Permanente dei Popoli:
http://movimientos.org/noalca/enlazando/show_text.php3?key=7168 (EN)
Campana Continental contra ALCA / ASC - [EMAIL PROTECTED]>
Telf: (55 11) 3272 9411 ext. 136
Rua Caetano Pinto, 575
CEP 03041-000, Sao Paulo, Brasil

Traduzione a cura di Cinzia Vidali


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4) Report  dell'Assemblea Nazionale delle Reti Migranti e Antirazziste
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Roma 18 Giugno 2006

L'assemblea delle Reti dei Migranti ed Antirazziste (hanno partecipato
realtà provenienti da Roma, Napoli,Torino,Bologna,Vicenza,Verona,
Brescia, Milano, Livorno, Palermo, Treviso,Trieste, Padova, Catania,
Firenze, Modena, Caserta), riunita a Roma domenica 18 Giugno, valuta
negativamente i primi
provvedimenti che il Governo Prodi sta prendendo sul tema
dell'immigrazione.

    Dalle dichiarazioni e dalle iniziative del Ministro Amato appare
chiaramente la volontà di non mettere in discussione l'impianto di una
legge razzista come la Bossi-Fini,  nè tantomeno della Turco-Napolitano,
che per prima istituì i Centri di Permanenza Temporanea.

    La strada che si sta imboccando è quella di "abbellire" in qualche
modo le aberrazioni di una legislazione che ha fatto crescere in modo
esponenziale il numero dei clandestini, assecondando in questo le
esigenze di un mercato del lavoro che ha bisogno di lavoratori a costo 
sempre più basso: in questo senso la clandestinità è pienamente
funzionale ad un sistema che vuole ridurre e in parte eliminare, in nome
della competitività, qualsiasi forma di tutela sociale e sindacale,
qualsiasi diritto civile e politico.

    La strada che si sta imboccando è quella di una "nuova"
concertazione, estrapolando  alcuni aspetti della legislazione
sull'immigrazione, e istituendo commissioni, tavoli di confronto in cui
coinvolgere enti ed associazioni, che spesso non hanno alcun rapporto
con le realtà dei migranti e con le loro esigenze, desiderosi di
"partecipare" per esserne legittimati e, perchè no?, trarne benefici.

  I CPT vanno chiusi tutti e subito, senza se e senza ma, non servono
nuove commissioni ispettive.

Le migrazioni da sempre, in tutto il mondo, sono avvenute nel segno
dell'"irregolarità".L'unico modo per combatterla è garantire ai
migranti quella libertà di circolazione che viene riconosciuta alle
merci ed al denaro,  ma non a esseri umani che valicano le mura di
quella ipocrita fortezza che è l'Unione Europea. Infatti nel nuovo
governo nessuno mette in discussione il Trattato di Schengen.

Non basta l'ennesimo decreto che permetta la regolarizzazione delle
oltre 300.00 domande rimaste fuori dall'ultimo decreto flussi.  Ciò
rappresenterebbe solo un minimo risarcimento che lascerebbe fuori le
migliaia di migranti che  non sono neppure nelle condizioni di presentare
la domanda, a causa del legame tra permesso di soggiorno e contratto di
lavoro, per aver ricevuto denunce o sanzioni amministrative o per le 
mille altre vessazioni inflitte loro dalle leggi in vigore

La regolarizzazione permanente generalizzata è l'unico strumento per
eliminare veramente la clandestinità ed il commercio criminale di esseri
umani.

L' assemblea dei migranti e delle reti antirazziste ha ribadito:
- la necessità di salvaguardare l'autonomia del movimento dei migranti
ed antirazzista di fronte al nuovo quadro politico, senza sconti per
nessuno, incalzando il Governo di centro sinistra attraverso un percorso
di iniziative e mobilitazioni che riportino al centro dell'agenda
politica il tema dell'immigrazione con l'abrogazione della Bossi-Fini
e della Turco-Napolitano;
- la validità della piattaforma alla base della grandi manifestazioni
nazionali degli ultimi due anni , integrata da alcuni elementi
rivendicativi quali l'abolizione della convenzione con le Poste e dei
protocolli di intesa tra Governo, Patronati e Anci.

La chiusura dei CPT è il banco di prova su cui misureremo la volontà di
reale inversione di tendenza di questo Governo per eliminare mostruosi
sistemi di privazione della libertà, che non servono ad impedire
l'arrivo sulle coste italiane di uomini e donne disperati e che
oltretutto costano alcune centinaia di milioni di euro che potrebbero
ben altrimenti essere impiegate per strutture di vera accoglienza per
migranti e rifugiati.

L'assemblea delle Reti Migranti e Antirazziste auspicando che sulle
iniziative assunte si realizzi la più larga unità di tutti quei segmenti
del mondo del lavoro in lotta contro la precarietà, per il reddito, i
diritti,
indicano quali momenti di mobilitazione:
- un presidio l' 8 luglio presso il Viminale, sede del Ministro
dell'Interno, per chiedere l'abrogazione della convenzione con le
Poste, dei Protocolli di intesa con Patronati e Anci, per abrogare i
regolamenti attuativi della Bossi-Fini e per una regolarizzazione
immediata dei richiedenti asilo respinti dalla Commissione centrale per
il diritto di asilo
- la partecipazione al campeggio di Gorizia, dal 19 al 23 Luglio,  ed al
campeggio di Lampedusa nel secondo fine settimana di settembre, quali
momenti di iniziativa e riflessione collettiva per una più incisiva
battaglia contro i CPT,e gli enti che li gestiscono, da mettere in campo
per la fine di settembre;
- queste iniziative si intendono collegate  alla giornata europea di
lotta e mobilitazione dei migranti indetta per il 7 ottobre dal Forum
Sociale Europeo di Atene. Una giornata che vogliamo attraversare con
molte mobilitazioni, compresa la partecipazione alla manifestazione
europea a Bruxelles;
- una Conferenza nazionale sul tema dei rifugiati e richiedenti asilo da
realizzare entro settembre.

Questo percorso troverà la propria sintesi in una mobilitazione 
nazionale dei migranti e delle Reti ed associazioni antirazziste da
tenersi entro le prime due settimane di Novembre

L'assemblea nazionale delle Reti Migranti e Antirazziste è convocata per
una nuova riunione il 2 settembre a Roma

Roma, 18 giugno 2006


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5) La guerra delle informazioni - Conquistare i cuori e le menti
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In un documento recentemente reso pubblico e diffuso dal National
Security Archive, il Pentagono presenta la propria strategia per
controllare l'informazione. In esso Internet viene presentato come un
nemico contro il quale il Dipartimento della Difesa degli USA deve
combattere.

Intitolato "Information Operations Roadmap" (Carta stradale delle
operazioni informative"), il documento, firmato da Donald Rumsfeld in
data 30 ottobre 2003, esamina le diverse attività dell'Esercito
relative al controllo dell'informazione.
L'insieme di queste attività va dalla guerra elettronica
all'intossicazione massiccia dei media, passando attraverso la "guerra
a Internet", senza contare le operazioni psicologiche (Psyops).

Immediatamente dopo l'11 settembre, il Pentagono, nella massima
segretezza, crea l'Office for the Strategic Influence (Ufficio per la
sicurezza strategica, OSI), un'agenzia di propaganda incaricata di
plasmare le opinioni pubbliche a livello planetario tramite una
massiccia intossicazione dei mezzi di comunicazione al fine di sostenere
la guerra contro il terrorismo.

Successivamente, le rivelazioni della stampa sopra le attività dell'OSI
e il loro impatto sulle informazioni diffuse dai media statunitensi
hanno obbligato Rumsfeld ad annunciare la chiusura di questa nuova
agenzia.
In effetti, lo Smith-Mundt Act vieta la realizzazione di campagne di
disinformazione che abbiano come obiettivo il pubblico statunitense.

Tuttavia, il Pentagono non ha rinunciato ai suoi progetti e l'OSI è
stato sostituito dal Northern Gulf Affairs Office.
Creato nel settembre 2002 e supervisionato dal sottosegretario della
Difesa William Luti, questo ufficio si è dato il compito di preparare il
terreno per un intervento in Iraq, distillando informazioni sulle
presunte armi di distruzione di massa in possesso dell'Iraq e sui
legami di questo Paese con il terrorismo internazionale.

Il documento, reso pubblico alla fine del gennaio 2006 dal National
Security Archive, conferma che il Pentagono non ha abbandonato il
terreno della guerra delle informazioni e della propaganda.
Lo stesso documento indica che "dall'importanza del dominio
sull'informazione in tutti i suoi aspetti consegue l'obiettivo di
trasformare le Operazioni di Informazione per rendere le stesse, nella
loro totalità, un'arma come lo sono le forze aeree, terrestri, navali e
le forze speciali".
In quest'ottica il Pentagono si addentra in un campo che in passato era
di competenza del Dipartimento di Stato, e in special modo del
sottosegretario di Stato per la Diplomazia pubblica e gli Affari
pubblici, in realtà un ministero di propaganda la cui missione è quella
di diffondere la dottrina statunitense, soprattutto attraverso mezzi che
ricadano direttamente sotto il suo controllo.

Il documento afferma pure che "le principali attività del Dipartimento
della Difesa in materia d'informazione includono gli affari pubblici,
l'appoggio militare alla diplomazia pubblica e le operazioni
psicologiche".
Il recente scandalo che ha coinvolto il Pentagono e uno dei gruppi da
esso dipendenti, il Lyncoln Group, sul tema degli articoli giornalistici
- redatti da militari statunitensi e poi diffusi dalla stampa irachena -
che presentano l'occupazione dell'Iraq da un punto di vista
favorevole, costituisce un esempio di tale strategia.

D'altra parte, il Pentagono non ha trascurato di sviluppare i mezzi al
servizio della propaganda. Si cita la volontà di "sviluppare un sito
web globale al servizio degli obiettivi di comunicazione degli Stati
Uniti".
I contenuti dovrebbero provenire fondamentalmente da fonti terze, e
pertanto sarebbero più credibili agli occhi del pubblico straniero che
non se fossero prodotti da fonti ufficiali statunitensi.
In realtà il Pentagono, attraverso l'US European Command, amministra
direttamente due siti: il Southeast European Times sui Balcani e
Magharebia sul Magreb, e mostra la volontà di "individuare e diffondere
i punti di vista di terzi che appoggino le posizioni statunitensi.
Queste fonti potrebbero non essere completamente in accordo con le
posizioni nordamericane come vorrebbe il DSG, però potrebbero esercitare
un'influenza positiva".

In questo documento Internet appare come un nemico da combattere. E così,
il Dipartimento lotterà contro Internet proprio come farebbe contro un
sistema di armamenti.
In effetti, il controllo delle diverse reti di comunicazione e
informazione si è trasformato in un elemento strategico della massima
importanza per assicurare la vittoria tanto sui campi di battaglia
quanto nell'opinione pubblica.
Tuttavia, il Pentagono riconosce che "l'informazione destinata a un
pubblico straniero, comprese la diplomazia pubblica e le operazioni
psicologiche, viene consumata sempre più da un pubblico domestico e
viceversa", cosa che la pone nel terreno dell'illegalità.
Per rimediare a questa situazione, il Dipartimento della Difesa propone
una migliore coordinazione tra agenzie per garantire la coerenza globale
delle azioni statunitensi di propaganda.

Grano de Arena
n. 347 - Lunedì 5 giugno 2006

Traduzione a cura di Cinzia Vidali


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6) Bilderberg, il conclave dei potenti
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Di Enrico Piovesana

Lo scorso mese di giugno (8-11) l'élite economica e politica occidentale
si è riunita a Ottawa. A porte chiuse. Per decenni ne è stata negata
perfino l'esistenza, alimentando leggende e teorie cospirative. Oggi le
riunioni annuali del Gruppo Bilderberg, fondato in Olanda nel 1952, non
sono più un segreto, ma continuano a svolgersi a porte chiuse, senza
telecamere né conferenze stampa

Quest'anno, l'élite economica e politica occidentale si è data
appuntamento per tre giorni, lo scorso fine settimana, in Canada, in un
lussuoso albergo nella cittadina di Kanata, in Ontario, nei pressi di
Ottawa. Dall'8 all'11 giugno, il Brookstreet Hotel era chiuso al
pubblico, circondato da barriere di metallo e presidiato da polizia e
guardie private impegnate a tenere lontani i giornalisti, i fotografi e
quei pochi militanti no-global convinti che sia qui, e non ai G8, che
vengono decisi i destini del mondo. Uno di loro, lo statunitense Alex
Jones, impegnato a girare un documentario sul Gruppo Bilderberg, è stato
arrestato dalla polizia appena sbarcato all'aeroporto di Ottawa e
rilasciato solo dopo un lungo interrogatorio.
I temi dell'incontro.
Un comunicato stampa del gruppo ha spiegato che i temi dell'incontro
erano "le relazioni euro-americane, l'energia, la Russia, l'Iran, il
Medio Oriente, l'Asia, il terrorismo e l'immigrazione". Secondo le
indiscrezioni, le discussioni di sono concentrate su due argomenti,
entrambi legati al petrolio: l'Iran, i pro e contro di un attacco, le
conseguenze economiche e gli effetti sulla stabilità regionale e
globale; e America Latina, le contromisure da adottare per far fronte
alle nazionalizzazioni del petrolio e alle politiche economiche
anti-liberiste adottate dai nuovi governi di sinistra. Il comunicato
stampa, che racconta in sintesi mezzo secolo di storia del Gruppo
Bilderberg, afferma che la natura "privata" dei suoi incontri ha "il
solo scopo di incoraggiare i partecipanti a una discussione franca e
aperta".
I partecipanti.
Le foto scattate da reporter e paparazzi, ma sopratutto la lista completa
dei partecipantiallegata al comunicato, rendono bene l'idea di cosa
significi in concreto "èlite economica e politica". Ecco alcuni nomi:
la regina Beatrice d'Olanda (presenza tradizionale per motivi storici),
il "grande vecchio" della politica Usa, Henry Kissinger, l'ex
consigliere di Bush per la Difesa, Richard Perle, il grande banchiere
David Rockefeller, i dirigenti della Federal Reserve Bank, di Credit
Suisse e della Rothschild Europe (il vicepresidente Franco Bernabè),
delle compagnie petrolifere Shell, BP e Eni (Paolo Scaroni), della Coca
Cola, della Philips, della Unilever, di Time Warner, di AoL, della
Tyssen-Krupp, di Fiat (il vicepresidente John Elkann) i direttori e
corrispondenti del Times di Londra, del Wall Street Journal, del
Financial Times, dell'International Herald Tribune, di Le Figarò, del
Globe and Mail, del Die Zeit, rappresentanti della Nato, dell'Onu,
della Banca Mondiale e della Ue, economisti (tra cui risultano gli
italiano Giulio Tremonti e Mario Monti) e molti ministri dei governi
occidentali (per l'Italia era invitato il ministro del Tesoro, Tommaso
Padoa-Schioppa).
Dubbi.
Data la segretezza della discussione, gli argomenti trattati e il calibro
dei partecipanti, i dubbi e le domande sulla natura di questo tipo di
incontri sono inevitabili. E forse meriterebbero chiarimenti e risposte
chiare, dato che i temi in ballo non sono una faccenda privata, ma
questioni di pubblico interesse che riguardano tutti noi.

Tratto da www.peacereporter.net


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7) Bangladesh, gamberi da esportazione: ma a che prezzo?
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Il mensile dei Gesuiti "Popoli", sul suo numero di giugno-luglio, in un
articolo di copertina a firma di Laura Santoro Ragaini, rivela aspetti
quasi del tutto sconosciuti della coltura e del commercio internazionale
di gamberi.Il problema ha origini lontane. Nessuno saprebbe dire quando
i contadini dei distretti di Satkhira, Khulna, Bagerhat e Jessore -
regioni sudoccidentali del Bangladesh - hanno cominciato ad arrotondare
i loro miseri guadagni con la vendita di pesci, tra cui appunto i
gamberi (bagda, quelli di acqua salata, golda, d'acqua dolce).

Quel che è certo è che quell'area è conosciuta come "Shrimp region",
regione dei gamberi. Si trattava però, in passato, di pratiche limitate
a soddisfare la domanda dei consumatori locali e le richieste delle
poche aziende di Khulna, che non sconvolgevano certo l'ambiente e
l'economia della regione, anche se non si può negare che
rappresentavano già una minaccia per il più esteso ecosistema di
mangrovie esistente al mondo. Un tempo [...] esisteva una salutare
alternanza di produzioni legate all'acqua dolce o salata e, cosa
fondamentale, la pesca nelle aree allagate dalle maree era assolutamente
libera e le coltivazioni realizzate tra le due stagioni monsoniche nei
campi sottratti all'acqua erano accessibili a tutti. Così, anche chi
non possedeva terra riusciva a sopravvivere.

Ma da quando, a partire dal 1980, la domanda di gamberi d'acqua salata
ha iniziato la sua inesorabile scalata in seguito alla richiesta
internazionale, la situazione è cambiata: la produzione dei bagda è
cresciuta a dismisura sino a dominare quasi interamente l'economia
delle regioni del sud-ovest, e continua a incrementarsi. I grandi
proprietari terrieri e le multinazionali straniere hanno trasformato con
prepotenza ogni centimetro utilizzabile in luoghi di produzione di
gamberi d'acqua salata, e non permettono più né la pesca libera né la
coltivazione dei campi, costringendo i poveri a importare da altre
regioni persino quel riso che un tempo cresceva in abbondanza. Senza
dubbio l'esportazione di bagda è stata, ed è, una grande fonte di
valuta estera per il Paese: l'ultimo dato disponibile parlava di un
introito di 18 miliardi di taka (28,5 milioni di euro), terza fonte di
reddito di valuta straniera dopo il business del commercio tessile e le
rimesse degli emigranti bengalesi.

L'enorme e sempre crescente produzione di gamberi condiziona e determina
oggi la costruzione di strade, ponti, porti, laboratori e fabbriche;
tutto un mondo, insomma, che gira e dipende da questo immenso affare che
però, paradossalmente, sta impoverendo una nazione già poverissima. Se è
vero che in Bangladesh il reddito pro-capite è aumentato va sempre
ricordato che non è certo a beneficio degli strati più miseri della
popolazione. E le conseguenze negative sono molte e visibili: un
allevamento di quel tipo, che richiede pochissima manodopera e per di
più specializzata (lasciando nelle mani dei locali solo compiti di bassa
manovalanza), crea un numero sempre crescente di disoccupati, spesso
costretti a emigrazioni forzate, perché non toglie lavoro solo ai
contadini ma anche a barcaioli, pescatori, boscaioli. Ancora, la forte
salinità del terreno impedisce la crescita di vegetali e, soprattutto,
di riso, e di conseguenza riduce drasticamente la paglia di riso,
principale alimento delle mandrie bovine; riducendosi il bestiame si
riduce anche lo sterco, preziosissimo combustibile in queste zone,
inducendo la popolazione più povera al taglio illegale di alberi nella
foresta. Inoltre, la salinità rende critico il rifornimento di acqua
potabile (a volte le donne devono percorrere anche 4-5 chilometri per
trovare una fonte d'acqua decente), fa scomparire i pochi pesci
d'acqua dolce rimasti, danneggia la biodiversità della regione, crea
insanabili squilibri ecologici.

La decimazione di granchi e lumache, considerati "spazzini delle
acque", porta a un incremento dell'inquinamento idrico con conseguenze
negative sul già precario equilibrio sanitario. Anche da un punto di
vista sociale non mancano i danni: l'insediamento di personale
straniero, senza mogli e senza legami locali, fa aumentare violenze e
molestie nei confronti delle donne e della parte più debole della
popolazione. Persino i bambini, usati per la pulizia delle vasche,
mostrano i segni della crescente malnutrizione e della quotidiana,
prolungata permanenza in acqua, oltre a un crescente disagio
comportamentale dovuto allo stile di vita non adatto alla loro età. [...]

Per quanto il Bangladesh si possa impegnare ad aumentare la produzione di
gamberi, difficilmente riuscirà a competere sul mercato internazionale:
per capirlo basta paragonare le sue 39.000 tonnellate di esportazioni
contro gli oltre due milioni di tonnellate mondiali. Ma se anche la
produzione di gamberi si rivelasse un bene per l'intero paese, le
previsioni dicono che, al di là dei danni derivanti dall'aumento della
salinità, l'uso massiccio di antibiotici, antiparassitari e concimi
chimici necessari all'allevamento, farà sì che tra 15-20 anni il suolo
non solo non sarà più in grado di produrre né riso né altro tipo di
coltura, ma non permetterà neppure più la vita di quegli stessi gamberi
oggi sotto accusa.

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