DAL PACIFISMO AL MOVIMENTO CONTRO LA GUERRA
     
    Il movimento pacifista sviluppatosi negli scorsi anni anche nei paesi 
occidentali ha espresso una vasta protesta contro la politica dei propri 
governi, ma è poi rifluito per il prevalere della sfiducia di poter sconfiggere 
tale politica, per l'assuefazione alla guerra come dato immodificabile di 
questa fase, ma anche dalle parzialità politiche contenute nella sua 
opposizione alla guerra.
    Troppo spesso infatti si condannavano le politiche dei propri governi non 
tanto per gli obiettivi che questi dichiaravano di voler perseguire, ma per i 
brutali metodi utilizzati per realizzarli; in altri casi si è accettata la 
chiave di lettura secondo cui vi era una guerra quasi paritaria tra contendenti 
che si trattava di ricondurre alla pace quasi con una equidistanza al di fuori 
e al di sopra dello scontro in atto, se non per la forte componente di 
commiserazione e di condanna per le vittime di tale guerra.
    Ma quando questi soggetti hanno cominciato a dimostrare di non accettare 
solo il ruolo di vittime passive e di volersi anzi difendere, 
quell'atteggiamento pietistico è andato in difficoltà nell'accettare questa 
nuova situazione e nel doversi schierare in uno scontro che per quanto 
sproporzionato non era più a senso unico.
    In Italia tale difficoltà si è rafforzata con la vittoria elettorale 
dell'Unione Prodiana che aveva tra i suoi sostenitori diretti o indiretti buona 
parte degli organismi e delle figure di riferimento di quel movimento, 
determinando quella che per comodità sintetica definiamo “sindrome del governo 
amico”, ma che produce paralisi, disorganizzazione e depotenziamento di 
qualsiasi tentativo di mantenere un'opposizione autonoma ed indipendente contro 
la guerra.
    Si tratta di superare quella sorta di equidistanza tra aggressori e 
aggrediti, di concentrare la denuncia e le mobilitazioni contro i promotori 
diretti ed indiretti della guerra, di rifiutare qualsiasi missione militare 
all'estero condotta da tutti i governi occidentali e da quello italiano in 
particolare.
    Che tali missioni avvengano sotto le insegne della NATO o dell'ONU non ne 
cambia la natura, come hanno confermato l' intera vicenda irakena, quella 
Afghana e quella Libanese.
    Le resistenze messe in atto dalle popolazioni aggredite non sono solo una 
legittima reazione contro le aggressioni da cui sono colpite ma, nella misura 
in cui costituiscono il principale ostacolo al consolidamento di quella 
strategia, rappresentano anche un fattore di incoraggiamento dei movimenti 
contro la guerra che agiscono nei paesi occidentali.
    Le resistenze ridisegnano i rapporti di forza nelle aree del conflitto, 
determinando oggi uno sconvolgimento delle strategie USA/israeliane di "guerra 
infinita" e di egemonia nell'area mediorientale, come emerge con chiarezza in 
seguito alla sconfitta USA in Iraq e a quella israeliana in Libano.
     
    DISARMIAMOLI!
    PER UN MOVIMENTO REALE CONTRO LA MILITARIZZAZIONE
    Il principale terreno di impegno di un movimento reale contro la guerra in 
questa fase, oltre alla netta opposizione alle missioni militari all'estero, 
deve essere, soprattutto, quello di contrastare le conseguenze delle scelte 
belliche sui propri territori. È evidente infatti come il crescente militarismo 
venga utilizzato per rafforzare i dispositivi di sicurezza attraverso cui si 
cerca di limitare l'esercizio dei più elementari diritti di agibilità politica, 
sindacale e dell'insieme dei conflitti sociali.
    a) E’ ormai prioritaria dentro l’agenda dei movimenti contro la guerra ma 
anche dei movimenti sociali e sindacali, l’ opposizione contro il continuo 
incremento delle spese militari e le loro connessioni qualitative (oltre che 
quantitative) con il complesso militare-industriale e gli apparati di sicurezza 
che stanno ormai conformando anche le priorità economiche e la vita sociale del 
nostro paese
    b) L'impegno dei movimenti deve concentrarsi contro il complesso delle basi 
militari, di tutte le produzioni di morte e di ogni ristrutturazione in chiave 
offensiva degli eserciti a cominciare da quello italiano. Infatti è dalle basi 
militari che vengono supportate le missioni all'estero e le guerre. Non solo, 
questi insediamenti servono anche a giustificare una insopportabile 
militarizzazione dei territori su cui sono installate.

    Le esperienze maturate in questi anni di lotta contro le basi: dalla 
Toscana alla Sardegna, dalla Sicilia alla Puglia o in Veneto, come sta 
avvenendo in questi giorni a Vicenza contro l'ampliamento della base USA, sono 
un prezioso bagaglio per il movimento ed un punto di partenza da sostenere, 
valorizzare e generalizzare per dare radicamento ed estensione sociale a queste 
prime forme di opposizione delle popolazioni. Con queste premesse il Comitato 
per il Ritiro dei Militari Italiani valuta come molto importante la crescita di 
un movimento popolare e autonomo contro la nuova base militare e la 
manifestazione nazionale di Vicenza del 2 dicembre e si impegna a costruire 
momenti di dibattito e di sostegno attivo nei vari territori.
    c) L'altro terreno di impegno che riteniamo indispensabile è il sostegno 
alle rivendicazioni democratiche e sociali dei migranti - prime vittime delle 
campagne razzistiche, islamofobiche e xenofobe - e, nei fatti, vere e proprie 
riserve di manodopera colonizzata all’interno del nostro paese. Questa 
battaglia, costituisce un fattore importante per contrastare il cosiddetto 
“scontro di civiltà” che si cerca di attizzare per ottenere, anche sul generale 
piano culturale, il consenso attivo delle popolazioni alla militarizzazione e 
alla guerra.
    d) Infine, il Comitato per il Ritiro delle Truppe chiama al confronto tutti 
gli attivisti, che mantengono immutata la loro opposizione alla guerra, per 
riflettere insieme su come dare continuità, stabilità ed efficacia al proprio 
impegno nella direzione del rafforzamento di un rinnovato movimento contro la 
guerra. L'ipotesi che proponiamo è quella di costruire una rete articolata dei 
comitati, dei gruppi sociali, delle varie comunità territoriali operanti sul 
terreno dell'opposizione della guerra e del militarismo, ma anche di promuovere 
la strutturazione di comitati territoriali dove è mancata fino ad ora una 
un'azione coordinata contro la militarizzazione in atto nel nostro paese.
    Si tratta insomma di costruire una rete attiva e stabile la quale sia in 
grado, oltre le necessarie scadenze di mobilitazione nazionali, di promuovere e 
dare ampio respiro alle iniziative locali contro i molteplici effetti del 
militarismo.
     
    COMITATO PER IL RITIRO DELLE TRUPPE
     
    DICEMBRE 2006


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