Care/i tutte/i,
su L'Eco di Bergamo di oggi 4 giugno potete trovare una bella intervista a
Rada Ivekovic sui temi dell'Europa e dei Balcani.
L'articolo si può scaricare in formato pdf tramite la rassegna stampa del
Comune, questo é il link:
http://rassegnabg.dialogicnet.com/pub/pdf/04-06-2007/art_11743.pdf?zRR48Bvs
Ma l'articolo ve lo appiccico anche sotto nel testo dell'e-mail...
La prof.ssa Rada Ivekovic, saggista e analista di origine ex-jugoslava, é
una delle più importanti intellettuali critiche a livello europeo ed é
venuta a Bergamo nei giorni scorsi per una conferenza sul tema «Le
rappresentazioni identitarie» all'interno del percorso «La trasformazione
in-politica»,organizzato dallassociazione Antigone, dalla Fondazione
Serughetti-La Porta, dall'associazione Millepiani e dall'Ufficio Pace del
Comune di Bergamo.
Ciao ciao,
Pietro
"EUROPA, LA VIA DELLA PACE PASSA DAI BALCANI"
La scrittrice Ivekovic: "Guerre finite, ma le ferite dell'ex Jugoslavia sono
ancora aperte" "Russia, Turchia, Medio Oriente: il futuro del Vecchio
Continente adesso si gioca ad Est"
Le ferite dellex Jugoslavia sono ancora aperte, e lEuropa (che a suo tempo
ebbe pesanti responsabilità) ha tutto linteresse a sanarle, anche
attraverso lintegrazione di unarea che altrimenti rischia di rappresentare
una pericolosa fonte di instabilità proprio alle porte dellUnione.
«LItalia, che è terra di frontiera, questo lha capito meglio e prima degli
altri Paesi Ue» spiega Rada Ivekovic, saggista e analista di origine
ex-jugoslava (oggi docente universitaria in Francia) profonda conoscitrice
delle realtà balcaniche e studiosa di tutte le tematiche legate alle
identità politiche e culturali. LItalia dunque, aggiunge Rada Ivekovic (nei
giorni scorsi a Bergamo per una conferenza sul tema «La trasformazione
in-politica» organizzata dallassociazione Antigone, dalla Fondazione
Serughetti-La Porta, dall'associazione Millepiani e dall'Ufficio Pace del
Comune di Bergamo) proprio per questa sua posizione particolarmente delicata
dal punto di vista geopolitico «è la prima ad avere interesse al
mantenimento della pace nei Balcani, e questo le ha dato una sensibilità
particolare, portandola a fare sforzi ad ogni livello (da quello politico a
quello della società civile) che altri Paesi, anche più ricchi, non hanno
fatto».
Prof. Ivekovic, temi come memoria condivisa e identità comune (che lei ha
spesso trattato anche nei suoi libri) rappresentano, sia pure con aspetti
diversi, un problema sia per lex Jugoslavia, sia per lEuropa. E questo
proprio nel momento in cui i Paesi balcanici e lUnione si guardano con
reciproco interesse in vista di una possibile integrazione ed estensione
della grande costruzione europea.
«Lex Jugoslavia, in realtà, sarebbe già stata quasi pronta (mancava poco)
entrare in Europa poco prima della serie di guerre degli anni Novanta. Che
furono al tempo stesso guerre per entrare in Europa e guerre europee, anche
se è vero che i primi responsabili ne furono gli ex jugoslavi, che le
combatterono. Però...».
Però lEuropa non fu immune da responsabilità È questo che intende dire?
«Sì, lEuropa mancò praticamente in tutto. E manca ancor oggi, anche se in
modo diverso. Allora, mancò perché non cera ancora un progetto di
costruzione europea, e non cera soprattutto lidea dellallargamento a Est.
Perché non si pensava che i blocchi contrapposti della Guerra fredda
potessero dissolversi in maniera così completa».
Oggi, invece...
«Oggi il problema è diverso. LEuropa, che nei secoli passati ha "esportato"
soprattutto a Ovest e a Sud le sue violenze (mi riferisco al periodo
coloniale) oggi esporta le "sue" guerre verso Est. Per questo credo che
vicino ai confini orientali dellUnione non siano da escludere nuovi
conflitti. Magari di grandi dimensioni, come quello ceceno. O magari di
piccole dimensioni, come potranno essere quelli futuri nei Balcani, dove la
pressione europea non permetterà più lo scoppio di grandi guerre. Ma questo
non significa che i problemi siano risolti».
Però non finiscono più sulle prime pagine dei giornali occidentali, visto
che lopinione pubblica internazionale vive di mode anche di fronte alle
tragedie. Quali sono, oggi, i problemi dellex Jugoslavia?
«Problemi di ricostruzione, in tutti i significati che questo termine può
assumere. Ricostruzione materiale. Ricostruzione del tessuto sociale.
Ricostruzione di economie che non funzionano. Ricostruzione della
comunicazione, visto che attraversare le frontiere è ancor oggi difficile. E
poi, più a lungo termine, ricostruzione di progetti politici. Qui siamo al
"punto zero". Ma anche lEuropa, per tornare al discorso iniziale, sotto
questo aspetto penso si trovi al "punto zero", per quanto oggi sia forse un
po più avanti rispetto a prima delle guerre nellex Jugoslavia. Perché, a
mio avviso, proprio quelle guerre sono state fondamentali, se non
addirittura costitutive, per un un vero progetto europeo».
Un progetto europeo che negli ultimi anni ha subìto una fortissima
accelerazione verso Est, basata essenzialmente su motivazioni economiche di
reciproca convenienza per vecchi e nuovi membri. Non cè il rischio che in
nome di questi comuni interessi la costruzione europea finisca per inglobare
troppo frettolosamente popoli così diversi tra loro dal punto di vista
storico, politico e culturale?
«Questo tutto sommato credo sia una fortuna. Più diverse sono, meglio sarà.
Il problema non è la diversità, ma sono altri».
Quali?
«Direi almeno tre. Primo: lEuropa deve capire come può passare dal progetto
economico al progetto politico. Secondo: deve anche capire che in questo suo
progetto entrano inevitabilmente le conseguenze e le responsabilità della
storia coloniale e post-coloniale, della fine della Guerra fredda, della
fine del socialismo reale e, ancora, della fine del socialismo autogestito
jugoslavo, che fu diverso rispetto a quello degli altri Paesi dellEst. E
poi cè, appunto, un terzo elemento, geograficamente esterno ai confini
europei, eppure terribilmente legato allEuropa e alla sua realtà: il
conflitto israelo-palestinese».
È il problema dell«esportazione dei nostri conflitti» cui accennava?
«Sicuramente. Questo è un conflitto europeo, che va risolto nel modo
migliore. Ebrei e palestinesi devono indiscutibilmente vivere lì, e in
pace. Il sogno è uno Stato comune, condiviso e democratico, ma ne siamo
davvero lontani. Più realizzabile è forse il progetto dei due Stati. Ma
anche da questo, purtroppo, siamo in questo momento molto lontani».
Una delle reazioni a catena generate dalla questione israelo-palestinese è
quella dellintegralismo islamico, con le sue derive terroristiche. Esiste
per lEuropa il rischio di infiltrazioni terroristiche attraverso i Paesi
dellex Jugoslavia, dove il dominio ottomano ha lasciato in eredità una
consistente componente islamica, e dove negli anni Novanta si registrò per
la prima volta il fenomeno dell«internazionalismo islamico», ossia della
confluenza di combattenti stranieri addestrati provenienti da tutto il mondo
musulmano?
«Non credo. Primo perché l"internazionalismo islamico" è in fondo sempre
stato una risposta, per quanto brutale, allarroganza occidentale, che si
voglia chiamare neocolonialismo, imperialismo, o con qualsiasi altro
termine. Secondo, perché il fondamentalismo non è di casa nelle comunità
islamiche dellex Jugoslavia dove non ci fu colonialismo. È stato importato,
come risultato dei conflitti degli anni Novanta, ma siamo comunque su un
piano completamente diverso da quello che è poi successo con limpiego di
combattenti stranieri in Iraq e in Afghanistan».
Eppure la paura dellintegralismo è molto forte in Europa, come dimostra il
dibattito sullingresso della Turchia...
«Al di là delle esagerazioni occidentali, credo che il vero problema della
Turchia non sia né l"internazionale islamica", né il fondamentalismo, ma
piuttosto lesercito, lesercito laico. E appunto lesercito che è lontano
dallEuropa, e i cosiddetti fondamentalisti moderati sono quelli che si
vogliono adeguare e incorporare allEuropa. È un problema di democrazia e
diritti umani, non di integralismo».
Un altro ostacolo con cui deve fare i conti lallargamento a Est dellEuropa
è il neoespansionismo russo (soprattutto a livello di gestione delle materie
prime) nei confronti di quei Paesi che fecero parte dellimpero zarista
prima e sovietico poi.
«La Russia vuole restare a tutti i costi una grande potenza, anche se non lo
sarà come lo fu lUrss, perché il bipolarismo è finito, e il mondo è
cambiato. Molto dipende da come lOccidente permetterà alla Russia di
coltivare questi suoi appetiti, che credo riguardino comunque soprattutto
lAsia centrale, dove le repubbliche ex sovietiche sono comunque rimaste
molto legate a Mosca, dopo settantanni di storia comune».
A Ovest, invece, i Paesi che fecero parte dellimpero sovietico e del Patto
di Varsavia sono in perenne tensione (allesterno come allinterno) fra le
spinte filo-russe e quelle europeiste.
«Il problema nei confronti della Russia è tutto legato al progetto europeo:
dove vuole arrivare? A Est lEuropa non ha confini naturali, in fondo non è
neppure un continente vero e proprio. È una "virgola", una piccola penisola
dellAsia. Questo rende del tutto indecifrabile il futuro del progetto
europeo, soprattutto a lungo termine. Si vuole arrivare a Vladivostok? Se sì
(pero questo non è stato il progetto di nessuno ; è unimmagine che
utilizzo), sarà la globalizzazione compiuta. Ma il processo è molto lungo e
difficoltoso. E non è un problema che riguarda solo lEst. LEuropa deve
riflettere di fronte al mondo intero sulle conseguenze del suo allargamento
e sulle sue responsabilità storiche. Lo deve fare nei confronti dellAsia
come dellAfrica, come di tutti i continenti colonizzati in passato. Ma
ancora non riesce a pensare alle sue responsabilità su quello che succede al
di fuori dei suoi orizzonti. Quello che è difficile da digerire, per noi
europei, è che il futuro del mondo non è il livello di vita di Bergamo, o di
Parigi, ma è quello di Calcutta. La ricchezza dellOccidente, prima o poi,
andrà redistribuita».
DA ZAGABRIA A PARIGI, VIA DELHI
RADA IVEKOVIC è una delle più importanti intellettuali critiche a livello
europeo. E' docente al Collège International de Philosophie di Parigi e
all'Università di Zagabria, città dove è nata nel 1945, ma da cui se n'è
andata allo scoppio della guerra nell'ex Jugoslavia, non volendosi
riconoscere in nessuna delle nuove piccole patrie etniche.
HA DEDICATO i suoi studi alle teoria femminista, alla filosofia comparata,
alla filosofia dell'India (ha studiato a Delhi) e allo studio della
costruzione dell'idea di nazione in chiave di genere con particolari
attenzioni per l'attualità politica delle guerre balcaniche.
E' AUTRICE di saggi e libri in varie lingue, tra questi: "Orients: Critic de
la raison post-moderne" (Noel Blandine, 1992) e "La Croatie depuis
l'effondrement de la Yugoslavie" (L'Harmattan, 1994). In Italia ha
pubblicato "La balcanizzazione della ragione" (Manifestolibri, 1995);
"Autopsia dei Balcani. Saggio di psicopolitica" (Raffaello Cortina, 1999).
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