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Perché non credo all'Uomo Nero
Forse domani (05/11/08) Barack Obama sarà eletto presidente degli Stati Uniti d'America. In tal caso si sprecheranno fiumi di parole e di inchiostro sulla “storicità” del momento, sul fatto che è il primo presidente nero della storia degli States, su come potrà cambiare il mondo rispetto agli otto cupi anni di bombe e subprimes di Bush Jr. A sinistra si scatenerà verosimilmente un entusiasmo trasversale ai vari partiti e movimenti e qui in Italia cominceranno i soliti paragoni con i mitizzati John e Bob Kennedy. Ma non potrò non pensare, di fronte a tutto questo, al titolo di una commedia di Shakespeare, Much Ado about Nothing, molto rumore per nulla. La categoria in cui infatti è più corretto inquadrare il fenomeno Barack Obama è la retorica. Non retorica intesa come mezzo per convincere l'uditorio della bontà di convinzioni elaborate indipendentemente e preliminarmente rispetto alla tecnica di persuasione (e in questo senso la retorica è buona, giusta e persino inevitabile), ma retorica come creatrice di contenuti volutamente vaghi e ambigui, come arte della parola vuota e adattabile a qualsiasi uditorio, a qualsiasi contesto, a qualsiasi colore politico o ideologia. Obama appare, nei suoi discorsi, tecnicamente impeccabili e addirittura ammirevoli, come un Proteo per tutte le stagioni, che fa un uso martellante del “luogo del nuovo” (“cambiamento”, “innovazione”) senza qualificare in alcun modo i contenuti del proprio progetto politico, che è inesistente o inconsistente. Le sue posizioni sono ispirate a un moderatismo bipartisan talmente indistinto da assomigliare alla pura e semplice mancanza di pensiero politico. In realtà, il suo messaggio di cambiamento generico (Verso quale obiettivo? Che tipo di cambiamento?) è trasmesso, con efficacia maggiore che dalle sue parole, dalla sua appartenenza “razziale”, dal fatto di avere una pelle più pigmentata della media. Dato che gli USA hanno conosciuto sinora solo presidenti piuttosto palliducci, Obama usa la propria epidermide per propagandare la sua capacità di modificare gli assetti sociali di una nazione allo sbando e di trovare una via di uscita da una crisi economica senza precedenti. Obama sta cercando di piacere a tutti non dicendo nulla di preciso e di farsi alfiere del “cambiamento” giocando sulla propria intrinseca diversità umana, basata sul colore della propria pelle. Obama comunica il messaggio di essere “nuovo”, “diverso” e “innovativo” attraverso il volto caffè latte che la natura gli ha dato in sorte; è come se dicesse all'elettore: “Vuoi che un nero alla Casa Bianca non rivoluzioni questo paese allo sbando?! Vota me, che sono nero, e cambia!”. Ma l'appartenenza razziale di Obama non lo rende di per sé “nuovo” dal punto di vista politico e non fornisce alcuna garanzia sulla bontà delle sue future azioni. Non è detto che la ipotetica presidenza Obama abbia significative conseguenze sul razzismo negli USA, esattamente come l'aver avuto due Segretari di Stato afroamericani non ha modificato la situazione. Tutto dipenderà dalle scelte che Obama compirà per contrastare questo tratto culturale della sua nazione. Ma c'è da dubitare che egli faccia qualcosa di notevole in questa direzione, poiché il razzismo è profondamente connesso con la distribuzione della ricchezza fra i gruppi “razziali”, un fattore di cui Obama non sembra volersi occupare. Dunque il messaggio di Obama, “Sono nero, quindi nuovo, quindi cambierò il paese” non è un messaggio politico, ma un messaggio pubblicitario, in cui il packaging conta più del contenuto, la pelle più delle idee. La politica, contrariamente al marketing, ha a che fare con decisioni e scelte ben precise: si va via dall'Iraq? Se sì, quando e come? Quanto si spende per il Pentagono? Come si finanziano i nuovi programmi sociali, in primis l'assistenza sanitaria per tutti e la detassazione dei redditi del ceto medio, se Hank Paulson ha gravato il bilancio federale di 500 e passa miliardi di dollari di obbligazioni “tossiche” delle banche d'affari? Politica è rispondere a queste domande; altrimenti, come si suole dire in Italia di questi tempi, “le chiacchiere stanno a zero”. Di fronte a una crisi economica senza eguali e a un calo globale della domanda di merci e servizi, che sta dando luogo alla più classica delle crisi di sovrapproduzione, Obama dovrebbe diventare un nuovo Franklin D. Roosevelt, un uomo capace di tagliare i ponti con la supply side economy di Milton Friedman e con le conseguenti politiche economiche ultraliberiste. O si ritorna a Keynes e a un ruolo forte dei poteri pubblici in economia, oppure la domanda stagnerà per anni, come nel Giappone degli anni Novanta, che non è più riuscito, da allora, a “ripartire”. Ma fare questo negli USA richiede idee chiare e uno scontro non solo con buona parte dei poteri costituiti, Wall Street in testa, ma anche con luoghi comuni profondamente radicati nella cultura popolare degli statunitensi, con il loro senso comune, secondo il quale le tasse come forma di redistribuzione del reddito sono una misura socialista che sta al di fuori del campo del capitalismo (affermazione che, e.g., nel Nord Europa o in Germania susciterebbe ancora oggi una salva di irresistibili risate). Obama ha la forza, ma soprattutto la volontà politica di fare questo? Non pare. I suoi discorsi sono vaghi e il suo intento è vendere la sua immagine: egli non porta seco alcuna cultura politica, ma solo l'opportunismo del marketing pubblicitario.
Se
a ciò aggiungiamo il fatto che negli USA il potere non è
nelle mani del popolo, ma dei lobbisti (finanzieri e industriali), che
in questo caso hanno generosamente finanziato la campagna del candidato
afro,
capiamo che le possibilità di Obama di fare qualcosa di serio
per il mondo che forse si troverà a reggere insieme a
Bernanke, Trichet e pochi altri, sono assai risicate. L'unica cosa che possiamo realisticamente chiedere a Barack Obama è una pausa: quattro anni di tempo senza peggiorare la situazione, senza che gli Stati Uniti d'America continuino a distruggere il pianeta con nuove guerre e crescenti emissioni di gas serra come hanno fatto negli ultimi otto anni. Attraverso Obama possiamo sperare che quanto meno la situazione non peggiori ulteriormente: che non si faccia guerra all'Iran, che l'emissione di anidride carbonica statunitense non sia lasciata crescere liberamente come sotto Bush Jr. Ma
la soluzione ai nostri problemi, ai guai del pianeta, deve venire da
altrove, dovrà provenire da una cultura politica che decida di
riassumere l'intervento pubblico in economia e la regolamentazione
del mercato come fattori decisivi della vita economica, se si vuole
che l'occupazione e il potere d'acquisto siano tutelati. Senza un
approccio che parta dalla constatazione dello scandalo della presente
distribuzione globale della ricchezza, e che tolga ai ricchi per dare
ai poveri, sia all'interno del Nord del mondo sia nel rapporto fra
Nord e Sud, non andremo da nessuna parte e non riusciremo a
fronteggiare il pericolo incombente del cambiamento climatico. E da
questo punto di vista il signor Obama non pare poter avere altra
utilità se non quella di ritardare di qualche anno il momento
in cui il Nord del mondo sarà chiamato al redde
rationem, a rendere conto, di
fronte alle leggi della fisica e alle nuove potenze asiatiche, dei
suoi errori storici, della dilapidazione delle risorse, della
distruzione ambientale, della rapina delle ricchezze degli altri
continenti. |
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