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Anche ad "esuli del
pensiero" come il sottoscritto ogni tanto non dispiace essere in
compagnia. Ma
non è una redenzione. Pochissimi di noi sono immuni dall’euforia di questo momento. I miei amici della sinistra mi scrivono che provano qualcosa che si avvicina alla «redenzione», oppure che «il paese ci è stato restituito» o che «finalmente abbiamo uno di noi alla Casa bianca». Naturalmente, come loro, anch’io mi scopro travolta dall’incredulità e dall’eccitazione, perché il pensiero che il regime di Gorge W. Bush sia finito è un enorme sollievo. L’idea di Obama, un candidato nero riflessivo e progressista, muta il quadro storico e sposta il terreno politico. Proviamo però a ragionare attentamente su questo terreno mutato, anche se adesso non possiamo conoscerne appieno i contorni. L’elezione
di Barack Obama è storicamente significativa sotto vari
aspetti ancora da valutare, ma non è – e non può
essere – una redenzione: sottoscrivendo i modi enfatici di
identificazione proposti da lui («siamo tutti uniti») o
da noi stessi («Obama è uno di noi»), rischiamo di
convincerci che questo momento politico possa superare quegli
antagonismi che della vita politica sono costitutivi. È nonostante la sua razza, o grazie ad essa, se Obama è infine emerso come il rappresentante preferito dalla nazione? Adempiendo a questa funzione rappresentativa, egli è allo stesso tempo nero e non nero (alcuni dicono «non abbastanza nero» e altri dicono «troppo nero»), e di conseguenza può piacere agli elettori che non solo non hanno modo di risolvere la loro ambivalenza su questa questione,ma non vogliono risolverla. La figura pubblica che consente alla popolazione di sostenere e mascherare la sua ambivalenza appare nondimeno come una figura di «unità»: questa è certamente una funzione ideologica. Tali momenti sono intensamente legati all’immaginario, ma non per questo sono privi di una loro forza politica. Via
via che le elezioni si
avvicinavano, è cresciuta l’attenzione nei confronti della
persona Obama: la sua sobrietà, la sua determinazione, la sua
capacità di non perdere la calma, il suo modo di mantenere una
certa posizione di equilibrio di fronte ad attacchi perniciosi e alla
retorica politica di basso conio, la sua promessa di ricostruire una
versione della nazione che vada oltre la sua attuale vergogna.
Naturalmente la promessa è allettante,mase l’abbraccio di
Obama ci portasse al convincimento che possiamo superare ogni
dissonanza, che l’unità è veramente possibile? Quante
possibilità abbiamo di andare incontro a una certa inevitabile
delusione, quando questo leader carismatico mostrerà la sua
fallibilità, la sua disponibilità al compromesso e
persino a tradire le minoranze? Dopo tutto, Obama è a mala
pena un uomo di sinistra, nonostante i richiami al «socialismo»
indirizzatigli dai suoi avversari conservatori. In che misura le sue
azioni saranno condizionate dalla politica di partito, dagli
interessi economici, dal potere statale? In che misura sono già
state oggetto di compromesso? Se cercheremo
attraverso questa presidenza di superare il senso della dissonanza,
allora avremo gettato amare la politica critica in favore di un
entusiasmo le cui dimensioni
fantasmatiche si dimostreranno decisive. Forse non
possiamo evitare questo momento fantasmatico, ma stiamo attenti a
quanto esso sarà temporaneo. Se ci sono razzisti dichiarati
che hanno detto: «so che è un musulmano e un terrorista,
malo voto ugualmente», sicuramente ci sono anche persone nella
sinistra che dicono: «so che ha svenduto i diritti dei gay e la
Palestina, ma è comunque la nostra redenzione». So molto
bene, e tuttavia: è questa la formulazione classica del
disconoscimento. Attraverso quali mezzi sosteniamo e mascheriamo
convincimenti contrastanti di questo genere? E a quale prezzo
politico? Senza dubbio il successo di Obama avrà effetti
significativi sul corso economico della nazione, e sembra ragionevole
supporre che vedremo una nuova logica della regolazione economica che
somiglia alle forme europee della social-democrazia; in politica
estera, vedremo senza dubbio un rinnovamento delle relazioni
multilaterali. E senza dubbio ci sarà anche un trend
generalmente più liberal sulle questioni sociali. Ma non c’è
molta ragione di sperare che formuli una politica giusta per gli Usa
in Medio Oriente, anche se è certamente un sollievo il fatto
che egli conosca Rashid Khalidi (il docente dis toria araba della
Columbia University, noto per le sue posizioni pro-Palestina, che
Obama è stato accusato dai Repubblicani di frequentare, ndr).
Il significato indiscutibile della sua elezione ha interamente a che
fare con il superamento dei limiti implicitamente imposti ai
traguardi degli afro-americani; allo stesso tempo, essa farà
venire a precipitazione il cambiamento del modo in cui gli Stati
Uniti si auto-definiscono. Se l’elezione di
Obama segnala la volontà della maggioranza dei votanti di
essere «rappresentati» da quest’uomo, allora il «chi
noi siamo» si costituisce ex novo: siamo una nazione fatta di
molte razze, di razze mescolate; Obama ci offre l’occasione
di riconoscere chi siamo diventati e cosa dobbiamo ancora essere, e
per questa via sembra essere superata una certa spaccatura tra
funzione rappresentativa della presidenza e popolazione
rappresentata. Questo è un momento entusiasmante, certo. Ma
può durare? E deve? A quali conseguenze porterà
l’aspettativa quasi messianica di cui quest’uomo è
investito? Per avere successo la sua presidenza dovrà produrre
qualche delusione, sopravvivere alla delusione: l’uomo diventerà
umano, si dimostrerà meno potente di quanto potremmo
desiderare, e la politica cesserà di essere una celebrazione
senza ambivalenza e cautela; insomma, la politica si rivelerà,
più che un’esperienza messianica, una sede di dibattito
intenso, di critica pubblica, e di necessario antagonismo. L’elezione
di Obama significa che il terreno del dibattito e della lotta è
mutato, ed è un terreno migliore, senza dubbio. Ma non è
la fine della lotta, e sarebbe molto sprovveduto da parte nostra
vederla in quel modo, sia pure provvisoriamente. Senza dubbio saremo
d’accordo o in disaccordo con le varie iniziative che prenderà
o non prenderà. Ma se l’aspettativa iniziale è che
Obama sia e sarà la «redenzione» stessa, allora lo
puniremo senza pietà quando ci tradirà (oppure
troveremo il modo di negare o sopprimere la nostra delusione per
mantenere viva l’esperienza dell’unità e dell’amore non
ambivalente). Se
vuole evitare una delusione drammatica, Obama
deve agire rapidamente e bene. Forse l’unico modo che ha di
impedire uno «schianto» – una delusione di gravi
proporzioni che gli rivolterebbe contro la volontà politica –
è assumere iniziative importanti entro i primi due mesi di
presidenza. La prima dovrebbe essere chiudere Guantanamo e trovare il
modo di trasferire i procedimenti dei detenuti in tribunali
legittimi. La seconda, predisporre un piano per il ritiro delle
truppe dall’Iraq e iniziare ad attuarlo. La terza, ritirare le sue
dichiarazioni bellicose su una escalation della guerra in Afghanistan
e cercare soluzioni diplomatiche multilaterali in quell’area. Se
non compisse questi passi, il suo sostegno da parte della sinistra
sarebbe destinato a deteriorarsi nettamente, e si riproporrebbe la
spaccatura tra falchi liberal e sinistra contro la guerra. Se
nominasse personaggi come Lawrence Summers in posti chiave del
governo, o se continuasse le politiche economiche fallimentari di
Clinton e Bush, allora, a un certo punto, il messia sarebbe rigettato
come un falso profeta. Piuttosto che di una promessa impossibile,
abbiamo bisogno di una serie di azioni concrete che comincino a
ribaltare le terribili abrogazioni della giustizia commesse dal
regime di Bush; se ciò non avvenisse, la delusione sarebbe
pesante e drammatica. La domanda è: quanta dis-illusione è
necessaria per riacquistare una politica critica, e quale forma di
delusione più drammatica ci ricaccerebbe nel grave cinismo
politico degli ultimi anni? Una certa rinuncia all’illusione è
necessaria per poter ricordare che la politica attiene non tanto alla
persona, all’impossibile e alle belle promesse che Obama
rappresenta, quanto piuttosto a quei cambiamenti concreti che
potrebbero iniziare a produrre, nel corso del tempo e non senza
difficoltà, condizioni di maggiore giustizia. **Judith Butler, Maxine Elliot Professor nel dipartimento di Retorica e letterature comparate all'università della California di Berkeley, è stata una delle voci più significative del dissenso intellettuale e politico americano contro l'amministrazione Bush, in particolare contro la politica di revanche bellica all'estero e di erosione dello stato di diritto all'interno praticata dopo l'11 settembre, che Butler ha analizzato in particolare in «Precarious Life» («Vite precarie», Meltemi) Figura-ponte fra la scena filosofica nordamericana e quella europea, nota in tutto il mondo per il suo contributo decisivo dato al pensiero femminista con la teoria della performatività del genere («Gender Trouble»), negli scritti più recenti Butler delinea una «ontologia della fragilità» in risposta alla crisi del soggetto sovrano e della sovranità statuale. Le sue analisi politiche si avvalgono sempre, come nell'articolo qui a fianco, di un'attenzione particolare alle dinamiche psichiche individuali e collettive. da "il manifesto", 09/11/08 |
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