Invaso il Dal Molin




Le donne e gli uomini di Vicenza si oppongono ancora alla distruzione del 
proprio territorio




Sarà lònga!




Sono ormai quattro anni che ci opponiamo alla costruzione della nuova base 
statunitense al Dal Molin: assemblee e manifestazioni, sit-in e azioni hanno 
scandito la nostra quotidianità, mentre nelle stanze di Roma si decideva, sopra 
alle teste dei vicentini, l'avvio di un cantiere devastante. E' la nostra 
storia di donne e uomini che amano la propria terra e le sue risorse; la stessa 
storia degli abitanti di quel fazzoletto di terra che, migliaia di anni fa, 
costruirono proprio lì il proprio villaggio, di cui in questi giorni emergono i 
preziosissimi reperti.


E' la nostra terra che ci parla, che ci guarda, che ci ascolta; mentre noi, 
donne e uomini, siamo costretti ad ascoltare la melodia della battipali che, 
come emerso da recenti studi, sta compromettendo la falda acquifera con il suo 
incessante piantare pali di cemento armato nel terreno. Il più grande tesoro di 
questa terra – l'acqua – è messo a repentaglio dalla realizzazione delle 
fondamenta su cui vogliono far poggiare la nuova base di guerra.


Noi lo avevamo detto fin dai primi giorni di questa storia che quello è un 
territorio di inestimabile valore per la comunità locale; ma che, allo stesso 
tempo, è particolarmente fragile, delicato, perché custodisce sotto il manto 
erboso uno degli elementi essenziali alla vita, l'acqua.


Doveva essere un “cantiere perfetto”, all'avanguardia nella tutela del 
territorio, come ci raccontava – mentendo – il commissario Paolo Costa, fido 
giullare degli statunitensi; e invece, dopo pochi mesi, mostra già i devastanti 
segni del suo operare: centinaia di alberi decennali distrutti, un territorio 
sconvolto, dei reperti archeologici unici messi a rischio e, ora, la falda 
acquifera che sale inspiegabilmente fino ad arrivare ad appena 50 cm dal piano 
campagna.


E' per queste ragioni – evidenti a chiunque volesse guardare – che ci siamo 
mobilitati ritardando la partenza del cantiere – che doveva avviare le ruspe 
già nel novembre 2007 – e strappando l'area civile del Dal Molin, per ora, alla 
militarizzazione (tutte le carte ufficiali statunitensi, infatti, mostravano il 
progetto estendersi sull'intera area dell'ex aeroporto).


Cosa sarebbe successo se fosse stata realizzata la Valutazione d'Impatto 
Ambientale che il commissario Costa ha fatto di tutto per impedire? Sarebbe 
emerso, semplicemente, quel che già oggi si sta realizzando: il cantiere è 
incompatibile con l'equilibrio naturale di quell'area così delicata e così 
ricca.


Quest'oggi siamo entrati, in cinquanta, all'interno del cantiere per 
incatenarci alle gru e alle macchine da lavoro. Vogliamo salute, sicurezza, 
storia. La salute dei cittadini deve essere tutelata, impedendo l'inquinamento 
e l'avvelenamento della falda acquifera; la sicurezza deve essere garantita, 
impedendo che l'acqua, per difendere la base statunitense, possa esondare verso 
la città; la storia di questa comunità deve essere difesa, a partire dalle 
testimonianze del neolitico scoperte all'interno del cantiere.


Non vogliamo vedere la nostra terra devastata (come è avvenuto pochi anni fa al 
Mugello, dove le ricche falde acquifere di un tempo oggi sono secche a causa 
della realizzazione della Tav) restando a guardare. Non vogliamo restare 
silenti e arrendevoli di fronte a tanta devastazione perché la storia dell'uomo 
ci insegna che, alla lunga, il silenzio rende complici; perché “accettare che 
la nuova base sarà costruita” ne legittima l'imposizione e rende complici della 
devastazione; perché abbiamo disegnato un sogno collettivo e vogliamo 
continuare a dare pennellate di mille colori sul muro dell'indifferenza.


Siamo entrati all'interno del cantiere e abbiamo dimostrato che, dopo 4 anni, 
Vicenza si oppone ancora. Lo abbiamo fatto con i nostri volti e con le nostre 
paure, perché siamo donne e uomini di ogni età e professione, con storie 
diverse ma aspirazioni comuni. Per un giorno la dignità di quanti vogliono 
democrazia e partecipazione avrà la precedenza sulle esigenze militari 
statunitensi.


Oggi il cantiere per la nuova base statunitense al Dal Molin si deve fermare; 
ci domandiamo come possano cooperative come la Cmc continuare a distruggere la 
falda acquifera senza porsi alcun problema etico e morale. Vogliamo che, prima 
di procedere nei lavori, venga realizzato uno studio approfondito sullo stato 
attuale della falda acquiferache coinvolga tecnici comunali, delegati 
dell'autorità di bacino e personalità indipendenti.


Il Dal Molin è dei vicentini: e noi, oggi lo abbiamo riaffermato. Vogliamo 
poter dire alle nostre figlie e ai nostri figli, ai nostri nipoti, che noi ci 
abbiamo provato. E solo il domani potrà dirci se alla fine ce l'avremo fatta, a 
difendere territorio e democrazia.



La nostra dignità è tutto ciò che abbiamo, è tutto ciò a cui teniamo.




Chi ama Vicenza la difende.










Presidio Permanente No Dal Molin – Vicenza




www.nodalmolin.it







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