Da Notizie Radicali del 2 aprile 2010
di Diego Sabatinelli
Perchè
la sconfitta alle elezioni regionali del Lazio pesa più delle altre?
Per come è maturata, e per le conseguenze. Se la candidatura di Emma
Bonino partiva già svantaggiata per il ritardo con cui è stata
presentata, dopo i vari mal di pancia nel PD e non solo, dopo la
ingloriosa fine della presidenza Marrazzo e della non certo brillante
prestazione della Giunta in carica, e con la Polverini già in corsa e
onnipresente; nel momento in cui avviene il pasticcio della
presentazione della lista del PDL a Roma cambia tutto. Non solo perché
rimane fuori la lista del PDL nella provincia di Roma, ma per come
avviene l'esclusione ad una settimana dallo sciopero della sete di Emma
Bonino proprio sulla questione legalità, sull'impossibilità materiale
di presentare le liste regionali, e, soprattutto, per l'imbarazzante
“scena” di Milioni e del suo “panino”. Inoltre, non bastasse, a fronte
del bassissimo profilo tenuto dal PD nei primi giorni dopo l'accaduto,
nel PDL si scatena la caccia alle responsabilità interne, una notte dei
lunghi coltelli che si riversa immediatamente dai rapporti di potere
locale ai rapporti di potere al vertice. In tutto questo sbiadisce la
figura della Polverini, abbandonata a se stessa già dalla sera della
famosa convocazione a piazza del Popolo, e successivamente, in modo
ancor più evidente a S. Lorenzo in Lucina nella tragica maratona
oratoria, con un Fini che, facendo spallucce, dichiara di non poterci
fare nulla. La
sensazione è di totale remissività rispetto agli accadimenti, con
alcune e rare voci fuori dal coro. Berlusconi tace in questi primi
giorni. Ad ognuno, ma soprattutto al sottoscritto che vive in presa
diretta il momento della consegna delle liste, e con attenzione gli
sviluppi successivi, sorge spontanea la domanda su cosa potrà accadere
negli ultimi giorni di campagna elettorale. E delle risposte chiare già
me le sono date in quelle prime ore. Isolata
la Polverini, e assodato che senza di lui, del Cavaliere, gli altri non
sono buoni nemmeno a presentare una lista, compresi i pasticci e gli
imbrogli naturali in questo mondo, è necessario per il leader affermare
la sua onnipotenza mettendo immediatamente in riga gli altri, isolando
la candidata in modo da renderne palese la sudditanza e menando
fendenti a destra e manca a coloro che troppo spesso tirano la corda,
ma in silenzio. E' il mestiere dell'imprenditore che esce allo
scoperto, la tattica da usare con i soci di minoranza che rompono le
balle, e con i dipendenti che accampano autonomia: qui comando io, e
senza di me si salta tutti! Avendo
chiaro in molti il quadro di quello che stava accadendo, facile era la
previsione: risolti i rapporti di potere interni deve dimostrare a
tutti i costi che solo lui è il miracolo italiano, se riesce ha vinto,
se non riesce i “suoi” sono incapaci, e la concorrenza è sleale. Tutto
qui, un ragionamento semplice e tipico dell'imprenditore, perché il
grande imprenditore, anche se non ha mai messo piede in una sezione di
partito, per avere successo e mantenerlo deve avere nel dna la
politica, dai rapporti con i soci a quelli con il sindacato, dai
rapporti con i collaboratori a quelli con i clienti. Gli
ultimi dieci giorni scatena l'inferno, chi non lo ha pensato? Tutti
sapevamo cosa sarebbe accaduto, e certo un rinvio avrebbe comportato
sicura sconfitta, con sanatoria per tutte le regioni almeno i radicali
avrebbero visto riammesse le liste escluse, in Lombardia per esempio.
Quale tattica adotta il PD in questa fase? Non quella aggressiva, che
certo avrebbe maggiormente pagato, ma l'allarme per il rischio Di
Pietro, che comprende con i suoi mezzi ed i suoi modi con quali armi si
combatte quella battaglia, se la si vuole vincere. Il basso profilo da
partito di governo del PD in quel momento non paga più, si spera in una
tregua armata dei vertici della CEI, mentre intorno si scatena la
bufera in cui rimangono Di Pietro e Berlusconi a fronteggiarsi. Mentre
gli altri spostano le loro attenzioni sui ricorsi nella speranza che
vengano tutti respinti, la partita si gioca da un'altra parte. La
campagna aggressiva, che subito si comprende essere la naturale scelta
del Cavaliere, diventa oggetto di scontro solo per due soggetti. I due
paladini del pubblico se le danno alle caviglie di santa ragione, gli
altri giocatori passivi in campo ad attendere l'esito, ed il pubblico
intorno a tifare. Cosa fare? E' in questo momento che la scelta sarebbe
dovuta essere immediata e obbligatoria, costringere il PD ad entrare
nella partita su terreno di gioco pesante, impedire ai candidati PD di
farsi la guerra interna per le preferenze sfiancandosi, con gli stessi
vertici locali tutti in corsa. Ecco cosa non è riuscito ai radicali. E
l'esito diventa scontato quando la sera dell'occupazione della RAI, a
viale Mazzini, dopo clamorose presenze del Presidente del Consiglio in
ogni dove, fuori dai cancelli c'erano solo radicali. Poi arriva Montino
e la compagna Cirinnà, Vita, due o tre altri e basta: senza nemmeno una
bandiera del PD visibile in tutte le ore centrali della manifestazione,
quelle con la stampa presente. In quel momento Monica Cirinnà, alla mia
domanda di dove fossero i militanti del PD risponde che già sono
allertati quelli della sezione Prati (non vorrei sbagliare, ma è quella
di D'Alema) e che stanno per giungere con pifferi, tamburi e
gagliardetti. Nemmeno una spilletta sono riuscito a vedere, ma forse
sono cieco. Ormai la partita è persa, si vedrà dopo solo per pochi
voti, ma si perde nel giro di quella manciata di giorni. Vince
Berlusconi per aver saputo trascinare sul ring un solo avversario,
vince Di Pietro per essere sceso sul ring avendo accettato la sfida,
perdono i radicali per non aver saputo fare lo stesso con il PD, perde
il PD per non essere altro che una somma anonima, incapace di accettare
una sfida su terreni difficili. Perdono, soprattutto, i radicali ignoti
e quelli noti, che hanno pensato forse, ma solo forse, al possibile
inizio di una rivoluzione nonviolenta.
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