Siamak Pourzand si è suicidato a 80 anni gettandosi dal balcone della sua casa
di Teheran.

Siamak Pourzand era uno dei più importanti dissidenti del regime iraniano. Si è 
suicidato a 80 anni
gettandosi dal sesto piano della casa di Teheran in cui viveva agli arresti 
domiciliari dal 2006. Non
aveva mai voluto lasciare l’Iran, nonostante ne avesse avuto più volte 
l’occasione. La sua storia è lo
specchio di quello che è successo a migliaia di famiglie iraniane da quando il 
regime degli ayatollah
ha preso il potere nel 1979.

Prima della rivoluzione khomeinista, Siamak Pourzand faceva il corrispondente 
per il giornale
iraniano Keyahn. Tra le altre cose, aveva intervistato il presidente americano 
Richard Nixon e
raccontato il funerale di John F. Kennedy. A un certo punto era diventato 
famoso per le recensioni
sui film hollywoodiani, e aveva iniziato a scrivere di cinema anche per la 
prestigiosa rivista francese
Cahiers du Cinema.

Con l’avvento del regime perse il suo lavoro al giornale, e iniziò a scrivere 
per riviste minori. Negli
anni Novanta riemerse come parte della nuova opposizione che si era formata 
negli anni successivi
alla morte di Khomeini e alla fine della guerra con l’Iraq. I servizi segreti 
iraniani iniziarono a
seguirlo da vicino quando nel 1998 raccontò il funerale dei coniugi Darius e 
Parvaneh Forouhar,
due intellettuali dell’opposizione che erano stati uccisi nel loro appartamento 
di Teheran. La sua
cronaca telefonica fu trasmessa in diretta dalla KRSI, radio iraniana con base 
a Los Angeles.

Nel 2001 fu catturato dai servizi segreti vicino alla casa di sua sorella, a 
Teheran. La sua famiglia
non ebbe notizie di lui per due settimane, il suo luogo di detenzione rimase 
sconosciuto per mesi.
Pourzand fu trasferito da un carcere all’altro per almeno un anno, senza avere 
la possibilità di
ricorrere a nessuna forma di protezione legale. Fu interrogato e torturato 
ripetutamente, nonostante
avesse già oltre settant’anni. Tentò il suicidio per la prima volta.

Il suo caso fu gestito dal giudice Sabiri Zafarqandi, famoso per la sua 
intransigenza e assoluta
fedeltà al regime. Pourzand fu accusato di avere usato la stampa per congiurare 
contro il governo, di
avere cospirato con i nemici stranieri, di avere collaborato con il vecchio 
apparato d’intelligence
iraniana, di avere abusato di alcol e di avere avuto una relazione 
extraconiugale con la segretaria del
Centro per la Cultura e per le Arti.

Costretto a confessare tutti questi reati, fu condannato a undici anni di 
carcere e 74 frustate. Ebbe un
primo infarto in carcere nel maggio del 2002. A luglio fu costretto a 
confessare in televisione di
fronte al giudice Zafarqandi e ad alcuni giornalisti che il governo si era 
preoccupato di istruire.
Quando uno di questi fece una domanda che non era stata prevista, Pourzand si 
rivolse al suo
avvocato d’ufficio e chiese: «Questa non era nell’elenco, che cosa devo dire?». 
Tentò il suicidio una
seconda volta nello stesso mese, cercando di impiccarsi con i suoi pantaloni. 
Scarcerato per alcune

settimane in occasione dell’arrivo di una delegazione europea a Teheran, fu 
riportato in prigione
pochi mesi dopo, e costretto dal giudice Zafarqandi a firmare un libro scritto 
da altri.

Nel 2004 fu colpito da un secondo infarto, ma solo nel 2006 gli furono concessi 
gli arresti
domiciliari. Quando Neda Soltan fu uccisa durante le proteste seguite alle 
elezioni del 2009,
Pourzand disse a sua figlia Azadeh: «Hanno ucciso mia figlia». Il regime non ha 
voluto che il suo
corpo fosse sepolto nel cimitero degli artisti, come aveva chiesto la famiglia, 
perché il suicidio viola
i dettami dell’Islam. Ai familiari e agli amici è stata anche negata la 
possibilità di parlare al suo
funerale. Metà del pubblico che ha partecipato alla cerimonia era formato da 
agenti dei servizi
segreti.

La notizia della morte di Siamak Pourzand, avvenuta il 29 aprile, è arrivata 
soltanto in questi giorni
all’attenzione della stampa mondiale, grazie agli sforzi delle figlie. Questa è 
la lettera che Azhed
Pourzand ha scritto al padre tre giorni dopo la sua morte.

Davvero? Ti sei buttato dalla stessa finestra da cui ti affacciavi ogni giorno 
a immaginare il
nostro ritorno? Quando venni a trovarti brevemente cinque anni fa con 
l’intelligence che non
mi perdeva mai di vista, mi prendesti la mano, mi portasti a quella stessa 
finestra, mi
mostrasti una scuola elementare dall’altra parte della strada e mi dicesti «È 
una scuola di
bambine. Le senti mentre giocano con i loro veli? La mia piccola Azadeh è 
ancora tra loro. Sei
sempre lì, a giocare nel cortile. Mi sveglio tutti i giorni e ascolto la loro 
cerimonia mattutina
immaginando la mia piccola farfalla, Azi, tra loro». Poi ci mettemmo ad 
ascoltare e guardarle
giocare e urlare nel cortile. Poi mi facesti promettere che un giorno anch’io 
avrei portato un
bambino in questo mondo. Mi promettesti che saresti rimasto vivo finché non 
sarei entrata a
Harvard, avessi scritto la nostra storia, avuto una bellissima famiglia e ti 
avrei portato un
nipotino con cui giocare così non saresti stato più solo e non ti saresti più 
annoiato. Allora ci
siamo messi a ridere e io ti ho detto: «Papà, lo chiamerò Siamak». E abbiamo 
sorriso. «Ma
ora è troppo presto per pensare a queste cose», mi dicesti «voglio soltanto che 
tu sappia che
non vedo l’ora di vedere il piccolo bambino di Azadeh e che aspetterò fino a 
quel giorno, se
Dio vorrà, e mi manterrò in salute finché non saremo di nuovo insieme».

Che cos’è successo, Siamak Pourzand? Mi avevi promesso che avresti aspettato su 
quel
balcone. E poi non hai potuto aspettare più. Non ti biasimo, nemmeno per un 
secondo. Avevi
tutto il diritto di cercare la libertà in questo modo. […] Ho sentito che ti 
sei aggrappato al
balcone per un secondo prima di lasciarti cadere. Era perché te n’eri pentito? 
O perché per
un secondo, mi hai sentito bussare alla porta? Il pensiero di te aggrappato per 
un secondo a
quel balcone mi sta uccidendo. Mi manchi così tanto, papà. Mi sei mancato per 
anni. Ma
almeno potevo prendere il telefono e sentire la tua voce. E adesso? Chi mi 
chiamerà per
lasciarmi quei buffi messaggi tutti i giorni? Chi? Davvero te ne sei andato per 
sempre? Non
posso crederci. È successo davvero? Davvero ti sei buttato da quella finestra? 
Che cos’hai
pensato mentre cadevi dal sesto piano fino al momento in cui la terra ha 
colpito la tua testa?
Hai pensato a noi? Mi hai mandato un bacio d’addio? Mi sembra di avere sentito 
qualcosa
sulla mia guancia quella notte. Eri tu? Dimmi che eri tu.
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