Un commento di David Meghnagi (20 agosto 2011)

 

L'accusa antisemita di anormalità che un tempo era rivolta contro gli ebrei, si 
è trasferita sullo Stato di Israele. Lo Stato degli ebrei è diventato l'Ebreo 
degli Stati e gli ebrei i suoi ambasciatori, non solo agli occhi degli 
antisemiti, ma anche di molti sostenitori. Lo Stato che doveva rendere 
l'esistenza degli ebrei più sicura, il che è in parte accaduto, è oggi la fonte 
delle preoccupazioni di ogni ebreo. È il suo roveto ardente, il richiamo del 
Sinai che lo insegue, quanto più ne fugge. Un richiamo che  prima o poi arriva 
anche per gli ebrei più tiepidi e lontani, costretti a riscoprirsi tali per 
evitare il collasso morale.

Nelle nuove rappresentazioni dell'antisemitismo l'esistenza d'Israele 
costituisce uno scandalo, una realtà ontologicamente inaccettabile. Unico Stato 
al mondo che deve la sua nascita a una votazione dell'Assemblea delle Nazioni 
Unite, Israele è anche lo Stato che ha subito il numero più alto di condanne. 
Che a votare le condanne siano in maggioranza delle dittature e degli Stati di 
polizia è una magra consolazione.

Trattato come "non luogo", può votare, ma non può assumere il diritto di 
rappresentare a turno nel Consiglio di sicurezza la propria regione di 
appartenenza secondo un principio di rotazione che lo consente anche alle 
dittature più sanguinarie.

Sino a quando non ha scoperto che per delegittimare Israele, poteva essere più 
utile negare e ridimensionare la tragedia della Shoah, il nazionalismo arabo 
non ha esitato a istituire un legame diretto fra il comportamento di Israele e 
la tragedia del Lager.

Nella propaganda araba degli anni cinquanta e sessanta non era raro ricondurre 
il comportamento "malvagio" degli israeliani all'"apprendistato" nei Lager 
nazisti. A differenza che nella propaganda antisionista di ispirazione 
"cristiana" e "progressista" di matrice europea, dove la vittima ha uno statuto 
speciale e l'accusa antisemita può procedere solo attraverso il rovesciamento 
simbolico della condizione di vittima in carnefice, nella letteratura araba la 
"malvagità" degli ebrei era considerata una conseguenza diretta dell'esperienza 
concentrazionaria.

Nella propaganda araba il fatto che oltre la metà della popolazione israeliana 
provenisse dal mondo arabo non faceva testo. Si trattava di ebrei invisibili, 
irriconoscenti della "generosità  araba". Poco importava che fossero stati 
perseguitati e costretti alla fuga in massa dai loro paesi in centinaia di 
migliaia dopo essere stati depredati. A differenza dei profughi palestinesi che 
erano un elemento fondamentale di un conflitto sanguinoso scatenato dalla Lega 
Araba per impedire la nascita di Israele, gli ebrei del mondo arabo erano delle 
vittime predestinate e degli ostaggi colpiti  per il solo fatto di essere 
ebrei. Eppure di loro il mondo non si è mai accorto. Per lungo tempo nemmeno in 
Israele sono stati considerati tali. Era sufficiente anche per loro essere 
vivi, avere avuto la possibilità di ricostruire la loro esistenza nella Terra 
dei Padri.

In un paese dove più della metà della popolazione aveva perduto qualcuno nei 
campi di sterminio, la vita nelle tende e nelle catapecchie nei primi due 
decenni di vita dello Stato poteva essere considerata una benedizione - e tale 
fu considerata dalla stragrande maggioranza delle persone che si riversarono a 
centinaia di migliaia dall'intero mondo arabo, in alcuni casi attraversando a 
piedi  il deserto. Come avvenne millenni prima con la fuga dall'Egitto, la 
condizione di profugo fu sublimata e trasfigurata in una atto di libertà e di 
riscatto. La fuga divenne un ritorno, la perdita
di un intero mondo divenne l'alba di un nuovo inizio.

Se il mondo arabo avesse accettato nel 1947 la dichiarazione di spartizione 
delle Nazioni Unite, israeliani e palestinesi festeggerebbero oggi nello stesso 
giorno la loro indipendenza. La storia non si fa con i se. Ma da questo dato 
storico non si può  prescindere per avere un quadro più veritiero 
dell'evoluzione che ha portato alla situazione attuale. Allo stesso modo non si 
può dimenticare che la guerra del giugno 1967 fu la diretta conseguenza delle 
azioni del dittatore egiziano.

Non potendo sconfiggere Israele sul campo, il nazionalismo arabo apprese col 
tempo che era più facile combatterlo appropriandosi dei simboli della tragedia 
ebraica. Le icone ebraiche dopo Auschwitz sono state utilizzate come arma 
contro Israele per delegittimarne l'esistenza. Lo sterminio mancato degli ebrei 
nella guerra scatenata dagli eserciti arabi nel 1948 è stato rappresentato come 
la  Shoah dei palestinesi (Naqba). L'Olocausto sognato dalle masse arabe 
inneggianti a Nasser nelle settimane precedenti la guerra de giugno 1967, è 
diventato l'Olocausto
subito (Harsa) dalla nazione araba. La demonizzazione di Israele nel mondo 
arabo e islamico ha assolto il compito di lenire una ferita narcisistica che ha 
radici lontane.

L'identificazione di Israele con i mali che corrodono la civiltà araba ha 
permesso di spostare su un obiettivo esterno la rabbia e la frustrazione per il 
fallimento del processo di decolonizzazione e la mancata fuoriuscita dal 
sottosviluppo economico. La demonizzazione di Israele ha permesso di non 
affrontare il cuore dei problemi che dilaniano le società arabe: la corruzione, 
il divario sociale tra chi possiede tutto e chi niente, il mancato decollo 
economico, l'assenza di democrazia, lo spreco immenso delle risorse, l'aumento 
della forbice tra gli immensamente ricchi e gli immensamente poveri, la mancata 
alfabetizzazione della società, il lavoro minorile, il carattere militare e 
oppressivo dei regimi, l'oppressione delle donne, la desertificazione delle 
aree rurali, il sovraffollamento delle città, la mancanza di posti di lavoro 
con la conseguente migrazione verso l'Europa.

Da qui il carattere archetipico nella rappresentazione che i movimenti 
fondamentalisti islamici attribuiscono alla presenza di Israele nella regione e 
al ruolo degli ebrei dagli albori della storia islamica. Non si spiegherebbe 
altrimenti l'isterica reazione con cui l'Egitto accolse agli inizi la decisione 
dell'URSS di aprire le porte all'emigrazione ebraica verso Israele. Né si 
comprenderebbe la collusione del governo egiziano con la propaganda antisemita 
e anti israeliana sulla stampa e sui media egiziani, nonostante l'esistenza di 
un trattato di pace che ha permesso all'Egitto di rientrare in possesso dei 
territori occupati da Israele nel corso della guerra del giugno 1967.

Il fatto che l'Egitto abbia mantenuto fredde le relazioni col suo vicino, 
tollerando e autorizzando sui media la diffusione dei peggiori stereotipi 
dell'antisemitismo, è un dato che non è stato adeguatamente valutato e 
ponderato. Per gli israeliani era sufficiente che il confine meridionale fosse 
sicuro. Ma un confine è veramente sicuro se diventa anche amico e l'Egitto, 
amico per davvero non è mai diventato - come purtroppo riscoprono con angoscia 
gli israeliani.

Nelle nuove derive dell'antisemitismo l'odio contro l'America può identificarsi 
con quello contro Israele e gli ebrei. Demonizzando l'ebraismo e la memoria 
della Shoah, il radicalismo islamico può presentarsi come l'estremo atto di 
ribellione contro la corruzione delle classi dirigenti assoldate all'Occidente.

Se i politici israeliani si fossero presi la briga di leggere qualche romanzo 
egiziano o poesia dopo la guerra, si sarebbero accorti che l'attacco a sorpresa 
dell'Egitto del 1973 era purtroppo solo una questione di tempo. Come ebbe a 
dire Hussein Fawzi al poeta israeliano Haim Guri, l'intelligence non può 
permettersi di ignorare la letteratura e deve saper leggere anche le poesie. 
Farebbe bene a studiare con attenzione  le migliaia di vignette con cui gli 
israeliani e gli ebrei sono dipinti come mostri e serpenti da distruggere e da 
estirpare. In una vignetta dedicata a un convegno ecologico, una delle vignette 
che campeggiavano sui giornali era quella del "fetore" di Israele che rende 
invivibile il pianeta.

"Quel che vogliamo, noi altri arabi, affermava Ben Bella nel 1982, è essere; 
ora noi potremo essere solo se l'altro non esiste". L'affermazione del leader 
della rivoluzione algerina, il marxista "naturale" come lo definivano i suoi 
sostenitori europei negli anni cinquanta, non è solo un programma omicida. È 
una scelta suicida.

Se l'altro non esiste, è il sentimento del limite a venire meno e con esso la 
capacità di controllare la distruttività interna ed esterna. L'esistenza 
dell'altro è la condizione per l'esistenza di ognuno. La negazione dell'altro è 
la morte dello spirito religioso più autentico, la sua trasformazione in un 
culto necrofilo.

Nel delirio del nuovo antisemitismo l'eliminazione del "cancro sionista" con 
un'atomica può valere il prezzo della morte di milioni di musulmani che 
perirebbero per la inevitabile reazione cui andrebbe incontro. Nella logica del 
terrorismo la morte dei palestinesi (della cui condizione dolorosa sono in 
molti a preoccuparsi solo ed esclusivamente in funzione anti israeliana) non 
costituisce un problema.

In questa nuova versione dell'antisemitismo islamico il conflitto che oppone 
Israele ai suoi vicini non è un confronto fra Stati o sistemi di alleanze 
internazionali. Non è più o solo, come nelle vecchie narrazioni, un conflitto 
fra "nord" e "sud", "imperialismo" e "antimperialismo", "Occidente" e "Terzo 
mondo", "democrazia" e "dittatura".  La guerra è fra "civiltà religiose" ed ha 
per obiettivo i regimi moderati filo-occidentali e nazionalisti accomunati  
nell'accusa  di eresia e di tradimento dei valori  di un islam "immacolato" e 
"incontaminato".

 
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