Ciao Giacomo,
quello che mi sembra positivo nella notizia è che sia passato (stia
passando?) il concetto che i servizi in cloud producono emissioni, che
vanno rendicontate al fine di poterle diminuire. Finora sembrava che fosse
solo una faccenda che riguardava i vendor e  le loro politiche green
(basata sulla fornitura di energia da fonti rinnovabili, ma anche sul
mercato di carbon credit a  compensazione). Tale  schema finisce per
deresponsabilizzare chi sviluppa - oltre ad alimentare l’equivoco che il
digitale sia sempre e comunque green. L’articolo di Mytton, che citavo in
risposta a Beppe, lo dettaglia bene:
Mytton, D. Assessing the suitability of the Greenhouse Gas Protocol for
calculation of emissions from public cloud computing workloads. J Cloud
Comp 9, 45 (2020)
<https://journalofcloudcomputing.springeropen.com/articles/10.1186/s13677-020-00185-8>

La “misurabilità” dei consumi elettrici (e dunque delle emissioni di
carbonio) del software non è affatto banale, neanche on-premise.
Per rispondere alla tua domanda:  nè  su Google, nè sui 5 data center tutti
italiani qualcuno potrebbe verificare se mentono.  in nessuno dei due casi
si potrebbero verificare quantitativamente i valori di GHG forniti.
Ma almeno si può verificare se, cambiando qualcosa nell’uso dei servizi
acquisiti,  tali valori diminuiscono!
Mytton auspica che i vendor forniscano ai proprio clienti le informazioni
(che i vendor possiedono, ma che non vogliono divulgare per il vantaggio
competitivo) per calcolarsi le proprie emissioni da sè (e io sono d’accordo
con lui). Ricevere il calcolo già fatto è alternativa di seconda scelta ma,
vista la totale mancanza di consapevolezza sul tema delle emissioni del
settore digitale,  che un grosso player (il secondo dopo Microsoft Azure)
le quantifichi al cliente è comunque un primo passo.
Quanto al legislatore: non mi pare che il rischio che tu paventi sia
realistico. La rendicontazione non finanziaria è obbligatoria solo per le
grosse imprese. E la rendicontazione sotto lo scope 3 del protocollo GHG è
sempre facoltativa.
Oggi la partita sulla lotta ai cambiamenti climatici si gioca su un piano
nuovo: quello dell'azione volontaria. Anche per le aziende. Leggi così la
notizia.
Spero di avere compreso correttamente le tue perplessità. L’articolo che
citavo nel tread "Emissioni GHG in cloud pubblico e rendicontazione”
fornisce qualche dettaglio ulteriore.

Giovanna


Il giorno mer 13 ott 2021 alle ore 18:40 Giacomo Tesio <[email protected]>
ha scritto:

> Ciao Giovanna,
>
> Ma nella malaugurata ipotesi, del tutto teorica, che Google mentisse [1]
> c'è qualcuno al mondo che potrebbe verificarlo?
>
> On Wed, 13 Oct 2021 09:10:29 +0200 Giovanna Sissa wrote:
>
> > Speriamo che anche gli altri cloud vendor seguano il buon esempio,
> > agevolando così lo sviluppo di applicazioni e servizi "energy aware”
> > e a basse emissioni.
>
> Per contro, se un cloud provider italiano, con 5 datacenter tutti in
> Italia mentisse, c'è qualcuno che potrebbe verificarlo?
>
> Se la risposta alla prima domanda è NO e la risposta alla seconda
> domanda è SI', allora la mossa di Google non è un buon esempio, ma fumo
> negli occhi del legislatore per spingerlo a sollevare barriere
> d'ingresso alla concorrenza. [2]
>
>
> Non fraintendermi, sarei perfettamente favorevole a rendere
> obbligatoria il tipo di trasparenza che auspichi.
>
> Ma non vedo alcun buon esempio qui.
>
> Solo una mossa astuta per controllare la regolamentazione di un mercato
> affinché favorisca i grandissimi player invece di contenerli.
>
> Una delle tante, per la verità: in questa chiave va letta la rinnovata
> fede nella "concorrenza" che si sta ridiffondendo negli USA.
>
>
> Giacomo
>
> [1] del tutto involontariamente, si intende! :-D
>     https://northcutt.com/seo/does-google-lie-3-examples/
>
> [2]
>
> https://opentextbc.ca/principlesofeconomics/chapter/9-1-how-monopolies-form-barriers-to-entry/
>
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