Sorry, ma continuare a parlar di coltelli, di come sono affilati, di
quanto possono fare un taglio ad altri mentre ci facciamo la barba noi,
INVECE di guardare bene in faccia chi il coltello lo brandisce (e
cominciare con lo sputargli in un occhio), ...alla fine mi pare SCEMO.
Nel '68 -- nel bene e nel male (lo riconosco) -- si faceva come dico io.
Non si davano -- direttamente o di sponda -- colpe a chi non le ha.
Anche perché è un modo parecchio stupido di nascondere il vero colpevole
dalla luce; sapevatelo.
Il 2025-08-04 19:03 J.C. DE MARTIN ha scritto:
La bambina che è morta a Gaza anche per colpa nostra
Come l’Europa ha trasformato i nostri dati in armi
3 Agosto 2025
Michele Kettmaier
https://michelekettmaier.nova100.ilsole24ore.com/2025/08/03/la-bambina-che-e-morta-a-gaza-anche-per-colpa-nostra/
Non serve essere attivista. Non serve nemmeno sapere cosa succede
esattamente a Gaza per essere parte del problema. Basta vivere in
Europa, avere un telefono, cercare un indirizzo. Ma anche caricare un
documento su un cloud o inviare un bonifico. Scrivere un commento di
solidarietà sotto un post. Fare una call con qualcuno che lavora sul
campo. Tutto normale, tutto innocuo.
E invece no. Perché quei dati, posizione, cronologia, immagini,
contatti, non restano lì. Vengono raccolti, elaborati, assorbiti in
silenzio da infrastrutture digitali che operano sotto giurisdizione
israeliana. Lo permettono le leggi, lo garantisce un accordo con
l’Unione Europea. È legale.
E poi succede che una bambina, migliaia di bambine e bambini, di sette
anni, a Shujaiya, quartiere a est di Gaza City, venga uccisa da un
drone una notte di giugno del 2025. Nessuna sirena, nessun avviso.
Un’esplosione chirurgica, certo il bersaglio non era lei. Forse un
uomo, qualcuno che aveva scambiato dei messaggi oppure una casa con
troppo traffico dati.
L’intelligenza artificiale ha fatto il suo mestiere: ha calcolato, ha
classificato, ha preso una decisione automatica. L’ha presa con dentro
anche me non perché ho fatto qualcosa ma perché i miei dati, da qualche
parte, ci sono arrivati. E questo basta.
È in quel momento che ho smesso di distinguere tra “dato personale” e
“conseguenza politica”. Il sistema che ha autorizzato il colpo,
Lavender, un algoritmo dell’IDF, non si chiede chi sei. Si chiede però
quanto sei vicino a un sospetto, insomma quanto sei parte di un errore.
E quando dico errore, parlo di esseri umani e di chi stava troppo
vicino, troppo connesso, troppo dentro una rete.
Lavender, Gospel, Red Wolf. “Lavender” processa liste di SIM e decide
sulla base di metriche automatizzate. “Gospel” è un motore di
raccomandazione che suggerisce target da colpire. “Red Wolf” sorveglia
i checkpoint e assegna punteggi biometrici. Sistemi automatici di
targeting militare che si alimentano di dati, non di bombe, di dati.
Anche europei e anche miei, anche nostri. Perché l’Unione Europea non
ha mai sospeso la decisione di adeguatezza che consente il
trasferimento di informazioni personali verso aziende israeliane.
Nonostante i moniti di cinquanta organizzazioni digitali, nonostante le
inchieste, nonostante Gaza.
Non è un bug del sistema. È il sistema. La decisione di adeguatezza è
il cuore giuridico di questa ingegneria della complicità: autorizza
legalmente aziende israeliane a trattare dati di cittadini europei come
se fossero sotto garanzia GDPR. Ma non lo sono. Perché in Israele, dal
2023, l’autorità garante della privacy è stata subordinata al potere
esecutivo. Perché l’accesso dell’intelligence ai database civili non
prevede controllo giurisdizionale. Nessun mandato, ne notifica, ne
ricorso. L’Unione Europea sa tutto; ha ricevuto lettere firmate da
decine di associazioni per i diritti digitali, ha letto i rapporti
delle Nazioni Unite, le inchieste di +972, The Guardian, Haaretz. Ha
avuto tempo, strumenti, giuristi, esperti e ha scelto comunque di non
sospendere l’accordo di adeguatezza con Israele. Ha scelto di definire
“sostanzialmente equivalente” un sistema legale che consente ai servizi
segreti di accedere ai dati dei cittadini europei senza garanzie, senza
limiti, senza controllo giurisdizionale. Ha ignorato volutamente le
riforme che, nel 2023, hanno subordinato l’autorità israeliana per la
privacy al potere esecutivo, violando i requisiti fondamentali del GDPR
stesso. Ha accettato che il tracciamento, la profilazione e il
targeting algoritmico potessero essere alimentati da dati europei,
anche quando quegli stessi dati venivano impiegati in tecnologie di
guerra. Non si tratta di distrazione, è una scelta politica, una
complicità attiva, mascherata da neutralità normativa. La verità è che
la UE ha bisogno di Israele come partner tecnologico e militare e per
questo permette i suoi abusi. Per interesse, geopolitico.
E allora succede questo: io uso un’app, invio una mail, partecipo a un
meeting. I miei dati passano in server controllati, direttamente o
indirettamente, da soggetti sottoposti a quelle leggi. E se per caso ho
avuto contatti con un attivista palestinese, o con un operatore
umanitario, o anche solo con un nodo debole della rete, i miei dati
diventano un segnale. Un elemento dentro un grafo relazionale. Se io
parlo con X, e X ha parlato con Y, e Y vive a Rafah, la casa di Y può
essere colpita.
Non serve dimostrare l’intenzione. Basta affermare che il bersaglio era
plausibile. Che il contesto era coerente. E che i dati lo dicevano.
Tutto questo non è un’ipotesi. È documentato. L’88% delle indagini
militari israeliane su attacchi con vittime civili viene archiviato
senza esito. La protezione dei dati europei finisce nel momento esatto
in cui quei dati atterrano in una giurisdizione che opera secondo
logiche di guerra.
E io, in tutto questo, ci sono. Non come autore ma come sorgente, come
uno dei tanti nodi Come complice senza saperlo, non ho premuto un
pulsante, ma non l’ho nemmeno disattivato. Posso giustificarmi? Forse
no. Posso capirmi? Forse sì ma sono lacerato. Perché tutto questo non
si regge sulla mia cattiva coscienza, ma sulla mia assenza di
coscienza. Sul fatto che il sistema digitale in cui vivo è costruito
per funzionare in background, per nascondere la soglia tra ciò che è
mio e ciò che contribuisce ad altro. Per farmi credere che
l’infrastruttura è neutra, e che la responsabilità è solo di chi
uccide. Ma non è così. Perché ogni infrastruttura è una scelta. E ogni
scelta, anche non fatta, ha un impatto.
Allora sì, posso ancora fare qualcosa. Non per cancellare ciò che è già
accaduto, ma per non contribuire ancora. Posso smettere di considerare
normale l’uso di strumenti che espongono i miei dati. Posso pretendere
che l’Unione Europea revochi la decisione di adeguatezza con Israele.
Posso denunciare, pubblicamente, ciò che è legalmente possibile ma
umanamente inaccettabile. Posso disertare, dalle app, dalle deleghe
cieche, dalla zona grigia della responsabilità digitale. Non si tratta
di salvare Gaza con un gesto. Ma di uscire dal tracciato invisibile che
passa anche da me. Di smettere di alimentare il modello. Se tutto oggi
è codice, allora io voglio interrompere la linea. Anche se è troppo
tardi. Non esistono dati neutri. Esistono solo dati che non sono ancora
stati usati contro qualcuno. E questo tempo, temo, è già finito.