Ciao Stefano, On Fri, 15 May 2026 05:55:02 +0000 Stefano Borroni Barale wrote:
> > Pur concordando con ciò che scrivi descrivendo il "pilastro > > ontologico", non lo ritengo affatto un pilastro della critica alla > > favola della "intelligenza artificiale". > [...] > > Lo considero al più un puntello malfermo che, in assenza di > > fondamenta più solide (quali ad esempio la definizione di > > informazione come esperienza soggettiva di pensiero comunicabile, > > la sua distinzione dal dato quale rappresentazione interpretabile > > impressa su ub supporto trasferibile, etc), viene proposta da > > intellettuali ben intenzionati nella speranza di sostenere > > l'umanità dall'attacco che sta subendo. > > Perdonami, avrei dovuto essere più chiaro sul fatto che condivido > totalmente la definizione di informazione come esperienza soggettiva. > Ma ti faccio osservare che è un altro modo di dire che l'informazione > (come la conoscenza) è situata. Lo è per certo, perché ogni essere umano esiste in uno spaziotempo limitato e definito (non pre-definito, ma su questo sorvolo perché andremmo off-topic e dopo avermi tacciato privatamente di materialismo, mi accuseresti di essere un idealista platonico :-D). Potrei persino concordare che in tal senso, l'essere situata spazialmente e storicamente è condizione fondamentale o comunque imprescindibile di ogni informazione e della mente di cui è parte. Non è questo il punto del nostro disaccordo, bensì la frase successiva: > Non basta avere una mente, ci va un corpo. Immagina per un momento di essere chiuso in una stanza completamente buia e silenziosa, che ti impedisce di ricevere i fenomeni esterni. Continueresti ad avere una mente? Come ti spiegherebbero alla Lega del Filo d'Oro, la risposta è "sì". Per altro, il cervello umano ha diverse aree evolutivamente deputate al linguaggio [1], per cui anche un bimbo sordocieco dalla nascita all'età appropriata ne svilupperebbe comunque uno (ancorché diverso da qualsiasi altro) in cui formulare nella propria mente l'informazione "sono" di cartesiana memoria. Poi è chiaro (e siamo d'accordo) che la funzione evolutiva del linguaggio come di tutto il resto dell'informatica, è la condivisione di informazioni tramite la sincronizzazione delle menti veicolate da esperienze corporee (che chiamiamo "messaggi"). Senza un corpo non avremmo modo di comunicare né molto da comunicare. Il nostro corpo (e la nostra storia in esso) caratterizza la stragrande maggioranza delle informazioni nella nostra mente. Ma non necessariamente tutte: possiamo descrivere sistemi multidimensionali senza averne mai percepito uno. E non ho mai conosciuto nessuno che sia passato dentro un trasformatore di monadi, pur conoscendo diversi programmatori Haskell. Dunque non tutte le informazioni sono legate al corpo. > Anche solo perché il "punto di vista" cognitivo-emotivo di un > essere umano emerge dall'interezza del corpo fisico e non solo dal > cervello. Sfido chiunque a ragionar di unicorni kantiani con un > bell'ascesso in atto, per dire. Al contrario, è esperienza comune fra i programmatori che la profonda concentrazione necessaria durante il debug può attenuare notevolmente la percezione del dolore (fisico e non solo). Concentrarsi su altro non è antidolorifico, ovviamente, né ansiolitico. Non svolge la funzione evolutiva del dolore, che ci spinge ad affrontarne le cause. E talvolta non è facile raggiungere "la zona". Ma è possibile. > > Per la semplice ragione che un sistema complesso non è computabile, > > mentre l'output di quell'ipotetico mega data center lo è (tanto da > > essere computato). Per argomentare che quel software esibisce > > intelligenza, bisognerebbe sostenere che la realtà stessa non è un > > sistema complesso ed è dunque essa stessa computabile. Perché è la > > realtà ad aver esibito i comportamenti emergenti che noi umani > > classifichiamo come vita ed intelligenza. > > > > Ipotesi che al momento la meccanica quantistica esclude. > > Ti confesso che su questo punto mi son perso. L'ipotesi che la meccanica quantistica esclude è la possibilità di calcolare precisamente l'evoluzione della realtà. Affermazione banale in effetti. Mi scuso per non essere stato chiaro. Il punto comunque era che definire un LLM, di cui possiamo conoscere e calcolare esattamente l'evoluzione, come "sistema complesso" è funzionale a giustificare (senza spiegare) il suo output come "comportamento emergente" invece di riconoscerlo quale decompressione approssimativa dei testi sorgente. Giacomo
