http://www.repubblica.it/2005/g/sezioni/scienza_e_tecnologia/rubbia/polerubbia/polerubbia.html

La ricerca umiliata all'Enea
di CARLO RUBBIA

UN MALE oscuro di abbagliante chiarezza sta precipitando l'Enea in un
profondo dramma gestionale e progettuale. La crisi è così grave che,
come presidente, non posso più tacere, per il bene della ricerca e
dell'Italia. Gli attuali organi istituzionali dell'Enea si sono
insediati all'inizio del 2004, dopo un lungo periodo di
commissariamento.

Con la nuova legge si è voluto che il presidente dell'ente avesse un
profilo di altissimo livello scientifico internazionale. È però
accaduto che il consiglio di amministrazione non venisse individuato
dal governo con analogo criterio, ossia privilegiando quello di
eccellenza delle conoscenze e esperienze acquisite nel campo delle
attività tecnico- scientifiche. Avrei, forse, dovuto cogliere subito
questo handicap di partenza e riflettere su quanto era, a quel punto,
lecito e possibile attendersi da me. Senonché è prevalso sulle
perplessità il mio forte desiderio di dare ciò che potevo al mio
Paese, sostenendo costruttivamente l'Enea. È stato un errore. Un
errore al quale si sarebbe potuto porre rimedio con adeguata
sensibilità politica. Sensibilità che non c'è stata.

La verità è che presidente e consiglieri di amministrazione parlano
due lingue totalmente diverse. La carenza di sapere scientifico dei
consiglieri, ha provocato un ulteriore deleterio effetto: il loro
testardo compattamento in stile branco (con tutto il rispetto per le
persone, ma il termine rende meglio l'idea), espressione di una
mediocre difesa. Si è spesso detto dell'esistenza di scontri tra me e
il cda: in realtà non ci può essere "scontro" tra un gruppo compattato
di sette consiglieri di esplicita nomina ministeriale da una parte e
uno scienziato senza connotazione politica dall'altra.

Uno scienziato-presidente messo continuamente e sistematicamente in
minoranza. Tale surreale condizione è frustrante, deleteria. I
consiglieri hanno addirittura preteso di sostituirsi al presidente nel
proporre il direttore generale. Ossia, rivendicando non solo il
diritto (sacrosanto) di nominare il direttore generale, ma anche
quello di proporlo a se stessi. Si è giunti al punto di chiedermi,
avendo io presentato una rosa di cinque nominativi, di proporne invece
una rosa di sei, indicandomi ovviamente anche quale dovesse essere il
sesto nome: quello che già avevano deciso dovesse occupare la carica
di direttore generale. Essendomi rifiutato di scadere nella burla, il
Consiglio si è appropriato della "rosa", con un solo e unico
predestinato petalo.

Mi sono allora rivolto al Tar e il tribunale mi ha dato ragione: la
nomina era irregolare ed è stata annullata. Il paradosso è che la mia
istanza al Tar avrebbe assunto connotati di un atto "sovversivo", agli
occhi dei consiglieri soccombenti nel giudizio. E ancora più
sovversiva è ora ritenuta la mia richiesta che venga rispettata quella
sentenza.

Mentre infuria questo tipo di "altissima gestione", l'istituto di
ricerca è paralizzato. Il Consiglio ha infatti sistematicamente
"ripulito" i maggiori programmi strategici innovativi di alto livello
che erano la parte principale delle scelte strategiche mie e del
precedente piano triennale. Mi riferisco soprattutto al progetto
europeo per il bruciamento delle scorie radioattive, programma nel
quale l'Italia aveva assunto una posizione di assoluta leadership
mondiale: la bocciatura votata dal cda dell'Enea ci ha fatto perdere
un finanziamento comunitario di 5 milioni e mezzo di euro, fondi che
pochi giorni fa sono stati dirottati a un laboratorio di ricerca
americano.

Tutta una serie di altre iniziative "storiche" hanno subito una
politica finalizzata a destabilizzare il corpus delle competenze (e in
alcuni casi del primato) scientifiche dell'Ente. Mi limito a citare il
progetto Antartide, per molti anni uno dei più prestigiosi progetti
internazionali di esplorazione del Polo Sud, che è stato sottratto
all'Enea e trasformato in un consorzio di svariati enti azionisti; le
attività di ricerca nel campo della fenomenologia ambientale, che sono
state tolte all'Enea con la costituzione di un consorzio chiamato
"Centro Euro-Mediterraneo" sotto la direzione di un microscopico
gruppo di persone. Entrambe le attività si trovano oggi in una
situazione altamente critica, vicino al collasso le prime,
apparentemente bloccate le seconde.

Ho ormai ampiamente constatato tutto ciò, e cioè che una convivenza
civile in seno al Consiglio è divenuta una impresa difficile, in
quanto ogni mia azione concreta in favore dell'ente - direi ogni mio
tentativo di lavorare - viene osteggiata a priori. Ho sempre avuto
molto rispetto per i ruoli istituzionali, ho atteso e ancora attendo
un significativo interesse per il futuro del più grande e prestigioso
ente di ricerca applicata in Italia, per la sua vocazione, per il
ruolo internazionale, per l'avvenire della ricerca, per gli oltre suoi
tremila dipendenti che lavorano seriamente e il cui valore non viene
difeso da nessuno.

Il silenzio comincia però a pesarmi, perché nel vuoto del silenzio,
trovano spazio le maldicenze, le critiche ingiuste, le censure
infondate. Non ho mai sopportato questo stato di cose e mi avvilisce
constatare che al primato della scienza si sostituisca lo spicciolo
tornaconto quotidiano. Non posso quindi più stare in paziente
silenzio. È una questione di dignità e di rispetto. Per me e per
tutti.

L'autore è presidente Enea
e premio Nobel per la Fisica

(15 luglio 2005)

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