-------- Messaggio originale --------
Oggetto: Timira, dal 15 maggio in libreria. Preludio n. 3
Data: Fri, 04 May 2012 11:11:52 +0000
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Giap

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Timira, dal 15 maggio in libreria. Preludio n. 3

Posted: 04 May 2012 02:21 AM PDT
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Bologna, 7 settembre 2011
Isabella, italiana nera a Roma nel 1931

Cara Isabella,

sono passati molti mesi dall’ultima volta che ci siamo visti. Li conto
sulle dita e sono già diciotto, un anno e mezzo pieno di rivolta e di
quello che si usa chiamare la Storia, per poi convincersi che sia un
pezzo  di carta, o di marmo, e non di vita.

Gli astronomi hanno scoperto una stella dieci milioni di volte piú
luminosa  del sole. Al tempo dei re babilonesi, le avrebbero dato il
nome di un dio  terribile e smisurato. Al tempo delle agenzie di rating,
l’hanno battezzata  con una sigla: R136a1.

Sono morti J. D. Salinger, Mario Monicelli e Osama bin Laden.

Sono nati, secondo le statistiche, centonovantotto milioni e mezzo di
esseri umani.

È nata pure una nuova nazione, la Repubblica del Sud Sudan, ma
l’oroscopo  dice che si ammalerà presto, ubriaca di petrolio. Come il
Golfo del  Messico, che ha dovuto sorbire in diretta tivú cinquecento
milioni di litri  di greggio, serviti dalla piattaforma Deepwater
Horizon. O come il Delta  del Niger, dove la sbornia nera uccide ogni
giorno, senza lambire gli  schermi del mondo.

Un terremoto di magnitudo 9 ha cancellato in Giappone intere città.
L’onda  di tsunami e le macerie dei sopravvissuti ci hanno riempito gli
occhi per  settimane, risvegliando la falsa memoria di catastrofi già
dimenticate. La  scossa ha danneggiato i reattori di una centrale
nucleare e nessuno sa dire  quanto dureranno gli effetti delle
radiazioni in fuga. Tra diecimila anni,
tonnellate di scorie radiotossiche saranno forse l’unica traccia rimasta
 della nostra civiltà. Chissà se i terrestri del futuro ci chiameranno
pazzi  o terroristi.

Fino all’anno scorso – ti ricordi? – il terrorista da cartolina era un
giovane musulmano, barbuto, con la pelle bruna e il turbante in testa.
Oggi  è un trentenne norvegese, biondo, cristiano, con un coccodrillo
cucito sul  cuore. Settantasette persone sono cadute sotto i colpi della
sua battaglia  contro l’islam e gli stranieri: se di pazzia si tratta,
rischia di  rivelarsi molto contagiosa. I crociati fibrillano,
sbroccano, rimpiangono  Bin Laden e lo scontro di civiltà. Sentono
l’Armageddon mancare sotto i  piedi e ne inseguono disperati una
versione casalinga.

Dal Golfo Persico al Nordafrica, uomini e donne, giovani e meno giovani
 occupano le strade per rovesciare i troni di vecchi tiranni. I
terroristi  da cartolina si trasformano all’improvviso in eroi ribelli.
Gli arrabbiati  di mezzo mondo guardano agli egiziani di piazza Taḥrīr.

Una ragazza tunisina ha scritto che il suo popolo ha fatto la storia, ma
 lei non c’era, stava a Bologna per studiare, cosí ha perso l’occasione
e  vuole rifarsi in Italia. Sui muri della città, una richiesta urgente
fa eco  alle sue parole: «Immigrati, salvateci dagli italiani».

Di tutto questo mi piacerebbe parlarti, sedere a quel tavolo sempre
ingombro di carte, bollette, giornali, matite, tazze e bicchieri.
Accendere  il registratore e srotolare il pomeriggio, con la scusa di un
romanzo da  scrivere insieme. E invece sto qui, nello stanzone caldo di
una biblioteca,  in mezzo agli studenti che
preparano gli esami per la sessione autunnale.

Il romanzo è finito, l’ho  stampato per intero e adesso non è altro che
un plico di fogli in attesa di  correzioni, sgorbi di penna, note sul
margine e commenti. Ho letto la prima  pagina, l’ho girata, e mi sono
messo a scriverti nello spazio bianco sul  retro.

Erano anni che non usavo la penna per tante parole: i pensieri diventano
 indelebili troppo in fretta. Fuori c’è un tizio che butta giú un
muretto a  martellate e il rumore dei colpi spacca le frasi che vorrei
mettere in  fila. Dovrei tornare a casa, lí c’è silenzio, ma in compenso
la posta,  Twitter, i siti e l’orto sul balcone mi
aprono in testa buchi molto peggiori di un martello.


Giorgio e Isabella, Roma, 1929 circa

Otto anni fa, quando tuo figlio si è presentato alla mia porta con una
cartelletta rossa, Twitter non c’era ancora e nemmeno il balcone. Stavo
in  un altro appartamento e il massimo che riuscivo a coltivare era una
pianta  di fagiolo sul davanzale del bagno.

Eppure, nonostante le distrazioni ridotte al cinquanta per cento, ho
accolto Antar con la testa fra le nuvole, non l’ho fatto nemmeno
entrare,  ho preso la cartelletta e gli ho detto che senz’altro avrei
letto i fogli  che ci stavano dentro. Altri lavori incombevano, altre
pagine, e già m’ero  accorto che Antar, quando raccontava di te e di suo
zio, aveva la tendenza  a tirarla per le lunghe.

Ci eravamo conosciuti in una clinica per malattie mentali. Frequentavamo
lo  stesso matto: io come amico, lui come educatore. Facevamo i turni
per non  lasciarlo da solo ed è stato lí, nel parco intorno alla villa,
sotto un  cedro del Libano colossale, che ho sentito parlare di te per
la prima volta.

Era la primavera del 2003 e io ci ho messo cinque anni prima di venirti
a  trovare, col mio registratore in mano, per dedicare alla tua storia
un  mercoledí pomeriggio.

A mia parziale discolpa, vorrei dire che la cartelletta rossa non l’ho
riposta subito in un armadio. L’ho aperta poche ore dopo, di fianco a un
 piatto di pasta, e ormai da tre anni me la porto sempre appresso, nella
 borsa da lavoro. Rispetto ad allora è molto ingrassata di carte, ma i
tre  documenti originali sono sempre lí e ogni tanto li ripesco, per non
 dimenticare da dov’è cominciata la nostra amicizia.

Primo:

una fotocopia con due brevi articoli, impaginati uno sopra l’altro.

Titoli:

«Un italiano nero» e «La “negretta” del cinema italiano».

Tratti  da:

«Il Sofà. Periodico di immigrazione in Emilia Romagna».

Secondo:

la relazione del dottor Bonvicini Eugenio sull’attività svolta da
Giorgio Marincola (Mercurio) durante l’occupazione germanica del suolo
nazionale.

Terzo:

un volantino distribuito in piazza Maggiore il 25 aprile 2002.
«Nell’anniversario della liberazione dal nazifascismo, mentre siamo qui
per  protestare contro il Lager etnico di via Mattei, vogliamo ricordare
Giorgio  Marincola attraverso la testimonianza di sua sorella (una
signora  ultrasettantenne che abita a Bologna)…»

Su un totale di sedici fogli A4, soltanto mezzo riguarda le tue avventure.
Tutto il resto gira intorno a tuo fratello Giorgio, come in un
depistaggio  studiato ad arte.

Ecco perché ci ho messo tanto per capire cosa volesse da me questa
cartelletta rossa, ed ecco perché tu ci hai messo altri due anni per
capire  cosa volesse da te questo sedicente cantastorie dal nome cinese,
col suo  registratore a cassette sempre a corto di pile, che insisteva a
suonare al  tuo campanello ogni mercoledí pomeriggio.

Siamo tutti profughi, senza fissa dimora nell’intrico del mondo.

Respinti alla frontiera da un esercito di parole, cerchiamo una storia
dove  avere rifugio.

Tutti i post di Giap dedicati a Timira

La scheda del libro sul sito Einaudi

Le fotografie di Isabella e Giorgio sono tratte dal sito razzapartigiana.it




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