LA MEMORIA DEL FUTURO E L'ANGOSCIA DEL PRESENTE

(IN RISPOSTA AL "TERRORE CHE VOI NON CAPITE" DI GAD LERNER, SUL MANIFESTO 
DEL 4/4)

Ero a Nablus nella prima notte della prima Intifada, quindici anni fa. 
Fuori dal dedalo della citt� vecchia, cuore del cuore della Palestina, 
impazzavano i blindati. Non potevano oltrepassare, oggi come allora, le 
barricate di rocce accatastate all'imbocco dei vicoli. Un ragazzino indic� 
lo spicchio di cielo fra le casupole. "Solo da lass� ci possono attaccare" 
disse, in un inglese stentato e fiero. Ora quel ragazzino � cresciuto e 
invece dei sassi stringe forse in mano un inutile mitra, mentre da quel 
cielo lo bombardano gli F-16 e gli Apache.

Ricordi& Vorrei che Gad Lerner avesse conosciuto quella donna che nel campo 
di Kalandiya, accanto al cadavere del figlio poco pi� che bambino 
squarciato da una micidiale pallottola esplosiva "dum-dum", ci disse 
piangendo e indicando gli altri figli: "Io non odiavo gli israeliani, e 
nemmeno loro. Non voglio arrivare a odiarli. Non voglio che i miei figli 
uccidano un giorno i loro figli. Aiutateci voi&" Voi europei, voi mondo, 
voi altrove.

Il fratello maggiore di quel bambino marciva nella terribile prigione di 
Ansar, nel deserto del Negev. Pochi mesi dopo, tornati a Kalandiya, la 
madre ci disse che era morto di stenti e torture. Mi regal� una pietra 
rotonda incisa dal figlio in chiss� quante notti insonni: l'immagine di un 
veliero, e dietro in arabo la scritta "la nave del ritorno". L'ho 
conservata per anni come la mia cosa pi� cara, prima di affidarla a mia 
volta a un'esule kurda. Era, ancora, un segno di speranza.

Oggi forse uno dei figli di quella donna s'� fatto saltare in aria in una 
strada affollata di Gerusalemme o di Tel Aviv. Oggi forse gli occhi di 
quella donna sprizzano odio. Quanto ha sofferto in questi quindici lunghi 
anni? Quante volte i soldati hanno messo sottosopra la sua baracca 
all'alba? Da quando sono nati, i suoi figli non hanno conosciuto che guerra 
e discriminazione e, appena adolescenti, lavoro nero nelle terre dei coloni 
e nelle citt� degli alieni.

Anche a me, che iddio mi perdoni, quando varcavo il confine impercettibile 
fra la Gerusalemme araba immersa nel silenzio buio e teso del coprifuoco e 
le vetrine allegre e multicolori di Gerusalemme ovest, anche a me veniva 
voglia di gridare e di spaccare tutto. Di far saltare le vetrine, certo, 
non la gente innocente che vi passeggiava davanti. Ma io non sono 
palestinese. Posso solo immaginare come possa crescerti dentro la 
frustrazione, fino ad esplodere con il mondo intorno.

In quei giorni di fine anni '80 ci trovammo ad inventare, nelle strade e 
nei campi di Palestina, una modalit� di condivisione che poi, dalla Bosnia 
al Chiapas al Kurdistan, � divenuta patrimonio comune. Ci trovammo a 
guidare e garantire, noi europei, le prime manifestazioni con bandiere 
palestinesi per le strade di Gerusalemme e di Ramallah. Pi� d'una volta 
sentimmo fischiare i proiettili, ma non � quello il ricordo peggiore. Non 
dimenticher� mai, invece, lo sputo in pieno viso e la mano alla gola di un 
Rambo israeliano sceso dalla jeep di cui avevo appena annotato la targa, 
per denunciare il pestaggio di una scolaresca che manifestava in Salahaddin 
Street. Con un senso di repulsione fisica avvertii allora il suo potere, 
quel Potere allo stato puro che ho ritrovato nei bastoni della polizia 
turca. In quel momento lo odiai con tutte le mie forze. Ed io non sono un 
palestinese&

Mi sono chiesto spesso, allora, come potevano i palestinesi continuare a 
battersi solo con parole e pietre. Mi sono chiesto con ammirazione, allora 
cos� come in seguito in Kurdistan di fronte a una negazione ancora pi� 
radicale e ad un'occupazione ancora pi� pervasiva, quale forza morale 
potesse animare il tessuto dei Comitati popolari, la rete di quotidiana 
resistenza civile dell'Intifada - che in kurdo si traduce Serhildan, e in 
entrambi i casi significa semplicemente: su la testa!

Hanno continuato cos� per molti anni, Lerner, senza armi, infine con armi 
ridicole a fronte della potenza israeliana. Ancora nei primi mesi della 
seconda Intifada, le vittime civili erano tutte da una parte sola, ad 
eccezione dei coloni - che sono pi� armati e militarizzati degli stessi 
militari. Infine la disperazione, ben pi� che un calcolo politico, ha 
spinto decine, centinaia di giovani a scegliere la via dell'attentato 
suicida. Una scelta atroce, certo, e da respingere. Come dice Brecht, anche 
l'odio contro l'ingiustizia rende roca la voce e stravolge il viso.

Ma mentre quella disperazione e quell'odio crescevano, noi che abbiamo 
fatto? Quanti di noi si sono cullati, nell'intervallo fra le due 
esplosioni, nell'illusione che tutto fosse affidato ormai, nel bene o nel 
male, alla diplomazia e alla geostrategia? Quanti hanno smesso di 
chiedersi, se mai s'erano dati la pena di conoscerla, che vita facesse 
quella donna di Kalandiya e milioni di donne come lei, sotto il tallone 
dell'occupazione? Quanti hanno coltivato il feticcio consolatorio 
dell'equidistanza fra oppressori e oppressi?

Ancora ricordi. Una sera d'estate, in casa di giovani israeliani in 
procinto di partire per il servizio militare. Giovani acculturati e di 
sinistra, una discussione serrata e appassionata. La conclusione fu che non 
ci sarebbe stata pace senza il ritorno in tutto o in parte dei profughi del 
'48 e il ritiro dei coloni, che al contrario crescevano in numero e 
privilegi mentre i campi profughi nei paesi arabi sprofondavano nella 
miseria pi� nera. E che queste due condizioni non potevano realizzarsi se 
non a prezzo di uno scontro durissimo dentro Israele, al limite della 
guerra civile. Uno scontro che quei ragazzi non se la sentivano di aprire. 
Difatti c'� stato, sordo pi� che aperto, ma per iniziativa della destra. E 
l'assassinio di Begin ha segnato la sua vittoria, che oggi Sharon celebra 
nel sangue.

Posso capire il terrore in cui oggi vivono gli israeliani, e capisco che 
produce nuovi mostri - il consenso crescente intorno alla tragica illusione 
di soluzione finale di Sharon, cos� come l'angoscia esistenziale che 
conduce persino un analista intelligente come Lerner a farneticare di una 
possibile, anzi imminente distruzione dello stato d'Israele ad opera dei 
giovani suicidi-omicidi.

Al contrario: la solidariet� con le stesse vittime israeliane ci obbliga a 
tenere ferma e lucida l'analisi e la scelta di campo. Questo terrorismo 
disperato non si combatte con strumenti militari, perch� non � opera di una 
falange di cospiratori. Si combatte mettendo fine all'occupazione e 
consentendo a un popolo compresso fino all'implosione di respirare e 
progettare liberamente un futuro di convivenza, sulle macerie dell'odio. 
Questo ripete Arafat, checch� ne dica Bush o, 'si parva licet', De 
Michelis. Questo dicono Ocalan ed i suoi in Kurdistan, Marcos ed i suoi in 
America Latina.

Che le loro voci si spengano o no, che ai popoli negati nell'epoca della 
globalizzazione resti o no una scelta diversa dall'estremo sacrificio di s� 
e degli altri, dipende anche da tutti noi. Incluso Gad Lerner.

Dino Frisullo






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