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Aspettando la giovenca rossa sulla via di Armageddon. L’epifania dell’
immaginario cristiano-sionista

di Roberto Giammanco

da Hortus Musicus, III (2002), 11

www.hortusmusicus.com

Il 1 maggio 2002, ad Hardball, programma televisivo di grande ascolto della
MSNBC, nientemeno che il leader della maggioranza al Congresso degli Stati
Uniti Richard (Dick) Armey, repubblicano del Texas, ha dichiarato di non
avere «nulla in contrario alla prospettiva di uno stato palestinese, però
non mi piace affatto che lo Stato d’Israele debba cedere i suoi territori
per creare lo Stato palestinese». Armey ha poi subito precisato che
«Gerusalemme Est, la Cis­giordania e la striscia di Gaza appartengono, a
tutti gli effetti, ad Israele». Ha inoltre rivelato pensieri, «che ho
coltivato per anni», il più democratico e umanitario dei quali è la ferma
convinzione che «i palestinesi che vivono ancora nella Cisgiordania
dovrebbero essere ­deportati». «Ma allora – ha chiesto Chris Mathews, il
presentatore del programma – dove dovrebbe trovarsi questo stato
palestinese? In Norvegia? Una volta che Israele si annette la Cisgiordania,
dov’è lo spazio? E poi, vorreste forse trasportare tutti i palestinesi in
una località qualsiasi che chiamereste Stato palestinese?». Risponde Armey:
«Nel mondo, di spazio ce n’è tanto, molte nazioni arabe possono mettere a
disposizione dello Stato palestinese migliaia di acri di terra, anche
coltivabile, proprietà insomma, offrire loro molte opportunità». Con
deferente ma ferma professionalità, Chris Mathews ha cercato invano di far
dire ad Armey che non era sua intenzione parlare di pulizia etnica: «Ve lo
ripeto, siete proprio convinto che i palestinesi della Cisgiordania debbano
andarsene?». «Certamente! – risponde secco il leader della maggioranza
repubblicana al Congresso degli Stati Uniti, ­Richard (Dick) Armey».1
Ma questo è nulla a paragone delle letterine accluse ai pacchi dono che
tanti scolaretti, dalla terza media al liceo, hanno mandato ai soldati
impegnati nelle zona di Turkarem nell’offensiva «Scudo difensivo». Persino i
riservisti che le hanno ricevute sono rimasti esterrefatti al punto che le
hanno raccolte e spedite al Jewish ­Action Center accompagnandole con «un
grido d’allarme per il sistema scolastico israeliano». Alcuni esempi: «Caro
soldato, ti prego, ammazza più arabi che puoi. Io prego perché tu ritorni a
casa sano e salvo e ne ammazzi almeno dieci per mio conto. Lascia stare le
regole e annaffiali di piombo. Il migliore degli arabi è l’arabo morto. Che
i palestinesi, sia maledetto il loro nome, brucino nel profondo dell’
inferno. Non è divertente sparare agli arabi? Il solo arabo di prima qualità
è l’arabo morto».2
Se il leader della maggioranza ­repubblicana al Congresso degli Stati Uniti
Richard (Dick) Armey ­sanziona la soluzione pulizia etnica, il ­senatore Jim
Inhofe, repubblicano dell’Okla­homa, ne aveva confermato il fondamento e
coronamento in un discorso del 4 marzo 2002 dal titolo emblematico Il
diritto d’Israele alla terra ­d’Israele («IO SONO IO» – diceva il vecchio,
arrogante Innominabile a Mosè, Esodo 3:14). Sette sono le «prove-ragioni»
elencate dal senatore fondamentalista dell’Oklahoma, sette come le piaghe d’
Egitto. Particolarmente dotta e convincente è la prova della «evidenza
archeologica». Dimostra, si fa per dire, che «su quella terra gli israeliani
sono presenti da tremila anni, il che elimina le pretese di qualunque altro
popolo. I filistei sono estinti e così tutti gli altri popoli antichi.
Nessuno di loro può vantare la continuità degli israeliani. Neppure gli
egiziani contemporanei sono della stessa razza degli egiziani di due o
tremila anni fa. Ora sono soprattutto arabi. I primi israeliti, invece,
discendevano dagli israeliti originari». La quinta ‘prova’ ha tutto il
sapore del coronamento del globalismo dell’IO SONO IO: «Israele deve avere
tutta la sua terra perché è un alleato strategico degli Stati Uniti». Non è
forse «detto nella Bibbia che Abramo prese la sua tenda e si stabilì nella
pianura di Mamre e lì costruì un altare al cospetto del Signore? Hebron è in
Cisgiordania ed è proprio lì che Dio apparve ad Abramo e gli disse: “Io ti
dono questa terra!”, la Cisgiordania, appunto». «Questa non è una battaglia
politica ma un confronto in cui si decide se la parola di Dio è vera o no».
Riguardo all’attacco dell’11 settembre alle Twin Towers e al Pentagono: «Una
delle ragioni per cui ritengo che siamo stati noi ad aprire la porta
spirituale per l’attacco contro gli Stati Uniti è stata la politica del
nostro Governo, che ha fatto pressione sugli israeliani perché non
facessero ­rappresaglie totali in risposta agli attacchi terroristici
scatenati contro di loro». Dio ha permesso «l’olocausto delle Twin Towers»
perché è stato offeso per la mancata vendetta. Come a Canaan: «nelle città
di questi popoli che l’Eterno, il tuo Dio, ti dà come eredità, non
conserverai in vita nulla che respiri: ma voterai a completo sterminio gli
Hittei, gli Amorei, i Cananei, i Ferezei, gli Hivvei e i Gebusei» (Deut.
20:17-18).
L’ingresso torrenziale in politica del linguaggio biblico dei
fondamentalisti cristiani coincide con gli anni di apprendistato di Ronald
Reagan e con la sua trionfale ascesa alla Casa Bianca, grazie ai voti della
Destra politico-religiosa, la Moral Majority.
Già nel 1971, durante una cena in onore di Ronald Reagan, allora
nullafacente ma popolarissimo governatore della California, si parlò di
profezie sull’inevitabile, addirittura imminente, conflitto nucleare con l’
Unione Sovietica. Furono sgranate le citazioni bibliche d’obbligo dei più
famosi passi paranoici del libro di Ezechiele, di Daniele, dell’Apocalisse.
«Appena saranno finiti i mille anni, Satana sarà lasciato libero, uscirà
dalla prigione per sedurre le nazioni che sono ai quattro angoli della
terra, Gog e Magog, per radunarli alla guerra. Il numero di questi è come la
sabbia del mare» (Apocalisse 20:8).
«In quel giorno – tuonò Jahweh – nel giorno in cui Gog verrà contro la terra
d’Israele il furore mi salirà alle narici ognuno volgerà la spada contro i
suoi fratelli.
E verrò in giudizio contro di lui, con la peste e col sangue e farò piovere
torrenti di pioggia e grandine e fuoco e zolfo su di lui, sulle sue schiere
e sui popoli numerosi che saranno con lui. Così mi magnificherò e mi
santificherò e mi farò conoscere agli occhi di molte nazioni ed esse
sapranno che IO SONO L’ETERNO» (Ezechiele 38:12, 21:23).
Ronald Reagan, vero e proprio mago della comunicazione pubblicitaria al
minimo comun denominatore emotivo, disse «con un’intensità addirittura
luminosa sul volto e nella voce»: «Ora che la Libia è diventata comunista,
questo è il segno che il giorno di Armageddon non è lontano. I rossi devono
andare al potere in Etiopia! È inevitabile, è assolutamente necessario
perché la profezia si compia, che l’Etiopia diventi una di quelle nazioni
senza Dio che si scaglieranno contro Israele».
Il Gog che allora, nel 1971, era alla guida delle «potenze delle tenebre»
pronte ad aggredire Israele, l’Unione Sovietica, era già l’Impero del Male.
Ma perché proprio l’Unione Sovietica?
Perché, disse Ronald Reagan con solenne convinzione, «Ezechiele ci dice che
verrà da Nord e, infatti, quale altra nazione di quella potenza c’è a Nord
di Israele? Nessuna. Tutto questo sembrava assurdo prima della Rivoluzione
bolscevica perché la Russia era una nazione cristiana, ma ora che è
diventata comunista e atea, ora che si è messa decisamente contro Dio,
risponde perfettamente alla descrizione di Gog!».
In un altro dei suoi saggi di escatologia biblico-politica, al canterino
gospel Pat Boone, che più volte in diretta aveva detto di preferire la morte
delle sue figliolette in un olocausto nucleare piuttosto che vederle
crescere sotto l’Impero del Male,3 Ronald Reagan ricordò che «gli ebrei
hanno vissuto per secoli la diaspora, ma questo non vuol dire che Dio si è
lavato le mani di loro». Anzi! «Prima del ritorno del Figlio li riunirà
tutti in Israele. Persino i mezzi di trasporto di cui si sarebbero serviti
sono stati descritti in dettaglio dal profeta! Alcuni “verranno per mare” ed
altri ritorneranno “come colombe ai loro nidi”. In altre parole, o
torneranno con le navi o per via aerea... Questa profezia si compì nel 1967
quando Gerusalemme fu riunita sotto la bandiera d’Israele… Già nel 1948…» E
subito citò la data esatta della costituzione dello Stato d’Israele.4
Nel 1981, ormai Presidente degli Stati Uniti, a Jerry Falwell, il
telepredicatore padrone di uno dei grandi imperi mediatici religiosi, Ronald
Reagan dichiarò: «Jerry, lo sai che credo proprio che ci stiamo avvicinando,
dico ora e non in tempi lunghi, al grande giorno di Armageddon?». Sullo
sfondo del Grande Spettacolo degli anni di Reagan incombe, in versione
consumistico-sionista, la Teologia fondamentalista di Armageddon, il cui
Agostino è il predicatore evangelico Jerry Falwell.5
– «Anche oggi gli ebrei debbono esser considerati come il popolo eletto?»
– «Sì, senza alcun dubbio il tramite divino per l’evangelizzazione del mondo
è la Chiesa cristiana ma Israele svolge un ruolo primario tra tutte le
nazioni. L’età dei gentili (Luca 21:24) o è finita con la conquista ebraica
di Gerusalemme nel 1967, oppure finirà in un futuro molto prossimo […]».
Israele e la Chiesa cristiana hanno scopi diversi ma tutt’e due «sono stati
eletti da Dio»; «nessuno è responsabile della morte di Cristo che ha dato
volontariamente la vita per lavare i peccati dell’umanità»; «L’antisemitismo
è creazione di Satana che cerca tutti i mezzi per colpire il popolo eletto»;
«Oggi, lo Stato d’Israele è la sede della profezia. Nel Vecchio Testamento
il ruolo degli ebrei era quello di testimoniare, oggi è quello di preparare
la Seconda Venuta di Cristo». Jerry Falwell integra, modificandolo, lo
schema del sistema dispensazionista.
Le dispensazioni vanno dall’Innocenza prima della Caduta alla Legge
consegnata a Mosè, alla Grazia, che comincia dalla morte di Cristo fino ai
nostri tempi. La Seconda Venuta di Cristo porrà fine al periodo delle
Tribolazioni. È solo grazie alla profezia che ogni dispensazione è legata
all’altra divenendo così il filo conduttore di tutto il sistema. Tutti gli
sforzi che gli uomini fanno per impedire o mutare il Disegno divino in ogni
dispensazione sono inutili e, soprattutto, sono azioni suggerite da Satana.
Il giorno di Armageddon, in data da destinarsi, milioni saranno inceneriti
ma «proprio per questo – annunciava Falwell – non dobbiamo dimenticare com’è
bello esser cristiani! Noi abbiamo un futuro meraviglioso ­davanti!».
Infatti, secondo l’evangelismo postmillenarista, i «rinati in Cristo»
verranno «rapiti», raptured, sollevati a mezz’aria tra la terra e il cielo e
lì resteranno per «tutti i sette anni delle Tribolazioni».
L’idea del ‘rapimento’, disneyana e terroristica come tutte le visioni
escatologiche, è al centro del grande Revival evangelico della fine del XIX
secolo che coinvolse gli strati sociali «nativisti», gli eredi della
«Nazione sotto Dio», minacciati dalle crisi economiche e dalle ondate di
immigranti dall’Europa. L’idea del ‘rapimento’ fu una specie di valore
aggiunto alla fiducia ­calvinista nell’elezione attraverso il successo
economico e il dovere sociale. Nel libro dell’Apocalisse (6:19) è detto che
i «rapiti saranno 12.000 per ciascuna delle dodici tribù d’Israele, per un
totale di 144.000 ingressi al Regno». 144.000 ebrei o cristiani? Tanto che
Mark Twain, scrivendo al Padreterno, gli chiedeva se il suo nome fosse nella
lista. Per il fondamentalismo cristiano non c’erano dubbi: i rapiti erano
solo i «rinati in Cristo». Ma il nuovo fondamentalismo dell’èra reaganiana
ci dice, per bocca di Jerry Falwell, che «né Paolo, né Pietro, né Giovanni
smisero di essere ebrei dopo aver accettato Cristo come Messia. Tutti ebbero
una doppia identità. Quando Cristo ritornerà, libererà gli ebrei da tutti i
loro nemici gentili e loro, come nazione, Lo riconosceranno come il Messia,
l’unico. I cristiani, cristiani ed ebrei, rimarranno per mille anni con
Cristo nel suo Regno sulla terra».6 Walt Disney non è mai riuscito a far
meglio.
Il 5 aprile 2001 un annuncio epocale. I rabbini Menachem Makover e Chaim
Richman
dichiararono ufficialmente che, in un corral top secret d’Israele, era nata
la giovenca rossa.
Chi volesse ammirare l’immagine del fati­dico animale non ha che da
inserirsi su: www.templeinstitute.org/current-events/RedHeifer/index.html
Secondo il giudaismo tradizionale, un ebreo che abbia avuto contatto,
diretto o indiretto, con i morti (basta aver camminato su o vicino ad una
sepoltura) è impuro e gli è vietato l’ingresso nel Tempio. D’altronde è
dovere divino per tutti gli ebrei praticare il culto del e nel Tempio. Ora,
tutti gli ebrei sono impuri perché, in un modo o nell’altro, sono entrati in
contatto con qualche morto e poi, oggi, il Tempio non c’è. L’ultimo, è ben
noto, fu distrutto da Tito nel 70 d. C. Che fare? La purezza, e quindi il
dovere di praticare il culto del Tempio, può essere assicurata soltanto con
il sacrificio di una giovenca rossa («Dì ai figli d’Israele che ti menino
una giovenca rossa, senza macchia, senza difetti, che non abbia mai portato
il giogo», Numeri 19:1-10). Il testo biblico prescrive che la giovenca rossa
sia sacrificata con un elaborato rituale. Dovrà poi esser bruciata e dalle
ceneri impastate con aromi se ne ricaverà un’acqua con cui aspergere i
fedeli che, ipso facto, saranno purificati e potranno così partecipare all’
ufficio divino nel Tempio. Nel 1976, Menachem Burstin dette inizio ad una
ricerca degli ingredienti da usare per i futuri sacrifici. Nel 1987,
pubblicò un libro sul Techelet, tintura che sembra fosse estratta da una
«creatura marina» chiamata hilazon, mentre Vendyl Jones, pastore battista
del Texas, scava alla ricerca dei cocci del vasellame del Tempio distrutto
nel 70 d.C. Tra i cocci dovrebbe esserci il kalal con le ceneri della
giovenca rossa ultima bruciata, ceneri che non sono state (ancora)
ritrovate.
Tutte queste ricerche sono finanziate dalla Jerusalem Temple Foundation,
organizzazione cristiana esentasse capeggiata per anni da Terry Risenhoover,
multimiliardario finanziatore delle ricerche petrolifere nei territori
occupati da Israele. Alla presidenza della Jerusalem Temple Foundation i
cristiano-sionisti avevano chiamato Stanley Goldfoot, noto terrorista della
banda Stern, la stessa che, nel 1948, assassinò il conte Bernadotte e fece
saltare in aria tutto il comando inglese all’Hotel David. È sempre la
Jerusalem Temple Foundation a finanziare la Yeshiva Ataret Cohanim, la
scuola ortodossa che prepara, ormai da decenni, gli aspiranti rabbini a
celebrare l’ufficio divino nel Terzo Tempio quando ci sarà. Ma quando ci
sarà? Il 10 marzo 1983, quattro fanatici del Gusb Emunim, il Fronte dei
fedeli, finanziato dai miliardari del Texas, cercarono di collocare cariche
esplosive sotto la Grande Moschea di Omar e, nel 1984, il tentativo fu
ripetuto dalla banda Lifta. Da ricordare che gli ebrei ortodossi considerano
il monte su cui sorge la Grande Moschea di Omar come dissacrato dai
musulmani e dai cristiani. Per loro, accedervi è sacrilegio. Ma i rabbini
non si sono persi d’animo: hanno stabilito che «la sua santità si estende
verso l’alto, all’infinito» e per impedire che l’impurità dei passeggeri
non-ebrei la contaminasse, nel 1983 fu vietato tassativamente a El-Al di
sorvolare la zona.
Il fervente appoggio ad Israele dei fondamentalisti cristiani, elemento
portante della Teologia di Armageddon e del controllo dell’AIPAC sul
Congresso e il Senato degli Stati Uniti,7 non è una novità nell’immaginario
americano. «Troveremo che il Dio d’Israele è tra di noi – predicava il
puritano John Winthrop nel 1630 – farà sì che noi diventeremo lode e gloria
per quelli che verranno. Dobbiamo considerarci come una Città sulla collina:
gli occhi di tutti sono su di noi». Israele era stato il primo popolo scelto
per il patto con Dio e, per il secondo, la scelta divina era caduta sulla
Nuova Sion, la Nuova Israele. La continuità tra «il popolo eletto» e la
«Nazione sotto Dio» è un tema costante dell’evangelismo americano.
La ‘passeggiata’ di Ariel Sharon sulla spianata delle moschee che ha
provocato la Seconda Intifada e il genocidio ben più che ‘strisciante’ del
popolo palestinese, è un evento sanguinoso e simbolico che viene da lontano.
Come lo è l’assedio di fanatica crudeltà alla Basilica cristiana della
Natività. In questo caso, è partita dalla International Christian Embassy, l
’‘ambasciata’ dei cristiano-sionisti statunitensi che è insediata a
Gerusalemme dal 20 settembre 1980, l’iniziativa di raccogliere fondi tra gli
evangelici degli Stati Uniti per pubblicare inserzioni di condanna per «l’
ignobile profanazione della Basilica». Naturalmente, da parte dei
palestinesi.
Nell’orgia del Grande Spettacolo, i temi della Seconda Venuta di Cristo e
della battaglia di Armageddon sono parte del potere di definizione dell’
egemonia politica e mediatica dell’Impero. Sono assunti come l’atmosfera
sublimante di un’ideologia globale del dominio che definisce i suoi
«sommersi» e i suoi «salvati» per annientarli a distanza. Il suo assolutismo
etico virtuale nasconde tutti gli orrori solo perché è simultaneo e dura il
tempo di trasmissione.8
Pat Robertson, infaticabile telepredicatore padrone della CBN che, sull’onda
del successo della Destra politico-religiosa è stato anche candidato alla
Presidenza degli Stati Uniti, è solito dire che il mezzo televisivo
«rappresenta di per se stesso il compimento della profezia: “Euntes docete!
Andate dunque, ammaestrate tutti i popoli!” (Matteo 28: 19)». Gerard Straub,
suo ex-direttore di produzione, rivelò che, sin dal 1979, Pat aveva un
progetto segreto, il God’s Secret project di cui erano stati discussi tutti
i dettagli tecnici e finanziari. Si trattava delle riprese televisive della
Seconda Venuta di Cristo. «Il più grande spettacolo del mondo era lì davanti
a noi – ricordava Straub –; io mi chiedevo dov’era meglio piazzare le nostre
cineprese. Gerusalemme era il posto più ovvio. Discutemmo persino se l’
aureola di luce di Gesù avrebbe potuto pregiudicare la riuscita delle
riprese e come avremmo affrontato quel problema tecnico. Ma ve l’immaginate
noi della troupe che diciamo a Gesù: “Signore, per favore, riducete un po’
la vostra luminosità. Abbiamo problemi di contrasto. Non vogliamo correre il
rischio di sfondare il negativo!”».
Riuscirà davvero l’universo mediatico a organizzarci anche la Seconda
Venuta?

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NOTE
1 Il testo completo si può cercare su:
comgroups.yahoo.com/group/togethernetwork.
2 Yedioth Ahronoth, 7 maggio 2002. Recentemente, il professor Daniel Bar-Tal
dell’Università di Tel-Aviv ha analizzato 124 libri di testo per le scuole
elementari, medie e superiori d’Israele. Fino a tutti gli anni Ottanta si
tendeva ad esaltare le glorie dell’antico Israele «riscoperto» perché
«risorto grazie al movimento sionista». Nei libri di testo di tutto quel
periodo gli arabi venivano descritti come «inferiori», «fatalisti»,
«improduttivi», «apatici», «tribali», «vendicativi», «assassini»,
«disonesti», «criminali». I libri di testo contemporanei usano meno questa
terminologia ma danno per scontato che non esiste alcuna identità
palestinese, né antica né moderna. I libri di testo per gli
arabo-israeliani, che sono un quinto della popolazione d’Israele, sono sì in
lingua araba ma vengono scritti e pubblicati dal Ministero dell’Istruzione d
’Israele. Tra i dipendenti del dicastero solo l’1% sono arabi e nessuno di
livello medio o superiore. Non ci sono università per gli arabi. An Ugly
Face in the Mirror, dello scrittore israeliano Adir Cohen, è uno studio
sulla percezione che i giovani arabi israeliani, gli ebrei israeliani e i
palestinesi hanno gli uni degli altri. Il 75% degli studenti ebrei descrive
gli arabi come, nell’ordine, «assassini», «criminali», «terroristi»,
«rapitori di bambini», «parassiti» e «inferiori» sotto ogni aspetto. L’arabo
è «un essere sporco dalla faccia feroce». Il 90% degli studenti ebrei era d’
accordo che agli arabi «non si dovesse concedere alcun diritto». «Le
descrizioni umilianti e negative contenute nei libri di testo – scrive
Cohen – puntano deliberatamente a stabilire una base culturale che
giustifichi atteggiamenti e comportamenti degli studenti ebrei nei confronti
degli arabi e consolidi per sempre l’identità egemonica ebraica». «Non
esiste un popolo palestinese, non è come se noi fossimo venuti qui a
cacciarli e a impossessarci del loro paese. I palestinesi non esistono».
(Golda Meir in un’intervista al Sunday Times del 15 giugno 1969).
Il 15 ottobre 1971, ai giornalisti di Le Monde, la stessa Golda Meir
dichiarava: «Israele esiste come la realizzazione di una promessa fatta da
Dio. Sarebbe ridicolo chiedergli conto della sua legittimità».
3 Better Dead than Red, meglio morto che rosso, fu il paranoico slogan che
funestò le cronache e i sonni di un paio di generazioni di americani. In
Europa non entrò nel discorso pubblico, salvo qualche rara eccezione, tra
cui Giuseppe Pella che si disse pronto a veder morire la prole in un
olocausto atomico piuttosto che saperla vivere sotto i rossi.
Quello slogan ebbe anche la sua teologia, come del resto è successo durante
le recenti guerre «umanitarie» e/o «giuste» della Iugoslavia, dell’
Afghanistan e come sarà per le tante altre a venire. Una martellante
propaganda terroristica teneva alta la tensione emotiva con la prospettata
necessità di colpire per primi (la teoria del First Strike) e migliaia di
americani si rivolsero alle loro chiese per avere risposta a quesiti come
questi: «Se i nostri vicini tentassero di ripararsi nel rifugio che basta a
garantire la sopravvivenza dei soli membri della nostra famiglia, sarebbe
lecito e moralmente giustificabile sparare su di loro?»; «quando le
provviste stessero per esaurirsi, sarebbe lecito gettar fuori gli invalidi e
i meno utili per consentire ai bambini e ai più giovani di vivere qualche
giorno di più?»; «se qualcuno, subito dopo l’inizio dell’attacco, battesse
alla porta del rifugio e chiedesse di esservi accolto, sarebbe lecito non
aprire se ciò fosse indispensabile per non fiaccare il morale di chi è già
dentro?». Padre L.C. McHugh S.J. rispose così sulla rivista America (30
settembre 1961): «In nessun luogo della tradizione morale cattolica si legge
che Cristo, nel consigliare la non resistenza al male, abbia escluso il
diritto all’autodifesa che è di origine naturale ed è riconosciuto dal
diritto delle genti […]. Perciò ritengo assolutamente insensato affermare
che l’etica cristiana imponga, o anche solo permetta, che ci si debba
esporre al fallout per lasciar entrare nel rifugio dei vicini sprovveduti.
Inoltre, dubito che qualsiasi teologo cattolico condannerebbe chi si
servisse di tutti i mezzi a sua disposizione per respingere aggressori
terrorizzati che cercassero di forzare la porta con sbarre di ferro, chi
usasse la forza per cacciare fuori dal rifugio, costruito per sé e per la
propria famiglia, chiunque vi si chiudesse dentro al posto dei legittimi
proprietari» [i corsivi sono miei]. Di rincalzo al teologo gesuita, il
dottor Paul Ramsey, teologo presbiteriano: «L’etica cristiana non ci impone
di morire tutti per il solo fatto che tutti non possiamo sopravvivere». Cfr.
Roberto Giammanco, Dialogo sulla società americana,  Einaudi, Torino 1964;
La Nuova Italia, Firenze 1995.
4 Roberto Giammanco, L’immaginario al potere. Religione, media e politica
nell’America reaganiana, Pellicani editore, Roma 1990, pp. 87 ss.
5 Il termine ‘fondamentalista’ deriva da The Fundamentals. A Testimony of
the Truth, il titolo di una collana pubblicata tra il 1910 e il 1917,
«contro ogni teoria laica, materialista, scientifica, socialista […]», in
parallelo con la grande offensiva cattolica «contro il modernismo». La fede
evangelica è riassunta in 5 articoli: nascita di Cristo da madre vergine,
resurrezione in corpore e sua Seconda Venuta, redenzione grazie alla sua
morte sacrificale, infallibilità letterale della Bibbia, autenticità dei
miracoli delle Scritture. La base sistematica del fondamentalismo evangelico
è la Scofield Reference Bible, opera di tutta la vita di Cyrus Ingerson
Scofield (1843-1921). Partendo dalla premessa che tutta la Bibbia è parola
divina, Scofield sostenne che si debba dividerla «scientificamente» nelle
sue parti. «Compito dell’interprete non è di valutarle per generi letterari,
allegorie e metafore isolate, idee scelte alla rinfusa». Occorre «un’
accurata e oggettiva classificazione che coordini i passi in categorie,
dispensazioni, ognuna delle quali è un momento del Disegno divino». Il
sistema dispensazionista è un ingegnoso meccanismo che sottrae il materiale
delle Scritture ad ogni approccio storico o allegorico e ne garantisce un’
interpretazione assolutamente letterale.
6 Cfr. il mio L’immaginario al potere, cit., cap. II.
7 L’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC) è il maggior gruppo di
pressione pro-israeliano, con 60.000 iscritti che organizzano campagne volte
a influenzare i membri del Congresso persino nelle circoscrizioni elettorali
dove scarsa o nulla è la popolazione ebraica (per es. lo Stato dell’Oklahoma
di cui è senatore Jim Inhofe). Ha un bilancio ufficiale di quindici milioni
di dollari. Fino al 1999 era considerata la seconda lobby dopo quella dei
pensionati e prima di quella dei sindacati. Dal 2000 è la prima in assoluto.
L’AIPAC si occupa dei membri del Congresso così bene da far dire a William
Quando, membro del National Security Council sotto Nixon e Carter, che,
oggi, «il 70-80% dei membri del Congresso si comportano nelle delibere su
argomenti importanti per Israele secondo le indicazioni che ricevono dall’
AIPAC» (Tages Anzeiger, 22 aprile 2002). Gli interessi di Israele presso il
Governo degli Stati Uniti sono invece curati dalla Conference of Presidents
of Major American Jewish Organizations, una lega di 51 organizzazioni
ebraiche.
8 Nel 1994, da un sondaggio dell’U.S. News and World Report (11 dicembre
1994) risultava che sei americani su dieci credevano nella fine del mondo,
un terzo entro pochi anni o decenni; il 61% erano convinti che Cristo
ritornerà sulla terra e il 44% che, a breve scadenza, ci sarebbe stata la
battaglia di Armageddon. Due terzi degli intervistati erano Born again,
«rinati in Cristo». Nell’anno 2000, un analogo sondaggio ha dato su per giù
gli stessi risultati con un aumento al 72% dei convinti nella Seconda Venuta
di Cristo, mentre il 53% degli intervistati si è detto persuaso che il Terzo
Tempio d’Israele sarebbe stato costruito entro pochi anni, al massimo un
decennio.

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