11 SETTEMBRE: TRE ANNI DOPO, UN PRIMO BILANCIO DAL SUD DEL MONDO


"Sono passati tre anni da quell'11 settembre del 2001 e a qualche
giorno di distanza gi� si diceva che quanto accaduto avrebbe cambiato
il corso della storia. Nessuno per� se la sentiva di dire se in meglio
o in peggio: forse oggi un'idea cominciamo a farcela. Forse � arrivato
il tempo di fare un bilancio" dice padre Manuel Hernandez, uno dei due
missionari carmelitani che si trovano a Baghdad (Iraq) raggiunto
telefonicamente dalla MISNA nella capitale irachena. "Attentati
terroristici ormai si sono diffusi in ogni angolo del Pianeta o quasi.
La lista degli attacchi che si sono verificati dopo quell'11 settembre
� lunghissima. La guerra dichiarata al terrorismo sembra aver
moltiplicato il numero dei terroristi e la loro stessa determinazione.
Mentre sangue veniva versato in Europa, Nord Africa, Asia, l'angoscia
e la paura si sono impossessate di fette sempre pi� vaste di
popolazione soprattutto nei Paesi del nord del Mondo. Sentimenti che,
per certi versi, li hanno resi pi� vicini a quegli abitanti del Sud
del Mondo che da troppi anni sono costretti loro malgrado a fare i
conti con tanti quotidiani 11 settembre, fatti di guerre, di violenze,
di privazioni e soprattutto di paura" continua il missionario. "In
questo momento, qui a Baghdad, io ho paura tanto dei terroristi quanto
dei nostri politici, degli uomini che sono alla guida dei Paesi
potenti del pianeta: tutti infatti agiscono per loro stessi e non si
preoccupano delle conseguenze che le loro azioni hanno sugli altri"
aggiunge il missionario spagnolo, in Iraq da sei anni, dopo averne
passati trenta tra le foreste del Congo. "Il fondamentalismo islamico
� una realt�, � inutile negarlo, ma � una realt� circoscritta che per�
pu� essere alimentata e a volte trarre beneficio dalle condizioni
schifose in cui versa met� del mondo. E a mettere in ginocchio Paesi e
intere popolazioni, milioni e milioni di persone, sono state le
politiche scellerate di governi incapaci di guardare oltre i propri
interessi del momento. Troppa gente su questo pianeta sta morendo di
fame o non ha pi� speranza perch� non vede un futuro davanti a s� e i
Paesi che potrebbero fare qualcosa per rompere questo meccanismo
perverso, non fanno niente" conclude padre Manuel. "La guerra al
terrorismo non si combatte con i soldati" gli fa eco da Kampala,
capitale dell'Uganda, padre Guido Oliana il superiore provinciale dei
comboniani nel Paese. "Quello che abbiamo visto succedere in questi
tre anni ci dimostra come questa assurda pretesa di sconfiggere il
terrorismo con i soldati non solo non sta portando miglioramenti alla
situazione internazionale, ma sta acuendo il fenomeno del terrorismo e
fornendogli sempre nuove giustificazioni". La filosofia stessa che si
trova alla base della guerra al terrorismo, cos� come � stata portata
avanti finora, "� l'estremo opposto del terrorismo" spiega il
missionario. "Il terrorismo si pu� risolvere solo attraverso il
dialogo e attaccando, quelli si con grande forza e determinazione, i
problemi che stanno alla radice e che ne sono la causa, come la
povert�, l'ignoranza e la diseguaglianza" conclude Oliana. Invece
diffidenza e divisioni si acuiscono e come sottolinea fratel Elio
Croce, da anni impegnato a gestire l'ospedale di Lachor, nei pressi di
Gulu, capoluogo dell'omonimo distretto del Nord Uganda, il mondo
"sembra di vivere l'era dell'odio". "Viviamo da anni, qui in nord
Uganda, un contesto difficile, fatto di violenza e di guerra, eppure
guardando quello che accade a livello internazionale anche noi, che
dovremmo essere abituati al dolore, non possiamo non provare un forte
senso di angoscia. A preoccupare di pi� � la considerazione che pi�
della guerra il mondo sia in preda all'odio, non ci sono pi� le
ideologie, c'� solo un grande odio tra popolazioni ed etnie diverse"
conclude il missionario. "Si avverte forte la sensazione del malessere
fisico e spirituale che investe l'umanit�" commenta padre Luigi da
Bukavu, un missionario saveriano che vive da anni nel capoluogo della
provincia del Sud Kivu, nell'est della Repubblica democratica del
Congo, una citt� teatro recentemente di combattimenti e di violenze.
"A volte sembra che la nostra societ� sia alla ricerca di qualcosa che
dia senso alla sua esistenza. Aiutiamo i popoli a crescere, ma
aiutiamoli calandoci nelle loro realt�, nei loro problemi e nelle loro
preoccupazioni. Non possiamo aiutarli con le armi" conclude padre
Luigi. (di Massimo Zaurrini)

Fonte: Misna

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