Quando il re del Marocco, che domino' in modo assoluto dal '56 al '99,
mori', prese il suo posto il figlio, Mohammed IV. Subito dopo
l'incoronazione egli pronuncio' un discorso nel quale criticava la mancanza
di democrazia e i crimini compiuti dal regime del padre.
A distanza di cinque anni il Marocco sta conoscendo una lenta rinascita.
Ma per Mohammed IV non e' stato semplice liquidare l'oligarchia che aveva
depredato il paese per trent'anni.
E poi c'era il problema di cosa fare con gli esponenti del regime che si
sono resi responsabili di assassinii e torture.
La soluzione e' stata quella di creare un tribunale che processasse i
colpevoli, senza poi punirli.
Ai nostri occhi questa scelta puo' apparire sciocca, un modo astuto per far
finta di condannare gli amici del padre, sostanzialmente assolvendoli.
Forse e' veramente cosi' ma c'e' un sospetto: che il nuovo Re stia cercando
di realizzare qualche cosa di molto importante e molto difficile.
In Africa esiste una cultura della vendetta completamente diversa dalla
nostra. E se le gesta di Mohammed IV sembrano condizionate dalla sua
oggettiva connivenza con il clan che appoggiava il padre, possiamo andare a
vedere cosa ha fatto Mandela in Sud Africa.
Anche li' si stanno svolgendo da anni i processi per i crimini enormi della
dittatura razzista. Anche li' i colpevoli confessano le loro torture e
omicidi davanti alle telecamere e alle loro vittime e poi non vengono puniti
(ne abbiamo gia' parlato su queste pagine).
Per capire che senso abbia questo comportamento bisogna fare un salto
filosofico enorme.
Le vittime di violenze terribili hanno una priorita' piu' importante della
vendetta.
La vendetta non riesce in alcun modo a sanare il trauma. La gente e'
portata ad ascoltare le storie delle vittime con incredulita'. Davanti a
narrazioni di torture e umiliazioni feroci viene da chiedersi: "Ma sara'
tutto vero? Oppure esagera un po'?"
E' importante capire che il dubbio che avvolge l'esperienza delle vittime e'
peggiore dell'assenza di vendetta.
La vittima ha necessita' che la societa' riconosca cio' che la vittima ha
subito.
Questo e' un passo essenziale per il processo di recupero psicologico dopo
il trauma.
Rende piu' facile "l'accettazione" di cio' che e' successo.
Da' la possibilita' di ricomporre un quadro "accettabile" della realta'
dopo che la violenza ha cancellato ogni fiducia nell'umanita'.
L'esperienza della Seconda Guerra Mondiale ci ha mostrato come la via della
persecuzione dei carnefici sia poco efficiente dal punto di vista delle
vittime.
Oggi infatti ci troviamo con un orrendo "revisionismo" che nega addirittura
la realta' dei campi di sterminio e delle camere a gas.
Ecco, questo e' l'obiettivo prioritario della scelta sudafricana:
ottenere piena ammissione dell'orrore da parte dei criminali, provare al di
la' di ogni dubbio l'effettiva consistenza dell'abuso.
Nessuno potra' dubitare delle confessioni perche' i colpevoli hanno offerto
confessioni non influenzate dalla volonta' di sfuggire alla punizione.
E, a quanto pare, Mohammed IV sta proprio seguendo questa via ed e'
riuscito a portare gli abusi, le uccisioni e le torture al centro
dell'attenzione dell'opinione pubblica marocchina con dibattiti televisivi e
manifestazioni pubbliche.
Solo una societa' che e' capace di affrontare la coscienza dei crimini
contro l'Umanita', coinvolgendo la popolazione, puo' pensare di non
sperimentare nuovamente quegli orrori.
La filosofia della vendetta porta inevitabilmente a altre violenze come la
filosofia della rimozione.
Tito per proteggere l'unita' nazionale della ex Jugoslavia, cerco' di
cancellare la memoria dello sterminio di piu' di un milione di Serbi
avvenuto durante l'ultima guerra a opera dei Croati filonazisti. Questo
crimine taciuto ha covato sotto le ceneri per decenni prima di esplodere
nelle guerre jugoslave e nella frammentazione del paese.
Forse la via africana ci puo' dare speranze.

Jacopo Fo


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