Il mondo siede su due bombe: la crisi ambientale e quella sociale.
Dalla protesta a tutto campo alla proposta di un nuovo stile di vita che ci
induca a evitare i tanti sprechi che costellano la nostra quotidianità.
Intervista a Francesco Gesualdi.
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Nel tuo libro "Sobrietà" proponi una scelta apparentemente semplice e
comunque condivisibile, quella di uno stile di vita improntato alla sobrietà.
Ci puoi spiegare in breve la tua proposta?
La sobrietà è uno stile di vita, personale e collettivo, più parsimonioso, più
pulito, più lento, più inserito nei cicli naturali. La sobrietà è più un modo
di essere che di avere. E' uno stile di vita che sa distinguere tra i bisogni
reali e quelli imposti. E' la capacità di dare alle esigenze del corpo il
giusto peso senza dimenticare quelle spirituali, affettive, intellettuali,
sociali. E' un modo di organizzare la società affinché sia garantita a tutti
la possibilità di soddisfare i bisogni fondamentali con il minor dispendio di
risorse e produzione di rifiuti. In ambito personale, la sobrietà si può
riassumere in dieci parole d'ordine: pensare, consumare critico, rallentare,
ridurre, condividere, recuperare, riparare, riciclare, consumare locale,
consumare prodotti di stagione.
Naturalmente non dobbiamo limitarci a rivedere i nostri consumi privati, ma
anche quelli collettivi perché anche fra questi ce ne sono di dannosi e di
superflui. Di sicuro dovremo eliminare gli armamenti, ma dovremo anche
sprecare meno energia per l'illuminazione delle città, dovremo accontentarci
di treni meno veloci e meno lussuosi, dovremo costruire meno strade. Perfino
in ambito sanitario dovremo diventare più sobri affrontando la malattia non
solo con la scienza, ma anche con una diversa concezione della vita e della
morte, in modo da evitare l'accanimento terapeutico e l'eccessiva
medicalizzazione di eventi naturali come la vecchiaia.
Rinunciare al superfluo, ma anche ragionare più analiticamente su tutto ciò
che compone la nostra quotidianità, per la gente può sembrare uno sforzo
straordinario. E' molto difficile cambiare gli stili di vita e le
abitudini...
Dovremmo riflettere di più sui risvolti negativi del consumismo. Un aspetto
che non consideriamo mai è il tempo. Prima di tutto quello che passiamo al
lavoro per guadagnare i soldi necessari per i nostri acquisti. Prendiamo come
esempio l'automobile. Secondo un rapporto dell'Aci pubblicato nel gennaio
2004, mediamente il possesso dell'auto costa 4.414 euro all'anno. Qualcosa
come 500 ore di lavoro secondo i salari medi. Se ci aggiungiamo il tempo
passato nel traffico, quello che serve per cercare un parcheggio e per la
manutenzione, l'automobile assorbe ogni anno un migliaio di ore della nostra
vita. Se facciamo lo stesso calcolo per tutti gli altri beni ci accorgiamo
che viviamo per consumare. Consideriamo che di media ogni casa dispone di
10.000 oggetti, contro i 236 che erano in uso presso gli indiani Navajos. Per
ognuno di essi dobbiamo lavorare, recarci al supermercato, sceglierlo, fare
la coda alla cassa. Una volta a casa, dobbiamo pulirli, spolverarli,
sistemarli. Se consideriamo tutto, il superconsumo è un lavoro forzato che ci
succhia la vita.
Un altro aspetto da tenere presente sono i rifiuti. In Italia se ne producono
circa 120 milioni di tonnellate, di cui 90 industriali e 30 urbani. Ogni
individuo produce mezza tonnellata di rifiuti domestici all'anno e nove
tonnellate di gas serra. L'inquinamento atmosferico ha il difetto di essere
invisibile, mentre i rifiuti solidi li depositiamo per strada e li
dimentichiamo. Ma prima o poi ci presentano il conto. Il cambiamento del
clima è già una drammatica realtà. Potremmo continuare con le risorse. La
base biologica del pianeta, su cui poggia la nostra esistenza, si sta
assottigliando di giorno in giorno. L'acqua,le foreste, i pesci, i suoli sono
elementi già fortemente compromessi. Perfino le risorse minerarie danno segni
di scarsità. Primo fra tutti il petrolio per il cui controllo siamo tornati a
combattere guerre di tipo coloniale.
Nella tua proposta un ruolo importante viene assegnato all'ambito della
produzione locale, con una inedita rivalutazione di lavori e professioni di
tipo artigianale, in grado di sopperire a eventuali cali occupazionali. Ci
puoi spiegare meglio questo aspetto?
Apparentemente la sobrietà è solo una questione di stile di vita. In realtà è
una rivoluzione economica e sociale perché manda in frantumi il principio su
cui è costruito l'intero edificio capitalista. E' il principio della
crescita, invocato non solo dalle imprese, ma anche da chi si batte per i
diritti, in base al credo che senza crescita non può esistere sicurezza
sociale né piena occupazione. Fino ad oggi nessuno ha osato mettere in
discussione questo dogma e stiamo affogando nella nostra opulenza iniqua e
violenta. Ma se riuscissimo ad avere un'altra concezione del lavoro, della
ricchezza, della natura, della solidarietà collettiva, ci renderemmo conto
che è possibile costruire un'altra società capace di coniugare sobrietà,
piena occupazione e diritti fondamentali per tutti. In questa prospettiva
l'economia locale assume un ruolo centrale per tre ragioni.
La prima è di tipo energetico. Dobbiamo risparmiare carburante, perciò
dobbiamo avvicinare la produzione al consumo. Inoltre dobbiamo sfruttare
l'energia rinnovabile che per definizione è una risorsa diffusa da sfruttare
su base locale, addirittura individuale. Dovremo dire addio alle megacentrali
che producono energia elettrica per intere nazioni e dovremo abituarci ad un
pullulare di microcentrali che producono per le singole famiglie o per le
singole imprese. In altre parole dovremo trasformarci da consumatori in
prosumatori. Gente, cioè, che al tempo stesso produce e consuma in un
rapporto di scambio continuo con la rete, di cui a volte si è fornitori, a
volte fruitori.
La seconda ragione è di tipo ambientale. Un tempo, quando il pane era fatto
col grano del luogo, quando i pesci erano pescati nel fiume che attraversa la
città, quando ci si scaldava con la legna dei boschi circostanti, ci
prendevamo cura dei suoli, delle acque, dei boschi perché sapevamo che la
nostra vita dipendeva dalla loro integrità. Oggi, invece, che il nostro
benessere si fonda su oggetti comprati al supermercato e provenienti da
chissà dove, non ci preoccupiamo se i fiumi sono delle fogne, se i terreni si
impoveriscono o se scarseggia l'acqua per irrigare. Solo tornando ad avere un
rapporto intimo col nostro territorio capiremo quanto sia importante
prenderci cura di lui. Allora analizzeremo ogni collina per valutare se può
accogliere generatori a vento. Selezioneremo ogni rifiuto per evitare la
presenza di discariche disgustose. Cementificheremo il meno possibile per
rispettare i terreni agricoli. Ripuliremo ogni bosco per evitare incendi e
raccogliere meglio i suoi frutti. Doteremo ogni zona rurale di servizi
pubblici essenziali per trattenere la gente. Svilupperemo le coltivazioni
tradizionali e ogni possibile attività artigianale e manifatturiera in base
alle specificità del territorio.
La terza ragione è di tipo occupazionale. Oggi aspettiamo che siano le
multinazionali ad aprire delle fabbriche, che magari fanno funzionare con
semilavorati importati dall'altra parte del mondo, o ad avviare delle
piantagioni, che magari coltivano con semi geneticamente modificati. Ma le
multinazionali adottano la politica del mordi e fuggi: investono il meno
possibile e si fermano nello stesso posto finché ci sono risorse da
saccheggiare e manodopera da sfruttare. Poi se ne vanno, noncuranti dei
disastri ambientali e della disoccupazione che lasciano dietro di sé.
L'alternativa al caos disfattista delle multinazionali è il ritorno
all'economia locale. Le nostre regioni, con i loro boschi, i loro terreni, i
loro laghi, i loro fiumi, le loro pianure, le loro colline, i loro mari, le
loro spiagge, i loro pascoli, i loro saperi, conservano tesori nascosti che
potrebbero garantire un'occupazione stabile a tantissima gente. Si tratta
solo di valorizzarli garantendo ovunque i servizi essenziali come la scuola,
la sanità di base, le comunicazioni, l'assistenza tecnica affinché la vita
possa essere dignitosa anche nei luoghi più remoti. E naturalmente si tratta
di garantire uno sbocco di mercato, sicuro, intramontabile. E' il mercato
locale sostenuto da una nuova consapevolezza dei consumatori e da adeguate
leggi e misure fiscali.
Nel libro, accenni al ruolo importante che dovrebbe giocare lo stato. Una
sorta di nuovo welfare, incentrato sull'accudimento e l'aiuto svolto dalle
comunità locali per permettere il mantenimento di strutture di utilità
sociali quali ad esempio gli ospedali e le scuole. Ci puoi spiegare meglio
questo aspetto? Questa tua consapevolezza deriva forse dalle esperienze
attuate dalle banche del tempo, già presenti sul territorio nazionale e non
solo?
Preferisco parlare di comunità, piuttosto che di stato. Lo stato è un concetto
di tipo mercantile. E' un corpo a se stante a cui si chiedono servizi in
cambio di tasse. Pur essendo di tutti, non te lo senti tuo, perché il
rapporto è mediato esclusivamente dal denaro. Invece dobbiamo recuperare
l'idea di comunità, un gruppo sociale di cui ci si sente parte ntegrante,
perché si hanno legami che vanno oltre il denaro. Sostengo questa posizione
non solo per una questione di democrazia e di partecipazione, ma anche di
efficienza. Oggi i bisogni sociali sono così vasti che ci vorrebbe un
esercito per soddisfarli. Per di più i governi trovano mille pretesti per
tagliare le spese sociali. Ed è uno scandalo. Ma neanche l'economia più forte
potrebbe raccogliere tasse sufficienti per pagare gli stipendi a centinaia di
migliaia di operatori. Meno ancora ne potrebbe raccogliere un'economia che si
ispira alla sobrietà. L'alternativa è la partecipazione diretta ai servizi da
parte dei cittadini. La tassazione del tempo, invece della tassazione del
reddito. Del resto, in ambito sociale non ci vogliono sempre dei
professionisti con anni di studio sulle spalle. In molti casi basta la
piccola solidarietà diffusa a livello di quartiere. Nel caso degli anziani
basterebbe che le famiglie di ogni condominio si facessero carico delle due o
tre coppie non più autosufficienti. Che si organizzassero a turno per
preparare i pasti, per tenere le loro case in ordine, per fare la spesa, per
aiutarli a farsi il bagno. In una parola basterebbe riattivare la politica
del buon vicinato in uso nei caseggiati di una volta. Riattivarla e
riconoscerla come servizio sociale. Lo stesso riconoscimento che andrebbe
dato al lavoro svolto fra le mura di casa. I figli sono il fondamento del
domani ed è interesse di tutti che crescano sani, equilibrati e ben educati.
Il patto fra comunità e cittadini potrebbe essere semplice. Ogni adulto mette
a disposizione 10 giorni al mese, o quello che sarà, e in cambio si aggiudica
il diritto, per sé e i propri familiari, ad accedere, gratis, a tutti i
servizi pubblici. Non più ticket sulla sanità. Non più tasse di iscrizione a
scuola. Non più biglietti per gli autobus di città e per i treni
interregionali considerati trasporti essenziali. Ma un'economia pubblica che
si rispetti dovrebbe produrre anche energia elettrica, dovrebbe gestire
acquedotti e fogne, dovrebbe produrre alimenti di base, dovrebbe produrre
vestiario essenziale e molti altri prodotti di prima necessità. Dunque il
patto dovrebbe anche includere il pagamento, ad ogni membro della comunità,
di un assegno mensile per l'acquisto dei beni e servizi essenziali
acquistabili in quantità variabili. Una sorta di reddito di esistenza, di
reddito di cittadinanza garantito a tutti, abili e inabili, uomini e donne,
ricchi e poveri, dalla culla alla tomba. Con un colpo solo risolveremmo anche
il problema delle pensioni che oggi viene fatto passare come la rovina della
società. A prima vista, l'idea della partecipazione diretta ai servizi
pubblici può sembrare bizzarra, ma pensandoci bene non è una grande novità.
Un rapporto pubblicato dalle Acli nel giugno 2003, ci rivela che il 50% degli
italiani si impegna nel volontariato. Chi per imboccare gli ammalati, chi per
spegnere gli incendi, chi per ripulire le spiagge, chi per raccogliere
feriti, chi per servire la minestra nella mensa dei poveri. E il volontariato
cos'è, se non un servizio gratuito messo a disposizione della collettività?
Come intendi il rapporto tra piano globale e locale?
Per regioni di sostenibilità, di partecipazione e di democrazia, sono convinto
che dobbiamo valorizzare il locale sul globale. Ma ciò non significa
opposizione a qualsiasi accordo planetario. Proprio chi ha a cuore le sorti
del pianeta insiste sulla necessità di un livello decisionale mondiale. Il
problema è per che cosa e da parte di chi. Il sistema lavora in maniera
autoritaria per un ordine mondiale al servizio delle multinazionali e dei
paesi forti. Noi vogliamo lavorare in maniera democratica per un ordine
mondiale al servizio dell'equità, dei diritti, della pace, dei beni comuni.
Il sistema stipula accordi per garantire l'espansione degli affari. Noi
vogliamo accordi per garantire un uso equo delle risorse, per proteggere il
clima, i mari, le foreste, per garantire relazioni economiche rispettose dei
diritti dei deboli. Se qualcuno pensa di potere fare politica senza occuparsi
del globale è sconfitto in partenza. Ma si può fare politica globale proprio
partendo dal locale. Molti accordi stipulati in seno all'Organizzazione
Mondiale del Commercio (WTO) hanno una ricaduta capillare che condiziona
anche le scelte delle amministrazioni comunali e regionali. Basti pensare
all'Accordo sui servizi. Se questo accordo verrà perfezionato, diventerà
obbligatorio lasciare il libero ingresso alle multinazionali in servizi di
utilità pubblica come gli acquedotti, la sanità, la pubblica istruzione e
financo la viabilità.
Ma c'è un modo per impedire a questo accordo di essere attuato. La via si
chiama disobbedienza civile. Se i comuni si rifiutassero di procedere alle
privatizzazioni si creerebbe una pressione molto più efficace di qualsiasi
manifestazione di piazza che obbligherebbe il Governo e il Parlamento a
riconsiderare il trattato sui servizi. Ecco l'importanza di partecipare alla
vita pubblica locale in tutti i modi possibili: la presenza nei consigli
comunali, le attività di sensibilizzazione popolare, le campagne di pressione
nei confronti dell'Amministrazione. La parola d'ordine oggi deve essere
azione contemporanea a tutti i livelli nei confronti di tutti i poteri, con
due strategie: la resistenza e la desistenza. Frughiamo nella nostra fantasia
per non lasciare niente di intentato.
Dal Capitolo 1, Squilibri scandalosi.
Una volta tanto svègliati dall'apatia e imponiti un sussulto di dignità.
Scrollati di dosso la scimmia dell'indifferenza. Liberati dalle frivolezze
della televisione. Vai oltre il provincialismo imposto dalla grande stampa.
Dai un calcio alla retorica del nazionalismo, del patriottismo, del
militarismo e altri rigurgiti fascisti. Torna a pensare con la tua testa e
guarda il mondo in faccia in tutta la sua realtà. Allora scoprirai che
l'umanità sta vivendo il più grave scandalo della sua storia. Mai ha prodotto
tanta ricchezza, mai ha creato tanta povertà. Poveri in casa dei ricchi Che
viviamo in un mondo ricco, non abbiamo bisogno che ce lo raccontino. Basta
guardarci allo specchio, mettere la testa nei nostri guardaroba, nei nostri
frigoriferi, nei nostri garage, nelle nostre pattumiere. Se facessimo
attenzione al nostro stile di vita ci renderemmo conto di vivere addirittura
nell'opulenza e nello spreco. Ignoriamo, però, che è una condizione di
privilegio riservata a pochi.
La povertà sta entrando a passi da gigante anche nelle nostre società opulente
e non colpisce solo gli immigrati clandestini, ma i nostri stessi
connazionali. Le statistiche ci dicono che in Italia la povertà riguarda
quasi il 12% della popolazione per un totale di sette milioni di persone. Ma
la Cgil ritiene che siano molti di più perché, ci avverte, ci sono tre
milioni di lavoratori che guadagnano meno di ottocento euro al mese e altri
tre che ne guadagnano meno di mille.
Nella vecchia Europa dei quindici, i poveri sono 55 milioni pari al 14% della
popolazione, mentre negli Stati Uniti sono 49 milioni e nell'Europa dell'Est
addirittura 157 milioni. Sommati a quelli del Giappone e dell'Australia fanno
283 milioni, pari al 23% della popolazione dei paesi industrializzati.
Per chi la vive, la povertà non ha bisogno di molti aggettivi. Ma chi la
studia ha bisogno di sezionarla, misurarla, classificarla. Per esempio, la
povertà che si incontra nella nostra parte di mondo è definita povertà
relativa per indicare che è il risultato di un confronto. Più precisamente,
si considera povero chiunque sia nell'impossibilità di andare oltre il 50%
dei consumi medi. Un caso è rappresentato dalle famiglie di due persone con
entrate inferiori agli ottocentosettanta euro al mese.
La categoria dei poveri è molto vasta e comprende disoccupati, anziani con
pensioni insufficienti, bambini senza famiglia, malati psichici abbandonati.
Alcuni si trovano in condizione di povertà strisciante, mentre altri fanno
addirittura la fame. La Fao, l'agenzia delle Nazioni unite per l'agricoltura,
ci ricorda che nel mondo opulento ben dieci milioni di persone soffrono la
fame. Camminando per le città, capita anche a noi di vedere senzatetto che
frugano nei bidoni della spazzatura in cerca di avanzi di cucina. Ma al colmo
del paradosso, la povertà si manifesta anche con il volto dell'obesità,
sintesi perfetta di quattro privazioni: la mancanza di istruzione, la
mancanza di senso critico, la mancanza di dignità e la mancanza di denaro.
L'obesità è emblema del consumismo a buon mercato di chi può ingozzarsi solo
di cibo spazzatura confezionato con le peggiori porcherie salvacosti.
{ Fonte:http://www.zivago.com/SchedaLibro?id_volume=5000369 }