Più che una notizia, sembra una barzelletta: Vittorio Sgarbi entra nel
centrosinistra per fare il sottosegretario nell'eventuale governo Prodi.
L'ha annunciato lui stesso (Sgarbi, non Prodi) al Corriere: "Con Prodi ci
siamo parlati, mi ha detto che è d'accordo". Sia chiaro che noi,
all'ennesimo trasloco del pacato ed equilibrato critico d'arte, non
crediamo. Ma qui non si può fare una battuta che subito qualcuno la prende
per un suggerimento. E allora, nella malaugurata eventualità, ecco un breve
promemoria. Vita e opere del Gondrand della politica italiana.
Agli albori della carriera, fine anni 80, il giovane Sgarbi flirta con
il Pci di Pesaro. Poi s'intruppa come indipendente nelle liste del Psi, per
fare il sindaco a San Severino Marche. Alla fine riesce persino a guidare un
monocolore Dc. Poi nel '90 entra in Parlamento, nelle liste del Pli. Dura un
paio d'anni, poi arriva Mani Pulite e crolla tutto. Con agile guizzo,
Vittorio Zelig tenta l'aggancio con Bossi, agevolato dal celebre "Forza
Etna" urlato per invocare la distruzione degli antiestetici paesini sulle
pendici del vulcano. Memorabile il suo colloquio col Senatur, in un camerino
della Fininvest: "Grandissimo Umberto, sei l'unico che porta avanti le idee
liberali, che dice cose sensate". Ma Bossi non apprezza e si lascia sfuggire
il Genio ferrarese. Che nel frattempo è sgattaiolato alla corte del
Cavaliere, come misurato opinionista televisivo e candidato alla Camera per
Forza Italia. Bossi, da grandissimo liberale, diventa "scemo", "tordo
tonto", "ladro" e "razzista".
Dell'inossidabile coerenza sgarbiana fa le spese anche Berlusconi:
appena eletto grazie a Forza Italia, Vittorio Gondrand lascia il partito e
s'iscrive al gruppo misto. Ma continua a difendere i martiri della
malagiustizia (Andreotti, Craxi, De Lorenzo, Berlusconi, Previti,
Dell'Utri...) e a insultare i magistrati. Famoso un suo comizio a Palmi:
"Ripetete con me: affanculo il procuratore Cordova!". Dal pulpito armato di
"Sgarbi quotidiani", vomita improperi contro il pool di Milano
("Assassini!") e di Palermo. Per lui il "vero mafioso" è Gian Carlo Caselli,
"una vergogna della magistratura italiana, un colonnello greco, un
fascista...I suoi atti giudiziari hanno portato alla morte" (8-12-94).
Bastona chiunque si metta di traverso sulla strada del Cavaliere. Il
presidente della Repubblica Scalfaro è "una scoreggia fritta". Indro
Montanelli "è un vigliacco, uno che ha tradito, fascista, razzista,
antisemita. Sempre fascistissimo, nero come la pece! Un modesto giornalista,
il più mediocre storico italiano. Adesso, fascista ancora, è guardato con
tenerezza e ammirazione dalla sinistra che gli si è attaccata solo perché
traditore... È il solito vecchio fascista che, nella sua turpe vecchiaia,
sputa con impudicizia nel piatto in cui ha mangiato" (31-3 e 29-7-94). Il 7
aprile '95, sempre a "Sgarbi quotidiani", addita Caselli come il mandante
morale dell'omicidio di don Pino Puglisi. La prova? Una lettera anonima che
lui legge integralmente, senza neppure precisare che è anonima: anzi, dice
con fare circospetto che non può rivelarne l'autore. Nel dicembre '95 fonda
il Partito Federalista con Gianfranco Miglio, poi non se ne sa più nulla.
Nel febbraio '96 partorisce la Lista Pannella-Sgarbi, cui aderiscono subito
statisti del calibro di Idriss e Don Backy, e annuncia il divorzio da Forza
Italia. Poi divorzia da Pannella e rientra precipitosamente in Forza Italia
per trovare un posto sicuro in lista e in Parlamento. Lì rimane, fra alterne
vicende, fino a due anni fa, quando compare a "Otto e mezzo" per annunciare
che il ministro dei Beni Culturali, l'odiato Giuliano Urbani, avrebbe
un'amante e per descriverne minuziosamente le prestazioni. Lo cacciano da
sottosegretario e l'impresa traslochi Sgarbi & C. riapre i battenti. Fonda
con Giorgio La Malfa il Partito della Bellezza, subito abortito per mancanza
di belli. Allora abborda il bel Mastella, che ha appena imbarcato Pomicino,
ma non se ne fa nulla. Ora, dice,"ho deciso di puntare sulla Sbarbati".
Repubblicani europei (Fed). Avendo una condanna definitiva per falso e
truffa aggravata e continuata ai danni dello Stato (in due anni di "lavoro"
alla Sovrintendenza di Venezia si presentò in ufficio due giorni, risultato:
6 mesi e 10 giorni di reclusione) e qualche centinaio di processi per i suoi
insulti a destra e a sinistra, ha un problema piuttosto impellente:
conservare l'immunità parlamentare. Il solito idealista.
{Autore: Marco Travaglio - Fonte: l'Unità}