La situazione attuale e il ruolo dell'Europa

Ad un mese dalla Conferenza Ministeriale della Wto di Hong Kong, si 
moltiplicano i segnali negativi sull'andamento dei negoziati. Anche l'ultima 
riunione ristretta, convocata per cercare di superare in extremis le profonde 
divergenze tra i paesi membri della Wto, si è conclusa con un nulla di fatto. 
Le posizioni appaiono ancora molto lontane, in primo luogo in materia di 
agricoltura. 
In questo negoziato l'Unione Europa è sotto accusa per le sue offerte, 
giudicate insufficienti dal Brasile e da altri grandi paesi del Sud riuniti nel 
G20, mentre nello stesso tempo, sul fronte interno, paesi come la Francia 
accusano il Commissario Europeo Mandelson di avere già offerto troppo. 
Contemporaneamente la stessa Europa mantiene un atteggiamento estremamente 
aggressivo nei negoziati NAMA e GATS, spingendo per una maggiore 
liberalizzazione, rispettivamente delle tariffe sui prodotti industriali e dei 
servizi.


Nuove modalità nel negoziato GATS

Nel GATS, in particolare, non è solo il contenuto delle richieste europee e di 
alcuni altri paesi occidentali a preoccupare, ma in misura forse ancora 
maggiore desta scalpore il metodo adottato per cercare di fare avanzare il 
negoziato. Nei mesi scorsi l'UE ha proposto diversi documenti più o meno 
ufficiali per superare la presunta immobilità e la scarsità di offerte di 
liberalizzazione sui servizi della maggioranza degli altri paesi membri della 
Wto, e dei paesi del Sud in particolare. 
Secondo le ultime proposte, chiamate con il solito eufemismo "nuove modalità 
negoziali", ogni paese membro sarebbe obbligato a fare un numero minimo di 
offerte (aspetti quantitativi) e ad impegnarsi in ognuna per un livello fissato 
di liberalizzazione (aspetti qualitativi). In pratica, contro la tante volte 
sbandierata flessibilità dell'accordo GATS, ogni paese membro della Wto sarebbe 
costretto ad aprire molti dei suoi servizi al libero mercato, rinunciando a 
diverse tutele e leggi adottate nell'interesse dei propri cittadini.


Gli interessi europei

Non a caso, nella sua proposta l'Unione europea insiste sulla necessità di 
concentrarsi sulla modalità del GATS che riguarda la "presenza commerciale". 
Questo aspetto del negoziato regola i diritti ed i doveri delle imprese che 
vogliono investire in un altro paese membro della Wto, ossia gli investimenti 
esteri nel settore dei servizi.
La posta in gioco è effettivamente enorme: oggi molti paesi del Sud prevedono 
ad esempio che, in caso di investimenti esteri da parte di un impresa, una 
parte dei profitti debba essere reinvestita nel paese stesso, oppure che una 
certa parte della forza lavoro sia locale, oltre a tutta una serie di normative 
redatte a tutela dello sviluppo e della sovranità locali. La liberalizzazione 
degli investimenti permetterebbe di rimuovere questi vincoli e garantirebbe 
alle multinazionali il diritto di agire in completa autonomia.
Questo significa aumentare l'accesso ai mercati del Sud per i prodotti delle 
imprese occidentali, ma soprattutto la possibilità per queste imprese di 
delocalizzare la propria produzione, investendo liberamente nei paesi con le 
minori tutele ambientali e sociali e senza vincoli di sorta, in modo da ridurre 
i costi di produzione. Questo metodo ha già oggi innescato una corsa verso la 
competitività a livello globale, che si traduce in una corsa verso il fondo per 
quanto riguarda i diritti umani, sociali, dei lavoratori e la tutela 
dell'ambiente. 


Il nuovo metodo del consenso

Nei giorni scorsi la Sessione Speciale del Consiglio sul Commercio nei Servizi 
della Wto, guidato dal messicano Fernando de Mateo, ha provato a stendere una 
prima bozza di quello che dovrebbe essere il testo sull'accordo GATS da 
presentare ad Hong Kong. Le proposte avanzate dall'UE e da pochi altri paesi in 
merito alle "nuove modalità negoziali" erano presenti nella prima bozza del 
testo, malgrado l'opposizione di molti paesi del Sud. Queste proposte non 
figuravano nemmeno tra parentesi quadre, come vengono solitamente presentate, 
in tutte le bozze della Wto, quelle parti di testo ancora da discutere e sulle 
quali non c'è accordo. 
Ricordiamo che nella Wto vige, in linea teorica, il metodo del consenso, in 
base al quale una proposta non può essere approvata se non c'è il consenso 
esplicito di tutti i paesi membri. Al contrario, le proposte avanzate da alcuni 
paesi del Sud circa la possibilità di implementare misure di salvaguardia su 
alcuni servizi essenziali per esentarli dalle ferree regole del GATS (Emergency 
Safeguard Mechanism) figuravano ovviamente tra parentesi quadre. 
Di fronte alle proteste dei delegati del Sud, il Presidente Mateo ha dichiarato 
che non avrebbe modificato le parti non in parentesi quadre, e quindi 
definitive, a meno che non ci fosse il consenso di tutti i paesi membri. Si 
tratta dell'ultima, incredibile trovata della Wto: il metodo del consenso, che 
era sempre stato un vanto della presunta democrazia della Wto, viene 
completamente ribaltato, nel senso che le proposte di pochi paesi vengono 
considerate definitive a meno di un accordo di tutti i paesi membri della Wto - 
inclusa la stessa Unione Europea che ha avanzato la proposta - nel rimuoverle.
Viene da domandarsi in quale altro luogo, dai parlamenti alle riunioni di 
condominio, può avvenire che una proposta di un singolo membro sia considerata 
come approvata nel momento stesso in cui è avanzata, a meno che non siano tutti 
d'accordo per bocciarla - a partire da chi ha avanzato la proposta stessa! 


Il tutto per tutto ad un mese da Hong Kong

In questa situazione, non stupisce che molti paesi del Sud siano sempre più 
esasperati e critici sulla possibilità di ottenere un qualche accordo 
favorevole ad Hong Kong. Il problema di fondo diventa ancora una volta quello 
dei rapporti di forza tra i diversi paesi, con il rischio concreto che i più 
deboli debbano nuovamente accettare degli accordi assolutamente sbilanciati e 
sfavorevoli nella speranza di elemosinare qualche briciola.
Ad un mese dalla Conferenza Ministeriale, l'approccio ai negoziati sembra 
ridursi a pochissimi temi che ruotano intorno all'idea di accesso al mercato. 
La Wto sta mostrando in questi giorni quanto sia vuota la retorica e la 
demagogia di un round negoziale chiamato quattro anni fa "Agenda per lo 
Sviluppo". 
I giganti occidentali e le nuove potenze del Sud si stanno giocando il tutto 
per tutto nel tentativo di portare a casa qualcosa dall'incontro cinese. I 
tempi stringono e le divergenze sono ancora molto ampie. Per questo anche le 
briciole per i paesi più poveri rimangono fuori dai negoziati. Non si parla 
praticamente più della possibilità di concedere un trattamento speciale e 
differenziato ai paesi più poveri - richiesta che questi ultimi avanzano 
inutilmente da dieci anni; non si parla più dell'emergenza cotone, che vede 
milioni di piccoli contadini in Africa Occidentale strangolati dagli enormi 
sussidi all'export degli Usa; non si è mai parlato della necessità di 
bilanciare il ruolo e le competenze della Wto rispetto a quello delle Agenzie 
specializzate dell'ONU che si occupano di ambiente, di diritti dei lavoratori o 
di sviluppo. 
L'obiettivo unico ad Hong Kong è quello di garantire un ulteriore accesso al 
mercato in tutti i settori per le imprese multinazionali, e di fissare 
definitivamente il predominio del libero commercio sui diritti dei popoli e 
sull'ambiente. 
Se questa è la direzione verso cui si stanno muovendo la Wto ed il commercio 
internazionale, forse una crisi profonda che porti a ripensare l'intero sistema 
sarebbe più che salutare. Ad Hong Kong è necessario invertire la rotta. Per 
questo sono sempre di più le organizzazioni di tutto il mondo che si sono date 
appuntamento in Cina a dicembre, riprendendo lo slogan che ha caratterizzato 
l'ultima conferenza Ministeriale di Cancun nel settembre 2003: nessun accordo è 
meglio di un pessimo accordo.



{Autore: Andrea Baranes - Fonte: Tradewatch - 14 novembre 2005}

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