Beppe Grillo e mille aficionados del suo blog si sono autotassati per 48
mila euro più Iva e ieri hanno acquistato una pagina dell'International
Herald Tribune per informare il mondo di un fatto piuttosto singolare,
almeno per i non italiani: la presenza nel nostro Paese di 23 pregiudicati
(per via di condanne o patteggiamenti definitivi) fra il Parlamento italiano
e quello europeo. Grillo & C. domandano se esista sulla terra un altro paese
con usanze analoghe, in vista di un eventuale gemellaggio. Né l'Herald
Tribune né alcun'altra testata ha voluto pubblicare i nomi dei Magnifici
Ventitrè, forse pensando a una provocazione satirica. Invece è tutto vero. I
nomi sono comunque reperibili su www.beppegrillo.it Eccoli, in ordine
alfabetico: Berruti (FI), Biondi (FI), Bonsignore (Udc), Bossi (Lega Nord),
Cantoni (FI), Carra (Margherita), Cirino Pomicino (Dc), Dell'Utri (FI), Del
Pennino (FI), De Michelis (Psi), De Rigo (FI), Frigerio (FI), Galvagno (FI),
Jannuzzi (FI), La Malfa (Pri), Maroni (Lega Nord), Rollandin (Union
Valdotaine-Ds), Sgarbi (ex-FI, passato all'Unione), Sodano (Udc), Sterpa
(FI), Tomassini (FI), Visco (Ds), Alfredo Vito (FI). I reati sono i più
vari, dalle corruzioni di Pomicino e De Michelis all’abuso edilizio di
Visco. Nella fretta Grillo ha dimenticato Rocco Salini (ex FI, ora Udeur) e
ha volutamente omesso i condannati non definitivi e i miracolati dalla
prescrizione: nel qual caso si toccherebbe quota 100. Strano che se ne
occupino solo i comici. Parafrasando una fortunata pubblicità progresso sui
cassonetti di Milano: «Il Parlamento è anche tuo, aiutaci a tenerlo pulito».
Conosciamo l'obiezione. Nessuna legge impedisce a quei 23+1 di sedere in
Parlamento. Né ai partiti di candidare pregiudicati (anche se non è ancora
obbligatorio). Infatti la legge impone la sospensione dei pubblici
amministratori imputati e la radiazione dei condannati, ma solo per Comuni,
Province e Regioni, non per il Parlamento e nemmeno per il governo: forse
perché la legge l'ha fatta il Parlamento. Càpita però ogni tanto che il
condannato sia pure interdetto dai pubblici uffici e dal diritto di voto
attivo e passivo. È il caso del leggendario Gianstefano Frigerio da Cernusco
sul Naviglio, l'ex segretario della Dc lombarda condannato tre volte in via
definitiva per svariate mazzette (pagate fra l'altro da Paolo Berlusconi),
dunque candidato ed eletto alla Camera per Forza Italia nel 2001, dunque
promosso responsabile dei Dipartimenti di FI, della commissione Difesa e
della delegazione parlamentare presso la Nato, nonché editorialista del
Giornale di Paolo Berlusconi.
Come rivela l'Espresso, Frigerio è interdetto dal diritto elettorale fino al
3 agosto 2009: non può nemmeno avvicinarsi a un seggio. Il che non
gl'impedisce di votare ogni giorno alla Camera. Tutte le leggi vergogna
degli ultimi anni sono passate anche con il suo contributo. Un caso unico al
mondo: un deputato interdetto dal voto che decide sulle più importanti leggi
dello Stato. L'ha scoperto a maggio il Comune di Cernusco quando, in vista
dei referendum sulla fecondazione, ha chiesto al Tribunale di Milano lo
stato di esecuzione pena dell'illustre concittadino. Risposta: Frigerio è
stato condannato a 6 anni e 5 mesi per concussione, corruzione,
ricettazione, finanziamento illecito. Interdetto per 5 anni, non può votare
al referendum pro o contro la legge sulla fecondazione che peraltro aveva
votato alla Camera.
La sua è una storia strappalacrime. Nel 2001, visto che i milanesi si
ricordavano ancora di lui, si candidò in Puglia, e per camuffarsi meglio si
cambiò pure il nome sulla scheda: Carlo invece di Gianstefano. Se ne accorse
Di Pietro, passando da quelle parti. Ma lo pseudo-Carlo non riuscì nemmeno a
metter piede a Montecitorio per la foto di rito: il 31 maggio, mentre Casini
inaugurava la nuova Camera, i carabinieri andavano ad arrestarlo. Prima agli
arresti ospedalieri, per un presunto malore agli occhi, poi ai domiciliari
grazie a un ricalcolo della pena, nel 2002 Frigerio veniva affidato in prova
ai servizi sociali. Il giudice gli chiese dove intendesse rieducarsi. Lui
rispose: «In Parlamento». Ottenne così il permesso di recarsi alla Camera,
ma solo 4 giorni al mese. Vista la compagnia, la sua devianza rischiava di
accentuarsi. Intanto, sul sito della Camera, il riquadro riservato al suo
volto restava desolatamente vuoto. Metterci la foto segnaletica o le
impronte digitali pareva brutto.
{Autore: Marco Travaglio}