15 Febbraio 2006
L'Ultimo apra la porta Marco Travaglio Ragion di Stato» e «altre sedi». Sono le parole chiave della requisitoria dei pm di Palermo che l'altroieri hanno messo la parola fine, per quanto riguarda l'accusa, al processo al generale Mori e al capitano De Caprio (alias «Ultimo») per la mancata perquisizione del covo di Riina poche ore dopo l'arresto del boss il 15 gennaio 1993. Un processo che è un caso di scuola per distinguere le responsabilità penali da quelle morali, politiche e istituzionali. Sul piano penale, i pm Ingroia e Prestipino hanno chiesto al Tribunale di assolvere i due ufficiali dal favoreggiamento a Cosa Nostra e di dichiarare commesso ma prescritto l'altro favoreggiamento: quello che consentì ai mafiosi della famiglia Sansone, che avevano in carico la latitanza di Riina, di portar via la moglie e i 4 figli del capomafia, di svuotare l'appartamento da cima a fondo, di farlo ritinteggiare e ristrutturare, il tutto nella certezza di non esser arrestati, né filmati, nè osservati. Ma a ben guardare, sul piano penale, il processo nasceva morto: quando i primi pentiti parlarono dei torbidi retroscena di quella clamorosa defaillance del Ros era già il 1997 e non c'era più tempo per celebrare tre gradi di giudizio prima che scattasse la prescrizione per il favoreggiamento semplice. Salvo dimostrare che Mori e Ultimo non perquisirono il covo per fare un favore alla mafia. Il che è indimostrabile. Anzi, come han detto i pm, quella scelta non fu fatta per «ragion di mafia», ma per «ragion di Stato». Traduzione: un possibile servizio reso a quei pezzi di Stato che avevano «trattato» con Cosa Nostra durante e dopo le stragi di Capaci e via d'Amelio, dunque potevano temere che il blitz portasse alla luce qualche traccia di quell'inconfessabile trattativa. Titolo del film: «Non aprite quella porta». Giornalisticamente, ci sono elementi sufficienti per avanzare questo sospetto. Si sa che le trattative ci furono. Ma, penalmente, non possono essere attribuite con certezza a questo o quell'imputato. Bene han fatto i pm a tener fuori dal tribunale ciò che non è documentalmente dimostrato, limitandosi a evocare la «ragion di Stato». Ma, mentre si chiude la questione penale, il caso non si chiude, anzi si apre sul piano politico, istituzionale e anche morale. Non ci sono solo le aule di giustizia per accertare la verità, come ha ricordato Antonio Ingroia evocando le «altre sedi» che, 13 anni dopo, dovrebbero finalmente fare chiarezza. O almeno liberare gli ufficiali dall'imbarazzante consegna del silenzio che li ha costretti per anni ad arrampicarsi sugli specchi con versioni risibili o fasulle, che han reso quella scelta investigativa vieppiù incomprensibile e sospetta. È assurdo sostenere, come fanno Mori e Ultimo, che mantenere il servizio di osservazione e di teleripresa dinanzi al covo dopo la cattura di Riina era ormai «impossibile» e comunque «non sarebbe servito a nulla». Anche perché le due affermazioni si contraddicono l'una con l'altra. Se davvero era impossibile restare lì davanti a osservare e filmare quel che avveniva nella casa del boss appena arrestato, anche un bambino imbranato l'avrebbe subito perquisita, prima di andarsene. E oggi, se Riina teneva carte importanti in cassaforte, queste sarebbero in mano allo Stato, anziché alla mafia di Bernardo Provenzano, che potrebbe usarle come assicurazione sulla vita. Se invece l'appostamento fu annullato perché ritenuto inutile, chi prese quella decisione meriterebbe una perizia psichiatrica, visto che restando lì si sarebbero potuti avvistare, e dunque catturare, i fratelli Sansone e i loro uomini, cioè i favoreggiatori di Riina. I quali invece agirono indisturbati, svuotando la casa e scampando all'arresto. Se il tribunale accoglierà la richiesta dell'accusa, non sarà un'assoluzione, come immancabilmente racconteranno tg e gran parte dei giornali. Ma conterrà una prescrizione per un reato commesso. E, chiuso il processo, bisognerà chieder conto non più ai due ufficiali, che presumibilmente obbedirono a ordini superiori. Ma a chi (le «altre sedi») quegli ordini impartì e poi nascose la mano. La «ragion di Stato», se può essere un'attenuante per i due ufficiali, è un'aggravante per lo Stato. Da quello Stato (che nel '92-'93 non si chiamava ancora Berlusconi) i parenti delle vittime delle stragi attendono da 13 anni una risposta. Semprechè esista ancora uno Stato. BANANAS 16 Febbraio 2006 Codice a sbarre Marco Travaglio Si fa sempre più avvincente la caccia ai candidati «impresentabili». Anche perché ciascuno ha un concetto decisamente soggettivo del significato di «impresentabilità». Per il cavalier Winston Cristo (per brevità, W.C.) e i suoi discepoli, impresentabili sono tutti quelli che presenta il centrosinistra (tipo Gerardo D'Ambrosio che, non contento di non aver mai rubato, pretendeva pure di arrestare i ladri). Un po' più circoscritto il ragionamento di Piercasinando e della sua pròtesi Lorenzo Cesa: secondo costoro è impresentabile tanto il poliziotto abusivo Gaetano Saya - quello che minaccia di «spazzare via» Furio Colombo, far chiudere l'Unità, eliminare «arabi, pederasti e invertiti» - quanto Vladimir Luxuria che, come osserva Maria Novella Oppo, ha il solo torto di truccarsi un po' meno di Bellachioma. Non è impresentabile, invece, Totò Cuffaro, rinviato a giudizio per favoreggiamento alla mafia e subito presentato (anzi, ripresentato) dalla Casa Circondariale delle Libertà come governatore di Sicilia. Non lo è, si presume, nemmeno l'onorevole Remo Di Giandomenico, Udc, che il Gip di Termoli ha chiesto al Parlamento di poter arrestare per corruzione, concussione, abuso d'ufficio e associazione per delinquere. Più che presentabile anche Calogero Mannino, condannato in appello per mafia: poi la Cassazione ha annullato la sentenza chiedendo alla Corte d'appello di motivare meglio, ma la Corte d'appello non potrà più farlo perché la Pecorella-2, riveduta e scorretta, abolisce anche quel processo. Così Mannino, innocente per legge, potrà essere candidato. E si suppone che, per Lorenzo Cesa, non sia impresentabile nemmeno Lorenzo Cesa, condannato nel 2001 dal Tribunale di Roma a 3 anni e 3 mesi per corruzione aggravata nel processo su 35 miliardi di tangenti ai partiti per gli appalti Anas, condanna poi annullata nel 2003 perché il pm aveva avuto la bella idea di rioccuparsi del caso come gup. Naturalmente sono presentabilissimi gli onorevoli Cesare Previti (condannato a 12 anni in appello per tangenti a un paio di giudici) e Marcello Dell'Utri (condannato dalla Cassazione a 2 anni per false fatture e frode fiscale, dal Tribunale di Palermo a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa e dal Tribunale di Milano a 2 anni per estorsione in concorso con il boss mafioso trapanese Vincenzo Virga). Infatti verranno candidati entrambi, possibilmente in prima fascia. L'idea, poi, che sia impresentabile un signore amnistiato per falsa testimonianza, prescritto per quattro falsi in bilancio e due corruzioni giudiziarie, imputato per frode fiscale, appropriazione indebita, falso in bilancio, corruzione giudiziaria e salvato da un sesto falso in bilancio grazie a una legge che porta il suo nome, non sfiora nessuno. Anche perché costui si chiama Silvio Berlusconi, in arte W.C, ed è la reincarnazione di Napoleone. Molto presentabile è pure Massimo Mallegni, il sindaco forzista di Pietrasanta amico del cardinal Pera testè arrestato per 51 episodi delittuosi che i giudici qualificano come «associazione per delinquere finalizzata alla commissione di truffe aggravate, corruzione, estorsione, abuso d'ufficio, falso in atto pubblico e voto di scambio». L'uomo che, nelle telefonate intercettate, minacciava i vigili urbani che indagavano su di lui in perfetto dolce stil novo: «Agli altri gli faccio il culo senza dirglielo, a lei glielo dico», «Noi gli facciamo passare la voglia di fare il vigile», «Vi agguanto uno alla volta», «Ora lo purghiamo bene, una bella purghina». L'altro giorno, dal carcere di Lucca dove momentaneamente risiede, Mallegni s'è dimesso da sindaco. Ma il suo avvocato Luca Saldarelli ha così spiegato i nobili motivi della dolorosa rinuncia: «Si tratta di dimissioni tecniche per offrire la sua disponibilità a essere candidato alle elezioni politiche di aprile. Le dimissioni diventeranno definitive fra 20 giorni, termine entro il quale Mallegni, in base alle eventuali offerte del suo partito, può decidere se ritirarle o meno». In pratica, o lo candidano, o torna a fare il sindaco. Nel secondo caso, dovrà farsi portare in galera le pratiche da firmare e la fascia tricolore per impreziosire il pigiama a strisce. Nel primo, sarà costretto a trasformare la cella in ufficio elettorale. Qualcuno, di recente, ha detto: «Uno Stato che non fosse retto secondo giustizia, si ridurrebbe a una grande banda di ladri, come disse una volta Sant'Agostino». Paolo Flores d'Arcais? No, Joseph Ratzinger, alias papa Benedetto XVI. BANANAS ____________________________________________________ Quipo Free Internet - 2 email, 150 Mb di spazio web e molto di più. ADSL, Hardware&Software Online Store: http://www.quipo.it This E-mail was scanned for viruses by Declude Virus.
