Il Cavaliere all'ultimo assalto
Verso il voto contro tutti
All'orizzonte della destra non c'è alcun dopo Berlusconi
C'è forse un leader che la sera del 10 aprile sbraita di brogli elettorali
di CURZIO MALTESE
CON l'avvicinarsi di una sconfitta annunciata, almeno dai sondaggi, il
berlusconismo tira fuori il peggio, estrae dal vaso di Pandora il lato più
oscuro e pericoloso, eversivo e distruttivo. Si dirà che è una strategia.
Anche oggi il premier ha conquistato la prima pagina. Ma dove s'è visto un
capo di governo che parla della vittoria dell'opposizione come di
un'"emergenza democratica", ferma l'auto blu per apostrofare un passante
colpevole d'averlo contestato, corre a un'assemblea d'industriali per
insultarne i vertici? Può far ridere e può far paura. Forse più paura perché
al voto mancano ancora tre settimane e l'uomo più potente d'Italia ha già
dato ampia prova di essere disposto a qualsiasi cosa, qualsiasi davvero, pur
di non accettare l'idea che gli italiani siano semplicemente stanchi di lui.
Il Cavaliere descrive l'opposizione con un linguaggio da estremista di
destra, fa appello ai luoghi comuni di una sottocultura reazionaria che
mescola suggestioni da '48, maccartismo di provincia, toni sudamericani, più
la lezione dell'unica sua vera scuola politica, la P2.
È inevitabile indignarsi ma è più importante cercare di capire la logica
dell'ultimo assalto, gli effetti che può ottenere fino al 9 aprile e oltre.
Il primo risultato è l'aver trasformato la prossima elezione, più d'ogni
altra del decennio, in un referendum pro o contro Berlusconi. Più che il
'48, andrebbe citato il '46, il referendum fra monarchia e repubblica. Dopo
una campagna come questa, con un'eventuale vittoria il premier diventerebbe
il padrone del Paese, assai più di quanto non sia stato negli ultimi cinque
anni.
Questa sì sarebbe un'autentica "emergenza democratica". Ma anche nel caso di
sconfitta, il signore di Arcore rimarrebbe il padrone assoluto
dell'opposizione e di metà Parlamento.
Avrebbe così una buona trincea per continuare a difendere i propri
giganteschi interessi. In questo senso l'ultimo assalto di Berlusconi
dovrebbe preoccupare più i suoi alleati che i suoi avversari. Per Romano
Prodi l'estremismo del rivale può essere un vantaggio ed è sicuro che il
Professore lo considera tale.
I toni da guerra civile spaventano l'elettorato moderato che, per quanto
minoritario in Italia, spesso decide vittorie e sconfitte. Quanto più
Berlusconi cerca lo scontro, la divisione, la simulazione di guerra civile,
tanto più Prodi accentua la sua immagine pacifica, costruttiva, di grande
unificatore, e moltiplica gli appelli all'interesse generale della nazione
rispetto alle sfide internazionali. Ora, fra l'Italia spaccata dell'uno fra
"rossi" e "neri" o blu e l'Italia riunificata dell'altro, non vi è dubbio
che la seconda sia un'immagine più attraente. Berlusconi punta sul "tanti
nemici, tanto onore", efficace sul suo elettorato più nostalgico e
vittimista ma estenuante per gli altri che ogni giorno vedono allungarsi il
fronte dei nemici mortali e la teoria dei complotti, dai magistrati ai
centri sociali, dalle cooperative ai proprietari del Corriere, dalla Cgil ai
vertici di Confindustria, dai poteri forti all'ultimo scrutatore di seggio,
tutti collegati da un filo rosso.
Prodi vanterà forse troppi amici ma la sua visione della società italiana e
dei suoi problemi, nel confronto con la paranoia dell'altro, risulta assai
più realistica e sensata. Almeno un pezzo di società, che vota guardando le
proprie tasche più che la televisione, è stanca di teatrini e assai
preoccupata per il futuro economico.
Con i toni da guerra civile di questa campagna elettorale, Berlusconi ha
insomma poche possibilità di distruggere la sinistra, come sembra proporsi.
Ha piuttosto ottime possibilità di distruggere la destra. Allontana o chiude
la speranza che un'eventuale sconfitta della maggioranza possa inaugurare
una stagione politica davvero nuova, con l'avvento di una destra finalmente
europea, non più legata al carro anomalo del conflitto d'interessi. Con
questa campagna, comunque vada a finire il voto, il Cavaliere ha chiarito di
voler rimanere al centro della scena dopo il 10 aprile, ben deciso a
stroncare ogni ipotesi di successione.
Sarà il padrone dell'Italia oppure il padrone dell'opposizione, ma sempre un
padrone. Gianfranco Fini e Pierferdinando Casini, che s'illudono di guidare
a destra il dopo Berlusconi, hanno provato a contrastare l'impostazione
"referendaria" dell'alleato. Ma ora hanno chinato la schiena davanti alla
campagna ad personam come l'hanno piegata ogni volta per cinque anni davanti
alle leggi ad personam.
All'orizzonte della destra non c'è alcun dopo Berlusconi. C'è forse un
leader che la sera del 10 aprile sbraita di brogli elettorali.
C'è forse un capo dell'opposizione pronto a bloccare i lavori parlamentari
alla prima proposta di legge sul conflitto d'interessi o di riforma
televisiva.
C'è di sicuro l'ultima rata del pesante mutuo che l'Italia sta pagando da
dodici anni al fatto di avere al centro della propria vita pubblica un
colossale conflitto d'interessi. Più la pena di dover prendere sul serio
ogni giorno un delirio ormai evidente ma che è impossibile ignorare perché
proviene dal leader di mezzo paese. Con un pizzico d'invidia per le altre
democrazie, dove nessun capo di governo di destra o di sinistra si sogna di
chieder conto all'opposizione di ogni protesta o incidente di piazza.
Neppure quando i contestatori incendiano Parigi, invece di rompere una
vetrina o urlare contro l'auto blu del presidente. 
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Tutto il materiale della serie RESISTENZA è consultabile 

-- da maggio 2001 a maggio 2003 al sito www.bresciablob.com
<http://www.bresciablob.com> 

-- da giugno 2003 al sito www.bengodi.org/resistere-a-berlusca
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