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GRANELLO DI SABBIA (n�111) Bollettino elettronico settimanale di ATTAC Mercoled�, 26-11-2003 ______________________________ Vi preghiamo di diffondere il Granello nella maniera pi� ampia possibile. Numero di abbonati attuali: 6 594 ATTENZIONE: tutti i Granelli di Sabbia sono a disposizione sul sito in versione .pdf e .rtf al seguente indirizzo: http://italia.attac.org/spip/rubrique.php3?id_rubrique=3 ____________________________________________________________ AVVISO Il Granello di Sabbia � il settimanale elettronico d'informazione e approfondimento di ATTAC: propone materiale originale prodotto da ATTAC Italia e dai suoi aderenti e traduce testi degli altri Granelli nel mondo e da diverse fonti indipendenti. E' realizzato grazie al lavoro volontario di molte persone. 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Laboratori, plenarie, gruppi di lavoro, seminari: ancora una volta le donne hanno messo al mondo il mondo: il loro sguardo lo cambia, le loro azioni ne rivendicano il cambiamento. 2 - La "minaccia islamica" di Edward Said Durante i quindici anni trascorsi dalla pubblicazione di Covering Islam si � intensificata l'attenzione dei media occidentali e statunitensi verso i musulmani e l'islam: un'attenzione per lo pi� caratterizzata da stereotipi e da una ostilit� bellicosa ancora pi� esagerati di come li ho descritti nella prima edizione del mio libro. (tratto da Guerre&Pace, traduzione di Gordon Poole) 3 - Cancun chiama Miami, prima e dopo! di Roberto Meregalli (Beati i Costruttori di Pace - ReteLilliput) Si � svolta a Miami, l'attesa conferenza ministeriale fra i 34 paesi che stanno negoziando l'Area di Libero Commercio delle Americhe (ALCA o Free Trade Area of the Americas - FTAA). Un appuntamento importante, non solo per i paesi interessati, ma anche per il resto del mondo poich� il progetto di cui si discute a Miami mira a creare il pi� grande blocco commerciale del pianeta, riunendo 800 milioni di persone. 4 - Una nuova imposta per lo sviluppo e lo stato sociale di Bruno Bosco e Roberto Romano La situazione economica e finanziaria del Paese e l'accresciuta divergenza economica tra l'Italia e la media dell'Ue, insieme alla difficolt� evidente del governo di destra nel proporre credibili misure di politica economica indirizzate alla crescita e allo sviluppo, dovrebbero avviare a sinistra una discussione su come costruire un insieme di misure alternative aventi ad oggetto le nuove forme e i nuovi contenuti dell'intervento pubblico nell' economia. 5 - Trasporti e infrastrutture in Europa tra liberalizzazioni, privatizzazioni e Grandi Opere di Mario Vitello (ATTAC Milano) Il processo di privatizzazione del Trasporto Pubblico in Europa � a livelli differenti secondo la nazione cui si faccia riferimento, ma stranamente pare non sia vincolato dall'orientamento del governo in carica nel paese considerato. _____________________________ 1 - Lo sguardo delle donne sul mondo cambia il mondo __________________________________________________________ di Valeria Savoca (Parigi_Diverse) Il mondo cambia a partire da noi. Questo hanno detto ai popoli d'Europa le donne di Bobigny e del secondo Forum sociale europeo di Parigi tra il 12 e il 16 novembre. Laboratori, plenarie, gruppi di lavoro, seminari: ancora una volta le donne hanno messo al mondo il mondo: il loro sguardo lo cambia, le loro azioni ne rivendicano il cambiamento. "La globalizzazione neoliberale aggrava le ineguaglianze". Nadia De Mond, che ha seguito i lavori del gruppo di continuit� del Fse a nome della Marcia Mondiale delle Donne, con queste parole ha aperto i lavori della giornata delle donne, di fatto di tutto il Social Forum: nelle sue parole riconosciamo la denuncia di donne e uomini che ella l� rappresenta, alle quali e ai quali ha offerto generosamente, come tutte le organizzatrici e gli organizzatori, la sua voce, le sue energie, sobbarcandosi costi, fatica, spendendo gambe, braccia, fiato. Tra tutte le disuguaglianze, l'accento sulla condizione e lo statuto sociale e politico delle donne � il tema di ogni intervento. A livello europeo, la distruzione dello Stato sociale rigetta sulle nostre spalle assistenza e cura, servizi alla persona e all'infanzia: Giovanna Capelli e le compagne francesi di Attac si assumono il compito di approfondire l'argomento, denunciando la gratuit� del lavoro di riproduzione e di cura e chiedendo il riconoscimento del suo valore economico e la sua redistribuzione. Salario sociale viene denominato da Lidia Cirillo il riconoscimento in termini economici del lavoro riproduttivo. Il rapporto tra questo tipo di lavoro, tradizionalmente assegnato alle donne e invisibile, e il lavoro di produzione viene approfondito da Antonella Picchio, insieme a rappresentanti della MMF e di associazioni dei paesi dell 'Est in una plenaria che rivendica la qualit� della vita, oltre al valore economico del lavoro riproduttivo nella ridefinizione della composizione del prodotto interno lordo, i due terzi del quale � fornito dalle donne. Picchio denuncia la debolezza del soggetto maschile, che proprio perch� non difende la qualit� della propria vita, delegata alle donne della famiglia, non ha competenza adeguata in questo genere di contrattazione. Bisogna che protagoniste delle lotte siano i soggetti che si occupano di garantire vivibilit� alla vita quotidiana; gli uomini si facciano indietro accettando la direzione delle donne. Ci� non vuol dire che il lavoro di cura non vada redistribuito, anzi, socializzato, dice Capelli, in modo da non essere pi� il principale impedimento al protagonismo femminile nella societ� e nella politica. In particolare, l'atelier sul lavoro di Bobigny ha valutato chiaramente quanto il lavoro di cura pesi nella capacit� contrattuale delle lavoratrici. Capelli poi ha fornito delle cifre ben precise per l'Italia: le casalinghe svolgono 80 ore di lavoro alla settimana; le lavoratrici almeno 40, oltre il normale orario di servizio nel mercato. Ci� significa che gli uomini delle famiglie italiane non accettano ancora alcuna redistribuzione dei compiti riproduttivi. Ma Picchio rivendica anche la dignit� della vita, a tutte le et�, e denuncia che questa possa essere subordinata al profitto. Infatti le compagne francesi di Attac- Francia sostengono che tra i 15 e i 30 anni il tempo di vita e le energie possono portare ad una massima contrazione del tempo di riposo: questo � quanto pretende il neoliberismo, un ritorno al passato che assicuri al profitto ogni energia possibile, anche quella che si presenta come lavoro aggiuntivo e volontario, in pi� rispetto al lavoro salariato. Il profitto capitalistico pretende di usare il volontariato sociale, o di prossimit�, per risolvere i problemi aperti in occidente dalla demolizione dello Stato sociale; di essi si farebbe carico un "privato sociale" non garantito n� sovvenzionato da fondi pubblici, che depoliticizza, secondo la compagna Genevi�ve Azam, i problemi, depoliticizzando in tal modo anche l'impegno e la militanza sociale. Non si pu� che concordare sul giudizio su questo nuovo genere di corv�es e sull'universalit� e non monetizzabilit� di una serie di beni, patrimonio dell'umanit�: il sapere, la cultura, il diritto alla salute, il diritto all' istruzione. Salute e istruzione che, De Mond denuncia nella sua apertura, nel sud del mo ndo vedono in primo luogo l'esclusione delle donne; e man mano che le politiche neoliberali imposte dal FMI e dagli accordi internazionali lo pretendono, si estende la fascia delle esclusioni, ma soprattutto delle escluse. Tali politiche avanzano anche in Europa, trovando sempre pi� spazio nelle scelte dei paesi di vecchia e nuova aggregazione all'UE. Oggi l'attacco alle pensioni, denuncia De Mond, si sviluppa simultaneamente in Europa su fronti diversi, minacciando, dice Picchio, la qualit� della vita e quindi la dignit� delle persone anziane. Le donne sono quelle che hanno percorsi lavorativi pi� accidentati, interrotti dalle gravidanze e penalizzati, nelle scelte e nelle carriere, dal peso della cura. Le compagne moldave, bulgare, serbe, polacche, denunciano il peggioramento del loro statuto di cittadine dopo la caduta del muro dell'89. Tra di esse, quelle che vivono in situazioni di guerre nazionaliste con le loro dolorose testimonianze, dice Imma Barbarossa della Convenzione permanente di Donne contro le guerre, mettono dolorosamente in scena i nazionalismi storici in cui s'incarna il nesso guerra- cittadinanza maschile. Le polacche si sono viste togliere il diritto all'aborto a causa dell' ingerenza della chiesa cattolica nello Stato, che riesce persino a condizionare l'ingresso nell'UE alla soppressione di quel diritto. C'� da chiedersi che cosa significhi in termini economici quella soppressione per le vecchie e nuove borghesie polacche. Per le donne significa la perdita dell'autodeterminazione. Anche nel lavoro i problemi all'Est sono gravi: prima lavorare era obbligatorio e lo "Stato socialista" forniva servizi di sostegno e redistribuzione del reddito tramite quello che in occidente � stato chiamato Stato sociale, Ma ci� non toglieva alle donne i compiti riproduttivi. La demolizione delle misure di assistenza e previdenza, la mercificazione dei servizi alla salute e dell'istruzione, oggi tutti privatizzati, hanno spostato sulle donne tutto il peso dei servizi, peggiorando la loro condizione. Non esistono leggi contro la violenza e le molestie sul lavoro, lavoro che spesso le donne devono pagare per ottenere; mentre le figure maschili riprendono atteggiamenti discriminatori, le donne vengono indirizzate verso i livelli pi� bassi e meno retribuiti. La tratta delle donne e delle bambine/dei bambini, � diventata una delle attivit� pi� redditizie dell'imprenditoria criminale. Senza costi e senza investimenti di rischio i corpi delle donne e dei minori si fanno profitto puro. La compagna greca, Vicki della MMD, denuncia lo stato di pi� di 500.000 donne che in Europa vivono in condizioni di schiavit�, donne che per la legge e per il diritto non esistono, usate per la prostituzione coatta, per fare figli o per cedere organi. Ma anche lo statuto delle migranti del sud del mondo, alle quali le europee affidano lavori di riproduzione e cura, ci parla di noi. Tanto meno diritti e riconoscimenti la nostra societ� concede loro, tanto pi� la nostra condizione e la loro si identificano. La loro oppressione � doppia, come donne e come straniere; a queste si aggiunge una terza discriminazione: la difficolt� di farsi accettare come donne migranti dalle altre donne. Questa � la denuncia di Brice Mannou, del Forum delle organizzazioni di solidariet� internazionale, che a nome di tutte le donne di Bobigny e del Forum sociale chiede: - diritto d'asilo per motivi di guerra, lavoro, per crimini contro l' integrit� della persona, per persecuzioni e crimini di natura sessuale - libera circolazione delle persone nel territorio europeo - lotta contro la discriminazione di razza, di sesso, di orientamento sessuale - lotta alla dequalificazione e alla precariet� del lavoro e della vita. E sembra quasi incredibile ascoltare Lidia Senra, della Confederazione delle donne contadine della Galizia, quando ci parla della discriminazione a cui queste ultime sono soggette; nel loro paese le vedove non possono entrare in possesso del patrimonio che pure marito e moglie hanno costruito insieme, i giudici possono attribuirne alla vedova non oltre il 50%. Questa limitazione fa pensare a tempi ormai passati e provoca strane deduzioni: il diritto alla propriet� � inalienabile solo per gli uomini, per le donne s�, � alienabile; come dire che le donne possono essere espropriate dei loro beni e ci� non fa scandalo; e ci� avviene in Europa, nel 2003, in regime di neoliberismo imperante, prevalente di certo nello Stato spagnolo di cui la compagna galiziana denuncia l'oppressione, rivendicando con una breve frase, il diritto alla separazione statale. D'altra parte neanche la disoccupazione femminile fa scandalo; ad esempio in Francia il 47% della manodopera � donna, dice Margaret Maruani della MMF, ma mentre la disoccupazione maschile � del 18%, quella femminile tocca il 23%. Ma ci� non provoca alcuno shoc alle dirigenze politiche e sindacali: infatti tutti sanno dell'essere fuori dal mercato della manodopera femminile che compie lavoro riproduttivo gratuito e/o lavoro flessibile, precario, nero. Tutti sanno che le donne lavorano comunque, ma � come se considerassero tali lavori connaturati alla donna. Anche i signori feudali credevano che il servaggio fosse connaturato all' essere dei loro contadini. Ma la rivoluzione francese ha distrutto quell' illusione. La presenza delle donne al Fse si � fatta anche riflessione su di s�, sul movimento e sul nostro stare nel Forum sociale. La riflessione sul rapporto tra guerra - patriarcato e cittadinanza maschile � approfondita nell'intervento di Imma Barbarossa. Il nesso militarismo - nazionalismo - e patriarcato sono inscindibili dalla cittadinanza maschile, dove simbolico e linguaggio confermano il loro carattere militarista e guerriero. Le donne potranno avere degli interlocutori solo quando gli uomini cominceranno a riflettere su di s� e sul proprio corpo guerriero. Solo un'internazionale delle donne pu� decostruire il nesso tra corpo guerriero statualit� e nazionalismo. Nadia De Mond, nello spazio di approfondimento su donne e mondializzazione, indica due vie per il futuro: - la prima � la necessit� di declinare insieme le diversit� interne al movimento delle donne per trovare denominatori comuni, - la seconda � la necessit� di integrare il movimento delle donne all' interno dei movimenti altraglobalizzazione. Anche le compagne francesi, Nelly Martin e Anne Leclerc sono ferme nel porre queste priorit�. La Carta femminista dei diritti universali, che la MMD proporr� a livello internazionale nel 2005, sar� espressione della visione che le femministe di tutto il mondo hanno di un altro mondo possibile. Ma altrettanto prioritario � pretendere visibilit�, riconoscimento, peso all 'interno dei movimenti misti, come dice Anna la Cognata, della rete italiana Parigi_Diverse, dove la presenza delle donne, spesso maggioritaria, non riesce ancora a conquistare la posizione che spetta a questa parte del genere umano, che tra l'altro garantisce i due terzi della produzione mondiale senza che ne possegga o controlli neanche un terzo. Lidia Cirillo, nel suo intervento sul contributo del femminismo nei movimenti sociali e nella costruzione dell'alternativa, ha trovato una suggestiva chiave di lettura di quanto stiamo vivendo in questo scorcio di millennio: - la critica delle femministe al mondo, che facilmente possiamo definire "maschile", ha espresso simbolicamente ci� che l'assenza dei corpi delle donne aveva gi� espresso da tempo: l'homo hyerarchicus � stato smascherato; - � tempo che gli uomini ammettano che l'unico soggetto non sconfitto della storia, la donna e in particolare la donna dell'antagonismo politico, pu� insegnare molto a chi voglia costituirsi come soggetto antagonista, pu� insegnare ad esempio come continuare a lottare in un continuo sforzo di superamento della frammentariet�, nella complessa frammentariet� che caratterizza il movimento dei movimenti. E se Lidia Cirillo avesse ragione quando afferma che il movimento dei movimenti non � altro che la politica diventata donna? l'altrove- donna per antonomasia che crea l'utopia da cui nasce il cambiamento? Le protagoniste saremmo noi. _____________________________ 2 - La "minaccia islamica" __________________________________________________________ di Edward Said* (Stereotipi occidentali e strumentali identificazioni fra islam e "fondamentalismo" in un passo tratto dalla 2a edizione del saggio di Edward Said Covering Islam, e ripubblicato in Italia da Guerre&Pace in un numero monografico sull'Islam richiedibile o consultabile su www.mercatiesplosivi.com/guerrepace) Durante i quindici anni trascorsi dalla pubblicazione di Covering Islam si � intensificata l'attenzione dei media occidentali e statunitensi verso i musulmani e l'islam: un'attenzione per lo pi� caratterizzata da stereotipi e da una ostilit� bellicosa ancora pi� esagerati di come li ho descritti nella prima edizione del mio libro. ALLARME ISLAM Infatti, il ruolo dell'islam nei dirottamenti aerei e nel terrorismo, descrizioni di come paesi fortemente musulmani, come l'Iran, minacciano "noi" e il nostro modo di vita, e congetture sui pi� recenti complotti per far saltare palazzi, sabotare aerei di linea e avvelenare l'acqua potabile, sembrano acquistare sempre maggior risalto nell'immaginario occidentale. Si � andato imponendo un gruppo di "esperti" del mondo islamico, che a ogni crisi vengono mandati in scena nei telegiornali e nei talk show per pontificare con teorie e formule sull'islam. C'� stata anche, pare, una strana reviviscenza di tipiche idee orientaliste ormai screditate, sui musulmani, specie quelli non bianchi, che hanno trovato sorprendente credito proprio in un periodo in cui non circolavano pi� impunemente rappresentazioni distorte di nessun altro gruppo culturale. Generalizzazioni malevole sull'islam sono divenute l'ultima forma di denigrazione di una cultura straniera accettata in Occidente; quanto si dice comunemente sulla "mentalit�" musulmana, o sul carattere, la religione e la cultura islamica nel loro insieme non pu� essere detto ormai in normali discussioni a proposito di africani, ebrei, altri orientali, o asiatici. INDEBITE GENERALIZZAZIONI Certo, da oltre dieci anni, si sono avute molte provocazioni e incidenti che hanno causato profondo turbamento a opera di musulmani o di nazioni islamiche come Iran, Sudan, Iraq, Somalia, Afghanistan, Libia [.]. Il quadro � quindi complicato. Non c'� dubbio che ci siano stati una recrudescenza di reazioni in tutto il mondo islamico e molti episodi di terrorismo, organizzati o non, contro bersagli occidentali e israeliani. Dato poi il declino delle produttivit� e del benessere o fenomeni come la censura, la relativa assenza di democrazia, la prevalenza di dittature e di regimi autoritari, ferocemente repressivi, alcuni dei quali praticano e incoraggiano il terrorismo, la tortura, la mutilazione genitale, il mondo islamico finisce per sembrare in genere arretrato e crudele. Si aggiunga quello che a me pare il semplicismo riduttivo di tante persone che vedono nel mito di una Mecca dell'VIII secolo la panacea per i numerosi mali dell'attuale mondo musulmano e il risultato � una miscela la cui sgradevolezza sarebbe da ipocriti negare. Ma mi preoccupa soprattutto che il ricorso all'etichetta "islam" per spiegare o condannare indiscriminatamente il mondo musulmano in blocco finisca per apparire un attacco che a sua volta legittima reazioni ancora pi� violente di sedicenti portavoce musulmani e occidentali. Il termine "islam" definisce una parte relativamente piccola di quanto effettivamente avviene nel mondo islamico, che abbraccia un miliardo di persone e decine di paesi, societ�, tradizioni, lingue e, si capisce, un numero infinito di esperienze diverse. � semplicemente falso cercare di riportare tutto questo a qualcosa chiamato "islam", nonostante l'insistenza con cui polemicamente si afferma da parte di alcuni orientalisti - attivi principalmente negli Stati uniti, Gran Bretagna e Israele - che "l'islam" regola le societ� islamiche da cima a fondo, che dar al-Islam � un'entit� unica e coerente, che chiesa e stato sono nell'islam realmente tuttuno, e cos� via. Nel presente libro sostengo che questa � per lo pi� un'inaccettabile e irresponsabile generalizzazione che non verrebbe mai applicata a nessun altro gruppo religioso, culturale o demografico sulla terra. Quanto ci si attende dagli studi seri sulle societ� occidentali, supportati da teorie interpretative complesse, da analisi enormemente variegate di strutture sociali, storie, formazioni culturali e da dotti linguaggi scientifici, ci si dovrebbe anche attendere dagli studi e dalle discussioni in Occidente sulle societ� islamiche. Invece troviamo spesso soltanto dei giornalisti che fanno esternazioni stravaganti, immediatamente riprese e ulteriormente drammatizzate dai media. UN'ASSOCIAZIONE STRUMENTALE Grava su tali lavori lo sfuggente concetto, cui fanno spesso riferimento, di "fondamentalismo", parola che ormai si associa quasi automaticamente a islam, sebbene essa abbia un rapporto assai solido, ma generalmente trascurato, con il cristianesimo, l'ebraismo, l'induismo. La deliberata associazione creata fra islam e fondamentalismo fa s� che il lettore medio consideri i due termini essenzialmente come la stessa cosa. Data la tendenza a ridurre l'islam a una manciata di regole, stereotipi e generalizzazioni rispetto alla fede, al suo fondatore e a tutti i suoi seguaci, si perpetua e rafforza la tendenza di associarlo a ogni fattore negativo - violenza, primitivismo, atavismo, qualit� minacciose - senza nessun serio tentativo di definire cosa sia il "fondamentalismo", o di dare un significato preciso a termini come "radicalismo", "estremismo", o di minimamente contestualizzarli (dicendo, ad esempio, che il 5 o il 10 o il 50% dei musulmani sono fondamentalisti). [.] Per il pubblico in genere oggi negli Stati uniti e in Europa, l'islam fa notizia, e si tratta di notizie particolarmente sgradevoli. I media, il governo, gli strateghi geopolitici e gli esperti accademici dell'islam - bench� marginali rispetto alla cultura ufficiale - vanno d'amore e d' accordo: l'islam � una minaccia per la civilt� occidentale. Ci� non significa che in Occidente circolino solo caricature denigratorie e razziste sull'islam. Non lo dico, n� sarei d'accordo con chi lo dicesse. Ma certo le immagini negative dell'islam seguitano a prevalere di gran lunga sulle altre ed esse corrispondono non a quello che l'islam � (non trattandosi di un fatto naturale ma di una struttura composita creata fino a un certo punto dai musulmani e dall'Occidente), ma a come lo vogliono intendere certi settori dominanti di una particolare societ�. * Edward Said � stato uno dei pi� grandi studiosi dell'Islam contemporaneo e del "orientalismo" occidentale. Professore universitario, voce indipendente e critica, di origini palestinesi e sempre impegnato per la liberazione della Palestina e la risoluzione del conflitto mediorientale � recentemente scomparso. Il suo libro: Covering Islam: How the Media and the Experts Determine how we See the Rest of the World � uscito nel 1981. Il presente passo � tratto dall'introduzione alla 2a edizione (1997). Trad. di Gordon Poole. _____________________________ 3 - Cancun chiama Miami, prima e dopo! __________________________________________________________ di Roberto Meregalli (Beati i Costruttori di Pace - ReteLilliput) Si � aperto il 16 novembre a Miami, l'attesa conferenza ministeriale fra i 34 paesi che stanno negoziando l'Area di Libero Commercio delle Americhe (ALCA o Free Trade Area of the Americas - FTAA). Un appuntamento importante, non solo per i paesi interessati, ma anche per il resto del mondo poich� il progetto di cui si discute a Miami mira a creare il pi� grande blocco commerciale del pianeta, riunendo 800 milioni di persone. L'ALCA vide i suoi albori nel 1994, in occasione del Summit delle Americhe, svoltosi anche allora a Miami, sotto la guida di Bill Clinton, ma la sua genesi � frutto del Presidente Bush (il padre dell'attuale presidente in carica). L'obiettivo era quello di creare un accordo per promuovere la liberalizzazione del commercio e degli investimenti in tutti i paesi dell'emisfero occidentale e Bush figlio aspira a concludere il sogno del padre ospite del fratello Jeb, governatore della Florida. Il modello per l'ALCA era e rimane il NAFTA, l'accordo firmato nel 1993 da USA, Canada e Messico. Ed � proprio l'esperienza messicana nel NAFTA che preoccupa i popoli del sud America. Dopo dieci anni, � vero che gli investimenti esteri sono aumentati, � pure vero che l'export messicano � cresciuto notevolmente (da 51 miliardi di dollari nel 1993 a 160 miliardi nel 2002) ma forse questo era proprio l'obiettivo di America e Canada, l'aspirazione dei messicani era di raggiungere un reddito dignitoso e questa aspirazione � rimasta mortificata, visto che la Banca mondiale, proprio quest'anno ha confermato che su 100 milioni di abitanti, 45 milioni di messicani vivono con meno di 2 dollari al giorno e 10 in condizioni di estrema povert�. Il NAFTA non � servito a ridurre le ineguaglianze, non � servito a ridurre la povert�, anzi in dieci anni (� sempre la Banca mondiale a ricordarlo) il gap fra ricchi e poveri � cresciuto. Quello che la gente desidera � un accordo che serva a vivere, non a produrre di pi� e a minor costo per essere esportato altrove. Il rischio paventato dai movimenti latino-americani � di seguire la stessa sorte del Messico. Gli Stati Uniti invece credono molto in questo progetto, considerato da Bush come una "pietra angolare" della sua visione del libero commercio nell'emisfero occidentale", progetto che ovviamente mira ad "accelerare la crescita economica, promuovere l'integrazione regionale e rafforzare le democrazie". Nel concreto l'obiettivo sognato da Bush, � un accordo quadro che comprenda agricoltura, regole di propriet� intellettuale, prodotti industriali, servizi, investimenti e appalti governativi. Insomma tutto quello che si sta negoziando in sede WTO e per cui � fallita la conferenza di Canc�n. Ed infatti subito dopo Canc�n, il presidente brasiliano Lula aveva messo in guardia Bob Zoellick, il capo negoziatore USA, dal voler ottenere a Miami ci� che gli era sfuggito di mano in Messico. Da allora l'attivit� negoziale � stata frenetica. E' di ieri la notizia di un accordo fra gli Stati Uniti e i paesi del Mercosur, cio� Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay, che potrebbe evitare il fallimento del vertice in cambio di una certa flessibilit�. Questa flessibilit� si tradurrebbe nel non obbligo per tutti i paesi di impegnarsi in tutte le parti dell'accordo, il che significherebbe che alcune parti (tipo investimenti e appalti pubblici) potrebbero essere firmati solo dai paesi interessati. In sede WTO, invece continua il lavoro certosino del presidente del consiglio generale Carlos Perez De Castillo e del direttore generale Supahai Panitchpakdi per stabilire una piattaforma negoziale condivisa, da proporre all'incontro del 15 dicembre. Il rilancio dei negoziati � fortemente voluto dai governi dei PVS e vede invece un atteggiamento prudente e recalcitrante da parte dei due maggiori global player: USA ed UE. L'Unione europea prosegue la sua riflessione interna, Lamy continua a fare l'offeso per lo schiaffo di Canc�n, ma a breve finir� anche questa sceneggiata. Il 14 si � svolto un incontro del comitato 133 a Roma per discutere la nuova proposta di Lamy; la sua approvazione da parte della Commissione � prevista il 26 novembre, torner� poi al C133 il 28, sar� esaminata dal Consiglio dei ministri del commercio il 2 dicembre e adottata l'8 dicembre dal Consiglio degli Affari generali e Relazioni Esterne (Consiglio, presieduto dal Ministro degli Affari esteri Franco Frattini). Quali novit� contiene ? In realt� ben poche. Visto che sarebbe improponibile tornare a riproporre i quattro Singapore Issues, la Commissione propone di avviare i negoziati su due di esse: regole di facilitazione al commercio e appalti pubblici (limitatamente alle regole di trasparenza) mentre per investimenti e regole di concorrenza propone accordi plurilaterali lasciando aperte due ipotesi negoziali: o tutti i paesi membri partecipano ai negoziati e poi solo alcuni ratificano l'accordo, oppure solo i paesi che intendono implementarlo partecipano ad essi e alla ratifica finale. L'altra novit� e relativa alla riforma del WTO; come si ricorder� Lamy aveva sfogato la sua rabbia per il fallimento di Canc�n accusando l'organizzazione di avere una struttura medioevale. La riforma proposta nell'immediato � per� davvero piccola, in pratica si riduce a proporre maggiori poteri al direttore generale e a toglierli al ministro del paese ospitante gli incontri ministeriali, cos� da evitare che il Derbez di turno decida di chiudere anzitempo una conferenza, come accaduto in Messico. Del resto i gruppi imprenditoriali erano stati molto chiari con Lamy. Il 30 ottobre, gli industriali europei, riuniti nella Tavola Rotonda Europea, avevano reso pubblico un comunicato in cui affermavano che "questo � il momento giusto per l'UE per tornare ad impegnarsi con forza insieme agli altri partners commerciali nei temi del Doha round". La European Round Table degli industriali raggruppa gli imprenditori delle maggiori compagnie europee ed il comunicato diffuso rappresenta un forte segnale di disaccordo verso l'atteggiamento del commissario Lamy. Per gli imprenditori "non � il momento per essere distratti da un'agenda per riformare il WTO". L'idea di due accordi plurilaterali � stata discussa a Ginevra in una green room il 12 novembre, ma non � piaciuta a molti PVS. Ad essere sinceri non entusiasma neppure i ministeri di molti paesi europei, convinti che il WTO abbia senso se gli accordi sono sottoscritti da tutti i paesi membri, ma la sensazione � che questa opzione rappresenti un modo per salvare la faccia a Lamy. A questo proposito solo la Gran Bretagna ha manifestato il suo dissenso alla proposta di Lamy in seno al comitato 133 di venerd� 14. Fra i paesi membri del WTO, i pi� contrari sono ancora i paesi africani e quelli ACP, mentre il Brasile si � detto "aperto" a discutere tutti e quattro i Singapore issues, facendo capire che tutto dipende dalle concessioni su un altro tavolo: quello agricolo. Di agricoltura invece non dicono nulla i documenti interni UE, quasi che non fosse questo il problema primario della maggioranza dei paesi membri del WTO. Soprattutto non pare che l'UE sia conscia che su questo tema verte un problema radicale di incompatibilit� fra i suoi obiettivi e il rispetto delle regole di non discriminazione del WTO. Lamy a Cancun in un incontro coi paesi ACP (Africa, caraibi e Pacifico) aveva detto a chiare lettere che i sussidi interni non sono cancellabili perch� l'Europa vuole mantenere una fetta di agricoltura. L'UE da anni sostiene attraverso il concetto di multifunzionalit�, il diritto di finanziare un settore che genera poca occupazione ma che considera strategico. Il problema non � la multifunzionalit� ma il fatto che questo diritto appare negato agli altri e soprattutto al fatto che il prezzo di questa strategia ricade sul resto del mondo, soprattutto sui poveri del mondo. Il fatto che un colosso come l'UE continui a proteggere i propri interessi interni a spese del resto del mondo costituisce inoltre quella perdita di credibilit� e di fiducia nel WTO che i documenti UE post Canc�n lamentano negli altri paesi. L'UE non se ne rende conto ma l'unica via d'uscita sarebbe proprio quella che i movimenti chiedono da anni: escludere l'agricoltura dalle sovranit� del WTO. Non � detto che risolverebbe i problemi del sud del mondo ma certo eviterebbe all'UE di fare salti mortali per conciliare l'inconciliabile. Il problema per i paesi del sud del mondo � che USA ed UE su questo tema hanno interessi coincidenti e per entrambi non pare possibile fare concessioni nell'immediato, probabilmente la loro strategia � di guadagnare tempo, almeno l'intero 2004 durante il quale potrebbero cambiare i volti dei negoziatori visto che l'anno prossimo scade il mandato della commissione europea e gli Stati Uniti eleggeranno un nuovo (si spera) presidente. Nel frattempo, dietro le quinte, le diplomazie occidentali stanno lavorando per dividere le alleanze del sud del mondo e ammorbidire le loro posizioni. Sembra che stia accadendo per il cotone, uno dei problemi emersi a Canc�n (terribilmente indigesto agli americani), che dovrebbe essere fra i primi temi da trattare alla ripresa dei negoziati. (riguardo al cotone vedi www.retelilliput.org/stopwto/wto/allegati/cotone.pdf) Ma in questi giorni i riflettori sono tutti puntati su Miami, anche per comprendere se il paese leader del G21 di Canc�n, il Brasile, sapr� tener testa alla volont� americana di realizzare il sogno di Bush senior. Pochi giorni dopo . E' terminata con un giorno di anticipo la Conferenza ministeriale dei 34 paesi che stanno negoziando l'Area di Libero Commercio delle Americhe (ALCA). In pratica, a livello di ministri del commercio, la conferenza � terminata prima di iniziare, poich� i ministri hanno deciso subito di accettare la dichiarazione ministeriale scritta da Stati Uniti e Brasile, attuali co-presidenti dei negoziati ALCA. Zoellick, il rappresentante di Bush per il commercio internazionale, nel suo intervento ha difeso il testo proposto, indicandolo come un ragionevole compromesso in grado di far rispettare i tempi a suo tempo stabiliti per la firma dell'ALCA, ovvero il gennaio del 2005. In realt� la dichiarazione ministeriale � fortemente generica, stabilisce un accordo comune su una parte generale, lasciando ai paesi aderenti la libert� di non sottoscrivere eventuali parti non gradite. Le lobby imprenditoriali USA hanno criticato aspramente il risultato di Miami, definendolo troppo poco ambizioso. La verit� � che i problemi emersi a Canc�n non potevano essere cancellati d'incanto e l'unica possibilit� americana di evitare di fare di Miami la Seattle dell'ALCA era quella di moderare le richieste ed accettare, almeno momentaneamente, le proposte brasiliane. L'esito della Conferenza � perci� il risultato del compromesso siglato pochi giorni fa questi due paesi. Il testo della dichiarazione ministeriale non entra nel dettaglio di alcuno dei temi scottanti, cio� non dice una parola su agricoltura, brevetti, investimenti, servizi o appalti governativi. Stabilisce solo che alcuni di questi temi potrebbero generare accordi plurilaterali, cio� sottoscritti solo da una parte dei 34 paesi aderenti all'ALCA. Ma non da alcuna istruzione al comitato che seguir� i negoziati di come tradurre in concreto questa elasticit�. Nei giorni precedenti, il rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti, Robert Zoellick, aveva annunciato il lancio di negoziati bilaterali di libero scambio con diversi paesi: Colombia, Per�, Ecuador e Bolivia, Panama e la Repubblica Dominicana. Zoellick precedentemente, si era incontrato con cinque paesi dell'America centrale per il lancio dell'ultimo round di negoziati per fare partire nel 2004 il Central America Free Trade Agreement (CAFTA). Insomma a Miami gli USA hanno rinunciato allo scontro ma la loro strategia persegue l'obiettivo di dividere i paesi americani ed isolare il Brasile e gli altri paesi che hanno espresso delle critiche alla politica egemonica degli USA, anche in materia commerciale. I negoziati durante il prossimo anno non saranno cos� tranquilli come la conferenza di Miami e non � detto che la scadenza del gennaio 2005 sia rispettata. Fonte: DOHAroundNews _____________________________ 4 - Una nuova imposta per lo sviluppo e lo stato sociale __________________________________________________________ di Bruno Bosco e Roberto Romano* La situazione economica e finanziaria del Paese e l'accresciuta divergenza economica tra l'Italia e la media dell'Ue, insieme alla difficolt� evidente del governo di destra nel proporre credibili misure di politica economica indirizzate alla crescita e allo sviluppo, dovrebbero avviare a sinistra una discussione su come costruire un insieme di misure alternative aventi ad oggetto le nuove forme e i nuovi contenuti dell'intervento pubblico nell' economia. Tra gli altri possibili aspetti vale la pena di sottolineare, in particolare, quanto segue. 1 - L'enorme diffusione della piccola e media impresa in Italia crea il presupposto di una condizione divergente dalla media dei paesi europei con maggiore difficolt� ad affrontare l'integrazione dei mercati e il rinnovamento tecnologico. 2 - La struttura produttiva ha inoltre determinato un'insufficiente capacit� allocativa degli investimenti fissi lordi del Paese da parte del sistema produttivo. Nonostante gli investimenti siano in linea con quelli europei, il tasso di produzione � esattamente della met�; con un tasso di utilizzo degli impianti significativamente pi� basso in ragione della "polverizzazione della struttura produttiva". Sostanzialmente gli investimenti non generano quel valore aggiunto che sarebbe lecito attendersi. 3 - La specializzazione produttiva del Paese rappresenta un vincolo economico e di prospettiva. Un vincolo economico perch� l'Italia � "condannata" a crescere meno dei Paesi europei perch� opera sostanzialmente nei settori dei beni di consumo che hanno minori tassi di crescita, mentre l 'Ue opera sui beni intermedi e di investimento che hanno tassi di crescita doppi rispetti ai beni di consumo. Ci� implica che l'Italia � costretta ad attendere l'innovazione che si realizza negli altri paesi prima di incorporarla nei propri processi produttivi con un'implicita rinuncia a orientare lo sviluppo ed a beneficiare dell'occupazione che si crea in questi settori. 4 - La specializzazione produttiva del paese determina ed � a sua volta determinata in modo negativo dalla pochezza degli investimenti in innovazione, sviluppo e formazione di qualificazione elevata. 5 - Le politiche di bilancio sono state inadeguate tanto sul versante dei "fallimenti allocativi del mercato" quanto sul fronte della ripartizione del prodotto sociale tra le classi. Pi� in generale, la macchina pubblica � stata privata di strumenti finanziari e industriali preziosi per assolvere al suo ruolo funzionale-. Il complesso delle riforme fiscali varate dai precedenti governi di centro sinistra aveva rappresentato un tentativo in parte riuscito di modificare il sistema fiscale nel senso dell'efficienza e della crescita economica, senza eccessivi contraccolpi per l'equit�. Tuttavia, un programma alternativo alle destre in questo campo non pu� essere rappresentato dal puro e semplice ritorno allo spirito di quelle riforme. Occorrono misure innovative che superino alcuni tab� tipici di una politica economica moderata e sappiano fare proprie esperienze realizzate in altri Paesi. Tra queste misure potrebbe essere utile inserire un'imposta sul valore del patrimonio delle imprese nella forma di Minimum Asset Tax, il cui gettito potrebbe essere prevalentemente finalizzato al finanziamento dell'innovazione tecnica e scientifica prodotta dal settore pubblico (Enea, Cnr, Universit�, ecc.) e successivamente immessa sul mercato. La MAT trarrebbe ispirazione dall' imposta patrimoniale generale (ad aliquota molto bassa) olandese e dovrebbe colpire in somma fissa il valore di tutto il patrimonio delle imprese, a prescindere quindi dal profitto generato mediante detto patrimonio, eventualmente differenziando per ampi intervalli di valore patrimoniale e per settori produttivi. Tale imposta deve essere, ovviamente, aggiuntiva e non sostitutiva dell'attuale imposta sui redditi d'impresa, peraltro da riformulare. L'effetto atteso � tipico di una qualsiasi imposta in somma fissa e coincide in un incentivo all'uso pi� efficiente possibile del patrimonio posseduto. Un adeguato trattamento ai fini fiscali del "patrimonio immateriale" dovrebbe inoltre agevolare gli investimenti privati in ricerca e sviluppo e incentivare l'aggregazione delle imprese, in particolare piccole, per trarre almeno un qualche beneficio congiunto dagli investimenti di questo tipo. Un idoneo sistema di crediti potrebbe modulare la MAT con riferimento alle imprese piccole e, soprattutto, nuove. Oltre a ci� la MAT (da non confondersi con la Minimum Tax sulle societ� di persone e di capitale del 1997) ridurrebbe gli effetti indesiderabili derivanti dall' abuso nel ricorso ad esenzioni, benefici ed agevolazioni che a molto spesso nascondono forme di vera e propria evasione fiscale. Una tassazione del genere, distorsiva a favore del lavoro e degli investimenti immateriali, non � del tutto nuova nella storia fiscale italiana. Nel periodo precedente la riforma del 1973-4 l'Imposta Speciale sulle Societ� colpiva il valore netto del capitale (con aliquota dell'1%) oltre che il profitto quando questo eccedeva il 6% del valore del capitale netto. A differenza della vecchia imposta la MAT non opera quale supporto alla tassazione del profitto ma segue finalit� proprie consistenti principalmente nell'incentivo alla produzione di profitti e innovazione. Appare evidente quale � il tab� che occorre rompere per introdurre un' imposta quale la MAT: quello dell'accettazione di una tassazione di tipo patrimoniale estesa - per un verso - oltre i confini istituzionali rappresentati attualmente dall'ICI (che, peraltro, imposta patrimoniale in senso stretto non �) e - per altro verso - oltre i confini "politici" della cultura dell'emergenza, della transitoriet�, della saltuariet� (vedi prelievo straordinario sui conti correnti). Tuttavia questo tab� (insieme ad altri) deve essere infranto se vogliamo dotare il sistema pubblico di strumenti maggiormente all'altezza della sfida posta dalla crisi e dal mancato sviluppo. * Bruno Bosco, docente di economia all'universit� Bicocca di Milano, Roberto Romano dirigente della CGIL Lombardia (l'articolo � gi� apparso su il manifesto) _____________________________ 5 - Trasporti e infrastrutture in Europa tra liberalizzazioni, privatizzazioni e Grandi Opere __________________________________________________________ di Mario Vitello (ATTAC Milano) Il processo di privatizzazione del Trasporto Pubblico in Europa � a livelli differenti secondo la nazione cui si faccia riferimento, ma stranamente pare non sia vincolato dall'orientamento del governo in carica nel paese considerato. L'Italia, che sta procedendo con passi a volte rapidissimi ed altre volte incerti sulla via delle privatizzazioni (e non solo del Trasporto Pubblico), � ben affiancata in questo percorso, ad esempio, dalla Spagna, dove � insediato un governo di destra per alcuni tratti simile a quello italiano, oppure dalla Svezia, paese dalla profonda tradizione sociale ma che ormai ha liberalizzato -ed in parte privatizzato- la propria rete ferroviaria sin dalla fine degli anni '80. Oppure il nostro paese si trova in ritardo, forse ancora per poco, rispetto al Regno Unito, caso esemplare, che dopo la liberalizzazione del sistema ferroviario compiuta dal governo Thatcher, ha sperimentato con il governo "non conservatore" di Tony Blair l'adesione entusiasta alla logica neoliberista, salvo poi dover compiere una brusca inversione di rotta negli ultimi anni, a causa del palese fallimento di un sistema affidato a privati, svincolato dal concetto di servizio pubblico e legato alle sole logiche della competizione e del profitto. Durante il FSE di Parigi, tra le tante assemblee, i seminari e gli atelier, si sono svolti alcuni interessanti incontri aventi per tema il Trasporto Pubblico e le grandi infrastrutture. Il seminario "Trasporti, inquinamento, sicurezza. Il servizio pubblico di fronte alle politiche neoliberali: quali lotte sociali necessarie per la socializzazione dei trasporti" ha visto presenti un importante schieramento di associazioni sindacali europee: gli italiani ORSA, CUB, SULT, i francesi CGT, gli spagnoli CGT, gli inglesi RMT, il coordinamento SUD Rail. Sono stati presentati i disastrosi effetti della privatizzazione delle ferrovie inglesi (RMT), i problemi connessi ai traballanti tentativi di ri-nazionalizzazione del sistema ferroviario, attualmente in corso da parte del governo Blair ormai in palese difficolt�, e le lotte del sindacato che deve fare i conti con uno scenario di saccheggio del servizio e di devastazione del mondo del lavoro. Il governo inglese, si � detto, � oggi prioritariamente impegnato nel risarcimento dei privati che hanno investito ingenti capitali nelle ferrovie, e che sono falliti, mentre allo stesso tempo ci sono migliaia di lavoratori che hanno visto drasticamente decurtate le pensioni, ridotti i livelli di sicurezza, precarizzato il contratto di lavoro. Ed ovviamente sono notevolmente peggiorati i livelli di servizio per gli utenti. I sindacati di base italiani presenti hanno espresso, anche se nelle rispettive differenze, posizioni forti e nette nell'ottica della lotta alle privatizzazioni, mettendo in evidenza il pericolo di "inglesizzazione" del nostro sistema ferroviario, denunciando la frequente vicinanza alle posizioni del governo da parte delle confederazioni sindacali che aderiscono alla CES, e sottolineando l'esigenza di inventare nuove forme di lotta che sappiano meglio coinvolgere i lavoratori. Inoltre si � discusso della normativa comunitaria, ovviamente concordata e diretta dagli stati dell'unione, sempre pi� liberista ed oggi molto aggressiva in fatto di liberalizzazioni. Si � parlato anche dei nuovi regolamenti in corso di emanazione in Italia da RFI e ReteItalia, a discapito la sicurezza dei lavoratori ed in favore delle imprese. E si � discusso infine della necessit� di portare il tema della privatizzazione, e della lotta alle politiche di liberalizzazione, al di fuori dello stretto contesto dei lavoratori del settore, perch� si tratta di un problema culturale e che deve essere affrontato insieme a tutti i soggetti che si oppongono al disegno neoliberista. Nel seminario "Il servizio pubblico dei trasporti e le politiche liberali. Conseguenze per i lavoratori, per gli utenti, per la sicurezza, per la qualit�, per la gestione, per l'inquinamento", promosso da sindacalisti appartenenti alla EFT - Federazione Europea dei Trasporti, sono stati presentati le lotte e lo sciopero in corso da parte dei ferrovieri austriaci, e sono intervenuti rappresentanti dei sindacati inglesi, sloveni, francesi, spagnoli e tedeschi. Gli interventi si sono soffermati in particolare sul problema finanziario, i costi ed i finanziamenti, legato sia alla privatizzazione del trasporto pubblico, sia alla scelta della modalit� su strada rispetto a quella del mezzo collettivo. Un rappresentante del RMT (UK) ha spiegato che la privatizzazione del sistema ferroviario in Inghilterra ha fatto triplicare i costi per la manutenzione, con una qualit� della rete molto inferiore rispetto a quella data dal servizio pubblico: il basso livello di manutenzione � all'origine della lunga serie di incidenti degli ultimi anni. I rappresentanti francesi hanno posto l'accento sulla necessit� di internalizzare i costi del trasporto privato, sia quelli sociali sia quelli ambientali. L'atelier sulle "Grandi Opere", purtroppo emarginato in una sala decisamente difficile da raggiungere, � stato interessante perch� ha permesso un confronto tra i pochi italiani presenti, ed ha di fatto ripercorso ed approfondito i temi ed il dibattito fatto durante l'incontro del 18 ottobre a Verona, in preparazione della manifestazione del 24 contro la riunione dei ministri europei dei trasporti. Le grandi opere, problema non solo italiano ma da leggere nel contesto delle grandi reti europee (TEN-T, Quick List, etc.) sono il buco nero che sta fagocitando gran parte delle risorse che invece potrebbero essere destinate al trasporto collettivo, a modalit� diverse di mobilit�, a grandi opere "alternative" (dal potenziamento del Trasporto Pubblico alle politiche per il territorio) di cui l'Italia e l'intera Europa hanno concretamente bisogno. Il FSE, nella sua dinamica di grande evento collettivo, ed in particolar modo questo Forum di Parigi, molto delocalizzato - alcune sedi distavano anche un'ora di viaggio l'una dall'altra, pur con mezzi di trasporto collettivo piuttosto efficienti - dar� i suoi frutti nei prossimi mesi, ma alcuni risultati possono essere abbozzati fin da ora. Le liberalizzazioni e le privatizzazioni sono un problema di tutta l'Europa, e ciascun paese, anche se in modi differenti, ha ed avr� a che fare con queste trasformazioni. Trattandosi di un problema europeo, le lotte e le soluzioni non possono essere solo locali, ma devono coordinarsi per diventare parte, per quanto possibile, di una battaglia comune, organizzata in difesa del bene pubblico e in opposizione alla logica del privato e del profitto. Moltissime organizzazioni stanno lavorando attivamente, e spesso in modo molto intelligente, in questa direzione anti-neoliberista, e si potrebbero trovare numerosi elementi in comune (ad esempio con la gran parte delle organizzazioni sindacali di base europee). Per quanto riguarda lo scenario italiano, il Forum ha messo in evidenza ancora una volta nel sindacato la distanza tra la base e le organizzazioni aderenti alla CES, il divario tra una politica connivente con le privatizzazioni e una posizione di resistenza e di lotta, per la difesa dei servizi pubblici e di trasporto collettivo. Il possibile punto di incontro sulle privatizzazioni tra la posizione di ATTAC - almeno in tema di trasporto - e quella delle altre componenti del movimento incontrate a Parigi � tutto da pensare e da concretizzare, ma da quanto si � potuto ascoltare nei dibattiti la convergenza potrebbe risultare non troppo distante: una prospettiva comune, sia sul piano politico sia su quello culturale, potrebbe essere lo scambio di informazioni, il lavoro di approfondimento e di studio degli effetti delle liberalizzazioni, insieme alla ricerca di nuovi modi per informare e sensibilizzare sempre pi� persone (lavoratori, utenti, amministratori o semplici cittadini) nella lotta contro le privatizzazioni. --- Il Granello di Sabbia � realizzato da un gruppo di traduttori e traduttrici volontari/e e dalla redazione di ATTAC Italia [EMAIL PROTECTED] Riproduzione autorizzata previa citazione e segnalazione del "Granello di Sabbia - ATTAC - http://attac.org/" _______________________________________________ BERGAMO SOCIAL FORUM MAILING LIST per informazioni [EMAIL PROTECTED] In questa mailing list ogni iscritto pu� far circolare tutte le notizie che ritiene opportune, pertanto non esiste alcun "filtro" ai messaggi che circolano ma ci si affida alla responsabilit� individuale. 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