E l'Ulivo punta su Fini
ANDREA COLOMBO
Il tifo della Quercia e della Margherita per Gianfranco Fini � troppo
sfegatato per potersi spiegare semplicemente con la soddisfazione per il
passggio alla democrazia di un partito dal (recente) passato neofascista.
C'� davvero anche questo nel tripudio di Fassino e Rutelli, sia chiaro, e
tuttavia il palese tentativo di accreditare la leadrship del vicepremier in
sostituzione di quella del cavaliere richiede qualche spiegazione in pi�.
Col suo viaggio in Israele il capo di An corona un percorso che � gi� andato
molto oltre la �storica� svolta di Fiuggi, ed � appena all'inizio.
L'obiettivo non � pi� la trasformazione del partito erede di Sal� in
formazione democratica, ma il suo spostamento dall'ala estrema a quella
centrale (e centrista) della Casa delle libert�. Non a caso, nel
centrodestra, gli applusi pi� fragorosi sono stati tributati al leader di An
dall'altra formazione centrista della coalizione berlusconiana, l'Udc, a
fronte del silenzio gelido della Lega e della stessa Forza Italia.
Ma se � facile capire perch� Fini stia cercando di accreditare il suo
partito come vera forza ragionevole e moderata di una destra italiana
�normalizzata�, meno semplice � comprendere perch� i leader dei Ds e della
Margherita appaiano a loro volta tanto ansiosi di celebrare la vittoria del
vicepremier. Tanto pi� che i vistosi limiti del cavalier Berlusconi sembrano
ancora rappresentare l'arma migliore nelle mani di un'opposizione che, a
tutt'oggi, conta pi� sugli errori del leader rivale che sull'appeal della
propria politica.
La risposta probabilmente va cercata in un ragionamento pi� strategico di
quelli a cui ci hanno abituato i leader ulivisti. Un calcolo per una volta a
lungo raggio, non fondato sull'opportunit� immediata. I capi della
Margherita, e ancor pi� quelli della Quercia, mirano davvero a quel �paese
normale� di cui si riempiva la bocca qualche anno fa Massimo D'Alema. In
concreto a un paese �normalizzato�, in cui lo scarto tra destra e sinistra
sia minimo, in cui non ci sia agibilit� poiitica per opzioni che contrastino
la razionalit� di un sistema di fatto unipolare. Un Italia normalizzata
nella quale sia ridotto all'osso lo spazio per qualsiasi opzione radicale.
L'insoffernza diessina di fronte alla protesta della Cgil nel 2002 � da
questo punto di vista l'esempio pi� eloquente e definitivo.
Questo obiettivo non pu� per� essere raggiunto se non in presenza di una
destra altrettanto normalizzata e perbene, depurata da ogni pulsione
radicale o antisistema. E' solo con una simile destra che l'Ulivo potr�
realizzare il miraggio che insegue da un decennio e oltre, quello di un
paese bipolare, basato sulla regola dell'alternanza, a tutti gli effetti
�normalizzato�.
In tutta evidenza non � questa la destra di Bossi e Berlusconi. Sia la Lega,
esplicitamente, che il partito di Arcore, celatamente, incarnano infatti a
modo loro una radicalit� incompatibile con il progetto ulivista, e diessino
in particolare. Le loro radici, rispettivamente antisistema nel caso di
Bossi, plebiscitaria e insofferente a ogni regola in quello di Berlusconi,
precludono a quei partiti ogni possibilit� di incarnare il modello
necessario al centrosinistra per coronare il proprio progetto. Inoltre, in
virt� delle stesse pulsioni, alimentano una radicalit� a sinistra che i capi
dell'Ulivo mirano invece a cancellare una volta per tutte. Anche in questo
caso, l'esempio del 2002, il movimento che ha fatto seguito all'incauto
attacco contro l'art. 18, � esaustivo.
Di qui la necessit� di puntare su un'altra destra, ovviamente quella ex dc
di Casini, ma soprattutto quella di una An depurata da ogni ombra del
passato. E' quella la destra di cui Rutelli, Fassino e d'Alema hanno
bisogno. Si pu� capire dunque perch�, quando chiedono a Fini di eliminarela
fiamma dal logo del suo partito, sperino con tutto il cuore che la loro
richiesta sia accettata.
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("IL MANIFESTO", 26-11-2003)
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