RIFLESSIONI SUL DOCUMENTO DI GINEVRA

Tutta la comunita' internazionale parla del cosiddetto "accordo di Ginevra"
e noi abbiamo deciso di chiedere ai palestinesi di Nablus cosa ne pensano,
abbiamo parlato con sindacalisti, politici, professori universitari, gente
comune, giovani ragazzi e ragazze e abbiamo cercato di sintetizzare le
differenti opinioni raccolte.

Ci sembra prematuro chiamare accordo un lungo documento ufficioso che lascia
aperti e irrisolti alcuni nodi fondamentali, quindi preferiamo parlare di
"documento di Ginevra".

Come gran parte dell'opinione pubblica europea, anche noi abbiamo accolto
con benevolenza e con un certo sollievo questa iniziativa: un piccolo passo,
un diverso approccio al conflitto che da 100 anni insanguina questa terra
troppo promessa e troppo santa.

Pensiamo che questa crisi non si risolvera' mai se non si abbandona
l'opzione militare, e non si riapre il fronte diplomatico, pensiamo che per
fare questo ci sia bisogno di riconoscere e identificare la controparte come
partner e non solo come nemico/avversario.

Ci e' sembrato, ed in parte ci sembra ancora, che il documento firmato a
Ginevra vada in questa direzione.

Molti di quelli con cui abbiamo parlato condividono questo auspicio e questa
speranza; si riconosce da piu' parti l'utilita' di "aprire un varco" in una
situazione che negli ultimi anni e' sembrata paralizzata e senza via
d'uscita. Cosi' come molti sono d'accordo con la necessita' di porre un
freno alla politica del governo Sharon che sta' portando, in maniera lenta
ma inesorabile, al deterioramento e alla distruzione di due societa' civili:
quella israeliana e quella palestinese.

Purtroppo le affinita' tra le nostre aspettative e quelle dei palestinesi
finisce qui.

Ci teniamo a chiarire sin da ora che i pareri che abbiamo raccolto sono
quelli di una "minoranza informata" della societa' civile di Nablus, non
quelli della maggioranza. La maggioranza della popolazione semplicemente non
e' interessata all'iniziativa di Ginevra: e' un'altra cosa che cala
dall'alto sulle loro teste, qui la disaffezione e la sfiducia verso la
politica ufficiale e' reale e palpabile, e la gente comune semplicemente non
ne puo' piu' di chiusure, morti e miseria.

Tra quelli che hanno espresso un'opinione motivata e articolata la
maggioranza si e' dichiarata contraria al documento, le obiezioni vertono
sul contenuto ma sopratutto sul metodo.



CONTENUTI:

Nonostante lo sforzo di renderlo piu' articolato e complesso rispetto ad una
semplice "dichiarazione di principi" (c'e' ne sono anche altre che circolano
in questo periodo, almeno due delle quali sono abbastanza diffuse: quella di
Ayalon-Nusseibeh e quella di Gush Shalom), il documento di fatto risulta in
piu' punti lacunoso e incompleto.

Alcune questioni come lo statuto di Gerusalemme, gli insediamenti e i
confini dei due futuri stati sono trattate con precisione e ricchezza di
dettagli. Altre questioni, altrettanto nodali, come il rilascio dei
prigionieri politici, il controllo delle falde acquifere, e la composizione
dei differenti organi che devono soprintendere e controllare l'applicazione
degli accordi (forza multinazionale, gruppi di contatto e varie) sono
demandate ad " allegati x " su cui non ci si puo' esprimere perche',
semplicemente, ancora non esistono.

Su di un aspetto importantissimo, quello dei rifugiati, non c'e' nessuna
chiarezza, sembra anzi che ognuna delle due parti sia libera di
interpretarlo secondo i proprio fini.

Il problema fondamentale, comunque, resta quello legato al rispetto delle
due risoluzioni dell'ONU che per i palestinesi sono l'unica base di
trattativa, parliamo della 194 che sancisce il diritto al ritorno dei
profughi palestinesi e della 242 che impone il ritiro degli israleliani al
confine del giugno 1967.

Nel documento si parla della 242 come base delle trattative, non del suo
rispetto. Detto in parole semplici significa accettare il principio di due
stati e due popoli, ma non il riconoscimento dei confini stabiliti. Infatti
si parla di uno scambio di territori: Israele annetterebbe alcuni degli
insediamenti e in cambio cederebbe l'esatto corrispettivo di territorio in
altre zone.

Gli insediamenti in questione sono quasi tutti lungo la linea di confine,
quasi tutti.

I rimanenti sono quelli che circondano Gerusalemme nella sua parte orientale
(che dovrebbe costituire la capitale del futuro stato palestinese) incluso
Maale Adumin che e' il piu' grande e quello che piu' si spinge in
profondita' sulla strada verso Jericho.

In questo modo la parte palestinese di Gerusalemme diventerebbe una specie
di "enclave araba" all'interno dello stato israeliano.

Tutti quelli con cui abbiamo parlato trovano questa cosa inaccettabile, la
loro imprescindibile richiesta e' che prima bisogna tornare ai confini del
1967 (evacuando quindi TUTTI gli insediamenti) e poi dopo eventualmente si
puo' discutere di scambio di territori.

Non occorre ricordare che quando parliamo di insediamenti parliamo di
colonie costruite in palese violazione del diritto internazionale dallo
stato di Israele dopo l'occupazione della West Bank e della striscia di
Gaza.

Ancora maggiori opposizioni incontra la soluzione prevista per i profughi.

La 194 non e' menzionata in nessun modo nel documento di Ginevra, e le
diverse alternative menzionate (rientro nello stato palestinese, accoglienza
in paesi terzi o nello stato di Israele, risarcimenti e compensazioni varie)
sono presentate come "soluzioni al problema dei profughi".

Il riconoscimento del "diritto al ritorno" non e' solo il numero di una
risoluzione dell'ONU, e' una questione di principio, per tutti i
palestinesi, in tutto il mondo, siano essi profughi o meno.

Nessuno si aspetta che tutti i profughi del 1948 e i loro discendenti
(parliamo di circa quttro milioni di persone) possano realmente tornare
nello stato di Israele, alcuni anche potendo non lo farebbero, ma senza
riconoscere questo loro diritto non e' possibile avviare nessun tipo di
trattativa.



METODO:

Sulle questioni di metodo i palestinesi sono stati implacabili e definitivi.

Questo quasi-stato in cui vivono vuole essere una democrazia compiuta, in
cui e' la maggioranza a decidere. Questo documento, anche noi lo scopriamo
solo ora, e' il frutto di due anni di trattative segrete tra palestinesi e
israeliani.

La comunita' internazionale ci presenta i firmatari come "rappresentanti
della societa' civile" (e loro stessi si dichiarano tali), come espressione
della volonta' dei popoli dei due stati. I popoli dei due stati hanno
scoperto qual'era la loro volonta' solo un mese fa.

Non c'e' stata nessuna consultazione preventiva, nessuno ha pensato di
sottoporre questa bozza di accordo all'opinione pubblica fino a quando la
trattativa non si e' conclusa.

Esattamente come accadde 10 anni fa per gli accordi di Oslo. Essi sono
venuti fuori all'improvviso dopo le solite trattative segrete, mentre a
Madrid era stata avviata una discussione ben piu' onesta ed articolata, che
doveva portare alla pacificazione e alla normalizzazione dei rapporti tra
Israele e tutti i paesi confinanti (Siria, Giordania, e Libano).

I firmatari del documento non sono degli anonimi cittadini, sono tutti
personaggi pubblici, intellettuali, e politici di spicco.

Nella percezione dei palestinesi (e anche in quella di alcuni israeliani)
questa e' solo una manovra politica di alcuni dei firmatari per guadagnare
consensi e aprirsi uno spazio politico all'interno delle rispettive
societa'.

Qui nessuno vuole sentirsi obbligato a scegliere se essere favorevole o
contrario; alcuni sono assolutamente contrari, altri hanno delle riserve su
alcuni punti, tutti rivendicano il diritto di essere coinvolti a pieno nel
processo di creazione di uno stato, che se mai nascera' sara' sopratutto il
"loro" stato non quello di Yasser Abed Rabbo e soci.

Quando gli abbiamo fatto notare che questa iniziativa sta condensando tutte
le forze locali e internazionali che si oppongono alla politica israeliana
degli ultimi tre anni, creando le premesse per la caduta del governo Sharon
e per una normalizzazione della situazione, ci sorprendono ancora una volta
con le loro risposte.

Alcuni ricordano che negli 8 anni del dopo Oslo la maggior parte dei governi
israeliani e' stata laburista, e che a loro e' da imputare il suo
fallimento. Altri ci dicono di preferire che l'emergenza continui fino a
quando non si trovi una soluzione secondo giustizia.

La maggior parte di quelli con cui abbiamo parlato vede nel documento di
Ginevra un'ennesimo tentativo per prendere tempo da parte delle leadership
di entrambi i paesi, un modo per evitare di affrontare i nodi cruciali del
conflitto, rimandando ad un secondo tempo le decisioni piu' difficili da
prendere; prolungando in questo modo un periodo di incertezza e sospetto che
potrebbe produrre nuove e piu' cruente escalation.


La sensazione che ricaviamo dalle cose che abbiamo sentito e' che il
documento di Ginevra se diventasse un accordo di pace conservando la sua
forma attuale non getterebbe affatto le basi per una pace storica costruita
sulla fiducia reciproca tra i due popoli.


Il testo dell'accordo in italiano si trova :
http://www.assopace.org/conflitti/palestina/L'accordo%20di%20Ginevra.htm

Il testo in inglese e' stato pubblicato per la prima volta da haaretz:
http://www.haaretz.com/hasen/pages/ShArt.jhtml?itemNo=351461&contrassID=2&subContrassID=1&sbSubContrassID=0&listSrc=Y



_______________________________________________
BERGAMO SOCIAL FORUM MAILING LIST
per informazioni [EMAIL PROTECTED]

In questa mailing list ogni iscritto pu� far circolare tutte le notizie che ritiene 
opportune, pertanto non esiste alcun "filtro" ai messaggi che circolano ma ci si 
affida alla responsabilit� individuale.

Ricordiamo www.bergamoblog.it, sito di riferimento per molte delle realt� del Forum e 
per altre ancora... 

Per provvedere alla sottoscrizione o alla cancellazione del tuo nominativo alla 
mailing-list : http://www.bergamoblog.it/mlist.php?mlid=bgsf
oppure scrivete a: [EMAIL PROTECTED]

[EMAIL PROTECTED]
https://www.inventati.org/mailman/listinfo/forumbergamo

Rispondere a