Il Vaticano NON può occuparsi di politica

Che cosa succederebbe se il Presidente della Repubblica Napolitano commentasse negativamente in TV l’enciclica “Deus est caritas” di Benedetto Decimosesto sostenendo che è in contraddizione con vari documenti dei pontefici precedenti?
Che cosa si verificherebbe se il Sindaco di, poniamo, Bologna, dopo l’ipotetica dipartita dell’Arcivescovo di quella città, parteggiasse apertamente per un particolare candidato alla successione in quell’ufficio ecclesiastico, osteggiando tutti gli altri? La Chiesa Cattolica reagirebbe scandalizzata, lamentando una violazione della sua indipendenza in campo religioso, e avrebbe ragione sotto ogni rispetto.
Che cosa accadrebbe se il Pontefice o il Presidente della Conferenza Episcopale Francese facessero commenti pubblici sulla bontà di una proposta di legge in discussione all’Assemblea nazionale o scrivessero un documento in cui si ordina ai deputati cattolici di agire in un determinato modo, o addirittura chiedessero ai magistrati della République di fare obiezione di coscienza e dunque di non applicare una legge in vigore, regolarmente approvata dall’Assemblea? E’ presto detto: in Francia scoppierebbe il finimondo. L’Assemblea e il Governo si scaglierebbero contro la violazione di uno dei pilastri dell’ordinamento democratico, la laicità, e probabilmente provvederebbero a rivedere unilateralmente le intese che regolano i rapporti fra la République e la Chiesa cattolica. Si provvederebbe penalmente, in forza di legge, contro i magistrati obiettori di coscienza. Lo Stato francese avrebbe ragione sotto ogni punto di vista.
La laicità è infatti un principio che esige reciprocità: io rispetto la tua sfera di competenza, posto che tu rispetti la mia. Come recitava l’adagio liberale dell’epoca di Camillo Benso, Conte di Cavour, “Libera Chiesa in libero Stato”: l’aggettivo “libero” compare due volte, e nessuna delle due occorrenze può essere eliminata. Altrimenti nel rapporto fra potere religioso e potere statale si dà una gerarchia: uno dei due è libero quando l’altro non lo è, ci sono un servo e un signore.
Per questi motivi in Italia occorre ribadire con forza che la Chiesa NON ha alcun diritto di intervenire sulla vita legislativa e istituzionale della Repubblica italiana, esattamente come lo Stato non ha alcun diritto di intervenire nell’organizzazione ecclesiastica e nel magistero spirituale della Chiesa cattolica. Sono dunque del tutto inaccettabili affermazioni come quelle di Ruini che, mesi fa, dichiarò i DICO incostituzionali in base a una sua personale interpretazione dell’art. 29 Cost: come se spettasse a lui, e non alla Consulta, decidere che cosa sia costituzionale o meno. Ma vi immaginate Prodi che esclama: “Il documento x della Cei va respinto perché non è conforme al Codice di diritto canonico art. y e z”? Nondimeno, oltre all’inaudita arroganza della Chiesa, ciò che colpisce e spaventa è la prontezza con cui il mondo politico italiano accetta senza colpo ferire pressioni indebite che, in ogni altro paese europeo, sarebbero considerate irricevibili. Da un lato, il Papa e i suoi sodali considerano questo paese come roba loro in forza di una tradizione plurisecolare, dovuta alla posizione geografica della Città Eterna. Dall’altro i nostri politici si sono abituati all’idea che l’Italia è uno Stato a sovranità limitata, una provincia del Vaticano dove una maggioranza parlamentare rischia di cadere se si tenta di approvare una legge prevista dal programma ma contraria al volere dei veri padroni del vapore, i cardinali d’Oltretevere. Ciò accade sebbene l’Italia sia, quanto ai costumi effettivamente praticati, sulla vita di una secolarizzazione in stile europeo sempre più accelerata. I politici non reagiscono alle ingerenze del Vaticano in primo luogo perché è molto più comodo gestire il potere condividendolo con il Vaticano che inimicandosi i prelati, in secondo luogo perché, grazie all’orribile sistema politico chiamato “bipolarismo”, i nostri rappresentanti sono disposti a svendere alla Chiesa tutto ciò in cui credono e il principio basilare della laicità per accaparrarsi quelle poche decine di migliaia di voti che la parola del Pontefice può dirigere in questo paese.
E’ importante ribadire il dovere che le massime cariche vaticane (quanto meno il Pontefice, i cardinali e i dirigenti CEI) hanno di non ingerirsi nelle vicende politiche dello Stato italiano. Poco importa se costoro credono di avere in mano una Verità rivelata da dover testimoniare in ogni sede usque ad sanguinis effusionem, fino allo spargimento del proprio sangue nel martirio: le Verità rivelate non sono compatibili con la democrazia, in quanto questa si basa sul dialogo e sul rispetto reciproco dei diversi pareri, e non possono quindi entrare a far parte della vita politica, a meno che non accettino di relativizzarsi a opinioni. Inoltre occorre ricordare che il Vaticano è uno Stato estero, seppur molto piccolo: così come uno Stato non ha il diritto di occuparsi degli affari interni di un altro Stato sovrano, così il Vaticano deve tenersi al di fuori degli affari della Repubblica Italiana.
Scrivo tutto ciò perché ho notato di persona una tendenza, da parte di noti esponenti del “fronte laico”, a riconoscere al Vaticano una presunta libertà d’espressione su questioni politico-istituzionali, libertà che deve essere negata sulla base della stessa logica interna del concetto di laicità. La medesima propensione si ritrova purtroppo nell’articolo di Piero Sansonetti apparso su Liberazione del 03-05 (lo trovate qui sotto), in cui si parla di “diritto all’interferenza”. Fare una battaglia per la laicità riconoscendo al Segretario di Stato vaticano e al Presidente della CEI la libertà di dire che i DICO conducono invariabilmente alla pedofilia e di porre i deputati cattolici sotto ricatto morale è come spuntare le proprie armi all’alba della battaglia: non è solo teoricamente scorretto, ma è anche masochistico.
Tommaso Bruni



La grandezza di quella Chiesa la miseria di questa Chiesa
Piero Sansonetti

Generalmente succede nelle dittature: il regime prende di mira un intellettuale, un politico, un artista, un attore - che ritiene scomodo, o semplicemente poco rispettoso, poco omaggiante del potere - e lo accusa di terrorismo. Avviando così la persecuzione. E' uno dei momenti più infami, nel processo di sviluppo dei regimi, non solo per la vigliaccheria - insita in qualunque azione persecutoria - ma perché avviene nel momento nel quale il regime decide di rendere esplicito, e non più camuffato, l'attacco al principio della libertà. Fa il salto di qualità, si mostra, sceglie il totalitarismo.
Il Vaticano ieri ha compiuto questo passo, accusando di terrorismo il giovane attore Andrea Rivera, e ponendosi così - dal punto di vista dei principi - al di fuori della sfera tradizionale della democrazia. Ha reso chiara, palese e dura, la sua scelta fondamentalista, prendendo forse a modello alcune linee di condotta di settori estremisti e fanatici della religione islamica. E' chiaro perché questa scelta della gerarchia ecclesiastica sia molto grave. Annienta un secolo intero di faticosa ricerca politica e teologica del mondo cristiano - e della Chiesa - che aveva accompagnato la crescita nella cultura e nel costume della nostra società. E' molto difficile ritenere che il mondo cristiano possa senza traumi rendersi autonomo dalla Chiesa, e dunque non risentire di questo strappo "medievale" del Vaticano ratzingeriano. Ed è difficile pensare che una società come la nostra, così intimamente contagiata dalla cultura cristiana e dalla sua ricchezza, non subisca un contraccolpo pesante da questa cupa capriola del mondo cristiano.
Certo viene la pelle d'oca pensando a Paolo VI, che tre mesi prima di morire si rivolse ai sequestratori di Aldo Moro, con la sua tenera voce tremante, e disse queste parole: «Uomini delle Brigate rosse, io vi prego in ginocchio, liberate l'onorevole Moro... Io mantengo la speranza che ancora nei vostri animi alberghi un vittorioso sentimento di umanità. Io ne aspetto pregando, e pur sempre amandovi, la prova...». Viene la pelle d'oca mettendo a confronto l'incredibile carica di umanità - e di modernità - di quella preghiera di Montini (che faceva sentire a noi laici e atei la forza morale incredibile del cristianesimo) con l'arroganza miserabile e ignorante del titolo di ieri del L'Osservatore Romano .
Poi c'è un altro problema. La mancanza di reazione del mondo politico. Anche noi abbiamo ripetuto cento volte che il Vaticano ha tutti i diritti di esprimere a voce alta le proprie idee (anche quando interferiscono con il legiferare dello Stato, anche quando, come spesso avviene da un po' di tempo, sono idee decisamente stupide), perché questo diritto all'interferenza fa parte del diritto generale alla libertà di opinione di tutti e assoluta. Libertà di opinione assoluta vuol dire anche libertà di opinione illiberale, come quella della Chiesa di Ratzinger. Ma rispettare il diritto del Vaticano non vuol dire rinunciare all'obbligo di difesa dei diritti dei laici. Cosa ha fatto di male Andrea Rivera? Niente, niente, niente. Ha criticato la Chiesa cattolica, in modo ironico e garbato. La Chiesa ha risposto, come si faceva nel medioevo, con una anatema e una maledizione, violando persino le leggi dello Stato che proibiscono la calunnia e la diffamazione, ed esponendo questo giovane artista alla furia e alle ritorsioni del mondo cattolico e del potere. Perché il mondo politico non ha reagito, unito, con indignazione? Perché gli stessi sindacalisti hanno sentito il dovere di dissociarsi da Rivera, isolandolo, lasciandolo solo? Dissociarsi da cosa? I sindacalisti forse pensano che la Chiesa abbia fatto bene a negare al povero Welby i funerali religiosi che in precedenza aveva riconosciuto - giustamente - a dittatori e criminali internazionali come Augusto Pinochet? Non credo che nessuno dei sindacalisti sentisse nel suo intimo il dovere di dissociarsi da quelle parole così ragionevoli, di buonsenso; si è piuttosto dissociato - così mi è sembrato - dalla critica alla Chiesa per motivi diplomatici. Ma non si può esser diplomatici di fronte alla violenta arroganza del Vaticano. Noi abbiamo il dovere di proteggere persone e idee. Anche la dichiarazione di Prodi mi è parsa debole e ambigua. Avrebbe dovuto rendere netta, esplicita la difesa dell'attore italiano indicato dalla Chiesa al linciaggio.
P.S.
Attualmente Andrea Rivera lavora per la Rai. Chiediamo al consiglio di amministrazione della Rai di vigilare sul fatto che l'anatema del Vaticano non lo danneggi. Sarebbe davvero insopportabile una discriminazione dovuta a una odioso diktat religioso, a una fatwa.

Da "Liberazione", 03-05-07
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