Cari,

 

L'idea di apporre un timbro su ognuno dei circa cinquecento libri che saranno 
consegnati ai detenuti del carcere di Velletri mi sembra un'inizativa così 
sciocca e inutile che mi vedo costretto a tornare sull'argomento, anche se so 
di essere in netta minoranza (se non il solo) a pensarla così.

 

Mi preme di approfondire questo punto non tanto per cercare di conciliare la 
mia opinione con la vostra, quanto perché la questione dei timbri è a mio modo 
di vedere una questione fondamentale, e non già un mero dettaglio come potrebbe 
sembrare.

 

Dico questo per diversi motivi. Innanzitutto perché sono convinto che la 
tecnica della comunicazione riveste un ruolo strategico per il successo della 
nostra associazione, come del resto per qualsiasi associazione, che non può e 
non deve essere sottovaluta, pena la nostra stessa scomparsa politica. 
Sottolineo la parola tecnica ma forse potrei anche parlare di scienza della 
comunicazione per indicare il contenuto innovativo, nei contenuti e nella 
forma, che la comunicazione deve avere per essere coerente e in armonia con le 
conquiste del progresso tecnologico e l'evoluzione dei costumi civili. 

 

Da questo punto di vista la nostra battaglia contro i manifesti abusivi mi 
sembra sintomatica e merita di essere inclusa in questa riflessione. Sono 
infatti convinto che l'obiettivo di questa nostra iniziativa non sia tanto o 
solo quello di denunciare l'illegalità delle affissioni abusive, questo semmai 
è un pretesto per organizzare la nostra azione, quanto quello di rigettare in 
blocco un modo di fare e comunicare la politica che è orripilante, 
anacronistico e incivile, oltreché totalmente inutile. 

 

Per chiarire meglio il senso di questa mia riflessione vi invito a guardare uno 
spot per il rinnovo del parlamento parlamento catalano promosso dalla gioventù 
socialista, un tantinello provocante ma rende bene l'idea.

 

http://www.youtube.com/watch?v=nhkrRRwiX-Q

 

 

Ora ditemi voi quale è il contenuto innovativo di un timbro? e perché non 
apporre direttamente uno stampo in cera?

 

Ma non è tutto. Mi perdonerete la mia schizofrenia sull'argomento ma io odio i 
timbri, i bolli, la carta bollata, le raccomandate con ricevuta di ritorno, 
odio un certo tipo di prosa, odio le L o le V in maiuscolo nelle lettere 
formali, odio i protocolli, la prassi, odio la prepotenza della forma sulla 
sostanza, ecc. Insomma, come avrete capito, odio la burocrazia e tutti gli 
orpelli di cui si essa di solito alimenta; e se ci sono in generale tanti 
motivi per odiare la burocrazia (che non posso qui approfondire a rischio di 
passare per pazzo) ce n'è uno in particolare che li riassume tutti: la 
burocrazia rende le cose semplici complicate e ti costringe a fare delle cose 
stupide, o quanto meno poco razionali.

 

Ecco, cari compagni, la questione è proprio questa. Emanuela (insieme ad altri 
compagni) ha dedicato molto del suo tempo per promuovere quest'iniziativa, e in 
particolare si è presa la briga di schedare ognuno dei circa cinquecento libri 
che saranno consegnati ai detenuti del carcelle di Velletri. Domanda: perché 
l'operazione timbro non è stata fatta allora ? Una svista, una dimenticanza, 
forse quest'idea geniale è sopravvenuta solo in un secondo momento? Possibile, 
d'altronde sbagliare è umano. Ma a questo punto cacciar fuori ogni libro dalla 
sua busta per mettere un timbro  mi sembra una cosa folle, roba fantozziana, da 
carabinieri. Insomma una perdita di tempo non accettabile.

 

E anche questo non è un dettaglio. Oltre alla tecnica della comunicazione c'è 
un'altra condizione che secondo me è fondamentale per il nostro successo. E' la 
scienza dell'organizzazione..Sono straconvinto che per avere successo non conta 
essere ricchi o poveri, in pochi o in molti. Basta essere bene organizzati ed 
avere qualche buona idea. Come tesoriere della nostra associazione penso che il 
capitale umano ed il tempo che ognuno di noi mette a disposizione 
dell'associazione siano risorse ben più preziose di quelle poche migliaia di 
euro che abbiamo in cassa.

 

Infine, last but not least come direbbero gli inglesi (e prometto di annoiarvi 
oltre) penso che la nostra iniziativa di devolvere dei libri usati a favore 
della comunità penitenziaria sia fondamentalmente un atto di solidarietà 
(semmai a testimonianza del nostro impegno politico sulla questione giustizia e 
carceri) e che come tale non necessiti di alcun riconoscimento politico. In 
altre parole, mi chiedo, qual'è lo scopo della nostra iniziativa? Stiamo 
cercando di dare una mano ai detenuti che se la passano male o andiamo a pesca 
di voti nelle carceri. Ditemi voi.

 

 

 V
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