Carissime e carissimi, la recente morte di Vittorio Arrigoni, il militante 
filo-palestinese assassinato a Gaza dagli estremisti islamici, ha suscitato 
molto clamore. Assai meno attenzione è stata invece dedicata alla morte di 
Juliano Mer Khamis, attore "al cento per cento ebreo e al cento per cento 
palestinese", ucciso da una raffica di mitra agli inizi di aprile a Jenin, in 
Cisgiordania. Qui di seguito, l'articolo di Francesco Battistini sul Corriere 
della Sera, che racconta chi era Juliano e perchè è stato ammazzato. Fraterni 
saluti, Alessandro Litta Modignani.


Dal CORRIERE della SERA del 5 aprile 2011, pag.19.

"Era 'ebreo e palestinese'. Ucciso l'attore di Jenin", di Francesco Battistini

Adesso, tutti a chiedersi che cosa l'abbia fregato. Orwell e «La fattoria degli 
animali» ? Juliano l'aveva messa in scena con gli attori vestiti da maiali, 
intollerabili bestie per l'Islam radicale, e con quel copione che smascherava i 
falsi rivoluzionari... O forse Carroll e l' «Alice nel paese delle meraviglie» 
, l'anno scorso, con troppi ragazzi e ragazze insopportabilmente mescolati sul 
palco? O magari quell'ultimo progetto d'allestire il McDonagh del «Tenente di 
Inishmore» ? Un'inaccettabile satira della resistenza armata, per cui gli 
avevano già sfasciato i vetri dell'auto... 

L'unica risposta sono cinque proiettili, adesso. Quelli che due uomini 
mascherati hanno tirato su Juliano Mer-Khamis, 52 anni, l'uomo del teatro dei 
profughi, l'israeliano che si definiva «al cento per cento ebreo e al cento per 
cento palestinese» ed era fra gli artisti più conosciuti, impegnati e 
minacciati della Cisgiordania. Ieri pomeriggio, nel campo di Jenin, l'hanno 
aspettato davanti al Teatro della Libertà che era venuto ad aprire sette anni 
fa tra i rifugiati. Spari furiosi. La tata del figlio, una palestinese seduta 
di fianco in auto, è rimasta ferita: lui, non s'è neanche accorto di che cosa 
succedeva. Cinque colpi annunciatissimi. Juliano era un nazareno che viveva a 
Haifa, pronipote d'uno dei primi medici nella Palestina ottomana, figlio d'un 
arabo cristiano che negli anni ' 50 costituì il Partito comunista israeliano e 
di un'ebrea pacifista, Arna Mer, che sotto l'intifada degli anni 80 fondò 
proprio a Jenin il «Teatro delle pietre», un gruppo sperimentale di ragazzini 
palestinesi.

«Juliano era il più bello di tutti» , lo piange al telefono l'attrice 
israeliana Gila Almagor: uno che poteva godersi il discreto successo che 
l'aveva portato a recitare con Diane Keaton i personaggi di John le Carré, a 
essere scritturato in film tv americani e canadesi, e che la morte della madre 
spinse invece a metter su casa anche fra i 16mila profughi di Jenin, a cercare 
i ragazzini cresciuti di quel teatro distrutto nella guerra, a riprenderli in 
un documentario («Arna's Children» , 2003), a chiedere finanziamenti all'Unione 
europea e a fondare infine il Freedom's Theater che tanto sognava.

Juliano sapeva di rischiare: nella seconda intifada Jenin è stata la rinomata 
capitale dei kamikaze, gli avevano tirato due molotov e per tutelarsi non gli 
era bastato prendersi come direttore di sala Zakariya Zubaidi, già capo delle 
locali Brigate Al Aqsa, il braccio armato del Fatah. Ora piovono le condanne 
del premier palestinese Salam Fayyad, «non possiamo tacere davanti a un simile 
crimine», ma quando i jihadisti l'avevano accusato d'essere «una quinta 
colonna» dei servizi israeliani e avevano distribuito volantini contro i suoi 
spettacoli immorali - la minaccia era già scritta: «Se le parole non 
aiuteranno, dovremo parlare con le pallottole» - nessuno gli aveva dato 
protezione, né lui s'era procurato un'arma.

Juliano aspettava sereno i suoi sicari e confidava ai giornalisti: «Mi 
minacciano, ma che scelta ho? Correre? Non sono uno che fugge. Io sono un uomo 
delle forze d'élite, ho fatto il parà. Le sole due cose che ho guadagnato dalla 
mia formazione israeliana sono le traduzioni scespiriane di Shlonsky e un buon 
addestramento fisico: questo ora mi servirà. Li fa impazzire il fatto che un 
mezzo ebreo sia a capo d'uno dei più importanti progetti della Cisgiordania. 
Razzisti ipocriti. Non sono mai stato così ebreo come da quando vivo a Jenin. 
Dopo tanta fatica, sarebbe davvero una sfortuna morire per una pallottola 
palestinese». A tremare per lui, erano i suoi amici: «Gli avevo parlato la 
settimana scorsa», ci dice in lacrime Amos Gitai, il regista che aveva voluto 
Juliano attore in Kippur e in altri film: «C'erano troppi allarmi. Continuava a 
ricevere minacce, ma era coraggioso. Un uomo radicale. Perché esiste ancora 
gente così, capace d'usare il proprio corpo per fare un ponte sui burroni 
dell'odio. Nelle epoche buie, quando gli estremisti si prendono la scena, certi 
ponti sono i primi a cadere».

 
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