I tanti fraintendimenti dell'opinione pubblica europea

 

Israele-Palestina, la Grande Dispercezione

 

di Alessandro Litta Modignani

 

Mediamente, l'opinione pubblica europea ha del conflitto mediorientale una 
percezione distorta, dovuta alla scarsa conoscenza dei fatti storici e a 
un'informazione quasi sempre incompleta, deviante, quando non apertamente 
ostile. Per "opinione pubblica" non mi riferisco a quella parte più o meno 
dichiaratamente antisemita, cioè antiebraica, minoritaria e collocata 
prevalentemente (ma non esclusivamente) all'estrema destra; né all'altro 
segmento violentemente antisionista, cioè anti-israeliano, più numeroso e 
d'abitudine schierato a sinistra. Parlo invece di una vasta area di opinione 
pubblica "centrale", moderata, meno connotata politicamente ma non per questo 
meno suggestionabile, condizionata da una serie di "convinzioni" ben radicate 
ma assolutamente sbagliate, "percezioni" apertamente false e tuttavia credute 
vere. Una serie di luoghi comuni di cui è facile dimostrare l'infondatezza e 
che però persistono tenacemente, con conseguenze politiche non secondarie, 
gravi e dannose soprattutto per Israele. Per cercare di smontare alcuni di 
questi luoghi comuni scrivo l'elenco qui di seguito, consapevole della 
limitatezza di questo tentativo. Spero con ciò di offrire un contributo a 
un'informazione più equilibrata e corretta, alla chiarezza e soprattutto alla 
verità.

Primo. La causa fondamentale del perdurare del conflitto in Medio Oriente è la 
mancata soluzione della "questione palestinese". Falso. La vera causa del 
conflitto è rappresentato invece dalla "questione israeliana", cioè 
dall'esistenza dello Stato di Israele, assolutamente intollerabile per 
larghissima parte del mondo arabo e musulmano. Per costoro l'offesa ai fratelli 
palestinesi è solo un pretesto, un tentativo di mascherare l'odio antico con 
una nobile causa, per cercare di far passare la cancellazione di Israele come 
la riparazione di un'ingiustizia. Se i paesi arabi avessero davvero a cuore la 
sorte dei palestinesi, non gli avrebbero sparato addosso per decenni, ovunque 
essi abbiano tentato di trovare rifugio: dall'Egitto alla Giordania, al Libano, 
alla Siria; non rifiuterebbero loro l'ingresso e il lavoro sul proprio suolo; 
non avrebbero occupato (loro, ben prima di Israele!) per quasi vent'anni anni, 
fra il 48 e il 67, il territorio che l'Onu aveva destinato allo Stato arabo di 
Palestina. Ma costituire quello Stato avrebbe significato per gli arabi 
prendere atto di conseguenza dell'esistenza di Israele, un fatto anche 
psicologicamente insopportabile. Ecco perché la soluzione della "questione 
palestinese" non potrà mai portare con sé la fine della guerra, come dimostra 
il tentativo di Abu Mazen di questi giorni. Per raggiungere la pace è 
necessaria invece una di queste due condizioni: o la cancellazione di Israele 
dalla carta geografica, oppure lo spegnimento (magari un poco alla volta) del 
fuoco dell'odio che arde nelle viscere del mondo arabo-musulmano. La stragrande 
maggioranza degli israeliani sogna di vivere finalmente in pace, fianco a 
fianco con i paesi arabi confinanti, mentre la stragrande maggioranza del mondo 
arabo considera questa condizione una tragedia e una resa. Questo è il 
problema: il "rifiuto della convivenza" da parte del mondo arabo-musulmano. La 
questione palestinese esiste, nessuno lo deve negare, poiché le condizioni di 
vita di quel popolo sono spesso drammatiche e miserevoli. Ma contrariamente a 
quello che pensano i distratti cittadini europei, la tragedia palestinese 
rappresenta un effetto e non la causa del conflitto mediorientale.

Secondo. Gli israeliani, oltre al territorio che spetta loro, chiamato Israele, 
occupano con la forza un'altra porzione di terra che si chiama "Palestina". 
Sbagliato. Anche Israele "è" in Palestina, nel senso che risiede in quella 
parte della Palestina storica che le venne assegnata con una votazione dalle 
Nazioni Unite (caso di legittimazione pressoché unico al mondo) nel dicembre 
del '47. L'altra parte della Palestina, la Cisgiordania e la Striscia di Gaza 
sono state occupate, come si è detto, prima da Giordania ed Egitto e solo dopo 
da Israele, a seguito della Guerra dei Sei giorni (1967). L'intero Sinai, cioè 
circa l'80 per cento dei territori occupati nel '67, è stato restituito da 
Israele all'Egitto in seguito al trattato di pace del '78, proprio in 
ottemperanza alle famose "risoluzioni Onu" del dicembre '67, incentrate sullo 
scambio "peace for territories". Nel corso della sua storia, Israele ha 
occupato e sgombrato per tre volte il Sinai, ma solo la terza volta in cambio 
di un trattato di pace. Le volte precedenti si è ritirato unilateralmente. 
Quindi, quando gli estremisti gridano in piazza "Palestina libera!", bisogna 
capire bene cosa vogliono: non che gli israeliani si ritirino a casa loro in 
Israele, bensì che l'intera Palestina storica sia liberata del tutto e per 
sempre dalla presenza dello Stato ebraico. E' questa la "pace" cui aspirano i 
"pacifisti" italiani. Ma la maggior parte degli europei ignora la spartizione 
Onu del dicembre '47 e non capisce quanto sia violenta questa minaccia.

Terzo. Israele è uno Stato teocratico, riservato esclusivamente a chi pratica 
la religione ebraica. Assolutamente falso. Israele è il frutto del "sionismo", 
cioè del processo risorgimentale del "popolo" ebraico, cioè ancora: del più 
grande tentativo di riforma e di laicizzazione dell'ebraismo mai tentato nella 
storia di questo popolo straordinario. Il sionismo nasce e si sviluppa 
nell'800, a mano a mano che gli ebrei riescono a emanciparsi e a uscire dai 
ghetti delle città europee. Il sionismo è sempre stato osteggiato dai rabbini 
tradizionalisti come una bestemmia e un allontanamento dal precetto biblico, 
perché la Terra di Israele secondo costoro sarebbe venuta solo con l'avvento 
del Messia. (I rabbini che hanno appoggiato il sionismo potrebbero essere 
equiparati, per intenderci, ai cattolici liberali nel Risorgimento italiano). 
Si tratta dunque di un processo al contempo laico e nazionale, che mira al 
recupero della Patria per il popolo ebraico, identificata là dove esso ha 
sempre mantenuto le sue radici storiche e culturali: in Palestina e a 
Gerusalemme. E' un'aspirazione comune a tutti i popoli europei nell'800, che si 
è realizzata per gradi, attraverso alterne vicende, fino alla proclamazione 
dell'indipendenza, il 15 maggio del 1948. In Israele oggi vivono circa 1,8 
milioni di cittadini arabi israeliani, per lo più musulmani, che hanno scuole, 
moschee, partiti, sindaci e parlamentari, varie cariche pubbliche, godendo di 
tutti i diritti civili fondamentali, sicuramente superiori a quelli di 
qualsiasi paese arabo (sono solo esentati dal servizio militare). Altro che 
"razzismo" e " apartheid". In Israele i religiosi sicuramente oggi sono un 
problema, nessuno può negarlo, per il loro fondamentalismo e la loro invadenza 
nella vita pubblica. E' un conflitto aperto: una ragione in più per difendere 
Israele, la sua democrazia e la sua laicità, anche dai nemici interni oltre che 
da quelli di fuori. Israele è dunque lo Stato del "popolo" ebraico, non della 
"religione" ebraica, anche se gli europei mostrano spesso, per cattiva 
informazione, di non saper cogliere questa differenza.

Quarto. Israele è nato subito dopo la seconda guerra mondiale, come 
risarcimento al popolo ebraico per le sofferenze patite con la Shoah ad opera 
dei nazisti. Assolutamente sbagliato. Si tratta di un tipico "errore di 
percezione": post hoc, propter hoc. Questa è la tesi che piace ai sostenitori 
della causa araba, che possono dire: ma che colpa hanno gli arabi nella Shoah? 
E' la tesi che piace ad Ahmadinejad, che ha chiesto retoricamente: "ma allora, 
se è vero che sono stati uccisi 6 milioni di ebrei - cosa che io non credo 
affatto - perché gli europei non hanno assegnato agli ebrei un loro territorio, 
che so, la Galizia austriaca?" E' vero invece che quel lungo processo 
risorgimentale nazionale, sopra descritto, ha avuto una spinta decisiva dopo la 
fine della guerra, quando si sono create le condizioni storiche, politiche, 
diplomatiche e militari per la proclamazione dell'indipendenza, preparata a 
lungo dai padri fondatori guidati da Ben Gurion. Nella guerra del 48-49 gli 
israeliani, pur essendo ancora soltanto una milizia di volontari, hanno avuto 
la meglio su 5 o 6 eserciti regolari, mandati dagli Stati arabi per soffocare 
sul nascere lo Stato ebraico. Allora il Gran Muftì di Gerusalemme, già alleato 
di Hitler, invitò gli arabi ad abbandonare in fretta le loro case, per 
consentire l'attacco. Sarebbero tornati di lì a poco, non appena gli ebrei 
fossero stati annientati. "Gli ebrei superstiti, se vorranno, potranno restare 
- disse l'amico di Hitler, stretto congiunto di Yasser Arafat - Non credo però 
che saranno in molti".  Invece, per la prima volta dopo duemila anni, gli ebrei 
israeliani hanno dimostrato di sapersi difendere. La tragedia palestinese nasce 
così, con quell'appello del Gran Muftì. Questa è la storia vera della "nakba", 
che gli europei per lo più ignorano. Certo ci sono state eccessi, violenze, 
uccisioni, episodi tragici e dolorosissimi anche da parte israeliana. Quale 
guerra ne è immune? Perché negarlo? Infatti Israele non lo nega. Ne ha parlato 
ad esempio Benny Morris in "Vittime", suscitando un grande dibattito in 
Israele. Ne parla Vittorio Dan Segre nel suo bel libro "Le metamorfosi di 
Israele". Ben Gurion, dopo aver vinto la guerra, è riuscito a costringere i 
suoi  estremisti alla resa. Occorre aggiungere però che nulla di ciò che è 
accaduto era veramente irreparabile, se solo ci fosse stata la volontà di pace, 
specie all'indomani di una tragedia mondiale di proporzioni infinitamente 
superiori, avendo per giunta a disposizione l'immensa ricchezza del petrolio. 
Invece la guerra è continuata per più di 60 anni e dura tuttora. Perché? 
L'Europa si interroghi su questo, invece di fare ingenuamente il "tifo" per il 
più debole.

Quinto. Israele era un paese democratico finché hanno governato i laburisti, ma 
adesso è degenerato in uno Stato autoritario, in mano alla destra militarista e 
guerrafondaia. Nulla di più falso e facilmente confutabile. Questa tesi è 
particolarmente cara alla sinistra moderata e democratica europea, sempre alla 
ricerca di un'identità ideale, in equilibrio fra i vecchi stereotipi e una 
patina di modernità. Tesi suffragata dal fatto che Rabin, dopo gli accordi di 
Oslo, è stato assassinato da un estremista di destra, finendo così fra gli 
israeliani "buoni" di sinistra, contrapposti ai "cattivi" di destra (ma quando 
Rabin era ministro della Difesa, durante la prima Intifada, non ne parlavano 
così bene; l'unico ebreo buono è dunque solo... quello morto?). Se guardiamo la 
pura cronaca dei fatti, Begin ha firmato la pace con l'Egitto, Shamir ha 
firmato la pace con la Giordania, Sharon ha sgombrato Gaza: tutti e tre capi 
del Likud. Proprio Ariel Sharon, il falco per eccellenza, ha dimostrato che gli 
uomini d'armi in Israele possono trasformarsi in fautori di pace. Egli ha 
sgombrato con la forza i coloni dalla striscia di Gaza, contraddicendo la 
politica di tutta la sua vita e pronunciando parole che nessuno avrebbe mai 
immaginato di poter udire. Questo ha saputo fare Sharon, da primo ministro di 
Israele. La risposta, da Gaza, è stata la vittoria di Hamas, l'uccisione e la 
cacciata degli uomini dell'Anp e uno stillicidio di missili sulle città 
israeliane del sud. E' la pura cronaca dei fatti, che molti europei ignorano.

  Questo elenco potrebbe continuare a lungo, ma preferisco fermarmi qui. Già 
solo questi cinque punti meriterebbero lunghi approfondimenti e discussioni 
interminabili. Mi rendo conto di non avere apportato, in questo scritto, alcun 
elemento di novità sostanziale nel dibattito sulla questione mediorientale, ma 
di avere solo tentato una sintesi molto limitata e parziale di alcuni punti 
controversi. Mi piace pensare però che non sia stato un lavoro inutile, se 
servirà a sfatare anche solo in parte alcuni pregiudizi che condizionano, 
secondo me negativamente, il dibattito su Israele e sulla sua difficile 
democrazia.

 

 
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