Mi chiedo come possano ancora giustificarsi account istituzionali di imprese e 
enti pubblici su Meta. Dovremmo richiedere di cancellarli.

Alberto.


<https://attivissimo.me/2025/11/11/podcast-rsi-meta-incassa-7-miliardi-di-dollari-lanno-da-spot-truffa-e-lo-sa/>


Podcast RSI – Meta incassa 7 miliardi di dollari l’anno da spot-truffa, e lo sa

11 - 14 minutes

Questo è il testo della puntata del 10 novembre 2025 del podcast Il 
Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal 
sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube 
Music, Spotify e feed RSS. Il mio archivio delle puntate è presso 
Attivissimo.me/disi.

Se vi è capitato di notare una pubblicità sfacciatamente truffaldina su 
Facebook o Instagram e avete provato a segnalarla ma non è successo nulla e lo 
spot è rimasto al suo posto, c’è una buona ragione. Anzi, ci sono sette 
miliardi di buone ragioni. Meta, la società che gestisce questi due social 
network oltre a WhatsApp, incassa infatti sette miliardi di dollari ogni anno 
dalle pubblicità fraudolente. E grazie a un’indagine appena pubblicata da 
Reuters, sappiamo che i dirigenti di Meta sono perfettamente consapevoli di 
questa situazione e hanno deciso di non fare nulla, perché l’ammontare di 
qualunque sanzione delle autorità sarebbe inferiore a quello che incassa.

Non solo: quando Meta si accorge che un inserzionista sta truffando, spesso non 
lo blocca, ma si limita a farlo pagare di più per continuare a pubblicare i 
suoi spot che raggirano gli utenti. In altre parole, Meta guadagna di più da 
una pubblicità truffaldina che da uno spot onesto. Non è una teoria: lo dicono 
i documenti interni di Meta stessa.

Benvenuti alla puntata del 10 novembre 2025 del Disinformatico, il podcast 
della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane 
dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

Ogni giorno, Meta mostra agli utenti di Facebook, Instagram e WhatsApp circa 15 
miliardi di pubblicità ad alto rischio di truffa. Da queste pubblicità incassa 
7 miliardi di dollari l’anno. Alla fine del 2024, l’azienda prevedeva che il 
10% del suo fatturato globale, circa 16 miliardi di dollari, sarebbe derivato 
dal fatto di mostrare consapevolmente ai propri utenti delle pubblicità che 
promuovono truffe o prodotti illegali. Sono alcuni dei dati che emergono da 
un’inchiesta pubblicata pochi giorni fa da Reuters e basata su documenti 
interni di Meta.

I comportamenti intenzionali di Meta rivelati dall’inchiesta lasciano a bocca 
aperta per il loro cinismo assoluto. Gran parte delle truffe sui suoi social 
network proviene da operatori che vengono rilevati eccome dai servizi di 
monitoraggio antifrode interni, ma Meta blocca questi inserzionisti solo se 
questi sistemi automatici sono sicuri almeno al 95% che sia in corso una 
truffa. Se la percentuale è inferiore, Meta semplicemente fa pagare 
all’inserzionista un importo maggiore per ciascuno spot, ma non lo blocca.

C’è di più: la documentazione interna dell’azienda di Mark Zuckerberg spiega 
che un utente che clicca su una pubblicità fraudolenta verrà bombardato da 
altre pubblicità truffa, grazie agli automatismi, i famosi algoritmi social, 
che cercano di presentare agli utenti delle pubblicità basate sui loro 
interessi.

Altre informazioni interne dimostrano che Meta ha ordinato ai suoi team 
antifrode di non intervenire contro gli inserzionisti sospettati di frode se 
bloccarli rischia di far perdere a Meta più dello 0,15% del fatturato globale. 
A ottobre 2024, i dirigenti di Meta hanno presentato a Zuckerberg in persona un 
piano antifrode, che invece di agire drasticamente avrebbe concentrato i propri 
sforzi nei Paesi nei quali si temeva un intervento a breve del legislatore. 
Hanno poi concordato che avrebbero tentato di ridurre gli incassi legati a 
truffe, gioco d’azzardo illegale e merci proibite dal 10,1% circa del 2024 al 
7,3% entro la fine di quest’anno. Hanno i mezzi per bloccare le truffe, ma li 
applicano con il contagocce per non causare cali troppo repentini nel fatturato 
aziendale.

È difficile leggere i dati portati alla luce dall’indagine di Reuters senza 
evocare la parola “complicità”. Qui non si tratta più di un semplice “se non 
paghi per qualcosa, il prodotto in vendita sei tu”. Non è più una sorta di 
compromesso di convenienza, nel quale gli utenti accettano di essere 
sorvegliati a scopo pubblicitario in cambio di un servizio che permette loro di 
restare in contatto con parenti, amici e clienti. Meta sta volutamente, 
consapevolmente dando i propri utenti – cioè noi – in pasto ai truffatori 
perché guadagna dalle loro truffe.

Questa è la reale natura dei social network che quattro miliardi di persone al 
mondo continuano a usare. Un territorio di caccia per criminali, che ingannano 
gli adulti con finti investimenti facili e seducono i minori per ricattarli 
minacciando di pubblicare le loro foto intime, e la passano liscia perché le 
loro inserzioni su Facebook e Instagram contribuiscono al fatturato.

È per questo che segnalare una truffa sui social network di Meta è molto spesso 
una perdita di tempo. Anche a me è capitato di segnalare account che erano 
sfacciatamente in violazione delle regole di Facebook o di Instagram, perché 
presentavano immagini di minori in atteggiamenti illegali o fingevano di essere 
account di celebrità che promuovevano investimenti e prodotti, e mi è capitato 
di sentirmi rispondere spesso che andava tutto bene così. Addirittura segnalare 
in massa spesso è inutile. I documenti interni di Meta rivelano che l’azienda 
lo sa e non fa praticamente nulla.

Uno di questi documenti, datato 2023, mette in luce il livello stratosferico di 
indifferenza di Meta verso i suoi utenti truffati o esposti a truffe. In quel 
periodo gli utenti di Facebook e Instagram stavano inviando circa centomila 
segnalazioni valide di tentativi di truffa ogni settimana, ma Meta le ignorava 
o le respingeva nel 96% dei casi. Però possiamo consolarci, perché i 
responsabili della sicurezza si erano impegnati, in questi documenti, a ridurre 
questa percentuale al 75%. Per loro, lasciar correre tre truffe su quattro 
sarebbe un bel risultato.

Lo so che niente di tutto questo vi farà chiudere i vostri account Instagram, 
Facebook o WhatsApp. Moltissimi utenti hanno investito anni nel creare una rete 
di amicizie e di contatti su questi social network e quindi sono 
comprensibilmente molto riluttanti a smettere di usarli anche di fronte a 
rivelazioni come queste. Il loro atteggiamento spesso è del tipo “sì, lo so che 
mi profilano, ma tanto non ho niente da nascondere, facciano pure; io non 
voglio perdere i contatti con i parenti e gli amici, e se non fanno abbastanza 
contro le frodi starò attento a non cliccare sulle pubblicità.”

Ma stare attenti a non abboccare agli spot non basta. Questa intenzionale, 
calcolata carenza di vigilanza di Meta sui propri social favorisce infatti un 
ecosistema di truffatori impuniti e ben attrezzati ,che rubano gli account 
degli utenti e ne prendono il controllo per diffondere i loro raggiri usando le 
identità delle vittime. In questo modo gli amici di quelle vittime crederanno 
che il consiglio di investimento in criptovalute arrivi da una persona di 
fiducia, e abboccheranno più facilmente.

L’indagine di Reuters cita un esempio eloquente fra tanti. Una donna ha 
scoperto di non poter più accedere al proprio account Facebook e si è accorta 
che qualcuno lo stava usando per mostrare una falsa tessera da dipendente sulla 
quale c’era la sua faccia. Il testo del post annunciava che lei (la vittima) 
era ora “certificata per le criptovalute”. La donna ha segnalato subito il 
problema a Meta, ripetutamente, ma non è successo nulla. Il suo account, con il 
suo nome e la sua faccia, continuava ad annunciare che lei era diventata ricca 
grazie alle cripto e voleva dare ai suoi amici la stessa opportunità. Chiedere 
alla polizia di intervenire è stato inutile: gli agenti le hanno detto che 
normalmente Meta non risponde alle segnalazioni di account rubati neanche 
quando arrivano dalle forze dell’ordine.

E così la donna ha cercato di avvisare tutti i propri contatti, chiedendo di 
non interagire con il suo account e di segnalarne il furto a Meta. Ma anche 
questo non è servito a nulla. Nonostante un centinaio di segnalazioni, Meta non 
ha fatto niente per parecchio tempo, e così i truffatori sono riusciti a 
raggirare cinque suoi colleghi che si sono fidati dei consigli che a loro 
sembravano provenire da lei e hanno perso cifre ingenti.

I documenti interni di Meta rivelano un altro aspetto poco conosciuto del mondo 
delle frodi online: i truffatori sono ricchi. Per trovare le proprie vittime, 
investono in campagne di spot sui social per decine o centinaia di migliaia di 
dollari. Uno dei documenti cita il caso di un truffatore che ha pagato a Meta 
ben 250 mila dollari per fare inserzioni nelle quali si spacciava per il primo 
ministro canadese e propinava, anche qui, investimenti in criptovalute. Avete 
capito bene: un criminale ha pagato a Meta quella cifra. Non c’è da 
sorprendersi se Meta ha chiuso un occhio e anzi nei suoi documenti interni ha 
sottolineato che le sue regole attuali non segnalerebbero affatto questo tipo 
di account.

A volte gli occhi che vengono chiusi sono ben più di uno. Gli stessi documenti 
interni dell’azienda rivelano che alcuni grandi inserzionisti truffaldini 
potevano accumulare oltre cinquecento violazioni senza essere puniti. E alcune 
campagne fraudolente sono immense: quattro di esse, rimosse da Meta qualche 
mese fa, fruttavano da sole all’azienda di Zuckerberg incassi per 67 milioni di 
dollari al mese.

E la soluzione di Meta a questo tipo di problema è stata aumentare le tariffe 
per gli inserzionisti sospettati di essere fraudolenti. Gli stessi documenti 
sottolineano che Meta vuole ridurre questo flusso di incassi legati alle frodi, 
ma farlo troppo in fretta potrebbe avere appunto un effetto deleterio sulle sue 
proiezioni di fatturato e potrebbe spaventare gli azionisti. Tanto le sanzioni 
delle autorità costerebbero meno dei tre miliardi e mezzo di dollari che Meta 
guadagna ogni sei mesi dalle pubblicità sfacciatamente ingannevoli.

Meta ha risposto all’inchiesta di Reuters dicendo che i documenti interni 
“mostrano una visione selettiva che distorce l’approccio di Meta alle frodi e 
alle truffe” e che la stima che il 10% del fatturato derivi da frodi è 
approssimata per eccesso, ma non ha fornito un dato più esatto. L’azienda ha 
aggiunto che negli ultimi diciotto mesi le segnalazioni di truffe da parte 
degli utenti sono calate del 58% e che ha rimosso oltre 134 milioni di 
contenuti fraudolenti. Ma non ha indicato quanti non ne ha rimossi. E rimane 
sempre il solito problema che in questi social network la volpe è la guardia 
del pollaio. E ora sappiamo che prende anche soldi per lasciare che altri 
spennino i suoi polli. Cioè noi.

È comprensibile che di fronte a notizie di questo genere si provi impotenza e 
rassegnazione. I social network sono una parte troppo ben radicata delle nostre 
attività personali e professionali. È difficile, quasi impossibile farne a 
meno, e quindi si sopportano angherie come quelle messe in luce dalla 
meticolosa indagine di Reuters.

Ma in realtà la scelta fra accettare una gestione cinica e scellerata come 
questa e rinunciare ai social network è una falsa alternativa. Ci sono social 
network nei quali la volpe non è la guardia del pollaio, non possiede il 
pollaio, e non fa entrare nel pollaio le faine per guadagnarci. Sono i social 
network come Mastodon, quelli del cosiddetto fediverso, quelli creati dagli 
utenti per gli utenti, senza un CEO o un proprietario che può fare il bello e 
il cattivo tempo e senza un algoritmo che sceglie per noi cosa farci vedere e 
cosa no.

Nulla vieta di installare sul telefono, tablet o computer un’app social 
gratuita come Mastodon accanto a Facebook o Instagram e poi proporre 
gradualmente ai propri contatti di passare a una piattaforma meno oppressiva. 
Nessuna grande caotica migrazione improvvisa, ma una transizione graduale. È 
quello che faccio io, e funziona. Se rivelazioni come queste di Reuters vi 
ispirano almeno a provare a cambiare le cose invece di attendere invano che 
cambino da sole, fateci un pensierino. 

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