TL;DR: se vogliamo discutere di quanto Meta sia “malvagia”, ok. Ma qui il
tema è anche un altro: gli strumenti per misurare e provare queste cose ci
sono già. Quello che manca è che le autorità li usino davvero e facciano
seguire conseguenze.


A margine del pezzo sugli spot-truffa e sui miliardi che Meta incasserebbe
sapendo benissimo cosa sta monetizzando, secondo me c’è una cosa che è
finita un po’ sotto traccia: AI Forensics (la mia NGO) aveva già messo nero
su bianco evidenze molto concrete su *come* e *quanto* Meta lasci passare
pubblicità che non dovrebbe mai approvare. Parlo di due report:

   1.

   “Pay-to-Play: Meta’s Community (Double) Standards on Pornographic
   Content”
   -

      abbiamo identificato oltre 3.000 ads pornografiche (nudità/attività
      sessuale esplicita) che risultano revisionate e approvate dal sistema
      pubblicitario di Meta.
      -

      Quegli annunci avrebbero generato oltre 8 milioni di impression
      nell’UE in un anno.
      -

      Importante: non è un limite tecnico - ma DECISIONALE - Nel report
      viene anche mostrato un “double standard”: gli stessi visual, se caricati
      come contenuto normale (non sponsorizzato), vengono rimossi per
violazione;
      quando diventano advertising, passano.
      -

      Trivia fact: abbiamo usato i modelli di content moderation open
      source di Meta stessa per dimostrare questo double standard.
      2.

   “A Pill Hard To Swallow” (health ads / scam advertising)
   -

      Dal varo del DSA (agosto 2023) il report documenta che Meta ha
      approvato oltre 46.000 ads con farmaci non approvati e claim sanitari
      ingannevoli.
      -

      Questi contenuti sarebbero finiti sugli schermi degli utenti europei
      oltre 292 milioni di volte.
      -

      Anche qui il punto non è “contenuti borderline”: parliamo di pratiche
      ricorrenti (false cure, prodotti dubbi, impersonificazione/celebrity,
      deepfake, ecc.) che vanno contro numerose regole pubblicitarie e standard
      della piattaforma.

Quindi, ok, nulla di nuovo sotto il sole Meta viola la legge, ma sta
beneamata Commissione Europea, che ha centralizzato la decisione e
l'enforcement perché c'era il così detto "problema Irlandese", si muove? mi
chiedo, se c'è spazio per i Digital Service Coordinator (nel nostro caso,
AGCom) di muoversi? La parte frustrante è che le evidenze sono pubbliche,
replicabili e dettagliate.

Gli strumenti funzionano ? (In teoria questo sembra di sì, e quindi...) ed
è anche per questo che il DSA è così osteggiato dalla big tech? Cambio un
po' argomento per mettere in luce un po' di ipocrisia di Google (viene da
qui
https://www.linkedin.com/posts/carlos-hernandez-echevarria_it-never-ceases-to-amaze-me-how-google-gets-activity-7407069863783047168-BgcQ
)

28 August 2025: Talking to the EU, literally in the first line of its DSA
transparency report

We welcome the goals of the European Union (EU) Digital Services Act (DSA)
which are to make the internet even more safe, transparent and accountable,
while ensuring that everyone in the EU continues to benefit from the open
web. Google is committed to promoting transparency for the users of our
services.

September 23, 2025: Talking to the US House of Representatives

The Committee has taken important investigative steps to highlight that
onerous obligations under laws such as the Digital Services Act and Digital
Markets Act may stifle innovation and restrict access to information. These
laws place a disproportionate regulatory burden on American companies, and
the Company has long expressed its concern about the risk that the DSA may
pose to freedom of expression within and outside of the European Union,
depending on how certain provisions may be enforced.


Qualcosa sta cambiando? Il Transatlantic Data Privacy Framework sta per
essere messo in discussione?
https://noyb.eu/en/eu-us-data-transfers-time-prepare-more-trouble-come
vedremo!

Link ai report: https://aiforensics.org/work/meta-porn-ads
https://aiforensics.org/work/meta-health-ads
<https://aiforensics.org/work/meta-porn-ads>


Salutoni, Claudio


On Thu, Dec 18, 2025 at 9:03 AM Alberto Cammozzo via nexa <
[email protected]> wrote:

>
> Mi chiedo come possano ancora giustificarsi account istituzionali di
> imprese e enti pubblici su Meta. Dovremmo richiedere di cancellarli.
>
> Alberto.
>
>
> <
> https://attivissimo.me/2025/11/11/podcast-rsi-meta-incassa-7-miliardi-di-dollari-lanno-da-spot-truffa-e-lo-sa/
> >
>
>
> Podcast RSI – Meta incassa 7 miliardi di dollari l’anno da spot-truffa, e
> lo sa
>
> 11 - 14 minutes
>
> Questo è il testo della puntata del 10 novembre 2025 del podcast Il
> Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto
> dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa
> puntata.
>
> Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes,
> YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il mio archivio delle puntate è presso
> Attivissimo.me/disi.
>
> Se vi è capitato di notare una pubblicità sfacciatamente truffaldina su
> Facebook o Instagram e avete provato a segnalarla ma non è successo nulla e
> lo spot è rimasto al suo posto, c’è una buona ragione. Anzi, ci sono sette
> miliardi di buone ragioni. Meta, la società che gestisce questi due social
> network oltre a WhatsApp, incassa infatti sette miliardi di dollari ogni
> anno dalle pubblicità fraudolente. E grazie a un’indagine appena pubblicata
> da Reuters, sappiamo che i dirigenti di Meta sono perfettamente consapevoli
> di questa situazione e hanno deciso di non fare nulla, perché l’ammontare
> di qualunque sanzione delle autorità sarebbe inferiore a quello che incassa.
>
> Non solo: quando Meta si accorge che un inserzionista sta truffando,
> spesso non lo blocca, ma si limita a farlo pagare di più per continuare a
> pubblicare i suoi spot che raggirano gli utenti. In altre parole, Meta
> guadagna di più da una pubblicità truffaldina che da uno spot onesto. Non è
> una teoria: lo dicono i documenti interni di Meta stessa.
>
> Benvenuti alla puntata del 10 novembre 2025 del Disinformatico, il podcast
> della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane
> dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.
>
> Ogni giorno, Meta mostra agli utenti di Facebook, Instagram e WhatsApp
> circa 15 miliardi di pubblicità ad alto rischio di truffa. Da queste
> pubblicità incassa 7 miliardi di dollari l’anno. Alla fine del 2024,
> l’azienda prevedeva che il 10% del suo fatturato globale, circa 16 miliardi
> di dollari, sarebbe derivato dal fatto di mostrare consapevolmente ai
> propri utenti delle pubblicità che promuovono truffe o prodotti illegali.
> Sono alcuni dei dati che emergono da un’inchiesta pubblicata pochi giorni
> fa da Reuters e basata su documenti interni di Meta.
>
> I comportamenti intenzionali di Meta rivelati dall’inchiesta lasciano a
> bocca aperta per il loro cinismo assoluto. Gran parte delle truffe sui suoi
> social network proviene da operatori che vengono rilevati eccome dai
> servizi di monitoraggio antifrode interni, ma Meta blocca questi
> inserzionisti solo se questi sistemi automatici sono sicuri almeno al 95%
> che sia in corso una truffa. Se la percentuale è inferiore, Meta
> semplicemente fa pagare all’inserzionista un importo maggiore per ciascuno
> spot, ma non lo blocca.
>
> C’è di più: la documentazione interna dell’azienda di Mark Zuckerberg
> spiega che un utente che clicca su una pubblicità fraudolenta verrà
> bombardato da altre pubblicità truffa, grazie agli automatismi, i famosi
> algoritmi social, che cercano di presentare agli utenti delle pubblicità
> basate sui loro interessi.
>
> Altre informazioni interne dimostrano che Meta ha ordinato ai suoi team
> antifrode di non intervenire contro gli inserzionisti sospettati di frode
> se bloccarli rischia di far perdere a Meta più dello 0,15% del fatturato
> globale. A ottobre 2024, i dirigenti di Meta hanno presentato a Zuckerberg
> in persona un piano antifrode, che invece di agire drasticamente avrebbe
> concentrato i propri sforzi nei Paesi nei quali si temeva un intervento a
> breve del legislatore. Hanno poi concordato che avrebbero tentato di
> ridurre gli incassi legati a truffe, gioco d’azzardo illegale e merci
> proibite dal 10,1% circa del 2024 al 7,3% entro la fine di quest’anno.
> Hanno i mezzi per bloccare le truffe, ma li applicano con il contagocce per
> non causare cali troppo repentini nel fatturato aziendale.
>
> È difficile leggere i dati portati alla luce dall’indagine di Reuters
> senza evocare la parola “complicità”. Qui non si tratta più di un semplice
> “se non paghi per qualcosa, il prodotto in vendita sei tu”. Non è più una
> sorta di compromesso di convenienza, nel quale gli utenti accettano di
> essere sorvegliati a scopo pubblicitario in cambio di un servizio che
> permette loro di restare in contatto con parenti, amici e clienti. Meta sta
> volutamente, consapevolmente dando i propri utenti – cioè noi – in pasto ai
> truffatori perché guadagna dalle loro truffe.
>
> Questa è la reale natura dei social network che quattro miliardi di
> persone al mondo continuano a usare. Un territorio di caccia per criminali,
> che ingannano gli adulti con finti investimenti facili e seducono i minori
> per ricattarli minacciando di pubblicare le loro foto intime, e la passano
> liscia perché le loro inserzioni su Facebook e Instagram contribuiscono al
> fatturato.
>
> È per questo che segnalare una truffa sui social network di Meta è molto
> spesso una perdita di tempo. Anche a me è capitato di segnalare account che
> erano sfacciatamente in violazione delle regole di Facebook o di Instagram,
> perché presentavano immagini di minori in atteggiamenti illegali o
> fingevano di essere account di celebrità che promuovevano investimenti e
> prodotti, e mi è capitato di sentirmi rispondere spesso che andava tutto
> bene così. Addirittura segnalare in massa spesso è inutile. I documenti
> interni di Meta rivelano che l’azienda lo sa e non fa praticamente nulla.
>
> Uno di questi documenti, datato 2023, mette in luce il livello
> stratosferico di indifferenza di Meta verso i suoi utenti truffati o
> esposti a truffe. In quel periodo gli utenti di Facebook e Instagram
> stavano inviando circa centomila segnalazioni valide di tentativi di truffa
> ogni settimana, ma Meta le ignorava o le respingeva nel 96% dei casi. Però
> possiamo consolarci, perché i responsabili della sicurezza si erano
> impegnati, in questi documenti, a ridurre questa percentuale al 75%. Per
> loro, lasciar correre tre truffe su quattro sarebbe un bel risultato.
>
> Lo so che niente di tutto questo vi farà chiudere i vostri account
> Instagram, Facebook o WhatsApp. Moltissimi utenti hanno investito anni nel
> creare una rete di amicizie e di contatti su questi social network e quindi
> sono comprensibilmente molto riluttanti a smettere di usarli anche di
> fronte a rivelazioni come queste. Il loro atteggiamento spesso è del tipo
> “sì, lo so che mi profilano, ma tanto non ho niente da nascondere, facciano
> pure; io non voglio perdere i contatti con i parenti e gli amici, e se non
> fanno abbastanza contro le frodi starò attento a non cliccare sulle
> pubblicità.”
>
> Ma stare attenti a non abboccare agli spot non basta. Questa intenzionale,
> calcolata carenza di vigilanza di Meta sui propri social favorisce infatti
> un ecosistema di truffatori impuniti e ben attrezzati ,che rubano gli
> account degli utenti e ne prendono il controllo per diffondere i loro
> raggiri usando le identità delle vittime. In questo modo gli amici di
> quelle vittime crederanno che il consiglio di investimento in criptovalute
> arrivi da una persona di fiducia, e abboccheranno più facilmente.
>
> L’indagine di Reuters cita un esempio eloquente fra tanti. Una donna ha
> scoperto di non poter più accedere al proprio account Facebook e si è
> accorta che qualcuno lo stava usando per mostrare una falsa tessera da
> dipendente sulla quale c’era la sua faccia. Il testo del post annunciava
> che lei (la vittima) era ora “certificata per le criptovalute”. La donna ha
> segnalato subito il problema a Meta, ripetutamente, ma non è successo
> nulla. Il suo account, con il suo nome e la sua faccia, continuava ad
> annunciare che lei era diventata ricca grazie alle cripto e voleva dare ai
> suoi amici la stessa opportunità. Chiedere alla polizia di intervenire è
> stato inutile: gli agenti le hanno detto che normalmente Meta non risponde
> alle segnalazioni di account rubati neanche quando arrivano dalle forze
> dell’ordine.
>
> E così la donna ha cercato di avvisare tutti i propri contatti, chiedendo
> di non interagire con il suo account e di segnalarne il furto a Meta. Ma
> anche questo non è servito a nulla. Nonostante un centinaio di
> segnalazioni, Meta non ha fatto niente per parecchio tempo, e così i
> truffatori sono riusciti a raggirare cinque suoi colleghi che si sono
> fidati dei consigli che a loro sembravano provenire da lei e hanno perso
> cifre ingenti.
>
> I documenti interni di Meta rivelano un altro aspetto poco conosciuto del
> mondo delle frodi online: i truffatori sono ricchi. Per trovare le proprie
> vittime, investono in campagne di spot sui social per decine o centinaia di
> migliaia di dollari. Uno dei documenti cita il caso di un truffatore che ha
> pagato a Meta ben 250 mila dollari per fare inserzioni nelle quali si
> spacciava per il primo ministro canadese e propinava, anche qui,
> investimenti in criptovalute. Avete capito bene: un criminale ha pagato a
> Meta quella cifra. Non c’è da sorprendersi se Meta ha chiuso un occhio e
> anzi nei suoi documenti interni ha sottolineato che le sue regole attuali
> non segnalerebbero affatto questo tipo di account.
>
> A volte gli occhi che vengono chiusi sono ben più di uno. Gli stessi
> documenti interni dell’azienda rivelano che alcuni grandi inserzionisti
> truffaldini potevano accumulare oltre cinquecento violazioni senza essere
> puniti. E alcune campagne fraudolente sono immense: quattro di esse,
> rimosse da Meta qualche mese fa, fruttavano da sole all’azienda di
> Zuckerberg incassi per 67 milioni di dollari al mese.
>
> E la soluzione di Meta a questo tipo di problema è stata aumentare le
> tariffe per gli inserzionisti sospettati di essere fraudolenti. Gli stessi
> documenti sottolineano che Meta vuole ridurre questo flusso di incassi
> legati alle frodi, ma farlo troppo in fretta potrebbe avere appunto un
> effetto deleterio sulle sue proiezioni di fatturato e potrebbe spaventare
> gli azionisti. Tanto le sanzioni delle autorità costerebbero meno dei tre
> miliardi e mezzo di dollari che Meta guadagna ogni sei mesi dalle
> pubblicità sfacciatamente ingannevoli.
>
> Meta ha risposto all’inchiesta di Reuters dicendo che i documenti interni
> “mostrano una visione selettiva che distorce l’approccio di Meta alle frodi
> e alle truffe” e che la stima che il 10% del fatturato derivi da frodi è
> approssimata per eccesso, ma non ha fornito un dato più esatto. L’azienda
> ha aggiunto che negli ultimi diciotto mesi le segnalazioni di truffe da
> parte degli utenti sono calate del 58% e che ha rimosso oltre 134 milioni
> di contenuti fraudolenti. Ma non ha indicato quanti non ne ha rimossi. E
> rimane sempre il solito problema che in questi social network la volpe è la
> guardia del pollaio. E ora sappiamo che prende anche soldi per lasciare che
> altri spennino i suoi polli. Cioè noi.
>
> È comprensibile che di fronte a notizie di questo genere si provi
> impotenza e rassegnazione. I social network sono una parte troppo ben
> radicata delle nostre attività personali e professionali. È difficile,
> quasi impossibile farne a meno, e quindi si sopportano angherie come quelle
> messe in luce dalla meticolosa indagine di Reuters.
>
> Ma in realtà la scelta fra accettare una gestione cinica e scellerata come
> questa e rinunciare ai social network è una falsa alternativa. Ci sono
> social network nei quali la volpe non è la guardia del pollaio, non
> possiede il pollaio, e non fa entrare nel pollaio le faine per guadagnarci.
> Sono i social network come Mastodon, quelli del cosiddetto fediverso,
> quelli creati dagli utenti per gli utenti, senza un CEO o un proprietario
> che può fare il bello e il cattivo tempo e senza un algoritmo che sceglie
> per noi cosa farci vedere e cosa no.
>
> Nulla vieta di installare sul telefono, tablet o computer un’app social
> gratuita come Mastodon accanto a Facebook o Instagram e poi proporre
> gradualmente ai propri contatti di passare a una piattaforma meno
> oppressiva. Nessuna grande caotica migrazione improvvisa, ma una
> transizione graduale. È quello che faccio io, e funziona. Se rivelazioni
> come queste di Reuters vi ispirano almeno a provare a cambiare le cose
> invece di attendere invano che cambino da sole, fateci un pensierino.
>
>

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