Caro Giuseppe On Sat, 16 May 2026 09:31:24 +0000 Giuseppe Attardi wrote:
> I Language Model (ancor prima dei LLM) fin dai tempi di [1] hanno > fornito una definizione operativa di significato delle parole > attraverso i word embedding (contestuali). Ripeto operativa, ossia > sulla quale si possono costruire algoritmi, non generica o metafisica. seguendo questo approccio metodologico, potremmo definire la vita in modo da includere gli automi cellulari di Convey https://en.wikipedia.org/wiki/Conway%27s_Game_of_Life Non ti sembra assurdo? Spero ti renda conto anche tu che prendere un termine a caso dal linguaggio comune ed attribuirgli una definizione "operativa" arbitraria che permetta costruire algoritmi descrivibili con quel termine non ha alcun rigore scientifico. E se il problema è semplicemente costruire algoritmi, perché non definire il termine "significato" come "intero esprimibile in 8 bit"? Sai quanti algoritmi ci puoi fare! I word embedding non rappresentano alcun significato, ma relazioni statisticamente rilevanti fra i token cui sono associati all'interno testi sorgente. Parte di tali relazioni statisticamente rilevanti deriva dalle funzioni grammaticali dei termini nella lingua utilizzata. Un'altra parte deriva dallo stile compositivo degli autori dei testi. Un'altra ancora è certamente correlata ai significati di quei termini. Ma sempre di relazioni statisticamente rilevanti in un corpus testuale stiamo parlando, non di significato. > Si è dibattuto ad esempio sul significato di frasi quali “The present > king of France is bald” che non è mappatile in una realtà esistente e > così via per tutti i concetti astratti. Ti prego, non ti limitare a ciò che il povero Puliafito ha capito degli articoli della Bender e rigurgitato su facebook. Una rapida lettura dell'articolo scritto con Koller nel 2020 [1] ti rivelerà che la definizione formale di "significato" fornita nel paragrafo 3.1 è molto più raffinata: """ We take meaning to be the relation M ⊆ E × I which contains pairs (e, i) of natural language expressions e and the communicative intents i they can be used to evoke. Given this definition of meaning, we can now use understand to refer to the process of retrieving i given e. """ Il malinteso che la Bender sottolinea nell'articolo di qualche giorno fa è relativo alla definizione _informale_, di poche righe precedente: """ We take meaning to be the relation between the form and something external to language... """ Tale definizione informale è effettivamente vaga, a causa di quel "something" cui i fanboy della "intelligenza artificale" si aggrappano per farci rientrare tecniche di programmazione statistica come la "Contrastive Language-Image Pre-training", in cui due "reti neurali artificiali" vengono programmate parallelamente per produrre in output vettori prossimi a fronte di ciascuna coppia di immagine/descrizione. [2] Ora è vero che in qualche modo, a valle di una CLIP otteniamo una mappatura fra un testo e _qualcosa_ fuori dal linguaggio (ovvero una compressione con perdita delle immagini corrispondenti) ma questo non è significato secondo la definizione di Bender e Keller perché, se ci limitiamo a considerare il software che lo calcola, manca un qualsiasi intento comunicativo. [7] L'intenzionalità comunicativa è un interessantissimo proxy per la definizione di informazione come esperienza soggettiva di pensiero comunicabile. Ha di buono che chiarisce la centralità del mittente nella definizione del significato che i riceventi si sforzano di ricostruire interpretando il messaggio espresso. Tuttavia l'intenzionalità comunicativa viene meno quando, ad esempio, il discorso è tutto interiore: quando usiamo il linguaggio nella nostra mente per pensare (ovvero elaborare le nostre esperienze soggettive). Analogamente (ed in modo piuttosto ovvio) il riferimento alla realtà condivisa nell'articolo in questione [3] è un proxy per le esperienze condivise da mittente e ricevente. La realtà è irrilevante per la definizione di un significato: è solo necessario un insieme di esperienze condivise fra gli interlocutori. Esperienze che includono il linguaggio dello scambio, ovviamente. Se ci scrivessi che l'attuale re della Francia è calvo, intenderesti che l'attuale re della Francia è calvo. Non hai bisogno di conoscere il re di Francia per esprimere tale significato: è sufficiente che la tua mente includa esperienze soggettive di pensiero comunicabile come: - "re", "attuale", "essere", "calvo" - la lingua italiana - l'assunzione che gli altri membri della lista dispongano di esperienze sufficienti simili - l'assunzione che gli altri membri della lista sappiano interpretare la lingua italiana Non è la realtà fisica ad essere rilevante in sé (analogamente a come non è il corpo umano ad essere rilevante in sé) bensì la condivisione di sufficienti esperienze soggettive di pensiero comunicabile fra gli interlocutori a guidare il mittente nella selezione dei termini da utilizzare per esprimere il messaggio. La realtà (e la struttura dei corpi) che condividiamo sono poi veicoli concretamente imprescindibili per acquisire esperienze soggettive di pensiero comunicabile (per la gioia di Stefano e Enrico... :-) sufficientemente simili da permetterci di sincronizzare le nostre menti tramite il linguaggio. In questo senso, il significato di molti testi è basato sul mondo che i mittenti condividono con i destinatari. Ma ciò non significa in alcun modo che gli autori non possano ad esempio descrivere la teoria delle stringhe [4], assumendo una sufficiente comprensione della matematica negli interlocutori. > Enrico continua a usare la locuzione “comprendere in senso umano” > (qui dice "non è la comprensione umana”) che a me non interessa > assolutamente (anche perché non so come definirla scientificamente). Enrico cerca di essere divulgativo. Io, quando provo ad essere rigoroso, definisco la comprensione come il processo di integrazione dell'interpretazione del messaggio nella mente del ricevente [5]. Analogamente definisco il pensiero come l'esperienza soggettiva dell'elaborazione dell'informazione [6]. Definizioni che rifiuti non perché contraddette dalla tua esperienza soggettiva di pensiero, ma perché incompatibili con la speranza di riuscire a costruire un giorno una macchina intelligente. Giacomo [1] https://aclanthology.org/2020.acl-main.463.pdf [2] per semplificare, dato un dataset di coppie immagine/descrizione una vector mapping machine viene programmata per ricevere in input la rappresentazione vettoriale dell'immagine e proiettarla in uno spazio X in output; l'altra viene programmata per ricevere in input la descrizione e proiettarla sempre nello spazio X in output, assicurandosi tramite la backpropagation che i due elementi di ciascuna coppia vengano proiettata su punti prossimi dello spazio X, così che l'immagine di un gatto e la descrizione "un gatto" siano vicini mentre l'immagine di un gatto e la descrizione "una finestra" siano distanti. [3] le parole esatte, sempre nella sezione 3.1 sono "the real world the speaker and listener inhabit together" [4] notoriamente né verificabile, né falsificabile https://it.wikipedia.org/wiki/Teoria_delle_stringhe#Critiche [5] interpretazione che avviene, essa stessa, alla luce delle informazioni già presenti nella mente del ricevente. Se ti scrivo 1 + 1 = 10 tu non avrai problemi ad interpretare correttamente il messaggio come espressione in base 2, mentre altri obietteranno istintivamente "No, 1 + 1 = 2!". Tuttavia anche loro, leggendo il resto della frase precedente integreranno l'informazione nella propria mente che "espresso in base due, 1 + 1 = 10", comprendendo il messaggio iniziale. [6] informazione sempre definita come esperienza soggettiva di pensiero comunicabile [7] in realtà, a ben guardare, un intento comunicativo c'è: è l'intento dei programmatori statistici che hanno selezionato il corpus di coppie immagine/descrizione, ma il loro messaggio è l'intero software programmato statisticamente, di cui ogni specifico output è solo un frammento vagamente correlato all'input.
