per quel che sono capace, in quel che scrive Beppe vedo anche qui
mancanza di visione strategica, mancanza di progettualità.
occhio centrato sulla punta dei piedi invece che instancabilmente in
movimento per osservare da vicino a lontano il percorso accidentato che
si ha di fronte.
dico "anche qui" perché mi pare che sia un problema delle società
attuali non solo verso l'informatica e il software.
e quel che ha scritto Marco nel suo post "Possiamo vivere con computer
che sbagliano?", apparentemente remoto dalla questione dell'email, è in
realtà connesso (connessissimo): (ab)uso delle possibilità che mi danno
i chatbot perché adesso non c'ho sbatta di scrivere questo
report/studiare per questo esame/pensare a cosa regalare a... ma voglio
comunque ritirare il premio.
cioè non c'ho sbatta di pensare a cosa sarò a medio-lungo termine
metto alla prima singolare che sembra ridurre il discorso alla
dimensione delle persone fisiche; ma in realtà riguarda anche le persone
giuridiche come ad esempio le università o la CRUI (per)ché operano
attraverso persone fisiche: rettori, direttori, funzionari, ...
Maurizio
Il 17/09/25 10:51, Giuseppe Attardi ha scritto:
On 16 Sep 2025, at 16:51,[email protected] wrote:
From: Maria Chiara Pievatolo<[email protected]>
On 9/16/25 12:50, Michele Pinassi via nexa wrote:
Gentilissime e gentilissimi nexiani,
tecnicamente parlando, e anche strategicamente, avere un sistema di
posta elettronica on-premise è sicuramente la soluzione migliore. Ma un
sistema di questo tipo, che offre caselle mail a decine di migliaia di
utenti (qualche volta anche centinaia di migliaia) richiede competenze
sistemistiche non banali e una attenzione e cura quasi quotidiana, come
ben sa chi si è trovato a gestire sistemi di questo tipo. Già questo
aspetto, a fronte dei continui tagli ai fondi di finanziamento, al
blocco delle assunzioni e alle retribuzioni per il personale tecnico-
informatico assolutamente non adeguate, è uno scoglio difficile da
superare e non tutti gli Atenei potrebbero permetterselo.
Osservazione corretta, tuttavia le alternative esistono, per esempio si poteva
realizzare un servizio di posta generale per tutte le università attraverso
GARR o CINECA. Dato che gli atenei aderiscono già ad essi e in particolare al
servizio di identità IDEM, tutto il personale sarebbe stato immediatamente
abilitato all’accesso, senza dover creare nuove identità personali.
Peccato che quando presentai un piano di investimenti minimi ma adeguati per
potenziare i servizi cloud del GARR, il CTS non lo approvò, con la
giustificazione che avrebbe spostato il baricentro del GARR dalla rete un po’
più verso i servizi. Né i pochi rappresentanti delle università in CTS
sostennero la proposta, mentre la CRUI contemporaneamente faceva accordi per
acquistare i servizi cloud Azure di Microsoft e organizzava seminari per
spiegare come usarli: ossia apriva le porte del pollaio al lupo.
Oggi a me pare evidente che quelle scelte fuorono miopi, non tanto per
questioni di privacy, ma molto di più per una questione generale di sovranità
digitale.
Tutta l’Europa ha abdicato alla sua sovranità digitale, lasciando nelle mani di
pochissime aziende straniere l’intera filiera digitale, dai chip, al software,
al cloud, all’A, su cui si regge l’intera economia moderna. Non è un caso che
Trump difenda il predominio delle BigTech dalle già scarse difese europee, come
la ormai defunta Minimum (nel senso di minuscola) Tax, né un caso che convochi
alla Casa Bianca i capi di quelle aziende, deferenti e contemporaneamente suoi
finanziatori.
L’abbandono dei servizi di posta è stato solo il primo piccolo passo per una
deriva storica, che è stata giustificata proprio con l’argomentazione “costa
risorse tecniche che non possiamo permetterci”.
Questo argomento è fallace da vari punti di vista:
1. there are no free lunches, quello che non paghiamo da una parte lo paghiamo
dall’altra e se si fanno bene i conti, alla fine di paga molto di più di quanto
sembra di risparmiare. Ci sono studi a dimostrarlo, incluso l’esperienza di
Enrico Venuto del Poli Torino sulla piattaforma di streaming adottata durante
il Covid.
2. I monopolisti prima o poi ti presentano il conto alzando i prezzi. Ricordo
che un anno fa Google si è presentata proprio all’Universitá di Pisa, chiedendo
un pagamento esoso, conteggiato sul numero di studenti iscritti, per il
servizio Google Workspace, che era stato attivato con la promessa di servixio
gratutio e con spazio disco illimitato per gli einti educational. Siamo ancora
lì a combattere su come gestire le quote, con accessi bloccati anche ai docenti
che non superano la loro quota. Naturalmente, non avendo a quel punto
alternative, l’Università si è trovata costretta a pagare. (Di recente ha
attivato uno storage NextCloud per dati scientifici).
3. Le università in particolare dovrebbero avere anche il compito di formare
personale e tecnici, che promuovano soluzioni best-practices e la ricerca
occuparsi della tecnologia utile al paese, anche sperimentandola in proprio.
Poi dovrebbero scambiarsi le conoscenze condividendo le esperienze fatte in un
buon circolo virtuoso.
4. Rinunciando a investire nella formazione di tecnici, si perde completamente
la capacità di padroneggiare la tecnologia e ci si mette quindi interamente
nelle mani delle aziende. Qualcuno qui chiedeva se Pisa avesse fatto un bando
per l’affidamento del servizio di posta: credo di no, ma non sarebbe cambiato
nulla, non c’erano alternative praticabili e se anche ci fossero state, nessuno
sarebbe stato in grado di capirle e sarebbe valso l’antico detto: nessuno è mai
stato licenziato per aver acquistato IBM.
5. Come ha spiegato ChatGPT a Flavia, oltre alle perdite monetizzabili, ci sono
perdite immateriali, come perdita di privacy, di sicurezza, di autonomia e di
resilienza: dovesse Trump decidere di punirci aumentando i dazi o tagliando i
servizi o Musk interromperli per guasti (caso recente di StarLink), non avremmo
modo di difenderci.
Le soluzioni personali, come “mi sono fatto il mio servizio di posta personale”
sono lodevoli ma inefficaci. Qui si tratta di servizi su larghissima scala.
Nemmeno l’Open Source, la cui diffusione è sacrosanta, è sufficiente a
risolvere il problema. La questione si è spostata dall’acquisto di licenze alla
realizzazione e gestione di servizi su scala internazionale. Senza questo
livello di scala è impossibile competere.
Quello che ci vorrebbe è un movimento:
Infrastructure developers of all world unite!
Infine, trovo assurdo che in Italia e in Europa si dia la priorità a spese
immense per armamenti e si trascurino le spese per servizi essenziali per la
vita e le attività quotidiane di tutti.
— Beppe
Dal lato della ricerca c'è di più e di peggio: rapporti organici di
collaborazione e finanziamento con i monopoli ICT. Si tratta di notizie
non nuove
https://www.newstatesman.com/business/sectors/2021/07/how-google-quietly-funds-europe-s-leading-tech-policy-institutes
che però danno un contesto a fenomeni come questo:
A handful of companies control what PricewaterhouseCoopers called a
“$15.7 trillion game changer of an industry.” Those companies employ or
finance the work of a huge chunk of the academics who understand how to
make LLMs. This leaves few people with the expertise and authority to
say, “Wait, why are these companies blurring the distinction between
what is human and what’s a language model? Is this what we want?”
https://nymag.com/intelligencer/article/ai-artificial-intelligence-chatbots-emily-m-bender.html
Sto, naturalmente, parlando delle suocere, ma queste suocere - poche,
perché oligopoliste - hanno una quantità spropositata di nuore.
Familiarmente,
MCP
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che faresti se vivessi così?
mau mau, con chi fugge
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Maurizio Lana
Università del Piemonte Orientale
Dipartimento di Studi Umanistici
Piazza Roma 36 - 13100 Vercelli