Cari compagni,
io mi chiedo se le misure di risanamento fiscale del governo monti siano sostenibili o meglio sopportabili – da un punto di vista economico e sociale – per un paese che è già in recessione. Se l’economia italiana dovesse continuare a contrarsi nel corso del prossimo anno, cosa probabile, l’obiettivo di conseguire il pareggio del bilancio entro il 2013 potrebbe comunque non essere centrato, vanificando quindi gli sforzi del governo Monti e peggiorando ulteriormente il nostro saldo dei conti pubblici. Questo in un momento molto critico per il tesoro che deve rifinanziare nei prossimi mesi un importo considerevole (circa 200 miliardi). In questo contesto la questione della sostenibilità del nostro debito diventa, secondo me, un argomento non più rinviabile. Il default sul debito di un Stato sovrano è indubbiamente una situazione difficile che presenta un costo, ma anche dei benefici. Su questo punto la letteratura economica offre spunti che potremmo prendere in esame. I paesi che ripudiano il loro debito attraversano generalmente una fase iniziale turbolenta caratterizzata dalla perdita di credibilità, quindi accesso ai mercati, maggiore inflazione, aumento del costo del denaro e crollo della produzione. Tuttavia, dopo circa 12-18 mesi dal default la svalutazione del cambio permette una ripresa dell’export che stimola la produzione e quindi la crescita dell’economia. L’Italia ha un’economia molto orientata al commercio estero e indubbiamente beneficerebbe di una moneta più competitiva. Sarebbe anche di grosso stimolo per il turismo, che è un altro settore importante per la nostra economia (in altre parole, diventa più conveniente per i tedeschi venire a fare le vacanza in Italia). Il default inoltre può assumere diversi connotati: può essere una sospensione unilaterale non negoziabile dei pagamenti, come per l’argentina nel 2001, o una rinegoziazione dei termini di pagamento concordata con i creditori come, per esempio, nel caso della Grecia quest’estate. Evidentemente la seconda via è preferibile poiché minimizza i costi di cui sopra. Al contrario, la mia preoccupazione, ma forse sono eccessivamente pessimista, è che la situazione di stallo che si è creata in Europa tra posizioni divergenti, per riassumere quella britannica da una parte e quella tedesca dall’altra, possa produrre una risoluzione caotica della crisi le cui conseguenze sono difficilmente calcolabili. Se prescindiamo da questo scenario apocalittico, che potrebbe spingere gli stati più indebitati a sospendere in modo unilaterale e caotico il servizio del debito, con relativo collasso di tutto il sistema bancario, le prospettive e le scelte che ci si prospettano non sono allegre. La Federal Reserve, la banca centrale d’Inghilterra e la banca centrale Svizzera hanno allegramente ripreso a stampare moneta. E’ la scelta più semplice in queste circostanze che minimizza i sacrifici presenti, soprattutto da un punto di vista sociale, ma al costo di una maggiore inflazione in futuro. Dall’altra parte abbiamo il rigore teutonico e la via dell’austerity. In altre parole, i debiti vanno pagati anche a costo di grandi sacrifici. Ma siamo sicuri che il nostro paese sia in grado di sopportare manovre correttive da 50/100 miliardi l’anno, diciamo per i prossimi dieci anni? Le ripercussioni politiche della crisi finanziaria sono ancora più preoccupanti. Al di là della spaccatura che si è creata tra Londra e Berlino o, tanto per citare un aneddoto, la pubblica derisione di Berlusconi da parte della coppia Merkel-Sarkozy, la difesa ad oltranza della stabilità monetaria in assenza di un’unione fiscale e politica rischia di compromettere l’esercizio dell’auto-governo nei paesi membri dell’unione. Come interpretare, per esempio, il veto della Germania sulla decisione della Grecia di indire un referendum sull’euro, se non un grave attentato all’esercizio della democrazia di questo paese? Un altro elemento di preoccupazione è di natura per così dire psicologica. Queste politiche di austerity sono infatti mal sopportate e creano una profonda avversione nei confronti delle istituzioni europee (non solo nei confronti della moneta unica, ma anche nei confronti della commissione, del parlamento e degli euro burocrati in generale), che rischia di compromettere il nostro faticoso cammino verso gli stati uniti d’Europa. L’ipotesi di abbandonare temporaneamente la zona euro e ristrutturare il debito, che vi prego di non scartare a priori, soprattutto sulla base di reazioni emotive, non implica assolutamente un rinuncia del progetto Spinelliano di costruzione degli Stati Uniti d’Europa ma semplicemente individua un cammino diverso per alleviare le tensioni finanziarie, economiche e politiche che rischiano di far franare l’intero edificio europeo, nella consapevolezza che l’emergenza finanziaria debba essere affrontata nelle prossime settimane se non giorni o ore, e non nei prossimi anni. Date: Fri, 16 Dec 2011 12:46:41 +0100 Subject: Re: [radicaliroma] L'Euro sta disintegrando l'Europa :( From: [email protected] To: [email protected] CC: [email protected]; [email protected] Io non pongo solo un problema etico.Pongo un problema squisitamente tecnico, cioè economico-finanziario: qualcuno, FINALMENTE, mi spiega, (se lo sa, se lo immagina) cosa accadrebbe delle vite delle persone normali se si concretizzasse la soluzione garibaldina da centro sociale? Diversamente, devo supporre che si parli tanto per parlare. Grazie infinite. Il giorno 14 dicembre 2011 15:47, Alessandro Massari <[email protected]> ha scritto: Caro Valerio, mi sembra che più che una proposta, la tua sia una previsione millenaristica. Io sottoscrivo quanto detto da Demetrio e Luca. Gianclaudio e Marcello pongono un problema etico, e nessuno vuole evitare di onorare il debito, ma qualche difficoltà l'abbiamo, soprattutto se la gente non capisce qual'è il pericolo effettivo che corre. Gianclaudio Morini_______________________ L' ottimo è nemico del bene.
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